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La diossina, il rimpianto. La terra dei Fuochi avvelenata due volte Contenuto nell'archivio del 2016

I parenti delle vittime dopo il rapporto dell’Istituto di Sanità: “Dicono che avevamo ragione, nessuno guarirà per questo”

 Da LA STAMPA del 13-1-2016

Era già tutto in fondo agli occhi acquosi di Michele Liguori, l’unico vigile urbano della sezione ambientale di Acerra. «Andavo in giro e facevo rapporto.

Trovavo rifiuti tossici, amianto, le cose più pericolose. Tornavo a casa con le suole delle scarpe sfaldate, trasudavo un odore chimico tremendo. Una volta, mi è capitato di perdere completamente la voce».  

La stanza del vigile era in penombra. La moglie Maria controllava la flebo e cambiava l’aria, attenta a non fargli prendere freddo. Michele Liguori stava per morire e lo sapeva. «Diossina. Pcb 118 e Pcb 126. Ho lo stesso tipo di tumore al fegato che è stato riscontrato nelle greggi abbattute. Non so se ne è valsa la pena. Ma questa è la terra di mio padre e dei miei figli. Non potevo girare la testa dall’altra parte».

Era già tutto detto, tutto sofferto. Scritto nello studio del ricercatore Alfredo Mazza, pubblicato su Lancet Oncology addirittura nel 2004. Titolo: «Il triangolo della morte». Mazza aveva scoperto che, molto stranamente per una zona di campagna, proprio nel territorio compreso fra Acerra, Nola e Marigliano, l’incidenza di certi tipi di tumore era più alta che in città.

Ci sono voluti altri studi. Altre denunce. La morte di Giulio e Sara, che avevano 5 e 6 anni, ed erano diventati amici nel reparto di oncologia dell’ospedale Santo Bono, al punto che li chiamavano «i fidanzatini». Tutti i dati raccontavano l’anomalia. E non poteva essere un caso, che l’Istituto per i tumori di Napoli fosse l’unico in Europa costretto a dotarsi di due linee di prenotazione riservate ai minori di 40 anni. L’unico con una ludoteca per bambini. Ma ci sono voluti altre ricerche, nuove statistiche, documentari, libri, manifestazioni, altri malati e ancora funerali, per arrivare infine a questa frase pubblicata lunedì 11 gennaio 2016: «Eccesso di incidenza dei tumori».

Adesso lo dice anche l’Istituto superiore di Sanità. La frase sembra chiudere la storia. Nella Terra dei Fuochi ci si ammala di più già a partire dal primo anno di vita: 97 bambini ricoverati per patologie oncologiche, con un incidenza in eccesso del 15%. Negli 88 comuni della Campania presi in esame, fra il 1996 e il 2010, i casi di tumori del sistema nervoso centrale sono stati il 29% in più rispetto alla media nazionale. Anche i casi di leucemia sono più frequenti. Al punto che l’Istituto superiore di Sanità, a margine delle ricerca, raccomanda: «Bisogna risanare l’ambiente. Devono cessare immediatamente le pratiche di smaltimento e combustione dei rifiuti».

Ecco cos’è la Terra dei Fuochi. Ecco cosa è successo in Campania. Cosa finalmente viene riconosciuto. Un pezzo d’Italia è malato. Così avvelenato, da anni di sversamenti illegali e roghi tossici, da ammalare la sua gente. Interi avanzi industriali sono stati presi nel Nord Italia, trasportati e seppelliti lì. Anni di affari per le ecomafie. Il clan dei Casalesi, il clan Zagaria. Le parole del pentito Carmine Schiavone, che valgono una menzione speciale per la capacità di riassunto: «Che ce ne frega se si inquina la falda acquifera, noi beviamo acqua minerale».

Eppure, sono stati anni di smentite. Di volontà di minimizzare. Anni di lotte della comunità scientifica per ottenere nuova attenzione. L’oncologo Antonio Marfella: «Io lavoro all’istituto dei tumori di Napoli dal 1981. Una volta, c’erano solo anziani che venivano a curarsi o a morire. Adesso i letti sono pieni di giovanissimi. È un evento talmente contro natura che imponeva di comprendere». È stato lui a far analizzare le greggi abbattute. Anche i pastori erano avvelenati. Lui a scoprire il livello di diossina nel sangue. Lui a diagnosticare lo stesso tipo di tumore, pochi anni dopo, a Michele Liguori, l’unico vigile della sezione ambientale di Acerra. «Adesso hanno il tumore molti attivisti. Amici che si sono ammalati andando in giro per discariche, per poter fare denunce e ricerche. Ma a questo punto, non vorrei più discutere dei dati sanitari. Il problema è italiano. E riguarda proprio il tema dell’evasione fiscale, citato dal presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di fine anno. Nel nostro territorio abbiamo tantissime fabbriche abusive di borse, scarpe ed altri manufatti. Queste fabbriche continuano a produrre, ad inquinare con rifiuti nocivi e illegali». Non è finita l’agonia della Terra dei Fuochi.

Anche se era già tutto negli occhi chiusi di don Maurizio Patriciello da Caivano, che ormai non riesce più a celebrare i funerali guardando negli occhi i parenti delle vittime. «Non ce la faccio. Non puoi immaginare. Non riesco più a guardare neanche quelle piccole bare bianche. Non voglio. Chiudo gli occhi e prego. E poi le domande, sempre uguali e sacrosante, delle mamme e dei papà. Perché a noi? Perché Dio permette una cosa del genere? Perché fa morire i bambini di cancro? E io, cosa posso rispondere?».

Continuavano a dirgli che non era uno scienziato, continuava a dirgli di lasciar perdere. Che non era compito suo sporgere denunce, organizzare manifestazioni. «Ma io sono un prete di strada. Cammino tanto. Vengo chiamato nelle case. Se vivi qui, non puoi avere dubbi. Non ne ho mai avuti. Gli ultimi due morti, risalgono a tre giorni fa. Abitavano nel mio paese. Avevano 50 anni. Muoiono i bambini. È morto mio fratello Giovanni. È morto il mio amico d’infanzia. Eravamo in 100 mila a Napoli nel 2014 a chiedere attenzione per le nostre vittime. E adesso, che finalmente anche i dati dell’Istituto superiore di Sanità spiegano quello che abbiamo sempre sostenuto, come mi posso sentire?».

Don Patriciello non dorme da due notti. «In certi casi avere ragione è una magrissima consolazione. Sono terribilmente addolorato e angosciato. Avrei preferito avere torto. Avrei preferito essere smentito».

Di Niccolò Zancan

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