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Le ragioni della dignità Contenuto nell'archivio del 2016

Non è il dolore il motivo principale per cui i malati terminali vogliono smettere di vivere ma la perdita di autonomia

Da Il Sole24 ORE Domenica dell'11-9-2016

Proviamo ad accantonare le ideologie, e a esaminare argomenti e prove. Non ci potrà mai essere accordo sul tema dell'eutanasia (o del suicidio assistito dal medico, SAM), tra chi pensa che la vita umana non sia nella disponibilità di ciascuno, e chi ritiene che se vivere implica sofferenze fisiologiche o psicologiche intollerabili si abbia il diritto di rinunciarvi. Discutere di fatti o almeno tentare, se i valori non sono negoziabili, è segno di civiltà. Un metodo inventato dal liberalismo.

Dato che su valori e credenze non ci può essere accordo, nei sistemi liberali una scelta o un atto compiuti da un individuo, che nasce libero e diventa capace di autodeterminarsi, si ammettono o vietano valutando le conseguenze che comportano. Ovvero, bandendo i comportamenti che mettono a rischio l'incolumità altrui, o minacciano la convivenza. Sarebbe bene capirli questi concetti basilari, così da evitare di alzare insensate barricate contro la libertà di scelta quando la morte è inevitabile e l'esistenza intollerabile, per poi sacrificare la vita di una minorenne sull'altare della stupidità, del disimpegno morale e di una demenziale o malintesa idea della libertà di cura.

Che cosa sta accadendo con l'eutanasia e il SAM? Dal 1947 il SAM è depenalizzato in Svizzera, e da oltre trent'anni l'eutanasia si pratica in Olanda, dove è legale, come in Belgio, dal 2002. In Olanda prima era depenalizzata. Con la recente legge canadese (C-14) sono 5 i paesi nei quali è legale l'eutanasia (Colombia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Canada) e 11 quelli dove è legale il SAM: tutti i precedenti, più Oregon, Montana, Vermont, California e Svizzera. Negli ultimi 6 l'eutanasia è illegale. Ogni stato ha regole proprie per quanto riguarda diagnosi e prognosi per le quali si può fare richiesta, il periodo di attesa, l'obbligo di una consulenza psichiatrica, l'accesso ai minori a alle persone con disturbi mentali, etc. La rivista JAMA (Journal of the American Medical Association) ha pubblicato una lunga analisi degli atteggiamenti e delle pratiche relative a queste due decisioni praticabili nelle fasi terminali della vita. Quali sono dunque le dinamiche sociali e culturali implicate nelle decisioni di fine vita? Cosa motiva la richiesta di eutanasia e SAM? Quali sono le percezioni del pubblico e quelle dei medici? Ci sono stati abusi o vengano uccise persone che non ne hanno fatto richiesta? Si tratta di una china scivolosa? L'articolo prende in esame la letteratura specialistica fin dal 1947 per catturare il trend degli atteggiamenti dei cittadini e dei medici, ma soprattutto di prevalenza, pratiche, regole e controlli riguardanti queste decisioni nei paesi che hanno scelto di legalizzarle.

Lo studio conferma non che è il dolore "fisiologico" il motivo principale per cui i malati chiedono di non continuare a vivere, bensì la perdita di dignità e autonomia dovuta alla malattia. Qualcuno dirà: ovvio sono depressi. Stante che le persone depresse chiedono eutanasia o SAM con una frequenza 4 volte maggiore e considerando che la depressione grave e resistente ai farmaci non è meno dolorosa di qualunque altra sofferenza fisiologica (solo gli imbecilli credono che la depressione non sia in sé una grave malattia, che nessuno sceglie di avere e che è spesso incurabile), in diversi paesi è prevista una consulenza psichiatrica. Studi rigorosi dimostrano che solo il 10%, tra coloro che decidono di non continuare a vivere, riceve una diagnosi di depressione. Forse qualcuno finalmente si zittirà. Emerge dai sondaggi storici che nelle società secolarizzate è diventata consistente e costante maggioranza dei cittadini, la percentuale di persone favorevoli a eutanasia e SAM; più favorevoli all'intervento attivo del medico (eutanasia), che alla prescrizione del farmaco da assumere autonomamente (SAM). Anche medici favorevoli sono aumentati, ma meno rispetto alla popolazione generale (si oscilla tra oltre il 50% negli USA, e il 42% in Italia o il 36% in Spagna). Prevedibilmente, come decisione per terminare la vita, i medici preferiscono il SAM all'eutanasia.

