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Troppi i malati di cancro che scelgono nuove cure Contenuto nell'archivio del 2016

Da LA STAMPA del 2-9-2016

Come un fiume carsico, le teorie dei propugnatori di terapie alternative a quelle proposte dalla scienza ufficiale per la cura del cancro risalgono periodicamente alla superficie, riaprendo le polemiche contro la chemioterapia, che i fondamentalisti della Medicina alternativa considerano un vero e proprio «veleno», anziché una fase, difficile e dolorosa - ma obbligata, ancora, purtroppo -, sulla strada della guarigione da molte forme neoplastiche. La morte annunciata della giovane vita stroncata dal rifiuto dell'unico trattamento che avrebbe potuto salvarla, e le ragioni della scelta messe in campo in queste ore dai genitori, racchiudono tutte le argomentazioni, vecchie e nuove, contro i metodi tradizionali di trattamento della scienza ufficiale, accusati non solo di essere fallimentari e contrari a uno dei principi della medicina ippocratica «Primum non nocere». Ma anche di rispondere - con l'imposizione della chemioterapia - a un disegno preciso, occulto, una sorta di congiura di cui farebbero parte biechi approfittatori, medici oncologi e grandi aziende farmaceutiche, interessate a vendere farmaci antitumorali e chemio-terapici. E, quindi, contrari a metodi di trattamento del cancro alternativi a quelli proposti dalla scienza medica ufficiale. In questo caso è balzato alla ribalta il cosiddetto «metodo Hamer», dal nome del medico tedesco che lo ha elaborato e che sostiene la correlazione tra cancro e psiche ed esclude l'uso dei farmaci, sulla base di teorie che non sono mai passate per una sperimentazione seria che ne accertasse la validità nella cura dei tumori.

Siamo all'ultimo capitolo della lunga storia delle cosiddette «terapie non convenzionali» del cancro che - nonostante i progressi della scienza oncologica e delle armi terapeutiche messe in campo in questi anni - continua a essere «L'Imperatore del male», per riprendere il titolo del libro dell'oncologo Siddhartha Mukherjee, premio Pulitzer 2011. Solo nell'ultimo secolo si contano decine e decine di «cure alternative», legate o no a una precisa teoria etiopatogenetica. Si potrebbero ricordare la cura di Ferguson, che comprendeva trenta piante esotiche provenienti dall'Ecuador; il metodo di Gerson, una dieta a base di frutta fresca, verdura, fiocchi d'avena cotti con procedimenti speciali e aggiunta di vitamine; e, ancora, il famoso siero del veterinario Liborio Bonifacio, preparato con villi intestinali di capra. Per finire con la cura Di Bella, la multiterapia messa a punto da un medico modenese, di cui le prove scientifiche dimostrarono l'inefficacia terapeutica, dopo aver provocato uno straordinario clamore mediatico.

Ma il caso di questi giorni impone una riflessione più generale: il sempre più massiccio ricorso dei malati di cancro alle terapie non ortodosse; la generica sfiducia nella medicina ufficiale; lo spazio riservato ad alcune strampalate teorie anche dalla televisione pubblica, rappresentano una spia. Che richiama a un cambiamento nella cultura della malattia, a uno sforzo di fiducia, oltre che a una riflessione sull'etica dell'informazione scientifica e sulla professionalità di chi divulga, informa e fa opinione.

di Eugenia Tognotti

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