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Malati e licenziati, con il cancro si perde il lavoro

Nei primi dieci anni del nuovo millennio in italia si contano oltre 240 mila persone mandate a casa dopo una diagnosi di tumore

Da il Fatto Quotidiano del 1-9-2017

Troppo spesso chi ha una malattia grave come il cancro fatica a mantenere il posto di lavoro durante tutto il corso delle cure salvavita. Mancano ancora le tutele e così ci sono famiglie che diventano monoreddito e finiscono sul lastrico. Secondo un'indagine della Federazione italiana associazioni volontariato in oncologia (Favo) e del Censis, nei primi dieci anni del nuovo millennio, sono oltre 240 mila le persone con una diagnosi di tumore che sono state licenziate o hanno perso il lavoro.

Come Maria, 55 anni di Savona, che ha scoperto di avere un cancro al seno nel 2010. Faceva la cameriera in un hotel con un contratto a tempo indeterminato. Finito il ciclo di chemioterapie, ha ricevuto una lettera di licenziamento tramite raccomandata per aver superato il periodo di comporto (durante il quale vige il divieto di licenziamento del lavoratore assente per malattia) fissato a sei mesi. "È stata una coltellata, avevo bisogno di lavorare per non perdere la dignità - ci racconta -. Ho chiesto alla padrona se potevo fare qualcosa di più leggero, ma non ne ha voluto sapere. Oggi sono iscritta alle liste di collocamento. Campo con una pensione di invalidità di 700 euro e ho un mutuo da saldare. È mio figlio che mi paga le bollette". Stesso destino per Sabrina, 49 anni di Firenze, anche lei colpita da un carcinoma mammario. Era il 2013 e aveva un ruolo da responsabile modellista in un'azienda di pelletteria. È stata a casa per tutto il tempo della chemio e quando è rientrata è stata inserita nella categoria protetta. "I colleghi hanno iniziato a mobbizzarmi. Non ero più affidabile secondo loro, spruzzavano la varichina quando andavo al bagno. Poi mi sono assentata per la ricostruzione al seno e il capo mi ha minacciato di demansionarmi, nel reparto pulitura delle borse. Lo scorso luglio mi hanno costretta a licenziarmi". Oggi vive pure lei con una pensione di 700 euro. Per fortuna ha un marito che lavora. "Prima mi hanno concesso di lavorare da casa, poi mi hanno messo in ferie forzate e alla fine in cassa integrazione a zero ore. Io non sono guarito, posso lavorare però e ho una gran voglia, il lavoro è la mia vita ma non possono umiliarmi": Giovanni, 47 anni è un giornalista di Napoli con una metastasi al rene. A gennaio, stanco di lottare, ha chiesto la pensione. "Prendo 964 euro al mese e ho un affitto di 600".

Una partita Iva che si ammala vive un incubo nell'incubo. "Dopo 20 anni di contributi versati alla gestione separata Inps, nelle mie condizioni non ho diritto nemmeno a un giorno di indennità di malattia, solo perché non ho versato sufficienti soldi negli ultimi 12 mesi!": Claudio, della provincia di Brescia, ha 58 anni e un cancro che gli sta mangiando il cavo orale. Consulente aziendale per le risorse umane, lo scorso novembre un'ecografia gli ha sconvolto la vita. Ha dovuto mollare tutto per fare le cure. Daniela Fregosi ha un blog ("Afrodite K") in cui porta avanti una battaglia per i diritti e l'assistenza dei lavoratori autonomi che si ammalano. "Chiediamo che venga garantita un'indennità di malattia per chi ha un minimo contributivo di tre annualità e non solo negli ultimi 12 mesi perché questo penalizza chi nell'ultimo anno, prima di ammalarsi, ha avuto la sfortuna di lavorare di meno". "Sto pagando le cartelle di Equitalia con interessi di mora del 40 per cento": Rosella, 54 anni pisana, ha combattuto un tumore al seno con la paura di vedersi pignorati tutti i beni dallo Stato. "Ho una lavanderia, facevo le chemio al mattino e al pomeriggio rientravo in negozio, non potevo permettermi di pagare un'altra persona o chiudere. Poi ho iniziato la radioterapia: facevo le sedute in pausa pranzo. Ho perso almeno il 30% dei guadagni. E mio marito, altra partita Iva nei cantieri navali, era in crisi. Abbiamo anche un figlio da far crescere". Ma a Rosella non ha hanno concesso l'esonero temporaneo dal pagamento delle tasse e dei contributi Inps che aveva chiesto.

Nel frattempo, una conquista: il nuovo Statuto dei lavoratori autonomi, approvato a maggio, in caso di malattia prevede il congelamento dei contributi previdenziali per un massimo di 24 mesi e successiva rateizzazione nel tempo. E durante le terapie invasive equipara l'indennità di malattia alla degenza ospedaliera aumentando così i giorni utilizzabili (da 61 a 180) e facendo raddoppiare il rimborso economico.

"Peccato che i piccoli commercianti e gli artigiani siano rimasti fuori, così come i professionisti degli Ordini", commenta Fregosi. Paola faceva la cuoca nell'hotel di famiglia, chiuso da quando le hanno tolto tutti i linfonodi ascellari colpiti da un tumore e non può più usare il braccio come prima. "Non potevamo stipendiare un altro dipendente". Paola, che abita in Liguria, ha 31 anni e un futuro davanti a sé. "Un lavoro mi aiuterebbe a superare il peso psicologico che ho dentro". Carla si sfoga così: "Quando hai un cancro entri in uno spazio di nessuno". Psicologa, bolognese di 58 anni, divorziata dal marito, da qualche giorno con grande fatica è riuscita a ottenere la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità. "Prendo 500 euro al mese e ne pago 900 tra commercialista e tasse". "I malati di cancro sono persone a rischio povertà - di-chiara il presidente Francesco De Lorenzo della Favo -. Il nostro studio ha rivelato che il 78% dei malati ha subìto un cambiamento nel lavoro dopo la diagnosi, il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l'impiego e il 10,2 si è dimesso. Il lavoro aiuta ad affrontare meglio la malattia".

I numeri non aiutano. Le persone con una diagnosi di tumore è passata da 2,6 milioni nel 2010, a 3 milioni nel 2016, di cui oltre un milione in età lavorativa. Al momento c'è una proposta di legge, presentata dal deputato Pd Vincenzo D'Arienzo (con il supporto della Favo), per l'equiparazione della durata del comporto dei lavoratori pubblici (18 mesi) e di quelli privati (sei mesi) e l'obbligo per il datore di comunicare la fine del periodo di comporto entro 30 giorni dalla scadenza (il calcolo non è semplice!).

Di Chiara Daina

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