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Terapie biologiche

Le terapie biologiche, dette anche “targeted therapies” (ovvero “terapie a bersaglio”), sono rivolte contro i meccanismi che controllano la crescita e la diffusione del cancro (bersagli molecolari).

Possono includere:

  • anticorpi monoclonali;
  • inibitori di fattori di crescita o dei loro recettori;
  • vaccini;
  • terapie genetiche.

Le targeted therapies, cioè i farmaci cosiddetti “biologici” o “intelligenti”, agiscono in modo selettivo su recettori cellulari specifici. Questa azione selettiva influenza il risultato terapeutico e risparmia le cellule sane, con un miglioramento quindi della tollerabilità del trattamento, a vantaggio del paziente e della sua qualità di vita. I risultati ottenuti in questi ultimi anni sono entusiasmanti. L’era delle terapie biologiche è iniziata negli anni Novanta del secolo scorso. I primi progressi portarono alla scoperta di numerose molecole, che hanno determinato significativi miglioramenti nella sopravvivenza e nella riduzione della tossicità. In questo modo è stato possibile identificare i pazienti con specifiche alterazioni molecolari presenti a livello delle cellule tumorali e prescrivere loro il trattamento potenzialmente più efficace. Da allora, come diretta conseguenza, vengono risparmiate cure non necessarie e relativi effetti collaterali alle persone che non presentano le caratteristiche per ricevere quel tipo di trattamento. Si è così entrati nell’era della medicina personalizzata.

La restrizione maggiore per l’impiego di queste  terapie è il loro campo d’azione, limitato a quelle particolari neoplasie che dipendono da alterazioni molecolari specifiche. Va inoltre considerata la possibilità che il corpo sviluppi una resistenza al trattamento, cioè che il farmaco diventi nel tempo meno efficace. Senza dimenticare i costi molto elevati, che derivano da una selezione attenta dei pazienti.

Come funzionano

Dal punto di vista del principio d’azione, le terapie mirate sono assimilabili alla chemioterapia: entrambe interagiscono con i meccanismi di crescita neoplastica. Anche la chemioterapia infatti ha un bersaglio specifico, costituito dalla replicazione cellulare, e agisce direttamente sulle cellule tumorali attraverso un agente esterno, esogeno. In questo senso sia le targeted therapies che la chemioterapia si differenziano chiaramente dall’immuno-oncologia.

Le terapie “su misura” possono agire su uno o più fronti, in particolare l’anti-angiogenesi, cioè il tentativo di ostacolare lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni, fondamentali per nutrire il cancro, è la via che oggi appare più promettente. Basti pensare che con queste molecole è possibile aumentare la sopravvivenza in pazienti colpiti da tumori del colon-retto, della mammella, del polmone e del rene in stadio anche molto avanzato, risultati impensabili con la sola chemioterapia. I mediatori più studiati sono i fattori di crescita, in particolare il Vascular Endothelial GrowthFactor (VEGF). Il grande limite dei farmaci chemioterapici è la comparsa della resistenza tumorale, che consiste nella selezione di cellule tumorali in grado di crescere nonostante l’azione del farmaco: questo si verifica, dopo un certo tempo, anche nei pazienti che inizialmente rispondono alla terapia. I farmaci anti-angiogenici provano ad aggirare questo ostacolo, perché i loro bersagli non sono le cellule neoplastiche ma i vasi che le alimentano. Questi vantaggi hanno portato a un nuovo modello nel trattamento antitumorale, non più diretto a distruggere le cellule cancerose ma a colpirle, tenendole sotto controllo. Come ha scritto Moses Judas Folkman, uno dei padri di questa nuova branca della medicina: “Arrestare la crescita tumorale potrebbe portare i pazienti a convivere per anni con il tumore come con una malattia cronica quale il diabete”.

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