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Biotech. Medicine staminali e bioreattori. L'Italia delle provette ingrana la ripresa Contenuto nell'archivio del 2016

Più risorse, riforme fiscali, attenzione dei grandi gruppi esteri. Il settore accelera

Da CORRIERE ECONOMIA del 18-4-2016

Forse la «fase Cenerentola» è finita. Per il biotech italiano sta crescendo l'attenzione della finanza, del legislatore e delle grandi aziende estere. La scorsa settimana Glaxo ha annunciato un investimento di un miliardo in Italia per potenziare il polo dei vaccini a Siena. Si moltiplicano le iniziative dei fondi di venture capital che investono nelle società biotecnologiche (Atlante Ventures di Intesa, Italian Angels for biotech, vedi altro articolo), anche con il sostegno della finanza pubblica (Sofinnova-BioveloclTA, Panakès), e gli incubatori dei grandi gruppi (Bioupper con Novartis, ZCube di Zambon). E, sono degli ultimi due anni provvedimenti come gli incentivi per le startup innovative, il patent box che premia i brevetti (ancora poco usato, però), il credito d'imposta per le imprese che innovano.

I risultati
Quest'ultima misura, secondo le stime di Assobiotec, può avere portato alle imprese biotecnologiche pure che fanno ricerca un risparmio complessivo di circa 50 milioni di euro nel 2015, su un giro d'affari di circa 600 milioni. «È l'8% e non viene certo distribuito ai soci, ma destinato ad altra ricerca e accelerare lo sviluppo di prodotti — dice Leonardo Vingiani, direttore dell'associazione —. Il crescendo di interventi normativi del 2012-2016 ha prodotto innovazione». Nel 2015 è del resto stata autorizzata dall'Agenzia europea del farmaco la vendita di Holoclar, il primo prodotto di terapia avanzata a base di staminali: è italiano, della Chiesi. E dal primo marzo 2016 è in vendita anche in Italia Xadago, il farmaco a base di safinamide contro il Parkinson, anch'esso approvato dall'Agenzia europea: sviluppato dalla Newron, biotech di Bresso (Milano), è in concessione a Zambon.

«Abbiamo in Italia 303 prodotti biotech della salute in sviluppo — dice Eugenio Aringhieri, amministratore delegato di Dompé e presidente del Gruppo biotecnologie di Farmindustria — e più di 100 sono in fase tre, la più vicina al mercato. È biotech già un farmaco in sviluppo su due: per i nuovi bisogni di salute, per l'oncologia, la neurologia con le sfide dell'Alzheimer e del Parkinson, le malattie autoimmuni. La ricerca non si fa più chiusi nei laboratori ma in rete, significa superare il problema della massa critica. L'Italia può aspirare a giocare questa partita».

Il numero d'imprese biotecnologiche in Italia è tornato a salire (384 nel 2014, +1,6 % sull'anno precedente: ultimi dati disponibili, Rapporto 2015 Assobiotec). Crescono le applicazioni nella salute (il red biotech), che tradizionalmente copre la gran parte di questo settore (interessa il 57% delle imprese), ma anche nell'agricoltura (green biotech) che, contando anche sulle sempre più diffuse colture a risparmio d'acqua e terreno, con il 14% delle aziende del settore supera di misura il comparto dell'industria (white biotech, 13%). Anche le biotech industriali sono comunque in fermento: sono quelle dei sacchetti decomponibili di Novamont, ma anche di un leader mondiale nella costruzione di bioraffinerie come la Biochemtex di Mossi & Ghisolfi.

È vero, la concentrazione maggiore di imprese biotech resta al Nord (117 imprese su 384 in Lombardia, 47 in Piemonte, solo una in Calabria, dice il Rapporto 2015, non si prevedono sostanziali cambiamenti nel prossimo). E le dimensioni restano ridottissime (il 62% delle aziende è classificato come «micro» e il 17% come «piccole», totale 78%). Ma gli investimenti industriali aumentano (+4,5% nel 2014) e i fatturati anche, persino nelle biotech pure (+2,4%). Idem gli occupati in ricerca e sviluppo (+2,8% in tutte le biotech, +1,1% nelle pure). «Si stanno generando le condizioni perché il biotech italiano possa accelerare», dice Vingiani. Ciò che il settore sollecita è il Piano nazionale per la bioeconomia, in linea con altri Paesi europei: per coordinare e aumentare la produzione, per esempio, di biocarburanti e prodotti da biomassa. Una delle proposte è che la pubblica amministrazione privilegi questi prodotti negli acquisti: appaiono più costosi, ma evitano pesanti costi ambientali. Il piano è atteso entro la fine dell'anno e vi stanno lavorando il ministero della Ricerca, quello dello Sviluppo economico e quello dell'Ambiente.

Viti e geni
Ne vale la pena. Nell'agroalimentare si sta lavorando, per esempio, sui vitigni, particolarmente delicati. A Trento e Trieste si studia come irrobustirli non modificandone il genoma con geni da specie lontane, ma con geni di altri vitigni, o «silenziandone» alcuni. Ed è emblematico il caso dell'Irb di Altavilla Vicentina (acquisito nel 2012 dall'irlandese Croda) che produce attivi da piante coltivate nei «bioreattori» risparmiando enormi quantità d'acqua (fra i clienti Bioscalin e Rigoni di Asiago). «Per un chilo di principio attivo di echinacea angustifolia, per esempio, ci vogliono 1.379 tonnellate d'acqua in campo — dice Elena Sgaravatti, amministratore delegato —. Noi lo produciamo con una tonnellata d'acqua».

Di Alessandra Puato

 

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