Le asimmetrie tra la percezione dei medici e quella dei cittadini sono la ragione delle difficoltà di arrivare a un governo efficiente e omogeneo del problema. I paesi dove le pratiche funzionano meglio hanno visto da subito i medici a fianco dei loro pazienti. Mentre in Francia, ad esempio, la comunità dei medici ha impedito la legalizzazione di eutanasia e SAM, ammettendo almeno la sedazione terminale su richiesta del paziente. In Canada, il parlamento ha forzato la mano, stante la contrarietà delle associazioni di medici, e si prevedono problemi. Sul fronte degli abusi i dati sono inequivocabili. Nessuna china scivolosa, dove l'eutanasia è legale. In Olanda e Belgio, dove la pratica è studiata in modo rigoroso, la percentuale di casi nei quali la vita di un malato è stata terminata senza una esplicita richiesta o consenso era significativamente superiore quando eutanasia e SAM erano solo depenalizzati. Oggi è quasi inesistente. Diversi studi, tra cui uno famoso pubblicato nel 2000 (EURELD), mostrano che nei paesi dove queste pratiche solo illegali, non solo vengono messe in atto da alcuni medici, ma nella metà circa dei casi costoro prendono la decisione senza esplicita richiesta del malato o senza chiedere il consenso. In altre parole, la legalizzazione è una garanzia anche per chi desidera vivere la vita fino all'ultimo e a prescindere dalle condizioni. L'articolo rileva che su alcuni aspetti, per esempio le complicazioni associate agli effetti dei cocktail letale utilizzato (prolungamento dell'agonia, risveglio dal coma, etc.), mancano informazioni, e sottolinea la necessità di raccogliere più dati, per ridurre al minimo possibili effetti indesiderati. L'idea che la questione possa essere gestita solo con cure palliative e hospice, è discutibile. Da alcuni studi risulta i due terzi dei malati che chiedono eutanasia o SAM era stata precedentemente ricoverata in un hospice.

È vero che le morti per eutanasia o SAM sono una percentuale molto bassa rispetto a tutte le morti, ovvero che le richieste ai medici in generale non sono numerose, cioè meno del 20%, tranne gli oncologi, che le ricevono da oltre il 5o%. E che a farne richiesta sono in larga prevalenza persone istruite, maschi, giovani e non praticanti qualche religione. Ma l'argomento che sono pochi quelli che fanno richiesta, per accantonare il problema, sarebbe insensato, dato che nei sistemi liberaldemocratici tutte le persone hanno egualmente diritto alla vita, alla libertà e alla salute. Spendiamo cifre ingenti per tenere in vita poche persone con malattie inguaribili, o per allungare di qualche settimana la sopravvivenza dei pazienti oncologici. Il che è buono. Ma sarebbe buono e giusto anche consentire a pochi pazienti di esercitare il loro diritto alla vita, alla libertà e alla salute, decidendo autonomamente di non continuare a vivere, quanto ciò implica solo con sofferenze fisiologiche e psicologiche per loro inaccettabili.

Emanuel E. J. et al., Attitudes and Practices of Euthanasia and Physician-Assisted Suicide in United States, Canada and Europe, JAMA 2016; 316 (1), pagg. 79-90

Di Gilberto Corbellini

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