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Ospedali ostaggio dei budget Contenuto nell'archivio del 2016

La macchina per assistere i malati diventa sempre più complessa, regolata dalla burocrazia che spesso ha la meglio sulla ragion medica

Da la Repubblica del 23-5-2016

Come funamboli in bilico tra le tirannie dei direttori generali, le ansie dei pazienti e la dignità forte di una professione che è il sinonimo stesso della differenza tra la vita e la morte, la serenità e il dolore. Così sono i medici italiani di questo inizio millennio, creature del tutto nuove che i vecchi camici bianchi faticano a riconoscere. A loro era toccato un mestiere magari con maggiori frustrazioni, perché farmaci e tecnologie di soli 20 anni fa offrivano assai meno ai malati, ma di massima reputazione: loro erano i grandi guaritori, quelli cui la società si rivolgeva con rispetto, che facevano valere sopra ogni altra la ragion clinica, senza un occhiuto amministratore di nomina politica a contargli le dosi di farmaci o centellinargli le siringhe; o, quel che è peggio, a decidere che non si può dedicare più di 15 minuti a un paziente, sennò le prestazioni che fa non giustificano il suo stipendio.

Chiunque si chieda qual è la nota più dolente della medicina oggi non manchi di pensare a quel 15 minuti, che ne fanno una catena di montaggio e non un'arte compassionevole di alta precisione. E chi vuole fare il medico sappia che questa è la sua battaglia: restare sé stesso, servire il malato e la logica scientifica nonostante le follie dei budget.

Quella massima reputazione, indiscussa, però oggi è abbattuta da una sanità cambiata dalle sue fondamenta. L'ospedale è diventato un'azienda, non è più un ospizio per i sofferenti nelle mani della misericordia; i pazienti sono sempre più impazienti, scorrazzano sul web e confrontano i medici con idee spesso balzane, sono nutriti dall'abbaglio collettivo che si possa sempre battere la malattia e se le cose vanno male corrono dal giudice; l'organizzazione della macchina per assistere i malati è sempre più complessa, regolata dalla burocrazia che spesso ha la meglio sulla ragion medica, soprattutto se collegata alle strette di bilancio.

Questo mondo nuovo appare comunque ai ragazzi magico, perché in effetti Io è. La medicina è un'arte meravigliosa, mette insieme la scienza più sottile, la scommessa rappresentata da ogni singola persona che è diversa da quella precedente, la speranza di vincere, la gioia di farcela, anche se non sempre. Così i giovani si affollano ai test. Se state leggendo queste note, probabilmente siete uno di quelli. E magari vi dite quanto è ingiusto un esame che decide per la vostra vita. Chi scrive è convinta che sia tutt'altro che ingiusto e che, anzi, è un salvagente che impedisce di buttare anni preziosi. I ragazzi pensano alla grandiosità dell'impresa, magari immaginano guadagni da Creso che probabilmente non arriveranno (un primario guadagna di base circa 4.500 euro al mese), ma di fronte a loro c'è una macchina complessa che impone di frenare gli entusiasmi. E proverò a delinearne gli implacabili ingranaggi.

Partendo dalle cifre. Chi si iscrive oggi si laureerà tra sei anni, sempre che non rientri in quel 15-20% che non porta a termine il corso. Sei anni di lacrime e sangue: e poi? Niente. Perché per entrare nel sistema serve la specializzazione. E qui viene la follia tutta italiana: i posti nelle scuole di specialità sono molti meno dei laureati. Si iscrivono circa 10mila studenti l'anno, ma i posti disponibili, ad esempio, nel 2015 erano 6.400 (ogni specializzando prende uno stipendio di circa 1.800 euro e le Asl sono sempre più povere). E chi resta fuori? Pascola in attesa di riprovarci, migra tra un ateneo e l'altro perché magari si trova un posto, un amico, un conoscente di papà. L'Anaao (la principale associazione di medici ospedalieri) ha redatto un rapporto mettendo insieme pensionamenti, blocchi del turn over e altre variabili, e ha concluso che sin da oggi i posti nelle scuole di specializzazione dovrebbero essere portati ad almeno 7.700, ma anche, e soprattutto, che si dovrebbe chiudere il tetto delle iscrizioni a 8mila, sennò la facoltà col migliore tasso di occupazione (fonte AlmaLaurea: 95% degli occupati a 5 anni dal diploma) si trasformerà in una fabbrica di disoccupati. E, aggiungiamo noi, quei sei anni così faticosi, saranno stati buttati al vento.

AlmaLaurea fotografa il trend, ma la faccenda dei laureati senza posto ha un impatto molto serio sin da oggi. Migliaia di giovani medici sono fuori dal sistema: fanno le guardie, le sostituzioni nel privato e - ciò che nuoce alla salute degli italiani e del loro portafogli - alimentano il business delle professioni che si conquistano con corsi e altri succedanei, dall'omeopatia alla naturopatia alla medicina estetica. Perché una cosa deve essere chiara: il Ssn è l'unica garanzia di formazione adeguata, le scuole di specializzazione fanno proprio questo. Fuori dal recinto del Ssn, è la giungla. Dentro, invece, c'è la migliore istituzione sanitaria del mondo, vincolata dalla Costituzione a servire la comunità, alimentata dallo sforzo collettivo di sanare il dolore e offrire speranza. I medici ne sono l'architrave, con buona pace dei burocrati e degli occhiuti e politicizzati amministratori.

Di Daniela Minerva

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