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La Brexit scatena il grande risiko delle Authority UE

Brexit, via da Londra sulle Authority è scontro in Europa

Da la Repubblica AFFARI&FINANZA del 17-7-2017

Bruxelles - Per conquistare l'Ema, l'Agenzia europea dei farmaci, Milano ha giocato sul tavolo la carta del Pirellone, vecchio simbolo di quando si considerava la capitale morale del Paese. Ma anche il grattacielo di Gio Ponti e Pierluigi Nervi offerto come sede potrebbe non bastare a vincere la partita. Che, come sempre quando in Europa si mescolano interessi reali e ragioni di prestigio, sarà combattutissima.

Alla pari delle peggiori famiglie, quella europea ha già cominciato a disputarsi l'eredità della Gran Bretagna con largo anticipo rispetto alla sua dipartita. La posta in gioco è molto alta. Dove andranno a insediarsi le grandi società finanziarie della City e le sedi delle multinazionali se Londra, come sembra probabile, dovesse perdere il "'passaporto" comunitario uscendo dal mercato unico? La risposta, in questo caso, la darà il mercato. Ma c'è anche una parte dell'eredità britannica destinata ad una spartizione più burocratica. Sono le due importanti agenzie europee che oggi hanno sede sul Tamigi. La più prestigiosa è l'Eba, l'agenzia che si occupa dei regolamenti bancari, guidata dall'italiano Andrea Enria. Ma quella più grossa, sia in termini di personale sia di indotto, è appunto l'Ema l'agenzia peri farmaci, che ha sede a Canary Wharf, occupa circa 900 dipendenti (con 650 figli in età scolare) e nel 2015 ha registrato la bellezza di 36 mila visitatori. L'Ema non dispone di poteri propri, non emette regolamenti, ma ha il compito di valutare la rispondenza dei farmaci alle norme stabilite da Commissione, Consiglio e Parlamento, e di autorizzarne il commercio nella Ue.

Le due agenzie dovranno lasciare la Gran Bretagna prima della primavera 2019, quando scade il periodo di due anni entro il quale occorrerà definire le modalità della Brexit e l'uscita del Regno Unito dalla Ue diventerà esecutiva. I Paesi che ambiscono ad ospitarle dovranno presentare la loro candidatura formale per la fine di luglio. Tra settembre e ottobre la Commissione renderà nota la sua valutazione di merito sulle varie candidature. Poi della questione si occuperà il Consiglio affari generali di ottobre. Sempre ad ottobre ne discuteranno anche i capi di governo. Quindi a novembre, con un sistema di voto complicatissimo, il Consiglio deciderà l'assegnazione delle due nuove sedi.

L'Unione Europea conta 48 agenzie decentralizzate distribuite su tutto il territorio della Ue. Alcune sono molto importanti, come l'Eba, per le banche, l'Eda, per la Difesa a Bruxelles, o l'Esma, l'agenzia che regola il mercato borsistico con sede a Parigi, o Frontex (ribattezzata Agenzia delle guardie di frontiera), che da Varsavia gestisce le operazioni di soccorso nel Mediterraneo, o ancora l'Agenzia europea dei marchi, con sede ad Alicante in Spagna, quella dei brevetti a Monaco di Baviera, o Eurojust e Europol, l'ufficio di cooperazione giudiziaria e quello per le forze di polizia, che stanno in Olanda. Altre hanno funzioni e competenze meno incisive, come l'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, con sede a Vilnius, o la Fondazione europea per la formazione, con sede a Torino. Oltre a questa, l'Italia ospita l'Agenzia europea per la sicurezza alimentare a Parma.

Al di là del prestigio (eventuale) e dell'indotto (variabile caso per caso), il fatto di ospitare la sede di un'agenzia non dà al Paese ospitante nessun vero vantaggio politico. Le agenzie hanno funzioni esecutive, operative o amministrative e applicano decisioni prese a Bruxelles. Ogni agenzia inoltre è guidata da un board in cui siedono i rappresentanti degli Stati membri e da un presidente o direttore esecutivo, che quasi mai è della stessa nazionalità del Paese ospitante.

Ma nel caso delle due agenzie che lasceranno Londra, i vantaggi nell'aggiudicarsele sono notevoli. L'Eba, per la quale sono state presentate finora dieci candidature, spostandosi potrebbe influenzare l'orientamento delle grandi società finanziarie che dovranno lasciare la Gran Bretagna. Se, come sembra probabile, finirà a Francoforte dove già c'è la Bce, rafforzerà notevolmente il ruolo di quella città come nuova capitale finanziaria della Ue attirando anche le delocalizzatoni dei privati.

