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Home  /  Soci  /  Questionari e sondaggi  /  Articolo Quindicinale Scientifico  /  n. 54 Agosto 2012

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Presentato a Milano il volume sui Numeri del Cancro con l'intervento dell'Assessore Gallera

Lombardia: "Nel 2017 stimati 63.700 nuovi casi di tumore. ottima l'adesione agli screening, ma il 24% dei cittadini fuma".

Le tre neoplasie più frequenti sono quelle del seno (8.950), colon retto (8.600) e polmone (7.200).
Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM: “Il 40% delle diagnosi è evitabile con uno stile di vita sano”. Nella Regione il 63% delle donne e il 54% degli uomini sconfiggono la malattia

Milano, 19 aprile 2018 – In Lombardia nel 2017 sono stati stimati 63.700 nuovi casi di tumore (33.150 uomini e 30.550 donne). I 3 tumori più frequenti sono quelli del seno (8.950), colon retto (8.600) e polmone (7.200). La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi corrisponde alla media nazionale, raggiunge infatti il 63% fra le donne e il 54% fra gli uomini. È la fotografia dell’universo cancro in tempo reale raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dalla Fondazione AIOM, e presentato oggi a Milano presso Palazzo Lombardia con l’intervento dell’Assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera. “Ogni giorno nel nostro territorio vengono diagnosticati quasi 175 nuovi casi - afferma Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Quello che veniva un tempo considerato un male incurabile è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere a lungo con una buona qualità di vita. Oggi abbiamo a disposizione armi efficaci per combattere il cancro, come l’immuno-oncologia e le terapie target che si aggiungono a chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Tutto questo, unito alle campagne di prevenzione promosse con forza anche da AIOM, si traduce nel costante incremento dei cittadini vivi dopo la diagnosi”. Negli uomini lombardi il più frequente è il tumore della prostata (5.700), seguito da colon retto (4.750) e polmone (4.650). Fra le donne il tumore della mammella fa registrare il maggior numero di diagnosi (8.950), seguito da colon retto (3.850) e polmone (2.550). “La Lombardia è una delle poche Regioni italiane ad aver attuato una rete oncologica, che rappresenta oggi una realtà consolidata – spiega l’Assessore Gallera –. Un sistema di accessi diffusi nel territorio consente al cittadino di entrare nei percorsi di cura direttamente nel proprio luogo di residenza e di disporre di una valutazione multidisciplinare. Questo sistema ha consentito di raggiungere risultati importanti in termini di qualità dell’assistenza. Non solo. La nostra Regione ha svolto un ruolo fondamentale nell’istituzione della Rete Nazionale dei Tumori Rari. È stato proprio l’Istituto Tumori di Milano, struttura di eccellenza e altamente qualificata del sistema sanitario lombardo, ad avviare il primo progetto per una Rete di questo tipo”.

Ogni anno Italia vengono diagnosticati 89mila tumori rari, in Lombardia circa 14.500. Inoltre la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è pari al 55%, inferiore rispetto alle neoplasie a alta incidenza (68%). “La presa in carico dei cittadini colpiti da un tumore raro è spesso difficile e complessa – continua Marco Danova, Coordinatore AIOM Lombardia e Direttore dell’Unità Operativa di Medicina Interna a indirizzo Oncologico dell’ospedale Civile di Vigevano - ASST di Pavia -. Ritardi nella diagnosi, non sempre corretta diffusione delle conoscenze, relativamente scarsa possibilità di arruolamento negli studi clinici ed opzioni terapeutiche innovative non sempre accessibili a tutti compromettono talvolta le possibilità di guarigione. Esistono a tutt’oggi importanti differenze nell’accesso e nella qualità delle cure tra diverse aree del Paese. L’integrazione della Rete Nazionale dei Tumori Rari con le Reti Oncologiche regionali dovrebbe contribuire a massimizzare il numero di malati raggiunti, oltre a costituire un modello organizzativo fortemente innovativo”.

“Lo studio dei dati epidemiologici – sottolinea il dott. Beretta - permette di impostare i programmi di prevenzione: si deve fare di più per ridurre l’impatto del cancro perché oltre il 40% delle diagnosi è evitabile seguendo uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta). È scientificamente provato che il cancro è la patologia cronica che risente più fortemente delle misure di prevenzione”. I lombardi però sembrano ignorare questi consigli (PASSI 2013-2016): il 21,9% è sedentario, il 27,9% è in sovrappeso e l’8,2% obeso, percentuali comunque migliori o in linea con la media nazionale (rispettivamente pari al 32,5%, 31,7% e 10,5%). I fumatori sono il 24,3% della popolazione (26,4% in Italia) e i bevitori a rischio rappresentano il 20,3%, percentuale superiore alla media italiana (16,9%). In Lombardia nel 2014 (ISTAT, ultimo anno disponibile) sono stati 30.342 i decessi attribuibili a tumore. Nella Regione la neoplasia che ha fatto registrare il maggior numero di decessi è quella del polmone (5.732), seguita da colon retto (2.888), seno (2.292), pancreas (2.070) e fegato (2.007).

“I Registri Tumori di popolazione rappresentano un importante strumento per il monitoraggio delle neoplasie – afferma Paolo Contiero, consigliere nazionale AIRTUM -. In Italia più di 41 milioni di cittadini, pari al 70% della popolazione, vivono in aree coperte dall’attività dei Registri Tumori accreditati dall’AIRTUM. Nel Nord Italia ci si ammala di più rispetto al Sud. Il tasso d’incidenza tra gli uomini è più basso dell’8% al Centro e del 17% al Sud/Isole rispetto al Nord e per le donne del 5% e del 18%. Fondamentale importanza rivestono le strategie di prevenzione primaria contro l’inquinamento di atmosfera, acqua e suolo, il sovrappeso, l’eccessivo consumo di alcool e di carni rosse, l’abitudine al fumo e l’inattività fisica. Per quanto riguarda i dati di sopravvivenza, la percentuale di pazienti sopravviventi alla neoplasia a distanza di 5 anni dalla diagnosi, considerando tutti i tumori assieme, nelle Regioni italiane oscilla tra il 59% ed il 65% per la popolazione femminile, tra il 49% ed il 56% per quella maschile. La Lombardia si posiziona su valori medio-alti, rispettivamente con il 63% ed il 54% per femmine e maschi. La sopravvivenza per i tumori del fegato risulta essere in Lombardia la più alta d’Italia”.

Nella Regione con due disposizioni (DGR 3003 del 9/1/2015 e il DDG 3711 del 3/4/2017) sono stati attivati percorsi di aggiornamento dei programmi di screening: per il tumore alla mammella è prevista una mammografia con cadenza biennale alla popolazione femminile tra i 50 e i 74 anni e mammografia con cadenza annuale alle donne tra i 45 e i 49 anni; per il tumore al colon retto, un test del sangue occulto nelle feci con cadenza biennale ai cittadini tra i 50 e i 74 anni; per il tumore alla cervice uterina, un Pap test con cadenza triennale alle donne tra i 25 e i 33 anni e un HPVdna test con cadenza quinquennale tra i 34 e i 64 anni. La Lombardia presenta alcune fra le percentuali più alte in Italia di adesione ai programmi di screening organizzati (“Gli screening oncologici in Lombardia, report dati 2015 e dati 2016”). Dal 2007 lo screening colon-rettale (test del sangue occulto nelle feci) è a sistema su tutto il territorio. L’adesione nel 2016, pari al 49%, conferma il trend dello screening colon-rettale in Lombardia, superiore alla media nazionale (36% nel 2016). Nella Regione le donne aderiscono più degli uomini (51% vs. 44%) e il tasso cresce all’aumentare dell’età. Il test utilizzato in tutti i programmi di screening mammografico è la mammografia bilaterale in doppia proiezione, in tutti i casi la lettura dell’esame avviene grazie alla refertazione di ogni radiogramma da parte di due radiologi. L’adesione in Lombardia è stata pari al 67% nel 2016: il valore è al di sopra della media nazionale (44% nel 2016). “Le evidenze scientifiche - sottolinea l’Assessore Gallera - ci dicono che i migliori risultati in termini di sopravvivenza, adeguatezza delle cure e qualità di vita delle pazienti colpite da questa neoplasia sono direttamente proporzionali al numero di casi trattati per centro di cura. Per questo in Lombardia è stata realizzata una Rete regionale, formata da 38 Centri di Senologia, le Breast Unit, dove Team multidisciplinari sono in grado di offrire tempestivamente le migliori cure”.

La prevenzione del carcinoma della cervice uterina è presente nella Regione con diverse offerte (vaccinazione e Pap test) e modalità di erogazione (organizzate e spontanee). Il 70% delle ragazze di dodici anni è stato vaccinato con 2 dosi di vaccino. Per quanto riguarda il Pap test, l’adesione all’invito nel 2015 e nel 2016 è aumentata ed è stata pari al 53% (il dato di riferimento italiano del 2016 segnala un’adesione del 30%). Il percorso di prevenzione della cervice uterina è in fase di revisione e prevedrà la messa a sistema dello screening su tutto il territorio regionale e l’introduzione dell’HPV dna test come esame di screening per la popolazione dai 34 ai 64 anni (la popolazione tra 25 e 33 anni manterrà invece il Pap test come test di screening).

“Sono oltre 3 milioni e trecentomila gli italiani che vivono dopo una diagnosi di cancro - conclude Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar-Verona -. è un numero importante che evidenzia il peso della patologia oncologica e lo sforzo continuo per migliorare la sopravvivenza dei pazienti non solo in termini quantitativi ma anche di qualità di vita. Oggi le due neoplasie più frequenti, quella della prostata negli uomini e della mammella nelle donne, presentano sopravvivenze a 5 anni pari a circa il 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce. Risultati sicuramente incoraggianti, che ci spingono a impegnarci ancora di più sia sul fronte della ricerca che della prevenzione”.

 

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Rassegna stampa: Tumori oro-faringei in vertiginoso aumento

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Festival della prevenzione e innovazione in oncologia a Macerata

Dal 18 al 20 aprile 2018 a Macerata in Piazza Mazzini all’interno del motorhome saranno disponibili Medici Oncologi dell’AIOM per fornire informazioni sulla prevenzione, sull’innovazione terapeutica e sui progressi nella ricerca in campo oncologico. Saranno distribuiti i booklet sulla prevenzione e sull’innovazione in oncologia e raccolti i sondaggi conoscitivi.

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Le prossime tappe del Festival della Prevenzione e dell’Innovazione in Oncologia si svolgeranno nelle seguenti date e sedi:

  • 22-23-24 aprile, PESCARA, Piazza Rinascita
  • 26-27-28 aprile, LECCE, Piazza Sant'Oronzo
  • 30 aprile-1-2 maggio, POTENZA, Piazza Pagano
  • 4-5-6 maggio, CATANZARO, Piazza Basilica Immacolata
  • 8-9-10 maggio, CATANIA, Piazzale università
  • 12-13-14 maggio, PALERMO, Piazza Verdi
  • 17-18-19 maggio, AVELLINO, Piazza Vittorio Emanuele
  • 21-22-23 maggio, TERNI, Piazza Repubblica
  • 24-25-26 maggio, VITERBO, Piazza Plebiscito-Dei caduti
  • 29-30-31 maggio, SASSARI, Piazza Fiume
  • 8-9-10 giugno, GROSSETO, Piazza Dante-Esperanto
  • 12-13-14 giugno, GENOVA, In attesa della piazza
  • 16-17-18 giugno, ALESSANDRIA, In attesa della piazza
  • 20-21-22 giugno, COMO, Piazza Duomo-Cavour
  • 24-25-26 giugno, FERRARA, Piazza Trento e Trieste-P.zza Castello
  • 28-29-30 giugno, TRENTO, Piazza Battisti
  • 2-3-4 luglio, UDINE, Piazza Libertà-Matteotti

 

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Rassegna stampa: Macerata, per 3 giorni capitale della lotta ai tumori

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Quotidiano Sanità: Tumori. Aiom: "Nel web +30% ricerche negli ultimi 3 mesi". Al via quarto corso nazionale per giornalisti e oncologi

A Milano due giorni di lezioni promosse dalla società scientifica

AIOM: “Nel web +30% di ricerche sul ‘tumore’ negli ultimi 3 mesi. Al via il quarto corso nazionale per giornalisti e oncologi”

In un decennio sono cambiate le fonti delle notizie ed è aumentato il peso dei social network. La presidente Stefania Gori: “Informazione e medicina sono due facce della stessa medaglia, con un obiettivo comune: l’interesse dei cittadini e dei pazienti”

Milano, 11 aprile 2018 – Una delle parole più cliccate nelle ricerche sul web negli ultimi sei mesi è “tumore”. Il termine , negli ultimi 90 giorni, ha registrato un incremento del 30%. Uno dei motivi va individuato nelle dichiarazioni di alcuni personaggi famosi che hanno rivelato di essere stati colpiti dalla malattia o di averla sconfitta. Da un lato l’outing mediatico può dare forza agli altri pazienti che stanno ancora affrontando il percorso di cura, dall’altro è compito dei giornalisti saper trasmettere correttamente i messaggi legati a una diagnosi in grado di cambiare radicalmente la vita della persona. Le nuove frontiere della comunicazione in oncologia sono al centro del IV Corso nazionale per giornalisti medico-scientifici e oncologi organizzato dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) che si terrà a Milano il 13 e 14 aprile.

