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Report Ocse: “La sfida possibile dell’ageing” Contenuto nell'archivio del 2016

Il mondo sta ingrigendo e nel 2050 almeno una persona su quattro avrà più di 65 anni in circa due terzi dei paesi Ocse. E gli over 80 si avviano a superare il raddoppio, dal 4% del totale della popolazione nel 2010 al 10% nel 2050

Da Sanità24 – Il Sole24 ORE del 16-1-2016

Un processo ancora più accelerato in Giappone, Spagna e Germania e drammatico in alcuni Paesi emergenti come la Cina.

Un fenomeno con impatti su più livelli. La forza lavoro si svuota progressivamente mettendo a dura prova i diritti e soglie pensionistiche e prolungando l’età lavorativa.

Esperienza e istruzione crescenti degli anziani ancora in attività aiuteranno la produttività e lo sviluppo. Ma i sistemi sanitari mondiali restano impreparati ad affrontare i nodi della cronicità e le necessarie riforme procedono al ralenti. A fare il punto il recente Report dell’Ocse: «Ageing: debate the issues».

«Il modello di erogazione di assistenza sanitaria oggi prevalente - si legge nel capitolo curato da Francesca Colombo, Oecd Employment, Labour and Social Affairs Directorate - non è al passo con la mutevole epidemiologia e le esigenze di salute della popolazione. Il focus rimane spesso concentrato sulla costruzione di nuovi ospedali e sull’acquisto di costose attrezzature. E la gestione dei processi di cura resta in gran parte incentrata attorno alle necessità di assistenza episodiche».

Ma l’approccio, come è noto, va cambiato. Con altre priorità: continuità di cura ospedale-territorio, rafforzamento dell’assistenza primaria, gestione della cronicità.

I numeri della polimorbidità sono già critici. In molti paesi Ocse, più della metà degli over 65 ha più di una patologia cronica. E da 75 anni in poi ne avranno più di tre.

L’esempio più illuminante della sfida che attende i sitemi sanitari è la demenza, che colpisce un numero crescente di persone in tutto il mondo. Attualmente, si legge nel Report Ocse, i casi sono stimati in 47 milioni, ma dovrebbero salire a 76 milioni entro il 2030. Tra i Paesi Ocse l’Italia ha il tasso di prevalenza più alto con valori che vanno dal 6,3% al 6,5% della popolazione con più di 60 anni. Una condizione analoga è presente in Francia, Svizzera, Spagna, Svezia e Norvegia. Le cure di fatto non esistono e nonostante gli incentivi alla ricerca pubblica e privata, la vittoria è ancora lontana.

Big data al bivio

Sul nodo demenze, sostiene l’Ocse, una questione chiave da affrontare è quella dell’accesso ai big data. Una rivoluzione silenziosa è infatti in corso. «Medici, infermieri, ricercatori e pazienti - spiega Elettra Ronchi, Oecd Science, Technology and Innovation Directorate - producono ogni giorno enormi quantità di dati, provenienti da una serie di fonti, come cartelle cliniche elettroniche, sequenziamento genomico, imaging, dispositivi di rilevamento, applicazioni smarthphone che monitorano la salute del paziente».

Questa rivoluzione potrebbe rivelarsi particolarmente utile per malattie neurodegenerative come la demenza. «A causa della complessità clinica e biologica della demenza - continua l’esperta Ocse - gli studi necessari per sostenere la scoperta di nuovi farmaci e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche volte a rallentare la progressione della malattia richiederà dati di massa».

Dai laboratori di tutto il mondo arrivano informazioni comportamentali, genetiche, ambientali, epigenetiche, cliniche, amministrative e altro ancora. Sfruttando questi dati, sostengono in molti, si otterrebbero vantaggi su tutta la linea: per la ricerca, per la cura del paziente, per la gestione del sistema sanitario e la salute pubblica.

