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Spesa pubblica, la guerra perduta

Sanità, partecipate, acquisti centralizzati la battaglia infinita della spending review

Da la Repubblica Affari&Finanza del 13-3-2017

C’è chi la dà per morta e sepolta come l'ex commissario Roberto Perotti. Chi continua a crederci, come l'attuale responsabile Yoram Gutgeld. E chi infine, come l'ex commissario Carlo Cottarelli, indica sia i traguardi raggunti sia le occasioni mancate. Stiamo parlando della spending review, il tentativo di porre un freno alle spese pubbliche che incorporano inefficienze e sprechi. Più che un tentativo, una lunga serie di prove, spesso coronate da insuccesso. È da dieci anni che la revisione della spesa è almeno teoricamente al centro dell'agenda dei governi, ma i suoi primi vagiti risalgono a una trentina di anni fa con la commissione per la spesa pubblica guidata da Piero Giarda. Dopo di lui, altri 5 commissari si sono immolati sull'altare della "spending”: Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli, Roberto Perotti e Yoram Gutgeld (quest'ultimo tuttora in carica).

Chi se ne è andato sbattendo la porta, chi si è arreso davanti alla resistenza passiva di capi di gabinetto e assessori regionali. Chi infine è rimasto combattendo. Nessuno di loro, comunque, si è mai pentito di averci provato. «Ma s'io avessi previsto tutto questo, forse farei lo stesso», è l'epigrafe che Cottarelli dedica a Guccini all'inizio del suo libro "La lista della spesa". Anche perché in mezzo a tanti fallimenti, qualcosa di concreto in realtà si è fatto e si sta facendo. Quanto e cosa è appunto il tema centrale da affrontare.

Lo Stato italiano spende troppo? Se escludiamo gli interessi sul debito, la spesa oggi è in linea con quella dell'eurozona: circa il 46% del Pil. Prima del 2009, spiega Cottarelli, avevamo incrementi annui del 3-4%. Poi, proprio a partire da quell'annus horribilis, quando si toccò il fondo della recessione, la spesa pubblica ha cominciato a subire una frenata: solo il 2,1% in più in sette anni, che equivale a un taglio se teniamo conto dell'inflazione. Insomma, proprio nel mezzo della più forte recessione mai avvenuta dal 1929, lo Stato italiano iniziò a frenare le sue spese, senza per altro abbassare le tasse. È la politica dell'austerity, imposta dall'Europa e caldeggiata da fior di economisti. La loro teoria ha un nome che suona come un ossimoro: "austerità espansiva". In poche parole, per i paesi ad alto debito come l'Italia, ridurre le spese convincerà i mercati che quel paese saprà ripagare il suo debito, che sarà più credibile. I tassi scenderanno, le famiglie torneranno a spendere e le imprese a investire. La lunga recessione subita da allora, con i suoi 10 punti di Pil andati in fumo, sono lì a smentire la fondatezza di quella teoria. Ma questo non significa che la spending review sia da bocciare. Tutt'altro. In realtà il forte freno alle spese inaugurato subito dopo il 2009 ha poco a che fare con la riduzione degli sprechi, ed è invece dovuta soprattutto a tagli lineari e indiscriminati. La revisione della spesa, basata invece su riduzioni mirate, ha cominciato a dare i frutti maggiori solo a partire dal 2014.

Commissari contro
Da allora ad oggi si sono ridotte spese per oltre 32 miliardi, buona parte, dice Gutgeld, grazie alla spending review. Ma nello stesso periodo sono aumentate altre spese di 33 miliardi. Questo non ha impedito al governo Renzi di abbassare le tasse, a costo però di creare più deficit. L'accelerazione della spesa è avvenuta soprattutto quest'anno, tra bonus, contratti e pensioni, che hanno finito per sopravanzare i risparmi realizzati, dovuti secondo il governo per quasi il 40% proprio alla "spending”. Insomma, stiamo spendendo tutto quello che abbiamo risparmiato. Come mai? È il risultato voluto di una politica che cerca di uscire dall'austerità, come sostiene Gutgeld? O colpa di una revisione della spesa troppo debole, come dice Perotti? L'ex commissario è categorico: «Diciamo la verità, la spending è morta e sepolta, e non da adesso», dice Perotti. «Non c'è mai stata la volontà politica di farla. Questo governo non può realizzarla e neppure i prossimi, stretti come saranno tra maggioranze risicate e ondate populiste. Forse il settore in cui si è fatto qualcosa è quello degli acquisti di beni e servizi. Se ne occupa Gutgeld che è persona capace».

