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Quei medici che salvano meno vite Contenuto nell'archivio del 2016

Più mortalità tra dimissioni sprint e mala organizzazione - Orari di lavoro impossibili

Da Il Sole24 ORE Sanità del 26-4-2016

Il nostro sistema sanitario resta il «sogno italiano» degli americani ma il definanziamento del Ssn in tandem con la crisi economica - che costringe il 10% degli italiani a rinunciare alle cure (Istat 2014) - rischia di trasformare il sogno in un incubo, con un prezzo molto alto. In termini di sottrazione di cure, salute, vite umane. Una scelta politica in parte pianificata a «sangue freddo», che ha trapassato la professionalità dei medici, riducendone pesantemente l'autonomia, minando le basi stesse della loro missione: prevenire, diagnosticare e curare le malattie. Non si può non arrivare a queste conclusioni leggendo i risultati della survey condotta da Anaao Assomed, su 1.089 medici, prevalentemente Ssn. Sullo sfondo c'è l'interrogativo più inquietante, quello sull'aumento di mortalità registrato in Italia nel 2015: 54mila decessi in più rispetto al 2014, con un tasso di mortalità del 10,7% (il più alto dal secondo dopoguerra). Dati che forse solo in parte sono spiegati dall'incremento nella popolazione degli individui anziani «I dati sulla mortalità intraospedaliera sono in fase di analisi - si legge nello studio Anaao - tuttavia la domanda che ci compete è se il nostro Welfare con adeguate politiche socio-sanitarie avrebbe potuto evitare almeno in parte questo eccesso di mortalità».

Lo scenario su cui si muove la sanità è sempre più terremotato e lo studio dei camici Anaao elenca tutte le scosse degli ultimi anni: dotazione Fsn in caduta libera (Cittadinanzattiva stima in 54 miliardi di euro il definanziamento tra il 2011 e 2015); tagli ai posti letto (-25.000, dal 2009 al 2014); blocco del turn-over del personale (-24.000 addetti dal 2009 al 2014, considerando sia medici che infermieri), ridotti investimenti in ammodernamento delle strutture e delle tecnologie. Effetti della spending review che il sindacato mette sotto la lente scandagliando tutte le ricadute sull'organizzazione quotidiana degli ospedali. Ricadute gravissime.

Il numero dei posti letto in carico al medico di guardia notturna aumenta (nel 15% dei casi è maggiore a 100 letti). «La gestione di oltre 100 pazienti per turno di guardia, con punte superiori ai 200 - si legge nell'analisi non può che incrementare il rischio clinico sia per il medico che per il paziente mettendo a repentaglio la qualità dell'assistenza».

I tassi di occupazione dei posti letto sono elevatissimi (nel 92% delle risposte) e l'appoggio del paziente in setting non appropriati per mancanza di posti letto è oramai un dato strutturale (rilevabile nel 73% delle risposte). «La contrazione dei posti letto ne ha conseguentemente incrementato il tasso di occupazione - spiega Anaao - e comportato una riduzione della durata della degenza ospedaliera. Tutto ciò ha determinato un incremento del numero di re-ricoveri. Uno studio recente ha evidenziato come quasi un paziente anziano su 5 oltre i 65 anni torna al Pronto soccorso dopo le dimissioni: il 17,3% rientra in ospedale una sola volta, il 4,4% più volte nel mese successivo. Anche per i nostri responder (circa il 59%) la riduzione della degenza media comporta una riduzione della qualità dell'assistenza sanitaria e un incremento della mortalità se pur il 41,04% lo considera invece uno stimolo al miglioramento delle cure offerte». In merito all'indice di rotazione dei posti letto, la maggior parte dei responder afferma che non c'è mai (51%) e comunque solo raramente (41%) più del 10% del totale dei letti libero inutilizzato per oltre 24 ore. «Dati preoccupanti - sottolinea Anaao - poiché è consolidato in letteratura che l'occupazione costante del 100% dei posti letto comporti un incremento della morbilità e mortalità dei pazienti ricoverati».

Anche la disponibilità di farmaci e devices diventa problematica: il 45% afferma di avere il dispositivo entro le 24 ore, il 27.5% entro una settimana e solo il 22% in meno di 12 ore. La situazione peggiora se si osservano le Regioni del Centro, dove la percentuale degli ordini evasi entro la settimana è d-chiarata da quasi il 40% dei responder. «Il ritardo nella fornitura dei farmaci/devices - spiega il sindacato - è indice di inefficienza organizzativa e di elevato rischio di compromissione della qualità dell'assistenza, per il conseguente ritardo nelle cure al paziente».

Le dimissioni dei pazienti sono spesso affrettate (59% delle risposte) e con scarso coordinamento ospedale/territorio: il risultato è che il paziente si aggrava e torna in ospedale.

E in queste condizioni anche il risk management serve a poco: per il 45% dei responder l'attività di gestione del rischio clinico è inutile e comporta solo un aumento di burocrazia. Le conseguenze dei tagli si vedono anche sul tempo di lavoro dei medici, che va ben oltre quello contrattuale a dispetto della direttiva europea: il 44% dei medici svolge più di 48 ore di lavoro settimanale e più della metà fa lavoro extra senza alcuna remunerazione.

«Ciò dimostra - spiega Anaao - come la legge 161/2014 sia stata adottata senza che prima si mettessero in opera quei necessari processi di riorganizzazione sia del personale, prevedendo soprattutto nuove assunzioni, che del sistema di rete ospedaliera». Derive organizzative che non hanno molti margini di miglioramento se si considerano gli orizzonti segnati dal Def, che prospetta l'arrivo nel 2019 a quella soglia del 6,5% tra spesa sanitaria e Pil che rappresenta «uno spartiacque tra i paesi socialmente avanzati e quelli in decadenza». L'incubo è dietro l'angolo: cittadini espulsi dall'assistenza, privatizzazione strisciante, e «il buio di una sanità povera per i poveri e una ricca di risorse e professionalità per i ricchi». Gli italiani vogliono questo?

Di Rosanna Magnano

 

 

 

 

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