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Il mercato della salute Contenuto nell'archivio del 2016

Iona Heath, medico e saggista inglese, sostiene che la medicina preventiva, spesso inutile, è diventata il nuovo oppio dei popoli. Le statistiche però la smentiscono

Da il venerdì di Repubblica del 22-1-2016

Nel 1923 andò in scena a Parigi la prima della commedia Knock, o il trionfo della medicina dello scrittore Jules Romains, nella quale si narra di un sereno paesino della campagna francese, sconvolto dall'arrivo del giovane dottor Knock. Con incontri e visite gratuite, il nuovo medico riesce a convincere i paesani che ogni piacere nasconde una minaccia per la salute e che i più lievi malesseri sono sintomi di potenziali gravi patologie, che richiedono cure continue.

Così la comunità si trasforma in una massa di ipocondriaci, che spendono gran parte del loro tempo e reddito in esami medici, farmaci e punitive regole di «vita sana», mentre Knock si arricchisce.

Non ci ricorda qualcosa di molto a tuale? Certamente lo ha ricordato all'inglese Iona Heath, medico di base a Londra per 35 anni, e oggi presidente del Royal College of General Practitioners, saggista sui temi del rapporto medico-paziente come in Modi di Morire (Bollati Boringhieri), e autrice di articoli di forte critica ai sistemi sanitari in tempo di liberismo trionfante.

Per lei, come ha scritto nel suo ultimo saggio Contro il mercato della salute (Bollati Boringhieri, pp.112, 11 euro) la storia di Knock è una straordinari profezia di quello che sarebbe diventata la medicina: un misto di buone intenzioni e business, che ha perso di vista il suo scopo primario, aiutare le persone sofferenti, per dedicare invece gran parte delle proprie risorse a «curare i sani», attraverso diagnosi preventive e stili di vita corretti. La medicina preventiva sarebbe addirittura il nuovo «oppio dei popoli», avendo preso il posto che Karl Marx aveva assegnato alla religione.

«Le somiglianze sono impressionanti, come la religione, la medicina preventiva promette la salvezza se si seguono certi riti, visite periodiche, screening tumorali ecc, e se si effettuano certi sacrifici, come le rinunce ad alcuni piaceri della vita. Ma i risultati promessi spesso latitano, perché l'origine di tante malattie è dovuta la semplice caso. Intanto, però, come accade per le religioni istituzionali, la medicina preventiva è utile al potere economico, allargando la vendita di medicine e procedure alla maggioranza sana delle popolazioni, ed è funzionale al potere politico, perché sposta la responsabilità delle malattie sugli individui, distraendo dai danni alla salute che tagli ai sistemi sanitari e crescenti disuguaglianze sociali stanno creando».

Per sostanziare le sue affermazioni, la Heath riporta i risultati di alcuni studi sull'efficacia dei programmi di diagnosi preventiva. «nel 1999 è stato dimostrato che usando i più ampi criteri per definire diabete, ipertensione, ipercolesterolemia e sovrappeso, si arriverebbe alla conclusione che il 75 per cento degli adulti americani sono malati. Il solo fatto che l'Oms abbia abbassato i limiti normali di pressione arteriosa da 160/100 a 140/90, ha creato negli Usa 100 milioni di nuovi potenziali ipertesi, in teoria bisognosi di cure mediche a vita. nel 2012 un controllo dell'efficacia del trattamento di questi nuovi ipertesi non trovò alcun miglioramento nella mortalità per infarto e ictus negli Usa, mentre il 9 per cento di loro aveva subito gravi effetti collaterali dalle terapie preventive».

Caso simile quello della mammografia, i controlli periodici del seno con raggi X: nel 2014 uno studio canadese condotto per 25 anni su 90mila donne, ha rivelato come questa procedura non riduca la mortalità da tumore al seno nelle donne fra 40 e 60 anni. «E il 22 per cento dei presunti tumori scoperti dalla mammografia si sono rivelati poi falsi allarmi, che hanno provocato inutili sofferenze psicologiche e fisiche alle donne coinvolte».

La critica della Heath colpisce anche misure preventive su cui il consenso sembrerebbe unanime, come gli inviti a una dieta bilanciata o a non fumare. «Anche queste misure sono utili per nascondere il ruolo delle ingiustizie sociali nella genesi delle malattie. Per esempio fumare è sicuramente dannoso per la salute, ma invece di colpevolizzare i fumatori, occorrerebbe aggredire le attività delle multinazionali del tabacco e, soprattutto, ridurre le disuguaglianze, visto che sono le classi svantaggiate a fumare di più. E per quanto riguarda la dieta, è ipocrita dire "consumate più frutta e verdura", se poi sempre più famiglie si possono permettere solo cibo spazzatura».

Il messaggio della Heath è quindi chiaro: la medicina preventiva è una foglia di fico con cui le società liberiste mascherano i danni alla salute causati dai crescenti gap di reddito ed educazione.

Ma è veramente così? «Assolutamente no» dice Salvatore Panico, docente di Medicina interna all'Università Federico II di Napoli ed esperto in prevenzione tumorale. «Valutare gli effetti sulla salute degli stili di vita e l'efficacia delle diagnosi preventive è estremamente complesso, visti i tanti fattori in gioco che, pesando in modo diverso nei vari studi condotti, possono portare a risultati difformi. La Heath per confermare il proprio punto di vista, ha citato solo le ricerche che le danno ragione, ignorando le altre».

«Lo scopo di questo mio saggio non era stilare una lista delle pratiche buone e cattive», risponde la Heath «ma, usando un approccio più politico e filosofico che scientifico, far riflettere sul fatto che prevenire non è sempre meglio che curare e comunque non risolve tutto».