“La sete di informazioni in ambito medico-scientifico da parte dei cittadini è molto alta, soprattutto quando si trattano temi delicati come i tumori – spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar-Verona -. La rete è strumento di informazione ma è indispensabile, ed è la sfida della nostra società scientifica, formare e diffondere conoscenze perché il web da elemento positivo di apertura e di progresso non sia, in alcune circostanze, megafono di mistificazioni prive di basi scientifiche”. Nell’ultimo decennio infatti sono cambiate le fonti da cui i cittadini ricavano notizie: i telegiornali sono usati abitualmente per informarsi dal 60,6% degli italiani, ma solo dal 53,9% dei giovani. La seconda fonte di informazione è Facebook con il 35%, nel caso degli under 30 il social network sale al 48,8%. Tra i mezzi utilizzati dai giovani seguono i motori di ricerca su internet come Google (25,7%) e YouTube (20,7%). “Negli ultimi anni è aumentato in modo esponenziale il ruolo dei social network, soprattutto quando la parola chiave da cercare è ‘cancro’, con ricadute spesso positive per i malati – continua la presidente Gori -. I social implicano velocità nella veicolazione del messaggio, ma il giornalista medico-scientifico non può sconfinare in una comunicazione superficiale e ad effetto, perché si occupa della vita delle persone. Informazione e medicina sono due facce della stessa medaglia, con un obiettivo comune: l’interesse dei cittadini e dei pazienti”.

Nella prima giornata del corso verranno affrontati vari aspetti che stanno modificando la comunicazione in oncologia a partire dalle diverse modalità con cui la stessa notizia viene affrontata dagli oncologi e dalla stampa: le fake news, il fumo di sigaretta e la riduzione del danno e il ruolo dell’alimentazione. Spazio anche alle sfide immediate della ricerca, come la biopsia liquida, che consentirà di individuare in poche gocce di sangue i primi segni del cancro, e i test genetici, che permettono di identificare, in una famiglia che includa uno o più membri colpiti da tumore, le persone sane con alterazioni genetiche (BRCA) che determinano una predisposizione alle neoplasie del seno e dell’ovaio. Nella seconda giornata sono previste due tavole rotonde: la prima sulle necessità della cronaca locale e i report dai grandi congressi con un focus sui social media nella lotta al cancro; la seconda sul rapporto fra società scientifiche, associazioni dei pazienti e giornalisti.

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Veneto: Negrar per 3 giorni capitale della lotta ai tumori

Dal 9 all’11 aprile la città ospita la prima tappa del tour dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. In Piazzale Perez il Festival della prevenzione e innovazione in oncologia.

Stefania Gori, presidente AIOM: “Nella Regione ogni anno 12.700 casi di cancro potrebbero essere evitati”. I camici bianchi saranno nel motorhome per fornire consigli e spiegare l’importanza degli stili di vita sani contro le neoplasie. Consumo a rischio di alcol per il 24,4% della popolazione, il 22% è sedentario e il 22,7% fuma

Negrar (Verona), 6 aprile 2018 – Negrar diventa capitale della lotta al cancro. La città veneta ospita per 3 giorni la prima tappa della nuova edizione del “Festival della prevenzione e innovazione in oncologia”. Un motorhome, cioè un pullman, sarà allestito dal 9 all’11 aprile, in Piazzale Perez, dove gli oncologi dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) forniranno consigli e informazioni sulla prevenzione, sull’innovazione terapeutica e sui progressi della ricerca in campo oncologico. Sono anche previste attività sportive in Piazza per coinvolgere i cittadini. “In Veneto ogni anno circa 12.700 casi di tumore potrebbero essere evitati, il 40% del totale, un vero e proprio esercito di persone – spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar-Verona -. Basta seguire alcune semplici regole: no al fumo, alimentazione corretta, attività fisica costante e adesione agli esami di screening. Inoltre oggi non possiamo più parlare di male incurabile perché accanto alle armi tradizionali (chirurgia, radioterapia e chemioterapia) abbiamo a disposizione terapie innovative molto efficaci come le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoterapia che permettono di migliorare la sopravvivenza a lungo termine con una buona qualità di vita. Grazie alla diagnosi precoce e alle nuove armi, in Italia il 60% dei pazienti sconfigge la malattia, in Veneto questa percentuale raggiunge il 61,5%, fra le più alte a livello nazionale. Il sistema sanitario deve saper rispondere alle esigenze di salute di questi cittadini, che spaziano dalla riabilitazione al ritorno alla vita attiva, agli affetti e al lavoro”. La manifestazione itinerante, resa possibile grazie al sostegno di Bristol-Myers Squibb, tocca 20 città con eventi che dureranno tre giorni. In Italia nel 2017 sono stati stimati poco più di 369.000 nuovi casi di tumore (circa 192.000 uomini e 177.000 donne), in Veneto 31.750 (16.550 uomini e 15.200 donne). Le cinque neoplasie più frequenti nella Regione sono quelle del colon-retto (4.500), seno (4.450), polmone (3.400), prostata (2.950) e melanoma (1.500).

“Il Veneto è Regione virtuosa nell’adesione agli esami di screening anticancro – continua Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM -, anche i dati relativi all’attività fisica e all’eccesso ponderale sono migliori rispetto alla media nazionale, ma sono notevoli i margini di miglioramento: nella Regione è sedentario il 22% dei cittadini (32,5% Italia) ed il sovrappeso riguarda il 30,3% (31,7% Italia). L’obesità interessa il 9,9% della popolazione (10,5% Italia). I fumatori sono il 22,7% (26,4% Italia). Superiori invece rispetto alla media nazionale (16,9%) i dati relativi al consumo a maggior rischio di alcol (24,4% Veneto)”. Si stima che nella Regione vivano più di 277.000 cittadini dopo la diagnosi di tumore, una cifra in costante crescita.

A Negrar, durante il “Festival della prevenzione e innovazione in oncologia”, saranno raccolti sondaggi conoscitivi e saranno distribuiti ai cittadini opuscoli sulle principali regole della prevenzione oncologica e sulle nuove armi in grado di sconfiggere la malattia o di migliorare la sopravvivenza in modo significativo. Nelle tre giornate, all’interno del motorhome, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17 saranno disponibili gli oncologi dell’AIOM per fornire informazioni. Sono invitati a partecipare le associazioni dei pazienti, i familiari e i cittadini di tutte le età.

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Management of Immune-Related Adverse Events in Patients Treated With Immune Checkpoint Inhibitor Therapy: American Society of Clinical Oncology Clinical Practice Guideline

L’immunoterapia attraverso l’impiego degli immuno-checkpoint inibitori ha sicuramente rivoluzionato l’approccio terapeutico per molte patologie oncologiche. Come per tutti i farmaci, anche in questo caso, esistono effetti collaterali che devono essere noti all’oncologo e che possono interessare diversi organi, pur essendo generalmente di grado lieve-moderato.
Essendo farmaci entrati a far parte della pratica clinica abbastanza recentemente, … e in modo relativamente rapido, non tutti gli oncologi conoscono il pannello di possibili effetti collaterali, come riconoscerli e come trattarli. Per questo vengono realizzate linee guida ASCO e NCCN. Gli effetti collaterali correlati all’impiego di immuno-checkpoint inibitori possono insorgere in ogni momento del trattamento e potenzialmente possono riguardare tutti gli organi e distretti corporei. ASCO e NCCN mettono insieme panel di esperti (oncologi, dermatologi, endocrinologi, neurologi, cardiologi, gastroenterologi, pneumologi, urologi, ematologi, reumatologi, oltre che infermieri e advocates) per realizzare queste raccomandazioni. Da queste Linee Guida emergono alcuni capisaldi fra cui: in linea generale, il trattamento può essere proseguito in caso di tossicità di grado lieve (grado 1), fatta eccezione per alcune problematiche neurologiche ed ematologiche; per le tossicità di grado 2, i farmaci devono essere sospesi fino a regressione a grado 1 (o risoluzione) e può essere impiegato lo steroide; per le tossicità di grado 3, alte dosi di steroide sono consigliate per almeno 6 settimane e la ripresa del farmaco deve essere valutata con molta cautela; per le tossicità di grado 4, in genere i farmaci vengono interrotti in modo permanente.


Brahmer JR, Lacchetti C, Schneider BJ, Atkins MB, Brassil KJ, Caterino JM, Chau I, Ernstoff MS, Gardner JM, Ginex P, Hallmeyer S, Holter Chakrabarty J, Leighl NB, Mammen JS, McDermott DF, Naing A, Nastoupil LJ, Phillips T, Porter LD, Puzanov I, Reichner CA, Santomasso BD, Seigel C, Spira A, Suarez-Almazor ME, Wang Y, Weber JS, Wolchok JD, Thompson JA

Journal of Clinical Oncology, 2018 Feb 14

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immunoterapia

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Comunicazione del Presidente ai Soci

Gentili colleghe, cari colleghi,

sono ormai cinque mesi che ho assunto il ruolo di Presidente AIOM: un ruolo importante e allo stesso tempo pieno di impegni e di responsabilità, nei confronti di voi tutti e dei nostri pazienti.

La strategia di AIOM si basa sul perseguimento di  un obiettivo: ”assicurare la miglior cura ad ogni paziente in tutto il territorio nazionale”.

Attorno a questo impegno ruotano le attività principali di AIOM (elaborazione di Linee Guida multidisciplinari con metodologia GRADE; analisi dei numeri del cancro in Italia e dei bisogni dei pazienti; censimento delle strutture oncologiche italiane), il confronto continuo con AIFA (per la prima volta stiamo analizzando i dati estratti da alcuni Registri AIFA; è iniziata una collaborazione AIOM -CIPOMO-Alleanza Contro il Cancro-FICOG per stilare una Linea Guida per i criteri di accreditamento dei centri oncologici per condurre studi di fase 2-3-4 e osservazionali), con AGENAS (Linea Guida per implementazione Reti Oncologiche) e con il Ministero della Salute; i numerosi gruppi di lavoro intersocietari; gli incontri di aggiornamento; i convegni, i corsi ...

Ma non mi dilungo: potete seguire tutto ciò sul sito di AIOM e seguendo giorno per giorno le varie attività.

Solo un breve pensiero.

Lavoriamo, all’interno del Direttivo, insieme ai Coordinatori e a tutti voi per rendere sempre più moderna AIOM. Dovete avere sempre la certezza di avere al vostro fianco un alleato, AIOM, in linea con le vostre richieste ed i vostri bisogni. AIOM, grazie ai suoi statuti/regolamenti/modalità di lavoro, all’esempio di coloro che mi hanno preceduto e di coloro che lavorano oggi con me, rappresenta un esempio di democrazia in un mondo difficile e pieno di contrasti e di interessi diversificati: è questa l’AIOM che dobbiamo difendere e far crescere. E’ il nostro impegno morale nei confronti dei giovani oncologi e dei nostri pazienti.  

Vi auguro Buona Pasqua!

Il vostro presidente

Stefania Gori

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Durable Clinical Benefit in Metastatic Renal Cell Carcinoma Patients Who Discontinue PD-1/PD-L1 Therapy for Immune-Related Adverse Events

Studio originale condotto in una popolazione numericamente limitata di pazienti affetti da carcinoma renale in fase avanzata e in trattamento con PD-1/PD-L1 quale seconda o successiva linea terapeutica. La popolazione oggetto dello studio, 19 casi, dopo un iniziale beneficio dalla terapia immunologica aveva interrotto la stessa per eventi avversi immunocorrelati a carico dell’apparato gastroenterico, oculare, osteomuscolare o polmonare. Il messaggio chiave è che alla sospensione della terapia immunologica una quota rilevante di pazienti pari al 36% non ha necessitato di terapie successive per oltre un anno a seguito della risposta mantenuta. La numerosità campionaria limitata, pur non consentendo di chiarire la criticità sulla durata della prosecuzione della terapia con PD-1/PD-L1, mette in luce come una fase off therapy almeno in determinate situazioni possa essere attentamente considerata dal punto di vista clinico.


Martini DJ, Hamieh L, McKay RR, Harshman LC, Brandao R, Norton CK, Steinharter JA, Krajewski KM, Gao X, Schutz FA, McGregor B, Bossé 1, Lalani AA, De Velasco G, Michaelson MD, McDermott DF, Choueiri TK.

Cancer Immunology Research, 2018 Feb 1

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©2018 AACR

tumori del rene

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Reassessing the value of high-volume cancer care in the era of precision medicine

Nessun dubbio che l'articolo pubblicato su Cancer da Cole e colleghi ottenga lo scopo di attirare la curiosità del lettore a partire dal titolo e nessun dubbio che gli autori lancino un messaggio provocatorio alla comunità oncologica. L'analisi, presentata nell'articolo, si basa sul confronto di pazienti sottoposti a cistectomia presso centri “ad alto volume di attività”, rispetto a centri “a basso volume di attività”, e documenta un netto vantaggio in sopravvivenza globale a favore del gruppo trattato presso centri con maggior volume. La differenza osservata è addirittura pari a 15 mesi, un vantaggio molto maggiore di quello che, nella maggior parte dei casi, si riesce ad ottenere con l'impiego di un nuovo farmaco. Naturalmente, come gli autori stessi riconoscono, i limiti metodologici di un'analisi di questo tipo sono tantissimi e non basta l'applicazione del propensity score a correggere tali limiti. Peraltro, il messaggio arriva forte e chiaro: nell'era dei trattamenti ad alto costo, “più o meno” personalizzati, gli autori ci ricordano che l'efficacia complessiva del sistema non si basa solo sui farmaci, ma sulla qualità complessiva che il servizio sanitario riesce ad offrire.


