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Telefoni cellulari e tumori al cervello. Vent'anni di studi, poche evidenze

Dopo la sentenza del Tribunale di Ivrea

I campi elettromagnetici sono stati inseriti nell’elenco dei «possibili cancerogeni», ma la maggior parte degli studi non ha dimostrato il nesso di causa-effetto. E non c’è stato un aumento dei casi di tumore al cervello da quando i telefonini sono in commercio

Da CORRIERE DELLA SERA.it Salute del 20-4-2017

«Tumore benigno ma invalidante». Con questa motivazione il Tribunale di Ivrea ha condannato in primo grado l’Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale al dipendente di un’azienda (57 anni) cui è stato diagnosticato un tumore alla testa (neurinoma) dopo che per 15 anni ha usato il cellulare per più di tre ore al giorno. Oggi l’uomo non sente dall’orecchio destro perché durante l’intervento chirurgico gli è stato asportato il nervo acustico. Quello del rapporto tra uso di telefoni cellulari e tumori è un tema studiato, da diversi anni, ma su cui non si è ancora arrivati a conclusioni definitive.

«Possibilmente cancerogeni»
Nel 2011 un gruppo di 34 esperti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione (Iarc) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, al termine di una revisione di studi sul tema, definisce i campi elettromagnetici (radiofrequenze dei telefoni cellulari e di altri dispositivi wireless) «possibilmente carcinogeni» (gruppo 2B), per i quali vi è una limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un’insufficiente prova di correlazione nei modelli animali. Sono in questa lista tutte le sostanze sulle quali sono state fatte sperimentazioni ad altissimi dosaggi in laboratorio, ma per le quali non c’è al momento alcuna prova di pericolosità per l’uomo alle concentrazioni comunemente presenti nell’ambiente. Un anno dopo, nel 2012, c’è la prima sentenza italiana: la Corte di Cassazione, sezione lavoro, dà ragione a Innocente Marcolini, 60enne bresciano, ex dirigente d’azienda. Per i giudici è stato l’uso continuo del cellulare per motivi di lavoro a causare il tumore benigno al trigemino sinistro (neurinoma del ganglio di Gasser). L’Inail è costretta a versare all’uomo una pensione per invalidità all’80%. Innocente Marcolini ha spiegato che per 12 anni faceva telefonate continue, al cellulare o al cordless, per almeno 5-6 ore al giorno, e che l’auricolare lo usava solo quando era in auto.

Nesso causa-effetto? Non dimostrato
Ma cosa sappiamo oggi del rapporto tra uso del cellulare e tumori? «Sugli effetti dei campi elettromagnetici sono stati fatti moltissimi studi, ma la maggior parte non ha dimostrato un aumento dei casi di neoplasie - spiega Alessandro Polichetti, primo ricercatore del Centro nazionale per la protezione dalle radiazioni e fisica computazionale dell’Istituto Superiore di Sanità -. Nelle indagini epidemiologiche vengono prese in esame persone malate di tumori al cervello (principalmente gliomi e tumori benigni del nervo acustico), alle quali viene chiesto quanto tempo trascorrevano al telefono cellulare negli anni precedenti. Solo alcuni di questi lavori hanno dimostrato che le persone malate usavano di più il telefonino rispetto ai soggetti sani del gruppo di controllo, la maggior parte ha dato esito negativo. Inoltre va considerato il limite di studi di questo tipo: le dichiarazioni dei soggetti possono essere non del tutto vere perché il ricordo di tempi passati può essere falsato per vari motivi. Non ultimo, il fatto di partecipare a uno studio che cerca di dimostrare un nesso di causa-effetto».