Purtroppo però qualcuno, dopo aver letto il libro, potrebbe non cogliere queste sottigliezze, e nell'attuale clima di sfiducia verso ogni istituzione, concludere che la medicina preventiva sia un'illusione se non una truffa. «E sbaglierebbe» dice Roberto Volpe, del Servizio di Prevenzione e Protezione del Cnr di Roma, esperto in prevenzione delle malattie cardiocircolatorie. «Per esempio, si è deciso di abbassare la soglia di "normalità" nella pressione sanguigna non su mandato dell'industria o della politica, ma perché numerosi studi hanno concluso che ogni due punti in più di pressione arteriosa portano a un aumento del rischio di infarto del 7 per cento e di ictus del 10. Ma questo non vuol dire che tutti quelli che hanno pressione o colesterolo alti, debbano prendere farmaci: nella maggioranza dei casi può bastare intervenire su dieta e stili di vita. E anche quando si usano farmaci, in genere si impiegano principi, come le statine, che sono di provata efficacia, molto economici e in genere ben tollerati: l'Heart Protection Study, che ha seguito 20.500 inglesi ad alto rischio di malattie cardiocircolatorie, metà dei quali trattati per cinque anni con una statina e l'altro con un placebo, ha constatato nel primo gruppo una mortalità per infarto ridotta del 18 per cento rispetto al secondo. Si tratta di una strategia preventiva che ha portato l'Italia ad avere uno tra i tassi più bassi in Europa di mortalità cardiocircolatoria. E proteggere le arterie vuol dire anche ridurre il rischio di demenze senili, malattie devastanti e costosissime per famiglie e per il Servizio sanitario».

Discorso simile per la prevenzione dei tumori. «Tutti gli screening oncologici consigliati, mammografia, pap test per il cancro all'utero e ricerca del sangue nelle feci per il tumore al colon, hanno dimostrato la loro efficacia nel diminuire la mortalità» ricorda Panico. «Per esempio, nel caso della mammografia, la Heath non cita la ricerca Swedish TWo County Trial, del 2011, che ha seguito la salute di 133mila donne svedesi per 29 anni, delle quali 77mila si sono sottoposte regolarmente a mammografia. La mortalità di queste per cancro al seno è stata del 31 per cento inferiore a quelle non sottoposte all'esame, con la prevenzione di un caso di morte per questa neoplasia ogni 414 donne controllate. In media, secondo le revisioni sistematiche di più studi condotti in varie parti del mondo, se eseguita correttamente e nella fascia di età consigliata, 49-69 anni, la mammografia porta a una riduzione della mortalità, grazie anche ai miglioramenti delle cure, tra i1 10e i1 15 per cento. Un certo numero di false diagnosi è inevitabile, ma considerando che in Italia ogni anno si scoprono quasi 50mila tumori al seno e migliaia di donne evitano di morirne grazie alla sua individuazione precoce, è un prezzo accettabile».

Insomma tutto quello che dice la Heath è sbagliato?

«No, ha ragione quando denuncia speculazioni commerciali nella medicina preventiva, per esempio la tac "total body", o i supplementi multivitaminici, che non hanno una efficacia davvero provata» conclude Volpe. «Come ha ragione quando afferma che la migliore prevenzione sarebbe ridurre le differenze socioeconomiche: le classi disagiate hanno tassi di malattia e mortalità molto superiori a quelli dei benestanti, per la peggiore dieta e il maggior uso di fumo, alcol e droghe. Ma in attesa che la società diventi più giusta, noi medici non possiamo stare con le mani in mano: abbiamo il dovere di curare i malati e consigliare i sani su come, ragionevolmente, restare tali il più a lungo possibile».

Di Alex Saragosa


Rapporto 2016 dell'American Cancer Society: i tumori non crescono più

La mortalita da tumori continua a diminuire, ma se la prevenzione oncologica è veramente poco efficace, come sostiene la Heath, certo le statistiche non lo confermano. Ai primi di gennaio è uscito il rapporto 2016 della American Cancer Society, dove si illustra come la mortalità per tumori negli Usa sia scesa del 23 per cento dal 1991, anno in cui aveva toccato il suo picco. E, nonostante l'invecchiamento medio della popolazione, i tumori non crescono più neanche come incidenza: i nuovi casi ogni 100mila abitanti negli usa sono in diminuzione per gli uomini, -3,3 per cento, e costanti nelle donne. Questi risultati si devono sicuramente alle nuove e più mirate terapie dei tumori gia scoperti, ma anche, e forse soprattutto, alla medicina preventiva, sia nella sua forma primaria (la ragione principale della diminuzione di incidenza fra gli uomini è il calo dei fumatori) che secondaria: i tumori vengono scoperti prima, grazie agli screening, e sono così curati con più successo: il solo tumore al colon, per esempio, ha diminuito la sua mortalità del 50 per cento dal 1991. Le nuove statistiche mostrano però, anche, come metodi di prevenzione sbagliati possano causare danni: circa mezzo punto nella diminuzione dell'incidenza dei tumori negli uomini è dovuto all'abbandono dell'uso del PSA come mezzo di screening del tumore alla prostata. Nei primi anni 2000 si è scoperto che livelli eccessivi di questo anticorpo nel sangue corrispondono solo nel 25 per cento dei casi a veri tumori «ma non basta»: ci dice Salvatore Panico, professore di medicina interna dell'Universita di Napoli «i tumori alla prostata, specialmente negli anziani, spesso si sviluppano molto lentamente e non rappresentano una vera minaccia. L'uso di massa del PSA, soprattutto sopra i 65 anni, ha quindi portato a decine di migliaia di inutili esami invasivi e di interventi chirurgici dolorosi e invalidanti, che si potevano anche evitare. Il rapporto costi-benefici, in questo caso, e stato cosi sfavorevole da consigliare di abbandonare questo screening».

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