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Tumori, perché si emigra

Cancro, ritardi nelle diagnosi e i campani si curano al Nord

Da IL MATTINO del 7-1-2018

Ammalarsi di tumore: accade per il 50% per cento della popolazione del mondo. Percentuale che cresce all’aumentare dell'età, in base allo stile di vita, (fumo, consumo di alcol) e fattori di rischio ambientali (inquinamento, amianto, contaminanti).

Sopravvivere al cancro è invece un'altra storia. Dipende da tante variabili: la prima è la diagnosi precoce. Le diagnosi tardive rimandano a ragioni culturali: sono pochi i cittadini del Sud che vanno dal medico per controlli. Poi incidono le difficoltà di organizzazione degli screening che presuppongono una medicina di iniziativa che va a cercare il paziente per farsene carico. Segue la qualità delle cure e l'accesso alle terapie (standard e innovative). Infine ci sono le cure sperimentali, farmaci non ancora in commercio e da testare riservati a un selezionato numero di casi.

In questo percorso s'inseriscono le disuguaglianze tra Nord e Sud. In larga parte motivate da differenze in risorse e strutture specialistiche, dal numero di screening effettuati e da una scarsa diffusione delle linee guida per diagnosi e trattamenti. In poche parole al Sud del paese una fetta di popolazione ha scarso accesso a cure di eccellenza e però preferisce magari migrare. Per converso la migliore prognosi registrata nelle regioni settentrionali è associata sia a una maggiore presenza di programmi di prevenzione primaria (che agisce quando la malattia non è ancora presente), sia alla più efficace prevenzione secondaria (tesa alla diagnosi precoce) e maggiore adesione alle linee più moderne di trattamento.

Differenze che condizionano la migrazione dei pazienti del Sud verso le strutture del Centro-Nord. Da vari studi emerge soprattutto che la sopravvivenza al cancro varia in base alle condizioni socioeconomiche e culturali. Non a caso la sopravvivenza più bassa per la maggior parte dei tumori in Europa si trova a est (in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia).

«Per garantire una buona cura clinica del cancro - sostiene Alfredo Marinelli, professore di oncologia alla Federico II - è importante seguire linee guida cliniche che coprano l'intero percorso del paziente: diagnosi precoce, trattamento, monitoraggio e cure palliative. Le strategie preventive sono fasi vitali della cura del cancro e per affrontare la bassa sopravvivenza è necessario organizzare i servizi e garantire che tutti i pazienti ricevano le stesse cure di alta qualità».

La Campania lo sta facendo molto seriamente con il piano oncologico regionale affidando la regia a una rete che fa capo ai migliori centri clinici di riferimento polispecialistici come il Pascale, le due Università e il Ruggi di Salerno cui fanno capo le oncologie di II livello delle Aziende ospedaliere di rilievo nazionale e di alta specializzazione (Moscati di Avellino, Rummo di Benevento, Sant' Anna e San Sebastiano di Caserta, al Cardarelli di Napoli, Manaidi) che lavorano in sinergia verso obiettivi comuni di assistenza. Le disparità tuttavia per ora restano anche perché resistono molti personalismi.

In Campania poi solo nove strutture ospedaliere offrono una complessità di ricerca medica e chirurgica tale da consentire le migliori cure. Centri cui giungono solo la metà dei pazienti nel primo atto terapeutico. Globalmente la migrazione costa alla Campania 282 milioni di euro (2016). Una grossa parte è per l'oncologia. Ma quanti sono coloro che iniziano il percorso di cura in Campania? «Tanti-continua Marinelli- prendiamo ad esempio due tumori ad alta incidenza, colon e mammella. Dai dati Agenas si evince che la migrazione riguarda circa il 15% dei pazienti. I dati appaiono piuttosto bassi e dunque evidentemente ci sono anche migrazioni di seconda intenzione. Di più, quel 15% dei pazienti che si rivolgono fin da subito fuori Regione potrebbe riguardare la platea di persone che non sono riuscite ad approdate, per vari motivi, ai centri che possiedono oncologie di valenza internazionale. Evidentemente c'è un problema di accesso alle cure, anzi alle migliori cure disponibili in Campania».

A corroborare tale ipotesi c'è il dato che solo la metà delle persone operate in Campania accede, per tale intervento, a centri che superanoi volumi di attività riconosciuti come indicatori di qualità chirurgica (135 interventi per la mammella e 50 per il colon) ossia i nove centri di cui abbiamo parlato dotati di oncologie polispecialistiche.

A questi si aggiungono Villa dei Platani di Avellino che ha stipulato una convenzione con la Federico II per garantire un percorso oncologico alle donne), Villa Betania e la Mediterranea.

Ma perché la Lombardia è un forte attrattore? Larisposta è ancora nei numeri: in quella regione esistono ben 28 Irccs (Istituti di ricerca a carattere scientifico) su 223 Istituti di cura (Ospedali, Università, Irccs, Case di Cura). In Campania solo 2 (Pascale e Maugeri) con una popolazione di circa la metà. Gli irccs sono gli unici ad aver mantenuto la possibilità di assumere medici specialisti (e con contratti precari) formatisi anche nelle nostre Università e del nostro territorio. Gli stessi, con la rete personale di relazione, contribuiscono da anni ad attrarre pazienti presso l'Istituto che li ospita.

In Lombardia poi vi è un'elevata concentrazione di Fondazioni che operano a supporto di assistenza e ricerca sia di base che clinica. Infine il dato economico: la migrazione sanitaria vale per la Lombardia 538 milioni di euro. Con l'indotto un'importante fetta del prodotto interno che consente di investire in uomini e tecnologie capaci di adeguarsi velocemente agli avanzamenti clinici, di acquisire servizi sociali e di supporto ai familiari. L'alto numero di pazienti consente poi maggiori possibilità di reclutamento negli studi sperimentali.

Tuttavia, molti oncologi in Campania rilevano un ritorno di persone trattate in Lombardia. «Questo accade – conclude Marinelli - quando la malattia avanza di stadio e richiede continui accessi, quando non c'è la possibilità di spendere patrimoni per trovare alloggio fori sede e quando c'è un alto rischio di emergenze mediche». La risposta a tutto questo? «È quella che vede il Pascale e i policlinici realizzare la rete oncologica in cui tutti i Centri di eccellenza della Campania hanno attivi studi clinici e sperimentazioni, si scambiano informazioni e buone pratiche e consentono a tutti i cittadini della Campania di accedere ai Farmaci innovativi registrati in ltalia», aggiunge Enrico Coscioni consigliere di Vincenzo de Luca.

Il manager del Pascale Attilio Bianchi ha allargato il fronte con accordi con gli lrccs di Bari e Basilicata e stretto accordi internazionali con il sud America. Un'Alleanza oncologica mondiale lanciata nei mesi corsi a Bogotà in asse con il nascente polo oncologico Mediterraneo. «Così i pazienti possono sapere in tempo reale la terapie che riceverebbero a Milano o Houston per trovarle anche a casa propria. Noi siamo pronti a lanciare la sfida per aprire le frontiere dei saperi in oncologia e a gruppi multidisciplinari che varchino i confini regionali e nazionali. Chi non l'accetta vuol dire che intende speculare ma non curare le persone».

di Ettore Mautone

 

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