Cole AP, Sun M, Lipsitz SR, Sood A, Kibel AS, Trinh QD.

Cancer, 2018, Feb 6

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© 2018 American Cancer Society

tumori dell'urotelio

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Eradication of spontaneous malignancy by local immunotherapy

In arrivo l’immunoterapia intralesionale per i tumori immuno-sensibili. Rilasciata localmente, agisce globalmente. Mobilizzare le cellule T endogene per combattere i tumori è l’obiettivo di molte immunoterapie. Savig-Barfi e colleghi hanno esaminato una terapia di combinazione in molteplici tipi di modelli animali di cancro che potessero fornire un’immunità antitumorale sostenuta. Nello specifico, gli autori hanno combinato il rilascio intratumorale di un agonista di TLR9 (toll-like receptor 9) con l’attivazione di OX40 (CD134) per intensificare le risposte delle cellule T. Questa duplice immunoterapia porta alla riduzione dei tumori distali e a un prolungamento della sopravvivenza in questi animali, anche in un rigido modello tumorale spontaneo. Entrambi questi stimoli sono attualmente utilizzati singolarmente in studi clinici ma potrebbero verosimilmente essere combinati per un maggiore beneficio dei pazienti oncologici.


Sagiv-Barfi I, Czerwinski DK, Levy S, Alam IS, Mayer AT, Gambhir SS, Levy R.

Science Translational Medicine, 2018 Jan 31

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immunoterapia

Presentato a Negrar il volume sui numeri del cancro con l’intervento dell’Assessore Coletto

Veneto: “Nel 2017 stimati 31.750 nuovi casi di tumore il cancro del polmone è sempre più femminile, +43% dal 2008”.
Nella Regione il 79% dei cittadini ha aderito allo screening per la neoplasia del colon-retto (36% Italia).
Stefania Gori, presidente AIOM: “Il 40% delle diagnosi è evitabile, gli investimenti in prevenzione permettono di liberare risorse”. Il 61% degli uomini e il 66% delle donne sconfiggono la malattia

Negrar (Verona) 16 marzo 2018 – Il Veneto è Regione virtuosa nell’adesione agli esami di screening anticancro. Nel 2016, il 79% dei cittadini ha eseguito il test per individuare in fase precoce il tumore del colon-retto (esame del sangue occulto nelle feci), più del doppio rispetto alla media nazionale (36%). Il 63% delle donne venete si è sottoposto allo screening cervicale (fondamentale per la diagnosi precoce del tumore della cervice uterina), anche in questo caso più che raddoppiando il dato nazionale (30%), e il 64% delle cittadine ha eseguito la mammografia (44% Italia). Un’attenzione ai programmi di prevenzione secondaria che si traduce in percentuali di sopravvivenza particolarmente elevate: in Veneto il 60,7% degli uomini e il 66,3% delle donne sono vivi a 5 anni dalla diagnosi.

La fotografia dell’universo cancro in tempo reale nella Regione è raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dalla Fondazione AIOM, e presentato oggi presso l’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar (Verona) con l’intervento dell’Assessore alla Sanità della Regione Veneto, Luca Coletto. In Veneto nel 2017 sono stati stimati 31.750 nuovi casi di tumore (16.550 uomini e 15.200 donne), con una tendenza che rispecchia quella nazionale: un andamento stabile delle nuove diagnosi fra gli uomini e un incremento fra le donne. Nella popolazione generale le cinque neoplasie più frequenti sono quelle del colon-retto (4.500), seno (4.450), polmone (3.400), prostata (2.950) e melanoma (1.500).

“Ogni giorno nel nostro territorio sono stimate circa 87 nuove diagnosi di cancro – spiega Stefania Gori, presidente nazionale AIOM e Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar -. Da un lato, il progressivo invecchiamento della popolazione determina un inevitabile aumento dei nuovi casi. Dall’altro, il cancro rappresenta la patologia cronica su cui le campagne di prevenzione mostrano i maggiori benefici: infatti il 40% dei casi è evitabile seguendo uno stile di vita sano. Ma serve più impegno in questa direzione. Preoccupa in particolare in Veneto il notevole aumento, pari al 43%, delle diagnosi di tumore del polmone fra le donne, passate da 871 casi ogni anno nel periodo 2008-2010 a 1.250 nel 2017. Il vizio del fumo è sempre più femminile e le conseguenze negative sono evidenti, come dimostrano i numeri”. “Dobbiamo spingere maggiormente il sistema sulla prevenzione primaria e secondaria (ambito in cui la spesa sanitaria in Italia è ancora bassa) per ridurre il numero di nuovi casi di tumore e avere così più risorse disponibili per curare, che potrebbero essere utilizzate per migliorare l’accesso di tutti i pazienti alle terapie innovative – continua la presidente AIOM -. Oggi infatti ad armi efficaci come la chemioterapia, la radioterapia e la chirurgia si sono aggiunte le terapie mirate e l’immunoterapia, permettendo di migliorare la sopravvivenza e garantendo una buona qualità di vita”.

“Un tumore cambia la vita delle persone, ma è fondamentale sapere che oggi, grazie alla diagnosi precoce e ad armi sempre più efficaci, circa il 60% dei pazienti italiani sconfigge la malattia – afferma Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM -. L’Italia, infatti, si colloca nei primi posti in Europa come percentuali di persone sopravviventi a 5 anni dalla diagnosi nelle varie patologie neoplastiche”. “Non dimentichiamo infatti che il 40% dei tumori potrebbe essere evitato seguendo uno stile di vita sano - prosegue il dott. Nicolis -. No al fumo, no all’alcol, no all’obesità, no alla sedentarietà. Queste semplici regole possono essere riassunte in un numero: 30.5.0.1, ad indicare 30 minuti di attività fisica quotidiana, 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, 0 fumo, 1 bicchiere di vino a pasto. Il Veneto si colloca tra le migliori Regioni italiane per gli stili di vita, con uno spazio di miglioramento comunque per il consumo di alcol: risulta infatti che in Veneto il consumo sia superiore alla media nazionale (63,8% vs 55,1%, dati PASSI-Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia)”.

“In Veneto non esiste un tetto alla spesa oncologica – spiega Luca Coletto, Assessore alla Sanità della Regione Veneto e Presidente Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) –. È una scelta che rivendichiamo con orgoglio e che ci permette di rendere disponibili i farmaci anticancro innovativi a tutti i pazienti. La lotta ai tumori nel nostro territorio raggiunge i livelli più alti a livello nazionale. Da molti anni si parla di Reti Oncologiche Regionali, ma solo poche Regioni, tra cui il Veneto, hanno intrapreso un reale percorso di attivazione. La Rete Oncologica Veneta (ROV) permette a tutte le Oncologie della Regione di lavorare insieme in un unico team che assicura a tutte le persone colpite da tumore la stessa qualità di prestazioni, diagnosi e cura. In caso di necessità, il paziente viene indirizzato al centro più adatto in base alla specifica neoplasia. Nella Regione inoltre sono attive le Breast Unit per le donne colpite da cancro al seno. E, dei 47 Registri Tumori operativi in Italia, quello del Veneto è il più grande: ad oggi, è riuscito a censire e studiare il 96% dell’intera popolazione del territorio (la media nazionale si ferma al 62%)”.

Si stima che nella Regione vivano più di 277.000 cittadini dopo la diagnosi di tumore, una cifra in costante crescita. Oltre alle nuove terapie, anche gli screening svolgono un ruolo fondamentale nel miglioramento dei tassi di guarigione. “Rispetto ai Registri Tumori Regionali, quello del Veneto è il primo con 4 milioni 700 mila persone di copertura, seguito da Friuli Venezia Giulia (1 milione 219 mila), Umbria (890 mila), Basilicata (580 mila) e Valle d’Aosta (131 mila) – afferma Lucia Mangone, presidente AIRTUM -. Due fra le neoplasie più frequenti, quelle del colon-retto e della mammella, risentono fortemente dell’efficacia dei programmi di screening. L’andamento dell’incidenza del tumore del colon-retto dipende dell’introduzione dello screening nella popolazione di età 50-69 anni (avviato nelle ASL in anni diversi, tra il 2002 e il 2009), che comporta in una prima fase un aumento del numero dei casi, dovuto all’anticipo diagnostico di neoplasie che altrimenti sarebbero comparse successivamente. L’incidenza del cancro della mammella, dopo la crescita registrata negli anni ’90, si è stabilizzata a partire dal 2002, momento in cui si è esaurito l’incremento diagnostico associato all’introduzione dei programmi di screening mammografico, che in Veneto sono stati avviati a partire dal 1998”.

“Questo Ospedale dal 2016 è un Cancer Care Center dotato di un numero verde (800 143 143) per la cura del tumore - spiega Mario Piccinini, Amministratore delegato del ‘Sacro Cuore-Don Calabria’ –. Per noi è stato un approdo naturale, perché da tempo seguiamo con attenzione il percorso del paziente oncologico investendo sia in professionalità dedicate, nell’ambito di un approccio integrato e multidisciplinare, sia mettendo a disposizione le migliori tecnologie con importanti investimenti. Ricordiamo, ad esempio, la Radioterapia con 3 Acceleratori Lineari e un sistema di Radiochirurgia per le metastasi cerebrali, utilizzato proprio dal ‘Sacro Cuore Don Calabria’ per la prima volta nel mondo; una Medicina Nucleare con due PET-TAC (l’unica nel Veneto) e un Servizio di Terapia Radiometabolica; una Radiologia dotata di apparecchiature di ultima generazione; un Laboratorio di Biologia Molecolare, una chirurgia oncologica all’avanguardia che utilizza il Robot Da Vici Xi. Il paziente oncologico trova all’interno del perimetro dell’ospedale tutte le specialità per la diagnosi e la cura delle neoplasie fino alla riabilitazione oncologica e alle cure palliative”.

In Veneto nel 2014 (ISTAT, ultimo anno disponibile) sono stati 13.974 i decessi attribuibili a tumore. Nella Regione la neoplasia che ha fatto registrare il maggior numero di decessi è quella del polmone (2.512), seguita da colon retto (1.352), pancreas (1.089), seno (991) e fegato (801).

 

 

 

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Neoadjuvant Chemotherapy Followed by Radical Surgery Versus Concomitant Chemotherapy and Radiotherapy in Patients With Stage IB2, IIA, or IIB Squamous Cervical Cancer: A Randomized Controlled Trial

Lo studio rappresenta il primo confronto diretto tra due strategie di cura ugualmente indicate e largamente utilizzate nel trattamento del carcinoma della cervice uterina localmente avanzato. 633 pazienti sono state randomizzate a ricevere 3 cicli di chemioterapia neoadiuvante con carboplatino-paclitaxel seguita da chirurgia vs una radio-chemioterapia concomitante esclusiva. Lo studio che era stato disegnato per dimostrare una superiorità in termini di sopravvivenza libera da progressione per la neoadiuvante rispetto al trattamento standard non ha raggiunto il suo endpoint primario e la radio-chemioterapia concomitante rimane lo standard nel trattamento dei carcinomi della cervice uterina stadio FIGO IB2-IIB. Lo studio ha avuto una serie di problemi metodologici (non raggiungimento del campione predefinito) e di scelte terapeutiche (la chemioterapia neoadiuvante utilizzata probabilmente non è lo schema più attivo, la radioterapia è stata utilizzata a dosaggi superiori alla norma) che, insieme alla elevata tossicità riportata nel braccio di radioterapia e alla identica sopravvivenza globale tra i due bracci di trattamento, rendono questionabili le conclusioni degli autori. Probabilmente il giudizio sulla neoadiuvante seguita da chirurgia rimane sospeso fino all’arrivo dei risultati di un altro trial randomizzato con disegno identico che sono previsti alla fine del 2018.


Gupta S, Maheshwari A, Parab P, Mahantshetty U, Hawaldar R, Sastri Chopra S, Kerkar R, Engineer R, Tongaonkar H, Ghosh J, Gulia S, Kumar N, Shylasree TS, Gawade R, Kembhavi Y, Gaikar M, Menon S, Thakur M, Shrivastava S, Badwe R

Journal of Clinical Oncology, 2018 Feb 12

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neoplasie dell'utero

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Rassegna stampa quotididiana

Corriere della Sera: Finire sul lastrico (in Italia) per un tumore?

