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'La chemioterapia non deve far paura, non è più quella di trent'anni fa'

Intervista a Carmine Pinto, presidente degli oncologi italiani, dopo i casi delle due donne morte per leucemia e per un tumore dopo aver rifiutato la terapie. "Contro le false promesse servono una migliore informazione e più empatia nel rapporto medico-paziente". "In Italia sta nascendo un forte movimento antiscientifico che rischia di fare danni enormi"

Da la repubblica.it dell'8-9-2016

Al tumore oggi si può sopravvivere. E, infatti, in Italia ci sono circa 3 milioni di persone, con un incremento del 17% dal 2010 al 2015, che continuano la loro vita dopo una diagnosi di tumore. E un milione e 900mila persone possono affermare di aver sconfitto la malattia, avendo superato la soglia dei 5 anni dalla diagnosi. Dati incoraggianti che rendono ancora più incomprensibile la scelta di chi, come Eleonora Bottaro, morta di leucemia a 18 anni, e Alessandra Tosi, mancata a 34 anni per tumore del seno, rifiuta la chemioterapia per abbracciare cure alternative con nessuna comprovata efficacia scientifica.

Che cosa spinge una persona affetta da tumore ad abbandonare la strada del percorso terapeutico standard per tentare qualcosa di "miracoloso"? La comunità scientifica, gli oncologi in primis, se lo stanno chiedendo in questi giorni per cercare di arginare un fenomeno che rischia di far perdere tante vite. Abbiamo intervistato Carmine Pinto, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) per chiedergli di fare chiarezza e indicare la strada per evitare che altri pazienti rinuncino alla possibilità reale di curarsi.

I casi più recenti sono quelli di Eleonora e Alessandra, ma ce ne sono anche altri come i due pazienti affetti da melanoma e seguaci di Hamer morti a Torino lo scorso aprile. I casi dei pazienti che scelgono la "cura miracolosa" sono in aumento?
"E' un dato che non abbiamo perché non esiste un Registro, ma sicuramente sono più numerosi di quelli di cui veniamo a conoscenza. Accade perché si sta creando nel nostro Paese un movimento molto forte e anti-scientifico che rischia di fare danni molto seri. Basti pensare alle vaccinazioni: nel Terzo Mondo potrebbero salvare milioni di vite, mentre in Italia dove vengono concesse gratis si è creata sul web e sui social network una violenta campagna contro le vaccinazioni".

I dati sulla sopravvivenza migliorano e oggi il cancro non è più considerato un male incurabile: ma allora perché affidarsi a metodi che non hanno alcun fondamento scientifico?
"Negli ultimi 15 anni le guarigioni sono aumentate in maniera significativa. Oggi il 68% dei pazienti a cui vengono diagnosticati tumori frequenti sconfigge la malattia. Percentuali che raggiungono il 91% nella prostata e l'87% ne lseno, le due neoplasie più diffuse fra gli uomini e le donne. Ma questi sono dati 'freddi' che non tengono in considerazione le emozioni. Bisogna sempre tener presente che il tumore è pur sempre una malattia da cui alcuni si salvano, ma altri no perché non sempre le terapie funzionano. Perciò, alcuni cedono alla tentazione di attaccarsi all'idea di una cura miracolosa".

Tra le motivazioni che possono indurre a rifiutare la chemioterapia, può esserci anche la paura di una terapia considerata aggressiva?
"Senz'altro. Sulla chemioterapia grava lo stigma di cura devastante, dei pesanti effetti collaterali che spesso fanno paura più del cancro stesso. Ma in realtà non è così. La chemioterapia si è evoluta, non è più quella di 30 anni fa e quindi non deve più fare paura. Oggi le terapie utilizzate per combattere contro il cancro sono molto più efficaci e siamo in grado di controllare molto meglio gli effetti tossici delle cure. Inoltre, l'introduzione delle terapie target e dei nuovi farmaci immuno-oncologici ha cambiato in maniera importante le prospettive di cura e di sopravvivenza. In passato non avevamo neanche gli antiemetici oggi a disposizione per cui i pazienti vomitavano per giorni interi. Ora, invece, possiamo contare su farmaci che permettono di ridurre la tossicità della chemioterapia o anche di impedire la diminuzione dei globuli rossi".

Eppure, di tanto in tanto, qualche dato che sembra mettere sotto accusa la chemioterapia spunta fuori, come lo studio apparso di recente sulla rivista Lancet Oncology....
"Sì, quello studio ha lanciato l'allarme sulla nocività della chemioterapia che in alcuni ospedali inglesi avrebbe provocato la morte anche del 50% dei pazienti dopo 30 giorni. In realtà, ciò che emerge con chiarezza dallo studio non è tanto il rischio di mortalità legato alla chemioterapia quanto piuttosto la pessima qualità dell'assistenza sanitaria inglese. Ma in Italia, per fortuna, siamo in una situazione molto diversa e rappresentiamo un modello positivo di oncologia. E, infatti, come dicevamo prima, la sopravvivenza da tumore è aumentata di più del 15% per vari fattori come una maggiore diffusione degli screening, la riduzione del fumo da tabacco, l'arrivo di terapie a bersaglio molecolare e poi ancora l'immunoterapia. Inoltre, la chirurgia è diventata meno invasiva e la radioterapia più efficace. E per quanto riguarda la chemioterapia, oggi siamo preparati e più consapevoli per cui scegliamo bene il paziente da sottoporre a questo trattamento, siamo in grado di suggerire eventuali terapie di supporto che permettono di tollerare meglio i farmaci e anche di gestire le reazioni di chi vi si sottopone".

Ma i pazienti sono al corrente di questa evoluzione o sono rimasti indietro?
"In effetti, c'è anche una mancanza di conoscenza dovuta talvolta a una comunicazione non sempre corretta anche sulla stampa ed in particolare sul web. I media giocano un ruolo fondamentale e mi sembra che il dibattito che si è aperto in questi giorni sia basato sul buon senso e sull'equilibrio. Ma anche noi medici abbiamo la nostra parte di responsabilità perché dovremmo avere più tempo da dedicare ai pazienti per comunicargli le informazioni giuste, ma anche per comprendere a fondo le loro necessità, i bisogni emotivi e le loro aspettative. Altrimenti il rischio è che perdano la fiducia in noi e diventino facile preda di promesse terapeutiche infondate. Insomma, serve anche una buona dose di empatia".

 Di Irma D'Aria

 

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