Siringhe e fotocopiatrici
Gli acquisti sono il piatto forte della spending review. È sotto gli occhi di tutti quanto si possano ridurre i prezzi se le amministrazioni, invece di comprare fotocopiatrici, auto o siringhe per conto proprio, sono costrette a ricorrere a poche stazioni di acquisto -33 al posto di 35 mila - che centralizzano un gran numero di operazioni. La maggiore di queste stazioni è la Consip, la centrale nazionale del Tesoro, oggi al centro di una bufera giudiziaria. Da qualche anno i governi stanno estendendo l'obbligo di ricorrere agli acquisti centralizzati. I risparmi sono evidenti: fino al 60% di sconto sulle stampanti, il 42 sui cellulari, il 13 sulla benzina, il 4,3 sulle citycar. In media il 20% in meno. Ultimamente è anche arrivato il prezzo unico nazionale per aghi e siringhe. Questo si traduce in minori trasferimenti. Tre miliardi, secondo Cottarelli, tra il 2014 e il 2015. Il doppio è atteso nei due anni successivi. «È la riforma strutturale più importante avviata durante il mio incarico», dice l'ex commissario. E tuttavia, il gioco delle eccezioni, guidato dai tanti amministratori locali che vedono sgretolarsi i loro margini di potere, ha fatto sì che attraverso la Consip passi ancora una piccola quota degli acquisti: 7 miliardi su 90.

Le difficoltà di controllare gli amministratori locali la si tocca con mano anche in altra fonte di sprechi: l'universo delle "partecipate".

La giungla delle partecipate
Sono spuntate come funghi dopo il diluvio pseudofederalista di inizio millennio: 8 mila società possedute da comuni, pro-vince e regioni. Solo il 35% produce servizi per i cittadini, un altro 40 offre consulenze esterne agli enti locali, mentre non si sa cosa faccia il restante 25. Un buona fetta ha addirittura più amministratori che dipendenti. Insomma, un poltronificio in piena regola. Il governo Renzi aveva come obiettivo quello di tagliarle quasi tutte: settemila. Poi la bocciatura del decreto Madia da parte della Consulta ha costretto l'esecutivo a rimetterci mano. Ma già nella sua versione iniziale quel decreto suscitava non pochi dubbi, come spiega l'ex commissario Perotti. Si vieta ai Comuni di possedere società «non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali». Ma in assenza di parametri oggettivi, qualsiasi municipio potrà dire che la sua società è strettamente necessaria. Si vieta di ripianare le perdite di società mal gestite, ma subito dopo lo si consente purché si presenti un piano di ristrutturazione. Che ci vuole? Si impone agli amministratori di società in rosso da tre anni un taglio del 30% dei compensi, che però non scatta in presenza del solito piano di risanamento. La parola finale di Perotti non lascia speranze: «Il decreto Madia sulle partecipate è uno scherzo». E addio ai 2-3 miliardi che si contavano di rastrellare.

I risparmi standard
L'obiettivo della spending review, tuttavia, non è solo quello di creare risparmi netti ma anche di redistribuire risorse tra settori. È il caso dei trasferimenti a comuni, sanità e università: si cerca di non calcolarli più in base alla spesa sostenuta in passato, ma in base ai reali fabbisogni e senza sprechi. Insomma secondo lo standard giusto. Se un comune non riesce a coprire quel fabbisogno con le tasse, riceverà qualcosa in più. In caso contrario, avrà qualcosa in meno. Il problema però è che non sono stati ancora definiti, come prescriveva la legge, i "livelli essenziali di prestazione", cioè gli obiettivi minimi di servizi da offrire ai cittadini. E questo rende problematico il calcolo dei fabbisogni standard. Si ricorre ad approssimazioni complicate con risultati spesso paradossali. Tanto che quando poche settimane fa il Vi-minale ha reso noti i vincitori e i perdenti di questo gioco, si è scoperto che un comune come Roma, che spende più del dovuto e offre meno servizi della media, riceverà dallo Stato più di prima. Quanto alla sanità, spiega Cottarelli, «il sistema dei costi standard non viene utilizzato né per quantificare né per ripartire il fondo sanitario nazionale, dete-minato invece in base a valutazioni politiche».

I margini di azione
Ma la vera occasione mancata, secondo Cottarelli, è non avere indicato nessun risparmio a fronte della riforma della pubblica amministrazione. «Molte mie idee sono finite lì, a volte un po' annacquate e soprattutto senza alcuna riduzione di spesa prevista. Altri capitoli delle mie raccomandazioni aspettano ancora di essere tradotti in decisioni operative: dal riordino delle prefetture ai trasferimenti alle imprese, fino al costo della politica». La prossima sfida, a cui sta lavorando Gutgeld, è il riordino delle forze dell'ordine per evitare sovrapposizioni e per centralizzare gli acquisti. Ma avrà questo governo o il prossimo la forza di andare avanti con la spending review? Ci sono ancora margini di azione o ha ragione Perotti quando dice che in Italia non si riescono neppure a risparmiare 10 miliardi l'anno su 800 miliardi di spesa pubblica? Una cosa è certa: di revisione della spesa si sente parlare sempre meno. Potrebbe essere il segno di una resa finale o al contrario di un lavoro in sordina per tentare il suo rilancio. Lo sapremo presto.

Di Marco Ruffolo

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