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Pembrolizumab in patients with thymic carcinoma: a single-arm, single-centre, phase 2 study

Vengono riportati i risultati di uno studio monocentrico (al Lombardi Comprehensive Cancer Center) di fase II sull’impiego di pembrolizumab nei pazienti con carcinoma timico recidivato. 40 pazienti affetti da carcinoma timico e sottoposti almeno ad una linea chemioterapica contenente platino nel periodo compreso fra marzo 2015 e dicembre 2016 vengono arruolati nello studio e trattati con pembrolizumab 200 mg ogni 3 settimane fino ad un massimo di 2 anni di terapia. L’obiettivo primario dello studio era il tasso di risposta (Response Rate) secondo i criteri RECIST v1.1. Con un follow-up mediano di 20 mesi viene registrata una risposta in 9 pazienti (22,5%) con una risposta completa, mentre la stabilizzazione di malattia è presente nel 53% dei casi. L’espressione di PD-L1 è stata valutata in 37 pazienti e in 10 pazienti con espressione >50% la risposta viene riscontrata in 6 casi (p = 0,005 vs Response Rate in 27 pazienti con espressione inferiore). La durata mediana di risposta è stata pari a 22,4 mesi; 8 pazienti hanno riportato una stabilizzazione di malattia, 6 mesi e 3 per 1 anno. Un’analisi post-hoc descrive una sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana nei pazienti ‘high expressors’ uguale a 24 mesi (vs 2,9) e una sopravvivenza globale (OS) non ancora raggiunta (vs 15,5 mesi). Eventi avversi severi di tipo autoimmune sono stati descritti nel 15% dei pazienti (n = 6) comprensivi di miocardite in due pazienti. Gli eventi avversi più comuni sono stati l’aumento delle transaminasi (aumento di AST e ALT nel 13% dei casi), dispnea (8%), mialgia/miosite (8%) e aumento della creatinfosfochinasi (8%). Non ci sono state morti tossiche.
Questi dati vanno sicuramente a sommarsi ad altri che riportano l’efficacia degli immuno-checkpoint inibitori in diverse patologie oncologiche e lo fanno in questo caso in una patologia che ha sicuramente necessità di un miglioramento nell’approccio sistemico. Tuttavia, proprio le caratteristiche di questa malattia e il quadro clinico che la caratterizza impongono un’attenta valutazione dei risultati e una criticità di lettura soprattutto quando si leggono i dati di tossicità.


Giaccone G, Kim C, Thompson J, McGuire C, Kallakury B, Chahine JJ, Manning M, Mogg R, Blumenschein WM, Tan MT, Subramaniam DS, Liu SV, Kaplan IM, McCutcheon JN

The Lancet Oncology, 2018, Jan 25

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carcinoma timico

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Repubblica Sport: Biffi (cardiologo) "Quella zona grigia sfugge alla scienza camioni inclusi"

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The addition of chemotherapy to radiation therapy improves survival in elderly patients with stage III non-small cell lung cancer

Sebbene i dati di efficacia nella malattia localmente avanzata derivanti dall’associazione di chemio e radioterapia siano ormai consolidati, molti sono ancora i casi di pazienti anziani in questa condizione anche nei gruppi multidisciplinari e molti sono i pazienti anziani ad oggi ancora trattati con la sola radioterapia. Considerato che i pazienti in età uguale o superiore ai 65 anni rappresentano più del 30% della popolazione, diventa fondamentale uniformare l’indicazione anche in questo sottogruppo di pazienti. Miller e coll conducono un’analisi retrospettiva (2003-2014) all’Ohio State University sui pazienti in stadio III non operabili affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule in età ≥ 70 anni. La casistica esaminata viene suddivisa in due coorti di cui una comprendente pazienti trattati con la sola radioterapia e l’altra pazienti trattati con chemioradioterapia. In quest’ultima coorte veniva considerato concomitante quell’approcio in cui la chemioterapia veniva somministrata entro 30 giorni dall’inizio della radioterapia, mentre era sequenziale tutto quello che non rientrava in questo lasso temporale. La prima coorte ha compreso 5.023 casi, la seconda 18.206. Sono risultati essere corelati con una maggior propensione ad eseguire chemioradioterapia (all’analisi univariata) le variabili: età più giovane, sesso maschile, razza bianca, alto livello sociale, stadio IIB di malattia, maggior distanza fra ospedale e domicilio.
Il trattamento chemioradioterapico è risultato esser correlato ad un’aumentata sopravvivenza globale rispetto alla sola radioterapia (hazard ratio [HR] = 0,66; intervallo di confidenza [IC] 95%: 0,64 - 0,68; p < 0,0001) con una riduzione del rischio di morte pari al 33% (HR = 0,67; IC 95%: 0,64 - 0,70; p < 0,001). Il beneficio ottenuto con chemioradioterapia è risultato essere superiore nei pazienti trattati con più farmaci (HR = 0,64; IC 95%: 0,61 - 0,67; p < 0,001) rispetto a trattamenti chemioterapici con singolo agente (HR = 0,83; IC 95%: 0,75 - 0,92; p < 0,001). La coorte trattata con chemioradioterapia è stata poi analizzata per i trattamenti sequenziale (n = 2.366) e concomitante (n = 15.840) evidenziando che il trattamento sequenziale correla con una riduzione del rischio di morte pari al 9% (HR = 0,91; IC 95%: 0,85 - 0,96; p = 0,002).
Sicuramente questo studio si caratterizza per il grande numero di casi analizzati dimostrando un chiaro vantaggio anche nella popolazione anziana per il trattamento di combinazione rispetto alla sola radioterapia nella malattia localmente avanzata non resecabile, con un beneficio che emerge per il trattamento sequenziale rispetto al concomitante.


Miller ED, Fisher JL, Haglund KE, Grecula JC, Xu-Welliver M, Bertino EM, He K, Shields PG, Carbone DP, Williams TM, Otterson GA, Bazan JG

Journal of Thoracic Oncology, 2017 Dec 18

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tumore del polmone

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Al Senato convegno di lancio della campagna sulla gestione integrata delle persone colpite da cancro

Tumori: solo il 57% dei pazienti riferisce al medico i piccoli disturbi al via il primo progetto per gestire i nuovi bisogni sul territorio

Stefania Gori, presidente AIOM: “Molte neoplasie sono diventate patologie croniche. Ed emergono necessità impensabili soltanto dieci anni fa”. Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM: “Vogliamo creare collaborazioni strutturate fra centri oncologici, medici di famiglia e farmacisti: lo chiedono con forza i malati”

Roma, 28 febbraio 2018 – Solo il 57% dei pazienti colpiti da cancro riferisce al medico i piccoli disturbi legati alla malattia o alle terapie, contro il 98% che affronta con l’oncologo gli effetti collaterali ritenuti rilevanti. Spossatezza, nervosismo, difficoltà ad addormentarsi, lieve dissenteria, mancanza di appetito, gonfiore e secchezza vaginale sono piccoli fastidi molto frequenti fra i pazienti oncologici italiani, che sembrano però restare nella terra di nessuno. Il 54%, infatti, ritiene che il medico di famiglia non sia un interlocutore adeguato sulle neoplasie e il 79% lamenta l’assenza di dialogo fra oncologi e medici del territorio. E solo il 9% si rivolge al farmacista di fiducia per avere consigli su come affrontare questi disturbi. È la fotografia che Fondazione AIOM e AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) hanno scattato con la prima fase del progetto nazionale “I nuovi bisogni del paziente oncologico e la sua qualità di vita”, presentato oggi al Senato in un convegno nazionale e realizzato con il contributo incondizionato di Bristol-Myers Squibb. “Nel nostro Paese – spiega Stefania Gori, presidente nazionale AIOM e direttore del dipartimento oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria, Negrar-Verona - vivono più di 3 milioni e trecentomila persone dopo la diagnosi di tumore, una percentuale in costante aumento, addirittura il 24% in più rispetto al 2010. E la malattia sta diventando sempre più cronica grazie a armi efficaci come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare che si aggiungono a chirurgia, chemioterapia, ormonoterapia e radioterapia. Evidenti i risultati raggiunti in alcune delle neoplasie più frequenti: la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi raggiunge il 91% nel tumore della prostata, l’87% nel seno, il 79% nella vescica e il 65% nel colon-retto”. “Questi cittadini presentano nuovi bisogni, impensabili fino a dieci anni fa – aggiunge Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM - di fronte ai quali gli operatori sanitari sono spesso impreparati. Da un lato, gli specialisti raramente vengono coinvolti dai pazienti nella gestione di questi piccoli effetti collaterali, dall’altro ai medici di famiglia, come ai farmacisti, non vengono offerti gli strumenti necessari per fornire risposte adeguate. Con la conseguenza che i pazienti e i loro familiari si muovono troppo spesso in modo autonomo cercando soluzioni prive di basi scientifiche. Vogliamo invece creare una nuova alleanza fra oncologi, medici di famiglia e farmacisti per gestire e trasferire sul territorio la cura di questi aspetti. Per questo siamo partiti coi sondaggi e i focus con tutte le figure coinvolte, iniziando proprio dai pazienti: è il primo progetto di questo tipo in Italia che può portare ad un concreto miglioramento della qualità di vita dei malati e dei loro familiari, con un consistente risparmio per il sistema sanitario nazionale, grazie alla diminuzione di visite specialistiche, spesso non più necessarie, con la possibilità di liberare risorse per rendere disponibili le terapie innovative a tutti i malati in tempi brevi”.

L’82% degli oncologi dichiara di essere preparato nella gestione di queste problematiche. Però il 39% evidenzia la sottovalutazione da parte degli stessi clinici di questi disturbi, che per il 52% possono influenzare in senso negativo l’adesione ai trattamenti. “Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione delle persone colpite dal cancro su questi aspetti, come evidenziato dall’82% dei medici di famiglia e dall’89% degli oncologi – sottolinea Nicolis -. I pazienti rivolgono sempre più spesso domande sulla dieta da seguire, l’attività fisica che possono praticare e il senso di disagio psicologico con cui sono spesso costretti a convivere. Per questo è fondamentale migliorare il livello di consapevolezza di tutti gli attori coinvolti. Il nostro progetto vuole infatti creare rapporti di collaborazione strutturati e preferenziali fra centri oncologici, medicina del territorio, farmacisti che vadano oltre le visite di controllo successive alla fase acuta della malattia”. Il 93% dei medici di famiglia afferma, infatti, di non avere a disposizione un canale diretto (ad esempio un numero verde dedicato) che facili il dialogo con lo specialista. “Il 72% dei medici di medicina generale, su 1.500 assistiti, segue in media fra 50 e 100 pazienti oncologici – afferma Andrea Salvetti, responsabile oncologia della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale, presieduta da Claudio Cricelli) -. Una situazione impensabile solo dieci anni fa, quando questa percentuale era molto contenuta. Dopo la diagnosi, i pazienti o i familiari si recano dal medico di famiglia per informarlo della nuova condizione di malattia. Nel 75% dei casi chiedono dove rivolgersi e quale centro preferire. Il rimanente 25% ha già scelto il percorso di cura. Dopo questo primo momento della comunicazione della diagnosi, il medico di famiglia ha rapporti quasi saltuari con il malato, che è preso in carico dallo specialista. La relazione viene ristabilita quando il paziente torna a casa, una volta terminata la fase acuta della malattia. Un documento dettagliato del centro specialistico informa il medico di famiglia sulle terapie somministrate e sugli eventuali effetti collaterali. Questo report è fondamentale, perché negli ultimi anni sono state rese disponibili molte nuove molecole e non sempre le conosciamo. Infatti il 66% ritiene scarso il proprio livello di conoscenza delle terapie innovative”. La reciproca collaborazione nella gestione dei piccoli disturbi è considerata scarsa o sufficiente dal 76% degli oncologi e dal 73% dei medici di famiglia. “Molto è lasciato alle conoscenze personali del centro oncologico di riferimento della zona – sottolinea Salvetti -. Talvolta siamo costretti a comporre più volte il numero del centralino dell’ospedale, sperando di intercettare prima o poi un collega oncologo”.

“Lo specialista è il principale punto di riferimento nella gestione degli effetti collaterali - spiega Elisabetta Iannelli, vicepresidente Aimac (Associazione Italiana Malati di Cancro) e componente del CdA di Fondazione AIOM -. Spesso però il paziente, per timore o insicurezza, preferisce non parlare dei piccoli disturbi che non hanno rilevanza clinica determinante, ma sono in grado di peggiorare la qualità di vita e, oggi, non trovano capacità d’ascolto, giusta attenzione e adeguate risposte. Uno strumento che potrebbe facilitare la comunicazione di questi disturbi è costituito dai PRO-CTCAE (Patient Reported Outcomes - Common Terminology Criteria for Adverse Event): un questionario, utilizzato nelle ricerche cliniche negli USA e in altri Paesi (la versione italiana è stata validata lo scorso giugno), con cui il paziente segnala in autonomia e in maniera dettagliata gli effetti collaterali dei trattamenti anti-tumorali”.

