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L’oncologa sul caso dell'adozione negata: 'Il cancro si cura. Anche le sentenze devono tenerne conto'

Parla la prof. Silvia Novello, docente di Oncologia medica a Torino: "Ci vuole un atteggiamento univoco da parte delle istituzioni giuridiche e sanitarie. Il tumore non è un bollo sulla patente". E i diritti del minore? "Vanno assolutamente tutelati, ma anche una famiglia con una malattia può essere sana e accogliente"

Da la Repubblica.it del 29-6-2016

"Io credo che le istituzioni sanitarie e quelle giudiziarie dovrebbero avere un atteggiamento univoco e concertato nei confronti dei cittadini e dei loro diritti". La professoressa Silvia Novello, docente di Oncologia medica all'Università di Torino e membro del direttivo nazionale Aiom, prova a spiegare quello che non va nella vicenda della donna torinese malata di tumore al seno cui è stata negata la possibilità di adottare un bambino. E lo fa senza entrare nel merito del caso clinico in sé: "Nella mia testa - dice - c'è che se il mondo oncologico fa di tutto per dimostrare che il cancro si può curare, che la malattia si può battere o, quantomeno, cronicizzare, anche altri settori della società, a cominciare dalla giustizia dovrebbero entrare in questa logica e comportarsi di conseguenza".

Tradotto in pratica, cosa dovrebbe accadere?
"Semplicemente che un cittadino malato deve essere pienamente tutelato nei suoi diritti e che il fatto di avere o aver avuto un tumore o di essere recidivo dopo tre o cinque anni, non dovrebbe diventare come un bollino sulla patente di una persona. Tutto il nostro lavoro va nella direzione opposta. L'oncologia dei nostri giorni è rivolta a debellare l'idea di "tumore uguale morte" e a costruire attese di vita il più lunghe, più agevoli e dignitose possibile. La questione di un'adozione, dunque, non può essere trattata solo in base a una cartella clinica o a un numero di anni".

Professoressa Novello, la sentenza di Torino, ovviamente, si basa soprattutto sulla necessità di tutelare il bambino che doveva essere adottato. Cosa pensa su questo punto?
"Assolutamente giusto tutelare il minore, ma le valutazioni, secondo me non dovrebbero basarsi meccanicamente solo sui dati della malattia. La famiglia è una struttura complessa fatta di tanti elementi. Un tumore può devastarla, ma può anche essere abbastanza forte per reggere una situazione difficile. Il ruolo del (o dei) caregiver nell'ambito familiare può essere importantissimo. La signora ha avuto una recidiva? Primo non è detto che morirà; secondo, il marito (e in questo caso mi sembra di aver capito che sia presentissimo) può essere un supporto eccezionale. Insomma, anche una famiglia con un tumore dentro può essere un luogo adattissimo per ricevere un bambino in adozione e dargli calore e sicurezza. Lo dimostrano tante situazioni in cui il tumore è insorto in uno dei genitori quando il bambino era già stato adottato". (m.r.)

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