Quanto all'Agenzia dei farmaci, oltre al prestigio di ospitare il regolatore di una industria chiave per l'economia europea come è quella farmaceutica, in cui l'Italia è seconda solo alla Germania, c'è il vantaggio di un forte indotto costituito dal numero dei dipendenti e dei visitatori.

Ma le ambizioni di Milano si scontrano con candidature altrettanto forti: Amsterdam, Vienna, Barcellona, Lille (che è a poco più di un'ora di treno da Londra), Stoccolma, Copenhagen, Bratislava (che potrebbe consorziarsi con la vicinissima Vienna). In tutto sono 21 su 27 i Paesi che hanno espresso il loro interesse ad accogliere l'Ema. L'ultimo, in ordine di tempo, è la Germania che ha candidato Bonn, anche se in realtà è molto più interessata ad avere l'Eba a Francotorte.

E qui si apre la grande partita dell'assegnazione, per il quale il nostro governo si è mobilitato creando anche un gruppo di lavoro ad hoc presso la Presidenza del Consiglio in cui ha chiamato anche Enzo Moavero Milanesi, l'ex ministro per gli affari europei del governo Monti. L'Italia, che a ragione ritiene la candidatura di Milano molto forte, insiste perché la scelta si faccia sulla base di criteri oggettivi. Ce ne sono cinque tecnici e uno geografico. Quelli tecnici sono: facilitazioni logistiche, collegamenti internazionali e trasporti, scuole internazionali per i figli dei dipendenti, accesso al mercato del lavoro per i famigliari del personale, garanzia che il trasferimento non interrompa la continuità operativa.

Il criterio geografico tiene conto della necessità di distribuire equamente le agenzie sul territorio Ue. Da questo punto di vista l'Italia non è messa male, perché ospita solo due agenzie, come la Germania, mentre la Francia ne ha cinque e la Spagna ne ha addirittura sei. Ma ci sono Paesi, soprattutto ad Est, che non ne hanno neppure una, come la Croazia, la Bulgaria, la Romania e la Slovacchia, che ha candidato Bratislava.

Tuttavia le belle parole sull'importanza di decidere in base a criteri oggettivi conteranno poco quando la scelta finale sarà decisa da un voto a maggioranza in Consiglio. E la decisione dei governi dipenderà, come sempre, dal gioco delle alleanze e delle convenienze reciproche piuttosto che da valutazioni puramente di merito. Nei giorni scorsi, per esempio, si era diffusa la voce che la Francia avrebbe potuto accettare uno scambio tra il trasferimento dell'Ema a Strasburgo e la rinuncia della capitale alsaziana a ospitare le riunione del Parlamento europeo. Parigi ha seccamente smentito. Ma questo rende l'idea di quanto possa essere ampio e prosaico il ventaglio degli interessi in gioco.

Alla fine la partita la vincerà chi saprà creare attorno a sè una rete di alleanze e di convenienze. E come sempre, in questo gioco, la Germania è insieme campione indiscusso e pedina imprescindibile. Mentre l'Italia negli ultimi anni non perde occasione per fare battaglie solitarie, magari anche legittime, che finiscono però per isolarla nel contesto europeo. Così corre voce che Berlino si sia dimostrata particolarmente sensibile alle argomentazioni di un fedelissimo di Angela Merkel qual è il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, polacco, che si erge a campione dei Paesi dell'Est. In cambio di un massiccio voto del blocco orientale per assegnare l'Eba a Francoforte, i tedeschi potrebbero schierarsi in favore dell'assegnazione dell'Ema a Bratislava, magari in consorzio con la vicinissima Vienna. Le caratteristiche tecniche sono tutte contro la bella capitale slovacca, che non dispone neppure di un aeroporto, non ha scuole internazionali e non sa neanche dire dove vorrebbe insediare gli uffici dell'agenzia. Tuttavia la razionalità spesso si ferma dove comincia la politica.

In questo scontro tra il Naviglio e il Danubio i giochi, beninteso, non sono ancora fatti. Ma se la lobby est-europea, a cui l'Italia un giorno sì e l'altro pure minaccia di tagliare i fondi di coesione, dovesse spuntarla, il Pirellone dovrà pensare a trovarsi un altro inquilino.

Di Andrea Bonanni

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