Il 16% dei pazienti giudica “buona” la propria qualità di vita con le terapie, il 24% “abbastanza buona” e il 26% la ritiene “faticosa ma soddisfacente”. “Una maggiore attenzione ai disturbi leggeri come spossatezza, nervosismo o secchezza vaginale avrebbe un impatto sicuramente positivo sulla quotidianità – afferma Rita Vetere, vicepresidente di ‘Salute Donna Onlus’, associazione che fa parte del CdA di Fondazione AIOM -. Per cercare soluzioni, i pazienti ricorrono a internet: con continuità il 20%, spesso il 16%, qualche volta il 42%. Il rischio però è di incorrere in fonti non certificate e nei ciarlatani che sfruttano le difficoltà determinate da una diagnosi seria. Il passaggio della gestione di questi problemi al territorio può costituire un argine anche contro le cosiddette fake news”. “Il pieno ritorno a una vita come prima - spiega Claudia Santangelo, presidente di ‘Vivere Senza Stomaco (si può!)’ e componente del CdA di Fondazione AIOM – implica l’attenzione anche ai piccoli disturbi. Si è guariti quando vengono ripristinate le condizioni di vita presenti prima dell’insorgenza della malattia e se vi è il recupero della condizione di benessere fisico, psichico e sociale. Un percorso che inizia a partire dal momento in cui la persona entra nell’ospedale e che deve continuare sul territorio dopo la fase acuta della malattia”.

“Negli anni Settanta solo poco più del 30% delle persone colpite riusciva a sconfiggere il cancro - continua Alessandro Comandone, Direttore Oncologia Medica all’Ospedale Humanitas Gradenigo di Torino -, negli anni Novanta questa percentuale arrivava al 47%, oggi 6 persone su dieci sono vive a 5 anni dalla diagnosi e, quando non si arriva a guarigione, in molti casi è possibile convivere a lungo termine con la malattia con una buona qualità di vita. Quello che chiede il paziente, anche se guarito, è di continuare a mantenere i rapporti con il Centro Oncologico per far fronte ai molti problemi che si presentano pur a distanza di anni dalla fine della terapia. Ma il crescente numero dei malati e l’esiguo numero degli oncologi rendono molto difficile affrontare queste tematiche e garantire un appoggio costante. L’unica soluzione è di varare un piano nazionale sulla cronicità che, con collaborazioni multidisciplinari e con la stretta alleanza con le Associazioni dei Pazienti, possa affrontare i problemi della lungosopravvivenza e della cronicizzazione della malattia cancro. Solo in questo modo il malato o ex malato potrà essere accompagnato anche per anni dopo la fine dei trattamenti”.

Il progetto prevede anche il coinvolgimento delle farmacie, per facilitare una distribuzione capillare sul territorio degli attori in grado di supportare i malati. Oggi il 68% dei pazienti non li ritiene interlocutori affidabili per chiedere consigli su questi temi. “Il farmacista in farmacia non fa il medico, il suo ruolo è quello di traduttore di senso, deve spiegare le terapie non integrarle soprattutto in situazioni delicate tenute sotto controllo medico – conclude Paolo Vintani, vicepresidente Federfarma Milano -. Il 59% dei farmacisti dichiara di non sentirsi completamente pronto a consigliare al paziente il giusto percorso per risolvere i piccoli disturbi, soprattutto perché i farmaci oncologici non passano attraverso la farmacia e quindi non abbiamo occasione di conoscere le loro interazioni. Il 92% delle farmacie vorrebbe maggiori informazioni. La creazione di un percorso strutturato con gli oncologi e i medici di famiglia può creare le condizioni per una reale reintegrazione dei cittadini colpiti dal cancro nella società e nel mondo del lavoro”.

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Development and Validation of a Risk Prediction Model for Acute Kidney Injury After the First Course of Cisplatin

Gli autori dell'articolo pubblicato sul Journal of Clinical Oncology propongono uno score per il calcolo del rischio di danno renale acuto associato alla somministrazione del primo ciclo di cisplatino, basandosi sui dati di una numerosa casistica: oltre 4.400 pazienti trattati presso due centri oncologici statunitensi in un periodo di circa 6 anni. La numerosità della casistica ha consentito agli autori di dividere i pazienti in una coorte di sviluppo e una coorte di validazione, entrambe di oltre 2.000 pazienti. Gli autori hanno definito il danno renale acuto non come il superamento di un valore soglia fisso, ma come un incremento pari ad almeno 0,3 mg/dl nel valore della creatinina sierica, rispetto al valore basale, nelle 2 settimane successive alla prima somministrazione di cisplatino. Tale definizione di danno renale acuto è occorsa nel 13,6% dei pazienti nella coorte di sviluppo dello score e nell'11,6% dei pazienti inclusi nella coorte di validazione. Interessante notare che l'analisi dei fattori predittivi del rischio di sviluppare danno renale acuto non ha evidenziato un ruolo predittivo significativo della clearance stimata al basale (eGFR), mentre ha identificato come fattori predittivi significativi l'età (con rischio progressivamente crescente, leggermente maggiore oltre i 60 anni e decisamente maggiore oltre i 70), la dose assoluta di cisplatino (con un rischio leggermente maggiore oltre i 100 mg totali e decisamente maggiore oltre i 150 mg totali), la presenza di ipertensione arteriosa e l'ipoalbuminemia. Sulla base di questi parametri, gli autori propongono uno score di rischio, che consente di identificare pazienti nei quali la chance di danno renale acuto è molto bassa (3% di probabilità in caso di score pari a 0) e - all'altro estremo - un gruppo di pazienti nei quali invece la probabilità di sviluppare danno renale acuto è elevata (51% di probabilità in caso di score pari a 8,5). Lo score si riferisce, come detto, all'incremento assoluto di 0,3 mg/dl rispetto al valore basale, riscontro che di per sé non descrive né la severità assoluta del danno né la sua durata, ma rappresenta comunque uno strumento utile nel mettere insieme parametri peraltro già descritti dalla letteratura come potenziali fattori di rischio.


Motwani SS, McMahon GM, Humphreys BD, Partridge AH, Waikar SS, Curhan GC

Journal of Clinical Oncology, 2018 Jan 10

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gestione tossicità

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Riconoscimento della figura del Coordinatore di Ricerca Clinica

Scarica in formato PDF la lettera inviata dai Presidenti di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), CIPOMO (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), COMU (Collegio degli Oncologi Medici Universitari) e AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica), all'Onorevole Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute.

Presentato a Pordenone il volume sui numeri del cancro con l’intervento dell’Assessore Telesca

Friuli Venezia Giulia: nel 2017 stimati 9.000 nuovi casi di tumore cresce l’adesione agli screening, ma troppo alcol per il 28% dei cittadini.

Le 5 neoplasie più frequenti sono quelle del colon-retto (1.400), mammella (1.250), prostata (950), polmone (900) e melanoma (400). La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è del 61%. Il 40% delle diagnosi è evitabile con uno stile di vita sano, però pochi seguono le regole della prevenzione. Il 26% dei residenti fuma e il 31,2% è in sovrappeso

Pordenone, 22 febbraio 2018 – Nel 2017 in Friuli Venezia Giulia sono stati stimati 9.000 nuovi casi di tumore (4.750 uomini e 4.250 donne). Rispetto alla media annua rilevata dieci anni fa, si registra un andamento sostanzialmente stabile fra gli uomini (4.752 ogni anno nel triennio 2008-2010) e un incremento fra le donne (4.021). Le cinque neoplasie più frequenti nella Regione sono quelle del colon-retto (1.400 nuovi casi nel 2017), mammella (1.250), prostata (950), polmone (900) e melanoma (400). E il 61% dei residenti in Friuli Venezia Giulia (60,8% uomini e 61,4% donne) è vivo a cinque anni dalla diagnosi.
È la fotografia dell’universo cancro in tempo reale raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dalla Fondazione AIOM, e presentato oggi a Pordenone con l’intervento dell’Assessore alla Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, Maria Sandra Telesca. “Anche a livello nazionale si osserva un aumento delle neoplasie fra le donne - afferma la dott.ssa Lucia Fratino del Dipartimento di Oncologia Clinica al CRO di Aviano e coordinatore AIOM Friuli Venezia Giulia –. Si stima che complessivamente ogni giorno nella nostra Regione si registrino 25 nuove diagnosi di tumore. Quello che veniva un tempo considerato un male incurabile è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere a lungo con una buona qualità di vita. Oggi per combattere il cancro abbiamo a disposizione nuovi agenti efficaci, come l’immunoterapia e farmaci a bersaglio molecolare (target therapy) oltre che tecnologia d’avanguardia come la chirurgia robotica e la radioterapia a protoni che si aggiungono alla chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Tutto questo, unito alle campagne di prevenzione promosse con forza anche da AIOM, si traduce nel costante incremento del numero di cittadini vivi dopo la diagnosi di neoplasia che nella nostra Regione ha superato i 77.000”.

In Friuli Venezia Giulia si registrano alcuni dei valori più alti di adesione ai programmi di screening organizzati rispetto alla media nazionale (anno 2015): il 60,2% delle donne ha effettuato la mammografia per la diagnosi precoce del tumore della mammella (55% Italia), il 59,4% ha eseguito il Pap test per la prevenzione del tumore del collo dell’utero (39,8% Italia) e il 60,3% dei cittadini si è sottoposto al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci per individuare in fase precoce il tumore del colon retto (43% Italia). L’adesione dei residenti in Friuli Venezia Giulia a questi fondamentali programmi di prevenzione è in costante crescita: la mammografia dal 2006 al 2015 è passata infatti dal 51,2% al 60,2%, il Pap test dal 2000 al 2015 è aumentato dal 42,8% al 59,4%, il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci dal 2008 al 2015 è cresciuto dal 36,4% al 60,3%.

“I dati sull’adesione agli screening e quelli sulla sopravvivenza indicano l’ottimo livello delle cure garantito nella nostra Regione e sono merito del sistema complessivo di presa in carico regionale - sottolinea Maria Sandra Telesca, Assessore alla Salute della Regione Friuli Venezia Giulia -. Il nostro impegno istituzionale è di porre sempre il paziente al primo posto, ricordandoci che dietro la malattia c’è una persona. Il positivo aumento delle guarigioni comporta che nel percorso di un malato oncologico vi sia una vita prima, durante e dopo la patologia, che richiede l’attenzione e l’intervento di molte professionalità. È importante che sia completata quanto prima la costituzione della rete oncologica del Friuli Venezia Giulia, un elemento organizzativo fondamentale e non più procrastinabile nel sistema sanitario regionale. Per giungere a questo traguardo è necessario che i professionisti trovino le modalità per garantire un ampio spettro di specializzazioni in rete”.
Nella Regione la sopravvivenza relativa per tutti i tumori a 5 anni dalla diagnosi è aumentata dal 46,4% per gli uomini e 55% per le donne con diagnosi tra il 1995 e il 1999, al 54,5% degli uomini e 58,3% delle donne con diagnosi 2000-2004, fino al 60,8% per gli uomini e al 61,4% per le donne con diagnosi 2007-2010. “Il Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia è stato istituito nel 1998 quale importante strumento del Servizio Sanitario Regionale per la lotta contro le malattie neoplastiche - spiega il dott. Luigino Dal Maso, componente della Segreteria Nazionale AIRTUM -. Da allora, assolve al compito di misurare, attraverso la raccolta, l’analisi e la presentazione dei dati di incidenza, l’impatto dei tumori sulla salute pubblica. Da un lato, i confronti della sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi (effettuati tramite opportuni aggiustamenti nel libro ‘I numeri del cancro 2017’) collocano il Friuli Venezia Giulia alla pari con altre Regioni del Nord Italia e testimoniano che, anche in questa Regione, le diverse malattie tumorali, anche se in diversa misura, possono essere guarite, oltre che curate. Dall’altro lato, le criticità evidenziate dai dati costituiscono una spinta a migliorare il livello di prevenzione e assistenza nel territorio. Ciò deve avvenire per rispondere sempre meglio ai criteri di efficienza, efficacia ed equità che ispirano l’azione del sistema sanitario del Friuli Venezia Giulia, con l’obiettivo che gli approcci diagnostici e terapeutici siano sempre più tempestivi e standardizzati per tutti i cittadini in quanto parte della rete oncologica regionale”. 

“Resta ancora molto da fare in Regione sul fronte degli stili di vita - continua il prof. Fabio Puglisi, Direttore della Struttura Operativa Complessa di Oncologia B del CRO di Aviano e Direttore della Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica all’Università di Udine -. La conoscenza dei dati contenuti nel documento è molto utile per la definizione di programmi di prevenzione: sappiamo che oltre il 40% delle diagnosi è evitabile adottando uno stile di vita sano (non fumare, svolgere attività fisica costante, seguire una dieta corretta). È scientificamente provato che il cancro è la patologia cronica che risente più fortemente delle misure di prevenzione”. Non tutti i cittadini del Friuli Venezia Giulia però seguono questi consigli (PASSI 2013-2016): il 19,9% è sedentario, il 31,2% è in sovrappeso e il 10,5% obeso, percentuali comunque migliori o in linea con la media nazionale (rispettivamente pari al 32,5%, 31,7% e 10,5%). I fumatori sono il 26% della popolazione (26,4% in Italia). Preoccupa il consumo a maggior rischio di alcol che interessa il 28,6% della popolazione, nettamente superiore alla media italiana (16,9%).