Campo elettromagnetico molto debole
«La realtà è che questo nesso non è mai stato provato - prosegue Polichetti -, alcuni lavori hanno fatto sorgere dei sospetti, mai confermati. E lo studio più importante sul tema, chiamato “Interphone” – durato diversi anni e svolto in diversi Paesi - ha dimostrato che dall’introduzione massiccia dei cellulari non c’è stato un aumento della diffusione del glioma (tumore maligno del cervello tra i più diffusi) nella popolazione. Manca anche la conferma sperimentale del nesso tra radiazioni dei cellulari e cancro: anche la maggior parte degli studi effettuati in laboratorio su animali ha dato esito negativo. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che nei ratti esposti a campi elettromagnetici raddoppiavano i casi di linfoma, ma nessuno è mai riuscito a replicare questi risultati. Dunque probabilmente erano casuali. Il campo elettromagnetico prodotto dai telefoni cellulari è molto debole e non abbiamo la minima idea del meccanismo con cui potrebbe essere collegato allo sviluppo di un tumore. Altro tema è quello del riscaldamento: con una lunga telefonata i circuiti del cellulare si scaldano, così come l’orecchio se ce lo teniamo attaccato, ma è un riscaldamento minimo, che viene immediatamente dissipato. In conclusione, ritengo molto improbabile che lo Iarc inserisca le onde elettromagnetiche tra i “probabili cancerogeni”, anzi dopo che le hanno classificate nel gruppo 2B sono usciti appunto moltissimi studi i cui risultati vanno nella direzione contraria, ovvero della non pericolosità».

Riscaldamento del corpo
I campi elettromagnetici sono presenti nell’ambiente, generati sia da sorgenti naturali (elettricità nell’atmosfera e campo magnetico terrestre), sia da sorgenti artificiali come elettrodomestici, radio, televisioni, telefoni cellulari e dispositivi medicali. Il principale effetto biologico della penetrazione delle onde elettromagnetiche nel corpo umano è il riscaldamento. Tuttavia i livelli a cui siamo normalmente esposti sono troppo bassi per avere un effetto significativo. Le radiazioni elettromagnetiche emesse dai cellulari sono non ionizzanti, quindi non hanno energia sufficiente per rompere i legami del Dna e indurre mutazioni potenzialmente pericolose (tra cui quelle cancerogene). Al contrario questo può accadere con le radiazioni ionizzanti, come quelle emesse dal decadimento radioattivo. Nel caso dei cellulari l’unico effetto confermato da studi indipendenti è il riscaldamento dei tessuti attraversati dalle radiofrequenze. A oggi, tuttavia, non esiste alcuna indicazione che questo riscaldamento abbia qualche effetto sulla salute.
Ma, anche se non è chiaro il meccanismo attraverso il quale le frequenze dei cellulari potrebbero causare gravi malattie come il cancro, la comunità scientifica ritiene fondamentale eseguire studi che possano evidenziare l’esistenza di tale associazione.

Lo studio australiano
Lo studio più importante per numero di soggetti coinvolti si chiama “Interphone”, pubblicato nel 2010 e condotta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Complessivamente l’analisi, cominciata nel 2000 e condotta in 13 Paesi tra cui l’Italia, non era riuscita a trovare un’associazione tra il cancro e l’utilizzo del telefonino («assolto per mancanza di prove»), ma avrebbe evidenziato un’aumento del rischio di sviluppare il glioma (un tumore cerebrale) tra chi aveva passato al cellulare più di mezzora al giorno negli ultimi dieci anni. Gli autori hanno però evidenziato che è complicato stabilire un nesso causale. Un anno dopo il parziale dietrofront, con la revisione del gruppo di esperti e l’inserimento dei campi elettromagnetici nel gruppo dei «possibili cangerogeni». L’ultimo studio sull’argomento è stato condotto in Australia e ha confrontato i dati di 35mila persone con cancro al cervello con quelli sulla diffusione dei cellulari negli ultimi 29 anni. Anche in questo caso non è stato possibile trovare un incremento statisticamente significativo dei tumori associato all’utilizzo dei telefonini, né negli uomini, né nelle donne, per nessuno degli intervalli di età considerati. I ricercatori hanno verificato l’eventuale aumento dei casi di tumore tra gli utilizzatori più assidui, ma il numero di nuovi casi che si sono verificati è stato inferiore rispetto a quelli attesi.

