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Lancet: in Gran Bretagna troppi morti da chemioterapia

Uno studio apparso su Lancet Oncology lancia l’allarme sulla nocività delle cure che in alcuni ospedali inglesi avrebbe provocato la morte del 50% dei pazienti. Ma gli oncologi dell’Aiom fanno chiarezza: “I dati dello studio mettono sotto accusa la sanità inglese, non la chemioterapia”

Da Repubblica.it dell’1-9-2016

La chemioterapia può davvero avere effetti nocivi e portare alla morte fino al 50% dei pazienti? A sollevare il dubbio è un articolo appena apparso su'Lancet Oncology' e relativo ad uno studio inglese, firmato Public Health England e Cancer Research Uk. Ma gli oncologi italiani fanno chiarezza e “smontano” una notizia che può creare solo confusione e danni per i pazienti oncologici.

Lo studio inglese. I ricercatori hanno esaminato il numero di malati deceduti entro 30 giorni dall'inizio della chemioterapia. In particolare, lo studio ha preso in esame più di 23.000 donne con cancro al seno e circa 10.000 uomini concarcinoma polmonare non a piccole cellule: 9.634 sono stati sottoposti a chemioterapia nel 2014. Entro 30 giorni sono morti 1.383 pazienti. Il tasso di mortalità a 30 giorni aumentava con l’età sia nei pazienti con cancro al seno che in quelli con tumore del polmone. La mortalità, inoltre, è stata maggiore nei pazienti che si sottoponevano per la prima volta a chemioterapia rispetto a coloro che avevano già fatto dei cicli di cura.

Mortalità alta. L'indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l'8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli affetti da tumore del seno sono deceduti entro un mese dall'avvio del trattamento. Ma in alcuni ospedali la percentuale è di molto superiore alla media riscontrata. Ad esempio, in quello di MiltonKeynes, il tasso di mortalità per chemioterapia contro il carcinoma polmonare è risultato addirittura del 50,9%, anche se la statistica si basa su un piccolo numero di pazienti. Al Lancashire Teaching Hospitals il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 28%. Tassi più alti della media anche nei nosocomi di Blackpool, Coventry, Derby, South Tyneside, del Surrey e del Sussex. Gli esperti inglesi avvertono: "Si tratta di farmaci potenti, con effetti collaterali significativi e spesso ottenere il giusto equilibrio fra un trattamento aggressivo e la salute del paziente può essere difficile". "A quegli ospedali i cui tassi di morte sono al di fuori della media attesa - sottolineano - si chiederà di rivedere le loro pratiche. E' comunque importante rendere i pazienti consapevoli che ci sono potenziali rischi di vita legati alla chemioterapia. E i medici devono essere più attenti alla selezione dei pazienti, dato che ci sono differenze significative in termini di sopravvivenza per le persone anziane e per i pazienti in generali cattive condizioni di salute, al netto della neoplasia".

Meglio non curarsi lì. In realtà, ciò che emerge con chiarezza dallo studio non è tanto il rischio di mortalità legato alla chemioterapia quanto piuttosto la pessima qualità dell’assistenza sanitaria inglese.
“Innanzitutto è bene chiarire che lo studio esamina la mortalità a 30 giorni indipendentemente dalla causa per cui è difficile capire a cosa sia effettivamente dovuta. Ma in sostanza questi risultati confermano che in Gran Bretagna la sanità funziona male e che per un paziente con tumore è meglio non farsi curare lì” avverte Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). “Non a caso il tasso di sopravvivenza per tumore in Gran Bretagna è il più basso di tutta l’Europa occidentale” conclude l’oncologo. Un’evidenza emersa già nel 1994 con lo studio Petacc 2 in cui il farmaco tomudex veniva confrontato con il fluoruro per il trattamento del cancro al colon dopo l’intervento chirurgico. “Lo studio venne chiuso perchè si ebbero 18 morti tutti in Gran Bretagna” spiega Pinto.

Come va fatta la chemioterapia. Ma lo studio inglese rende evidente anche un altro aspetto che è quello relativo alle modalità attraverso cui “somministrare” la chemioterapia: “E’ fondamentale che la chemioterapia venga fatta solo in oncologia da personale che conosce il tipo di farmaci, che può effettuare una accurata selezione del paziente, suggerire eventuali terapie di supporto che permettono di tollerare meglio i farmaci e può gestire le reazioni di chi vi si sottopone” chiarisce Pinto. In Italia nel 90% dei casi la chemioterapia viene effettuata solo in oncologia ma c’è qualche caso in cui non è così: “Forse sarebbe necessaria una normativa che specifichi in modo più netto che per fare chemioterapia serve una equipe specializzata in oncologia medica” riflette il presidente Aiom. La chemioterapia è per moltipazienti un salva-vita e notizie come questa rischiano di far insorgere dubbi inutili e dannosi “anche perché” aggiunge Pinto “vari studi clinici importanti considerano la mortalità a 30 e a 60 giorni e mediamente è al di sotto del 2%”.

 

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