“Da anni l’Istituto - commenta il Direttore Generale del CRO, Mario Tubertini - è impegnato nell’attuazione di politiche di prevenzione primaria. Particolare accento è stato posto sulla trasmissione di notizie scientificamente validate, quindi utili all'attuazione di stili di vita capaci di ridurre il rischio di sviluppare tumori. Al CRO esistono strutture dedicate a questo: l’Epidemiologia, in grado di realizzare studi scientifici importanti e la Biblioteca Scientifica e per Pazienti, presidio che trasmette con elevato grado di professionalità quanto disponibile dalla ricerca. Nel solco della prevenzione si inserisce infine l’accordo-quadro pluriennale sottoscritto con un player della distribuzione organizzata finalizzato all’adozione di corretti e sani stili di vita. Un’opportunità divulgativa molto importante, valorizzata dal ruolo di gestore oncologico unico nel Pordenonese, attribuito all’Istituto dalla riforma sanitaria regionale”.

“La lotta al cancro - spiega il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella prefazione - richiede sempre di più lo sviluppo e la definizione di un approccio integrato e multidisciplinare sia in termini di strategia di cura sia per garantire un’offerta adeguata di assistenza in continuità tra ospedale e territorio, vicino al domicilio, realizzando una presa in carico globale della persona nei suoi bisogni sanitari, sociali e relazionali, attraverso l’integrazione dei vari attori istituzionali e non istituzionali, delle famiglie e delle associazioni, con la loro forte capacità di ‘prendersi cura’”. In Friuli Venezia Giulia nel 2014 (ultimo dato ISTAT) sono stati 4.214 i decessi attribuibili a tumore: la neoplasia che ha fatto registrare il maggior numero di decessi è quella del polmone (730), seguita da colon retto (445), pancreas (335), seno (294) e fegato (236).

“Per i pazienti è essenziale disporre in tempi brevi delle terapie innovative - afferma Anselmo Rossi, rappresentante di Fondazione AIOM -. I vantaggi di questi trattamenti in termini di sopravvivenza e qualità di vita possono avere un impatto decisivo anche per il reinserimento sociale e lavorativo. Il bisogno di salute del paziente con una diagnosi di neoplasia è superiore a quello della popolazione generale. E persiste a lungo nel tempo, alla luce delle caratteristiche peculiari delle patologie oncologiche, dei loro effetti e delle specifiche risposte terapeutiche ed assistenziali. Guarire oggi non può voler dire solo aver vinto la personale battaglia contro la malattia. Si è guariti quando vengono ripristinate le condizioni di vita presenti prima dell’insorgenza della malattia e se vi è il pieno recupero del benessere fisico, psichico e sociale”.

“Sono oltre 3 milioni e trecentomila gli italiani che vivono dopo una diagnosi di cancro - conclude la dott.ssa Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar-Verona -. È un numero importante che evidenzia il peso della patologia oncologica e lo sforzo continuo per migliorare la sopravvivenza dei pazienti non solo in termini quantitativi ma anche di qualità di vita. Oggi le due neoplasie più frequenti, quella della prostata negli uomini e della mammella nelle donne, presentano sopravvivenze a 5 anni pari a circa il 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce. Risultati sicuramente incoraggianti, che ci spingono a impegnarci ancora di più sia sul fronte della ricerca che della prevenzione”.

 

 

 

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OV21/PETROC: A randomized Gynecologic Cancer Intergroup phase II study of intraperitoneal versus intravenous chemotherapy following neoadjuvant chemotherapy and optimal debulking surgery...

Lo studio randomizzato da fase II ha comparato la chemioterapia standard endovenosa con due regimi di terapia endoperitoneale (cisplatino-paclitaxel i.p. e carboplatino-paclitaxel i.p.). Il braccio con il cisplatino non ha superato la prima analisi ad interim per efficacia e tossicità ed è stato chiuso precocemente. Il confronto finale è stato effettuato tra la terapia endovenosa standard e il braccio di carbo-taxolo i.p. L’endpoint originario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS) ma lo studio è stato cambiato in corso di svolgimento inserendo la PFS a 9 mesi come endpoint primario. Con questa modifica la PFS è risultata migliore nel braccio i.p. senza alcun segnale per la PFS e sopravvivenza globale a vantaggio del braccio i.p.
Questo studio riporta l’ennesimo dato dibattuto sul ruolo della chemioterapia intraperitoneale nel trattamento del tumore ovarico. Potenzialmente la strategia ha una sua validità biologica e dati di letteratura la supportano, ma l’incoerenza dei dati di letteratura, che non vanno tutti nella stessa direzione, i problemi metodologici di questo studio e le problematiche di tossicità del trattamento, non ne fanno una opzione standard per tutte le pazienti, ma certamente una buona opportunità che centri con esperienza possono offrire a pazienti senza residuo di malattia.


Provencher DM, Gallagher CJ, Parulekar WR, Ledermann JA, Armstrong DK, Brundage M, Gourley C, Romero I, Gonzalez-Martin A, Feeney M, Bessette P, Hall M, Weberpals JI, Hall G, Lau SK, Gauthier P, Fung-Kee-Fung M, Eisenhauer EA, Winch C, Tu D, MacKay HJ

Annals of Oncology, 2017 Nov 23

Link all'abstract

 

 

"OV21/PETROC: A randomized Gynecologic Cancer Intergroup phase II study of intraperitoneal versus intravenous chemotherapy following neoadjuvant chemotherapy and optimal debulking surgery in epithelial ovarian cancer"

 

 

 

carcinoma ovarico

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How to Identify and Manage Cognitive Dysfunction After Breast Cancer Treatment

Importante lavoro che approfondisce una problematica spesso sottovalutata. Le disfunzioni cognitive dopo trattamento per carcinoma mammario rappresentano un aspetto poco studiato, sfuggente, ma che ha una certa prevalenza e soprattutto un impatto sulla vita quotidiana. Questo lavoro cerca di fare il punto sulle conoscenze attuali e suggerisce approcci possibili al problema, sottolineando l’importanza della multidisciplinarietà.


Lange M, Joly F

Journal of Oncology Practice, 2017 Dec

Link all'abstract

 

 

neoplasia della mammella

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Così combatteremo il cancro nei prossimi 10 anni

Immunoterapia, terapia genica e farmaci che aprono la strada al sistema immunitario. Ecco su cosa punta la scienza per il futuro prossimo

Da LA STAMPA.it del 4-2-2018

I numeri dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) parlano chiaro: oggi oltre tre milioni di italiani vivono a 5 anni di distanza dalla diagnosi di tumore. Ben il 24% in più rispetto a quello che accadeva nel solo 2010. Il merito è essenzialmente della diagnosi precoce – quando si arriva a diagnosticare la malattia agli stadi iniziali le probabilità di guarigione sono molto più alte - e di terapie sempre più efficaci. Ed è proprio grazie a queste ultime che oggi – se proprio non si riesce a guarire- alcune forme di cancro possono essere considerate malattie croniche a tutti gli effetti.

Una svolta chiamata immunoterapia
Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del sistema immunitario di riconoscere il cancro. Quest’ultimo, però, grazie a particolari meccanismi, spegne la risposta immunitaria e prolifera.

Ecco perché agire dall’esterno, mantenendo attiva la risposta, rappresenta una strategia vincente. A fare da apripista all’immunoterapia è stato il melanoma, un tumore che quando era in metastasi lasciava poche speranze. La situazione è radicalmente cambiata con l’avvento dei primi farmaci capaci di agire sui meccanismi che regolano il sistema immunitario. Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di risultati positivi.

Oggi grazie all’immunoterapia è possibile in molti casi tenere sotto controllo la malattia di fatto cronicizzandola. Ciò non è più solo valido per il melanoma ma lo è anche, ad esempio, per il tumore del polmone dove grazie a questo approccio sempre più malati riescono a rispondere positivamente alle cure.

La rivoluzione portata dalla terapia genica: il caso recente del Bambin Gesù
Ma se fino ad oggi, per ottenere questi risultati, gli scienziati hanno somministrato farmaci che vanno ad agire sulla superficie delle cellule immunitarie al fine di togliere quei freni che ne limitavano la risposta, ora grazie alla possibilità di manipolare il Dna le istruzioni possono essere trasferite direttamente all’interno delle cellule immunitarie.

Ed è questo il caso della CAR-T, sperimentata dal 2012 e utilizzata (una sua evoluzione) nei giorni scorsi dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù per la cura di un bimbo affetto da leucemia linfoblastica acuta in cui i precedenti tentativi con la chemioterapia avevano fallito. Attualmente questo approccio è utilizzato nella cura dei tumori del sangue come leucemie, linfomi e mielomi.

La ricerca avanza però a passo spedito e nel mondo sono diverse le sperimentazioni in atto per quanto riguarda i tumori solidi come quelli del fegato, del pancreas, dell’ovaio, il neuroblastoma e il mesotelioma. In questi casi sicurezza ed efficacia rispetto alle terapie disponibili sono ancora da dimostrare e non rappresentano la prima scelta di cura.

I farmaci apripista
Attenzione però a pensare che questa soluzione sia valida ed efficace per tutti i tumori.
Secondo le ultime statistiche a beneficiare dell’immunoterapia sarebbero circa la metà delle persone che vi si sottopongono. Ecco perché gli scienziati sono ora all’opera nel tentativo di aumentare questa percentuale. Per fare ciò la strategia che maggiormente viene percorsa è quella che prevede lo sviluppo di molecole capaci di fare da «apripista» all’immunoterapia. Ma non è finita qui perché per rendere il tumore maggiormente riconoscibile la ricerca si sta concentrando verso la creazione di molecole capaci di agire sull’epigenoma del tumore in modo da modificarne l’espressione genica portandolo, di fatto, ad essere più facilmente raggiungibile.

Scegliere le terapie sulla base del Dna tumorale
Anche se l’immunoterapia sta rivoluzionando la cura del cancro, chirurgia, radio e chemioterapia sono armi a disposizione necessarie e altrettanto valide. Ciò che acquisterà sempre più importanza invece sarà l’analisi genetica del tumore. Potendo disporre della “carta di identità” della malattia sarà possibile scegliere il farmaco giusto.

Di Daniele Banfi

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Giornata mondiale contro il cancro. Il cancro si può vincere! NON avere paura!

Ogni anno in Italia 147.600 casi di tumore, il 40% del totale, potrebbero essere evitati seguendo uno stile di vita sano: no al fumo, alimentazione corretta e attività fisica costante. All’impegno, individuale e collettivo, per sconfiggere la malattia è dedicata la Giornata mondiale contro il cancro, che si celebra il 4 febbraio 2018 con la campagna “We can. I can” (http://www.worldcancerday.org/). La giornata è promossa dall’UICC (The Union for International Cancer Control), organizzazione non governativa che rappresenta associazioni impegnate nella lotta alle neoplasie in oltre 160 Paesi. All’evento partecipano anche l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e la Fondazione AIOM che sostengono gli obiettivi della campagna. Obiettivo della Giornata è sensibilizzare i cittadini sulla malattia perché l’informazione costituisce spesso la prima “medicina”.

È fondamentale che i cittadini comprendano che il cancro si vince anche giocando d’anticipo, seguendo le “regole d’oro” dettate da una parola magica: prevenzione. Cosa significa? Vuol dire seguire uno stile di vita corretto, fin da giovani. Un concetto sicuramente alla portata di tutti, iniziando dalla tavola per finire con la pratica costante di esercizio fisico. Gli esperti hanno iniziato ad attribuire sempre più importanza alla prevenzione soprattutto negli ultimi decenni, perché i casi di tumore nel mondo sono in continuo aumento. Due fattori che influiscono su questo incremento sono l’allungamento della vita media e un cambiamento in negativo degli stili di vita. Ad esempio, la diffusione del vizio del fumo tra le donne ha portato negli ultimi anni a un vero e proprio boom di casi di cancro al polmone nel sesso femminile. Eppure bastano semplici suggerimenti per battere il cancro d’anticipo.


LE 12 REGOLE DELLA PREVENZIONE

  1. Non fumate: il 30% di tutti i tumori è collegato al consumo di tabacco
  2. Non consentite che si fumi a casa vostra
  3. Moderate il consumo di alcol: l’unica vera bevanda indispensabile per l’organismo è l’acqua. E’ necessario berne almeno 1,5/2 litri al giorno
  4. Seguite una dieta sana ed equilibrata:
    1. consumate regolarmente frutta e verdura (soprattutto crude), legumi, pane, pasta, riso ed altri cereali integrali;
    2. limitate i cibi molto calorici (ricchi di zucchero e di grassi);
    3. evitate le bevande zuccherate;
    4. evitate le carni conservate;
    5. limitate le carni rosse cotte alla brace;
    6. limitate i cibi ricchi di sale.
  5. Praticate attività fisica moderata ogni giorno
  6. Mantenete un peso corporeo sano (l’obesità e l’elevata assunzione di grassi costituiscono importanti fattori di rischio da evitare)
  7. Non utilizzate lampade solari: in questa modo è possibile ridurre il rischio di melanoma e di altri tumori cutanei
  8. Proteggetevi dalle malattie sessualmente trasmissibili: è bene utilizzare sempre il preservativo durante i rapporti
  9. Evitate l’uso di sostanze dopanti: steroidi anabolizzanti comportano un aumento del rischio di tumori, in particolare a fegato, prostata e reni
  10. Fate partecipare i vostri bambini ai programmi di vaccinazione per:
    1. Epatite virale B, per i neonati
    2. Papillomavirus (HPV), per gli adolescenti
  11. Per le donne:
    1. allattare al seno riduce il rischio di cancro: se puoi, allatta il tuo bambino;
    2. la terapia ormonale sostitutiva in postmenopausa può aumentare il rischio di tumore.
  12. Partecipate ai programmi di screening organizzati di diagnosi precoce per:
  • Tumori del colon-retto
  • Tumori della mammella
  • Tumori della cervice uterina

LE 10 PAURE DA SFATARE

La diagnosi di tumore cambia la vita della persona, ma è fondamentale sapere che oggi, grazie alla diagnosi precoce e ad armi sempre più efficaci, nel nostro Paese il 63% delle donne e il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. L’Italia infatti si colloca nei primi posti in Europa per numero di guarigioni. E l’innovazione in oncologia non si ferma: ogni giorno veniamo a conoscenza di nuovi studi e scoperte che, molto probabilmente, nascondono vere e proprie rivoluzioni. È solo questione di tempo…

La paura è uno dei problemi più frequentemente segnalati dai malati di tumore. L’incertezza sul proprio futuro infatti può essere fonte di ansia, ma si amplifica se non viene esplicitata. Spesso una buona informazione e un dialogo franco con il medico costituiscono già due rimedi sufficienti per tenere sotto controllo la paura. Discutere con il medico, i familiari e gli amici può aiutare il malato ad alleviare la tensione e a superare la paura.