Lo studio italo-americano
Nel 2005 sia il National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS, l’Istituto Nazionale per la salute ambientale) statunitense, con il suo ramo di ricerca che è il National Toxicology Program (NTP), sia l’Istituto Ramazzini di Bologna hanno iniziato in parallelo uno studio sulle radiazioni a radiofrequenza (RFR) della telefonia cellulare, su ratti da laboratorio. Un anno fa il NIEHS ha pubblicato i primi dati: indicavano un aumento - piccolo, ma statisticamente significativo - di tumori del cervello (gliomi, ovvero un tipo di tumore maligno al cervello abbastanza diffuso, e Schwannomi - o neurinomi -, un tipo di tumore benigno) e di rari tumori del cuore nei ratti esposti alle radiazioni dei telefoni cellulari. È stata vista anche una diminuzione del peso dei neonati partoriti da mamme esposte. Quest’ultimo risultato è stato confermato dallo studio dell’Istituto Ramazzini, mentre la valutazione su tumori del cervello e del cuore (considerati “organi-target” per le radiofrequenze) è ancora in corso. I risultati definitivi di entrambi gli studi dovrebbero essere pubblicati entro la fine dell’anno.

Uso intelligente delle tecnologie
«Stiamo lavorando in parallelo con il National Institute of Environmental Health Sciences statunitense, ma in attesa dei dati definitivi dei due studi, che riguarderanno non solo gli organi-target ma l’intero organismo, credo sia necessario invitare la popolazione generale a un atteggiamento di cautela, in modo particolare per quanto riguarda le donne in gravidanza - spiega Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Istituto Ramazzini di Bologna -. Non servono allarmismi, ma è bene essere consapevoli dei possibili rischi e diffondere l’educazione a un uso intelligente di queste tecnologie. Le radiofrequenze che stiamo studiando sono quelle delle antenne della telefonia mobile, dei cellulari, del wi-fi e dei telefoni cordless: tutti questi dispositivi emanano o stesso tipo di radiofrequenze. Il mio consiglio è di usare cavi ogni qualvolta sia possibile (telefono fisso non cordless, pc collegato via cavo), di spegnere il router del wi-fi quando non viene utilizzato. È importante anche non tenere il cellulare vicino al corpo, sicuramente non in tasca perché è provato che danneggia la fertilità maschile, e di telefonare usando l’auricolare. Anche di notte il telefonino non deve stare accanto a chi dorme, o in alternativa lo si può tenere spento o disconnesso (modalità aereo), Ricordiamo che il potere di penetrazione delle onde diminuisce in modo esponenziale con la distanza, basta allontanare il cellulare di 5 centimetri dal corpo per abbassare di 25 volte l’esposizione alle onde elettromagnetiche».

Interazione tra radiofrequenze e tessuti
«Negli ultimi anni sul rapporto tra cellulari e tumori sono stati fatti studi importanti in Svezia, Israele, Brasile, Stati Uniti, Francia - prosegue Belpoggi -, sia epidemiologici, ovvero sull’incidenza di malattie nella popolazione umana, sia sperimentali, ovvero su animali in laboratorio. È stata descritta una possibile correlazione con tumori del cervello, del nervo acustico e dei nervi facciali. Ed è stato provato che l’interazione delle radiofrequenze con i tessuti del corpo è maggiore di quanto si sospettasse in precedenza. Ora all’Istituto Ramazzini stiamo studiando tremila ratti del ceppo cosiddetto “uomoequivalente”: non sono analizziamo gli effetti delle radiofrequenze, ma anche le possibili associazioni con sostanze e fattori tossici, come per esempio le radiazioni gamma (quelle di una Tac, per capirci). In un precedente studio, sempre nostro, pubblicato nel 2016, abbiamo infatti dimostrato che i campi magnetici che derivano dal flusso della corrente elettrica - che hanno un’onda uguale alle radiofrequenze della telefonia mobile, ma più lunga - non sono dannosi di per sé, ma aumentano l’effetto di sostanze come la formaldeide (molto diffusa) o appunto le radiazioni gamma (Tac), anche a dosi considerate sicure».

di Laura Cuppini

 

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