Ma i ricercatori sono frenati dalle incertezze normative. Il consenso informato per l’uso dei dati del paziente si limita spesso alle domande di ricerca relative al focus principale degli studi. Questo significa automaticamente escludere indagini potenzialmente indipendenti che potrebbero nascere da una condivisione più aperta di questi dati nell’ambito di una comunità di ricerca più ampia. La proposta dell’esperta Ocse sarebbe quindi quella di creare modelli dinamici di consenso che potrebbero da un lato soddisfare le esigenze etiche di tutela del paziente e allo stesso tempo offrire nuovi spazi per la ricerca.

Un’apertura necessaria che dovrebbe riguardare anche i risultati delle stesse indagini dei ricercatori, per evitare inutili doppioni. Ma la diffidenza prevale, soprattutto in fase di pre-pubblicazione. Ogni ricercatore infatti tende a salvaguardare la propria carriera all’interno delle istituzioni per le quali lavora.

Un ulteriore ostacolo non secondario alla condivisione dei big data è rappresentato anche dagli investimenti necessari per la loro raccolta, conservazione, collegamento, organizzazione e analisi.

Naturalmente per vincere la battaglia contro le demenze i big data non bastano. E l’esplosione tecnologica non si tradurrebbe certo automaticamente in nuovi prodotti e soluzioni per la cura della demenza o altre malattie neurodegenerative. I nuovi sviluppi, avverte l’Ocse, dovranno essere accompagnati da cambiamenti organizzativi, infrastrutturali e di governo di tutto il sistema salute. L’attuale frammentazione del processo di ricerca e sviluppo non aiuta.

Rappresenta anzi una zavorra che si traduce in aumento di costi e inefficenza. E gli investimenti sulla demenza sono al palo: i finanziamenti per le malattie neurodegenerative rappresentano meno dell’1% dei budget R&S nei Paesi del G7. Per vincere la principale sfida della salute del futuro è decisamente poco.

Il reddito fattore cruciale per la qualità della vita degli anziani

Su questo fronte le condizioni sono migliorate. Il tasso medio di povertà tra gli anziani è sceso dal 15,1% nel 2007 al 12,8% nel 2010, nonostante l’aumento dei tassi di povertà sofferto dal resto della popolazione a causa della crisi.

I redditi degli over 65 nei paesi Ocse raggiungono circa l’86% del livello di reddito disponibile per il totale della popolazione. Ma proprio come per altre questioni, c’è un divario di genere anche tra gli anziani. Le donne vivono più a lungo, ma ci sono maggiori probabilità di finire la propia vita in solitudine e in povertà.

I costi dell’assistenza e le chance della telemedicina

I costi dell’assistenza a lungo termine sono d’altra parte spesso proibitivi e superano del 60% il reddito disponibile. E in alcuni casi si adottano provvedimenti drastici e discutibili. In Svizzera, si legge nel report Ocse, i prezzi per la cura sono così alti (tra 5mila e 10mila dollari al mese) che alcune famiglie hanno fatto ricorso alla controversa soluzione di «esportare nonna e nonno all’estero» in case di riposo a prezzi accessibili, in Paesi lontani come la Thailandia.

In Corea, dove la popolazione sta invecchiando rapidamente, le famiglie hanno trovato invece un’alternativa meno estrema. Riescono infatti a prendersi cura dei loro parenti più anziani utilizzando il nuovo sistema di Ubiquitous Health House (Uhouse). Un sistema che si basa sulla tecnologia Internet per monitorare la salute del proprio caro. Questo permette alle famiglie e agli anziani di mantenere la privacy e l’indipendenza agevolando nel contempo la cura da parte della famiglia, ed è progettato per sostituirsi il più possibile al servizio ospedaliero.

In Italia la «nuova» ricetta si chiama telemedicina e cure domiciliari. Un’alternativa attuata ancora in poche regioni, che raggiunge solo il 5% della popolazione anziana.

Una soluzione sostenibile economicamente e umanamente, che potrebbe contribuire a far quadrare i bilanci delle long term care

Di Rosanna Magnano

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