La paura inoltre può facilitare la diffusione di false informazioni sulle terapie contro il cancro o di mistificazioni prive di fondamento scientifico per screditarne l’efficacia e allontanare o demotivare i pazienti. Nel corso degli anni abbiamo assistito alla pericolosa diffusione di teorie pseudoscientifiche sulle cure miracolose del cancro: dal siero Bonifacio che prese il nome dal veterinario di Agropoli che usava le capre, allo squalene dei nostri giorni per cui la cartilagine di squalo funzionerebbe come una sorta di antidoto, al veleno dello scorpione cubano fino al metodo “Di Bella”. L’attrazione per le cosiddette terapie “non convenzionali” è alimentata dal dolore e dalla paura causati dalla diagnosi di malattia e chi promuove queste teorie sfrutta la speranza dei malati e dei loro familiari.

Oggi abbiamo a disposizione trattamenti efficaci in grado di migliorare la sopravvivenza anche nella fase metastatica ed è possibile tenere sotto controllo gli eventuali effetti collaterali delle terapie garantendo ai pazienti una buona qualità di vita.

Anche la chemioterapia si è continuamente sviluppata e innovata, non è più quella di 30 anni fa, è più “dolce” rispetto al passato, perché si basa su farmaci più efficaci e meno tossici, e soprattutto abbiamo oggi a disposizione trattamenti complementari che ne riducono in maniera rilevante gli effetti collaterali come la nausea e il vomito. Con le dovute differenze a seconda del tipo di tumore, dello stadio della malattia e della finalità della cura, sono disponibili terapie che non provocano la caduta dei capelli, altre che rispettano la produzione di globuli bianchi e rossi e piastrine da parte del midollo osseo, o sono meno impattanti per le mucose.


Ecco perché non bisogna avere paura!

 

 Il cancro si può vincere!
NON avere paura!

 

'Proteggi i tuoi figli'. Flavia Pennetta in campo contro il papillomavirus

Campagna dell'Aiom per la vaccinazione

Da NAZIONE - Carlino - GIORNO del 4-2-2018

«Ogni venti secondi, nel mondo, un bambino muore per malattie per cui esiste un vaccino. E in Italia ogni anno, oltre seimila uomini e donne vengono colpiti da un tumore provocato dal Papillomavirus. Se ami tuo figlio, lo vaccini». A lanciare il messaggio è la tennista Flavia Pennetta nello spot dell'Aiom, la Società Scientifica degli oncologi medici italiani, nell'ambito di una nuova campagna di sensibilizzazione alla vaccinazione per prevenire gravi malattie tra cui i tumori da Papillomavirus umano (Hpv). L'iniziativa è stata presentata al ministero della Salute. Il video, dopo essere stato diffuso in oltre 600 sale cinematografiche, sbarcherà ora anche in tv e sui canali social, grazie ad un contributo non condizionante di MSD Italia. «Dobbiamo promuovere — spiega Giordano Beretta, presidente eletto dell'Aiom — una maggiore cultura: più dell'8 per cento di tutte le forme di cancro è riconducibile a virus e altri patogeni tra cui il Papilloma virus umano. Si calcola che tre donne sessualmente attive su quattro contraggano questo virus nel corso della vita. In Italia, la vaccinazione anti-Papillomavirus è gratuita per le undicenni fin dal 2007. Inoltre numerose patologie e tumori si registrano anche nell'uomo. Per questo, dal 2017 la vaccinazione anti Hpv è offerta indistintamente a ragazze e ragazzi. Tuttavia, i dati rivelano livelli di adesione alla vaccinazione ancora lontani dall'obiettivo del 95 per cento prefissato dal ministero della Salute. Stiamo dunque assistendo ad una preoccupante sottovalutazione di un'arma di prevenzione che invece potrebbe risparmiare ogni anno la sofferenza legata alla diagnosi di migliaia di tumori e altre patologie».

«Durante la gravidanza — aggiunge Flavia Pennetta — mi sono informata e ho capito che senza le vaccinazioni molte gravissime malattie sarebbero ancora diffuse. Per questo non ho esitato nemmeno un minuto a vaccinare mio figlio e invito tutti i genitori italiani a non avere paure e a informarsi da fonti autorevoli e qualificate». La campagna gode del sostegno della Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp), della Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (Siti) e della Fondazione Aiom. «Quella a favore dei vaccini—sottolineano Giampietro Chiamenti Presidente Nazionale Fimp ed Elisabetta Franco della Siti — è una battaglia di civiltà. E’ arrivato il momento di fare chiarezza e di allontanare dubbi e timori infondati. Per questo appoggiamo con grande piacere l'iniziativa degli oncologi italiani». Lo spot è visibile sul sito www.aiom.it. «Ringrazio l'Aiom — è il commento di Nicoletta Luppi presidente e amministratore delegato di MSD Italia — per l'impegno che la società scientifica ha profuso nel sensibilizzare la popolazione sulla prevenzione del cancro e la testimoniai Flavia Pennetta, per aver sposato la nobile causa di essere la "portabandiera" del messaggio rivolto a tutte le mamme».

f.m.

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HER2 copy number of circulating tumour DNA functions as a biomarker to predict and monitor trastuzumab efficacy in advanced gastric cancer

Si tratta di un piccolo studio la cui importanza risiede nel setting tuttora largamente inesplorato (carcinoma gastrico) e nella possibilità della biopsia liquida di diagnosticare e monitorare le cosiddette ‘copy number alterations’. In particolare, l’eterogeneità dell’espressione di HER2 pone un grosso limite al suo sfruttamento come ottimale target terapeutico, soprattutto nel carcinoma gastrico. Pertanto una biopsia unica HER2 positiva non è sinonimo di HER2 addiction. La biopsia liquida permette tuttavia di superare il limite costituito dall'eterogeneità e quindi potenzialmente identificare i pazienti con reale chance di beneficiare dall' inibizione del signaling di her2. Inoltre, da questo studio emerge una suggestione sulla possibilità di monitorare HER2 copy number sul ctDNA (circulating tumour DNA) come indicatore del burden tumorale e quindi della risposta/progressione ai trattamenti. Ovviamente la validazione di tale applicazione dovrà dimostrare un’eventuale superiorità rispetto alla radiologia e ai sintomi, in considerazione dei costi e della necessità di dimostrare una maggiore accuratezza, nonché un’utilità clinica in termini di miglioramento della gestione dei pazienti.


Wang H, Li B, Liu Z, Gong J, Shao L, Ren J, Niu Y, Bo S, Li Z, Lai Y, Lu S, Gao J, Shen L

European Journal of Cancer, 2017 Dec 5

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neoplasie dello stomaco

Ogni anno in Italia oltre 6.000 casi di tumore provocati dall'HPV. Oncologi e Flavia Pennetta insieme:'Il vaccino ti salva la vita'

Al Ministero della Salute presentata la campagna educazionale con la grande tennista. La campionessa pugliese è protagonista di uno spot che sarà proiettato in TV, nei cinema e sui social media. Il dott. Giordano Beretta (Presidente Eletto AIOM): “Dobbiamo raggiungere l’intera popolazione, sono ancora troppi i casi di cancro che potremmo evitare grazie a questi fondamentali presidi sanitari”

Roma, 2 febbraio 2018 – “Ogni venti secondi, nel mondo, un bambino muore per malattie per cui esiste un vaccino. E in Italia ogni anno, oltre 6mila uomini e donne vengono colpiti da un tumore provocato dal Papillomavirus. Se ami tuo figlio, lo vaccini”. E’ questo il messaggio che la grande tennista Flavia Pennetta lancia nello spot dell’AIOM, la Società Scientifica degli oncologi medici italiani, e che fa parte di una nuova campagna di sensibilizzazione alla vaccinazione per prevenire gravi malattie tra cui i tumori da Papillomavirus umano (HPV). Il video, dopo essere stato diffuso in oltre 600 sale cinematografiche, sbarcherà ora anche in TV e sui canali social, grazie ad un contributo non condizionante di MSD Italia. È inoltre visibile sul sito www.aiom.it e l’iniziativa viene presentata oggi all’Auditorium del Ministero della Salute. “Dobbiamo promuovere una maggiore cultura: più dell’8% di tutte le forme di cancro è riconducibile a virus e altri patogeni tra cui l’HPV - afferma il dott. Giordano Beretta, Presidente Eletto AIOM -. Si calcola che tre donne sessualmente attive su quattro contraggano il virus nel corso della vita. In Italia, la vaccinazione anti-Papillomavirus è gratuita per le 11enni fin dal 2007. Non solo le donne contraggono l’infezione: numerose patologie e tumori si registrano anche nell’uomo. Per questo, dal 2017 la vaccinazione anti HPV è offerta indistintamente a ragazze e ragazzi. Tuttavia, i dati rivelano livelli di adesione alla vaccinazione ancora lontani dall’obiettivo del 95% prefissato dal Ministero della Salute. Appena il 56% delle giovani nate nel 2003, il 72% delle nate nel 2000 e il 70% delle nate nel 1997 si sono regolarmente vaccinate. Stiamo dunque assistendo ad una preoccupante sottovalutazione di un’arma di prevenzione che invece potrebbe risparmiare ogni anno la sofferenza legata alla diagnosi di migliaia di tumori e altre patologie. Il cancro alla cervice uterina, per esempio, viene diagnosticato ogni anno a circa 2.300 donne; oltre un migliaio sono i casi di tumore del distretto testa-collo, 300 le neoplasie alla vulva, 250 quelle del pene, oltre 260 quelle dell’ano, e più di 150 quelle della vagina. Con questa iniziativa vogliamo far capire agli italiani quanto sia importante avere a disposizione un’arma come il vaccino anti-Papillomavirus. Anche la vaccinazione contro l’epatite B riveste un ruolo importante nel prevenire l’insorgenza dell’epatocarcinoma, circa 13.000 casi nel 2017, con oltre 9.000 decessi. Vaccinarsi, contro le patologie per cui sia disponibile un vaccino, dovrebbe essere considerato uno stile di vita sano e anticancro esattamente come non fumare, limitare il consumo di alcol, mangiare tutti i giorni frutta o verdura o praticare regolarmente attività fisica. AIOM si sente quindi in dovere di promuovere la cultura delle vaccinazioni come tutela della salute pubblica e del benessere individuale”.

“Sono lieta di poter partecipare ad una campagna che vuole mettere in guardia tutti i cittadini sui rischi reali per la salute di bambini e adolescenti che possono essere prevenuti con la vaccinazione - aggiunge Flavia Pennetta -. Ho deciso di girare lo spot perché, come mamma e come sportiva, mi sento in dovere di dare il mio contributo affinché si faccia chiarezza su un tema che inspiegabilmente sta diventando controverso e su cui chiunque ormai si sente in grado di esprimere un’opinione. Durante la gravidanza mi sono informata e ho capito che senza le vaccinazioni molte gravissime malattie sarebbero ancora diffuse. Per questo non ho esitato nemmeno un minuto a vaccinare mio figlio e invito tutti i genitori italiani a non avere paure e ad informarsi da fonti autorevoli e qualificate”.

