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Hollywood torna a fumare

Al cinema tramonta il politicamente corretto: boom di sigarette

Da LA STAMPA del 15-7-2017

Per Francis Underwood il piacere proibito è accendersi una sigaretta senza che Claire se ne accorga. Tra i torbidi intrighi di «House of Cards» la sigaretta torna protagonista. E se anche il cinema getta la spugna, dopo anni di crociate salutiste e ferrei divieti, vuol dire che il politicamente scorretto ha riconquistando centimetro dopo centimetro la collina e la sua bandiera svetta già sulla Hollywood dell'era Trump.

Il motivo è ancora tutto da indagare, ma i dati parlano chiaro, come rivela l'ultima indagine del Cdc, il Center for Disease Control and Prevention (riportata dal New York Times), che periodicamente passa in rassegna migliaia di pellicole in cerca di cattivi esempi per i giovani e comportamenti dannosi per la salute. Hanno scoperto che negli anni dal 2010 al 2016 gli «incidenti» legati al fumo sono cresciuti del 72 per cento (e la cifra comprende anche i film per tutti), mentre nei film classificati con la R di Restricted (solo per un pubblico adulto) le apparizioni di sigarette hanno registrato un incremento del 90 per cento. Si parla di «incidenti», perché ogni allusione alle sigarette e al tabagismo, è severamente vietato per legge, ma le fugaci apparizioni di fili di fumo, accendini, mozziconi, canne, pipe e anche narghilè sono sempre più frequenti.

Dati inquietanti, secondo i ricercatori del Cdc, che creano un allarme per la salute pubblica e le campagne di prevenzione anticancro. E fin qui niente di nuovo: che il fumo faccia male lo potevano negare solo i lobbisti delle multinazionali del tabacco che erano in rapporti commerciali molto stretti con Hollywood. Dal 1927 al 1951 la American Tobacco Company aveva a libro paga circa duecento divi del cinema. Praticamente tutti: Clark Gable, Cary Grant, Spencer Tracy, Joan Crowford, John Wayne, Bette Davis, per non parlare di Marlene Dietrich e Humphrey Bogart, ciminiere perenni. E non c'è dubbio che i grandi divi abbiano contribuito a diffondere quell'aura magica intorno alle sigarette. Il fumo fu per le donne liberazione, disinibizione e maliosa provocazione (pensate alla Rita Hayworth di Gilda). E per l'uomo fu ribellione (James Dean di Gioventù bruciata) o simbolo di mascolinità, dall'eroico Humphrey di Casablanca a John Wayne, precursore del più ruspante cowboy della Marlboro Country, che grazie alla sua paglietta può partire sicuro alla conquista di qualsiasi prateria.

Ma erano gli esordi del cinema e della tv. Gli uomini fumavano nei tinelli di casa e le mogli più emancipate mostravano la loro indipendenza accendendosi la sigaretta. E non si sapeva che metà dei nomi sopra citati sarebbero morti di cancro al polmone.

Oggi si sa. Guardando tutto ciò con gli occhi contemporanei, c'è da chiedersi che senso abbia ancora questo tipo di politicamente corretto. Allora perché non vietare anche le bibite gassate, comprovata causa di diabete? E la quantità di sesso, droga, violenza, ammazzamenti e criminali organizzati che passano ogni giorno sullo schermo, piccolo o grande, fanno sbiadire qualsiasi «incidente» legato al fumo a un problema non di serie B ma di serie Z.

In fondo i nuovi media hanno sdoganato un concetto che gli artisti e i creativi sostengono da tempo: una cosa sono le campagne di prevenzione dello Stato, sacrosante e imprescindibili. Un altro il cinema, la letteratura e ogni altra forma di espressione artistica. Vietiamo Anna Karenina perché istiga al suicidio?

Se un adolescente inizia a fumare nel 2017 è colpa di Brad Pitt che si accende una sigaretta. Oppure Brad Pitt si accende una sigaretta perché il fumo sta tornando di moda? Un dilemma interessante, che però ha più a che fare con la salute pubblica che con l'etica del cinema e di Netflix.

Di Caterina Soffici

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