La campagna dell’AIOM gode del patrocinio della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), della Societa' Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanita' Pubblica (SITI) e della Fondazione AIOM. “Come pediatri di famiglia siamo da sempre impegnati nella promozione della vaccinazione - sottolinea il dott. Giampietro Chiamenti, Presidente Nazionale FIMP -. Purtroppo, dobbiamo constatare che sui vaccini si stanno sempre più diffondendo falsi miti privi di ogni fondamento scientifico. Addirittura sono diventati oggetto di scontro politico all’interno della campagna elettorale per le prossime elezioni. E’ arrivato il momento di fare chiarezza e di allontanare dubbi e timori infondati. Quindi sosteniamo con grande piacere l’iniziativa degli oncologi dell’AIOM”. “Negli ultimi anni in Italia abbiamo dovuto registrare un preoccupante abbassamento dei livelli di copertura delle vaccinazioni - dichiara la prof.ssa Elisabetta Franco della SITI -. Come Società Scientifica ci siamo quindi impegnati nel sostenere la legge sull’introduzione dell’obbligatorietà vaccinale approvata la scorsa estate. Tuttavia, siamo conviti che la sfida lanciata dai movimenti No Vax può essere vinta, non solo attraverso provvedimenti normativi, ma anche favorendo la cultura della prevenzione attraverso campagne d’informazione come quella promossa dall’AIOM”. “Oggi chi deve affrontare un tumore ha maggiori possibilità di guarire rispetto a soli pochi anni fa - sostiene Elisabetta Iannelli, membro del CDA di Fondazione AIOM -. Le terapie a disposizione sono più efficaci rispetto al passato e, in molti casi, rendono il cancro una patologia cronica. Va comunque ridotto il più possibile il numero di nuovi casi intervenendo sui fattori di rischio modificabili. Per questo, come rappresentanti dei pazienti oncologici, supportiamo gli sforzi degli oncologi italiani per favorire la prevenzione del cancro da Papillomavirus attraverso la vaccinazione”.

“Per questo i programmi di immunizzazione contro il Papillomavirus sono fondamentali, e devono essere avviati a 11 anni, nel periodo della pre-adolescenza - prosegue il dott. Beretta -. Come oncologi raccomandiamo fortemente la vaccinazione anche dei maschi. Un uomo ha un rischio cinque volte maggiore, rispetto ad una donna di contrarre il virus e non essendoci programmi di screening specifici, come il PAP test per le donne, non è in grado di avere una diagnosi precoce e di verificare la presenza o meno dell’agente patogeno. Chiediamo quindi che tutte le Regioni attivino la chiamata attiva per la vaccinazione gratuita a tutti gli adolescenti, maschi e femmine, così come stabilito dal nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale inserito nei livelli essenziali di assistenza come diritto per tutti i cittadini italiani”.

“E’ un vero piacere partecipare e sostenere questa nuova campagna di AIOM per la prevenzione del cancro e di altre malattie tramite le vaccinazioni - conclude la dr.ssa Nicoletta Luppi presidente e amministratore delegato di MSD Italia - Ringrazio l’AIOM per l’impegno che la società scientifica ha profuso nel sensibilizzare la popolazione sulla prevenzione del cancro e la testimonial Flavia Pennetta, per aver sposato la nobile causa di essere la “portabandiera” del messaggio rivolto a tutte le mamme di proteggere con le vaccinazioni i propri figli e di preservarli, per tutta la vita, dal cancro da papillomavirus. Grazie al nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2020, i dodicenni di entrambi i sessi potranno essere vaccinati gratuitamente dal SSN con il vaccino che offra la più ampia copertura e noi genitori abbiamo la responsabilità di scegliere di vaccinarli perché oggi più che mai l’obiettivo di eliminazione del papilloma virus e dei cancri ad esso correlati è alla nostra portata”.

Cittadinanzattiva: 'Prevenzione oncologica #Nonaspettare'

Continua la Campagna di informazione e Partecipazione Civica e Supporto dei Programmi Nazionale di Screening per il cancro alla mammella, al colon retto e alla cervice uterina.

Clicca qui per maggiori informazioni sul sito di Cittadinanzattiva

 

 

Ospedali fuori standard. In quasi il 90% dei casi non si rispettano per il tumore seno e nel 50% nel trattamento dell’infarto. E un ospedale su cinque fa meno di 500 parti l’anno.

Bisogna abbandonare il modello attuale di commissariamento delle Regioni che è ormai obsoleto, e pensarne uno nuovo che permetta allo Stato di intervenire sulle singole aziende, in maniera veloce e chirurgica. Così il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, oggi, in occasione della presentazione di un nuovo strumento del Ssn che permetterà alle Regioni di ottimizzare il monitoraggio delle strutture sanitarie sul territorio

Da Quotidianosanità.it del 26-1-2018

Uno dei problemi principali per il Ministero della Salute nell'azione di monitoraggio e controllo, nonché nell'azione di impulso rispetto all'applicazione di nuove politiche sanitarie, è sempre stato quello di non poter avere in presa diretta i dati di ciò che accade nei singoli reparti, e non potere valutare, dunque, produttività, esiti, e le grandi questioni che riguardano il funzionamento o meno di un ospedale, rispetto alle urgenze/emergenze e non solo. Proprio a tal fine, abbiamo realizzato e messo a disposizione delle Regioni uno strumento operativo di valutazione e monitoraggio”, così il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin presenta una nuova fase di potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale che, fornendo alle Regioni questo strumento, vuole incentivare una “riprogrammazione” virtuosa dei reparti ospedalieri.

L'urgenza della necessità di riprogrammare trova piena conferma nei dati di monitoraggio relativi al 2016 presentati oggi in via di Ripetta: tra le strutture che effettuano interventi su tumori alla mammella, quasi 9 su 10 (83,8%) non rispetta gli standard previsti dal Decreto Ministeriale 70/2015 (Regolamento degli standard ospedalieri). Anche nel trattamento dell'infarto del miocardio, e in particolare nella realizzazione della Ptca (Angioplastica Coronarica Transluminale Percutanea), sono stati rilevati standard più bassi rispetto a quanto previsto dal Ssn: tra le strutture che praticano questo tipo di intervento, una su due (48,3%) non rientra nei criteri descritti nel Decreto.

Alcuni reparti specializzati (emodinamiche), infattoi, praticano poche decine di interventi, mentre è assodato che in caso di Infarto Miocardico Acuto, nelle realtà che effettuano oltre 250 interventi l’anno cresce l’efficacia delle PTCA (Angioplastica Coronarica Transluminale Percutanea). Basti pensare che, laddove si registra una proporzione inferiore al 25% di pazienti con Infarto Miocardico Acuto trattati con PTCA entro 2 giorni, nel 98% dei casi si tratta di strutture che effettuano meno di 250 PTCA/anno. Infine, più di un punto nascita su 5 (22,4%) è sotto la soglia standard dei 500 parti l’anno, al di sotto della quale è stato dimostrato che i criteri di qualità e sicurezza dell'assistenza risultano meno garantiti.

“Ci siamo voluti focalizzare su questi tre settori di intervento perché impattano in maniera importante sulla salute di un'ampia fascia di popolazione”, spiega il Direttore generale della Programmazione Sanitaria del Ministero, Andrea Urbani, dai cui uffici sono partite, proprio in questi giorni, 21 lettere alle Regioni e alle Province Autonome, per fornire gli elementi utili all’allineamento dell’offerta ospedaliera alle migliori pratiche sanitarie.

“Ad ogni Regione abbiamo indicato quali strutture non raggiungono questi standard - spiega - troppi reparti di chirurgia mammaria e di emodinamica non realizzano i volumi previsti, mentre numerosi studi dimostrano la correlazione tra il volume delle prestazioni annue realizzate in un reparto ed esito finale delle operazioni”, sottolinea. L'obiettvo, ora che le Regioni sono state messe al corrente dei problemi rilevati, sarebbe quello di vedere “entro 12 mesi il superamento di questi problemi”, aggiunge Urbani.

E se da un lato si parla di riprogrammazione delle strutture sanitarie regionali, dall'altro si mette in dubbio l'efficacia della politica fino ad oggi attuata, con particolare riferimento al Commissariamento delle Regioni, come strumento per il ripristino di un sistema mal funzionante: “Il modello di commissariamento delle Regioni pensato ormai più di 10 anni fa non è un modello che accompagni delle trasformazioni sanitarie e che ci permetta di intervenire in modo chiriurgico nelle situazioni che non funzionano - afferma il Ministro - credo che sia necessario abbandonare il modello e pensarne uno nuovo che permetta allo Stato di intervenire sulle singole aziende: si entra un anno dentro la struttura in modo da cambiare la governance, agire sulla formazione e riprogrammazione dei servizi ospedalieri, dopodiché si ricosegna la struttura alla Regione. Le Regioni ci hanno messo più di 10 anni ad uscire da ciascun commissariamento, ci sarà pure un motivo”.

D'altra parte “il SSN sta vivendo un profondo cambiamento – aggunge Urbani - Da una gestione incentrata sulla spesa storica aggredita ciclicamente dai tagli lineari, si sta arrivando a un nuovo modello di gestione in cui si punta sull'analisi epidemiologica, sull'attento monitoraggio della spesa, sulla programmazione. Con tutti gli attori della Sanità - Regioni, Aziende ospedaliere, operatori privati - stiamo cercando di costruire una nuova governance che, anche a parità di risorse disponibili, riesce ad ottimizzare gli investimenti determinando un innalzamento dei livelli di assistenza e di cura, all'interno di un quadro di priorità definite con criteri oggettivi”, conclude.

Di Attilia Burke

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Seno e ovaio. Il 10% dei tumori sono ereditari

Donne a rischio, test genetici per prevenire la malattia.
E' importante rivolgersi a un centro specializzato

da La Provincia
Quotidiano di Cremona e Crema del 29-1-2018

La nuova frontiera della prevenzione dei tumori passa dai test genetici. In particolare la mutazione di due geni, BRCA1 e BRCA2, aumenta il rischio di sviluppare le neoplasie della mammella e dell'ovaio. Per sensibilizzare tutti i cittadini sull'importanza di sottoporsi allo screening genetico in presenza di precedenti casi di queste due neoplasie in famiglia, Fondazione AIOM e AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) hanno realizzato un opuscolo che sarà distribuito in tutte le oncologie italiane. «Si stima infatti che il 5-10% dei tumori della mammella e il 10-20% delle neoplasie dell'ovaio siano dovuti a una predisposizione ereditaria, riconducibile in particolare alle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 - sottolinea Stefania Gori, presidente nazionale AIOM - La probabilità di trasmettere ai figli queste mutazioni è del 50%. Va sottolineato che esserne portatori comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza di ammalarsi. Non si eredita cioè il tumore, ma il rischio di svilupparlo. Se nel nucleo familiare si sono verificati più casi di tumore alla mammella o all'ovaio, soprattutto se insorti in giovane età, è importante rivolgersi a un centro specializzato. Una consulenza di carattere onco-genetico permette di pianificare un percorso di prevenzione e di cura mirato ed efficace». Le donne che ereditano la mutazione di BRCA1 hanno una probabilità del 57% di ammalarsi di tumore alla mammella e del 40% di sviluppare un tumore ovarico nel corso della vita. Le percentuali sono inferiori per il gene BRCA2, rispettivamente pari al 49% per la mammella e al 18% per l'ovaio.
Anche gli uomini possono ereditare la mutazione genetica e, a loro volta, trasmetterla ai figli. «Vogliamo sensibilizzare tutte le donne che abbiano ricevuto la diagnosi di tumore mammario o dell'ovaio o che abbiano avuto in famiglia uno o più casi di queste neoplasie - afferma Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM - sulla possibilità di intraprendere un percorso diagnostico e terapeutico che, a partire dalla consulenza onco-genetica, consenta di delineare efficaci strategie di prevenzione. Nella consulenza onco-genetica viene valutato l'albero genealogico per almeno tre generazioni precedenti per stimare adeguatamente il rischio di essere portatore di una mutazione di BRCA». Se ritenuto indicato ed accettato dalla donna, il passaggio successivo è rappresentato dal test genetico, eseguito su sangue (mediante un prelievo ematico) o su tessuto tumorale da cui viene isolato il DNA. È possibile gestire l'aumentato rischio di sviluppare neoplasie mammarie od ovariche nelle portatrici di mutazione BRCA1/2 (sane o colpite da tumore) attraverso diversi approcci che vanno dalla sorveglianza intensiva fino alla chirurgia profilattica. «La donna - conclude Stefania Gori - può scegliere di sottoporsi a controlli radiologici più frequenti, per diagnosticare eventuali tumori della mammella quando sono ancora in stadio iniziale e, quindi, più facilmente curabili. Il controllo semestrale di un marcatore tumorale, CA-125, unitamente all'ecografia ginecologica transvaginale sono raccomandati per una diagnosi precoce di carcinoma ovarico. L’alternativa è rappresentata dalla chirurgia profilattica. La mastectomia bilaterale profilattica (cioè l'asportazione di entrambe le ghiandole mammarie) è in grado di ridurre fino al 90-95% il rischio di sviluppare il carcinoma della mammella nelle donne con mutazione di BRCA1/BRCA2. E l'annessiectomia profilattica bilaterale (cioè l'asportazione chi­rurgica di tube ed ovaie) può preve­nire la quasi totalità (95%) dei tumori ovarici su base genetico-ereditaria. La decisione di optare per una scelta come la chirurgia profilattica deve però essere sempre ben ponderata e discussa con una équipe multidisciplinare, soprattutto in relazione al1'età della donna e al suo desiderio di avere figli». L’opuscolo può essere scaricato dal sito della Fondazione AIOM.

Di cosa si muore in Italia? I numeri ci raccontano come sta cambiando la salute degli italiani

I dati dell'Istat, provincia per provincia, ci aiutano a capire progressi e passi indietro

Da CORRIERE DELLA SERA.it del 26-1-2018

La salute degli italiani sta cambiando in maniera costante: guardando indietro anche solo di un decennio troviamo grandi progressi, ma anche qualcosa di cui preoccuparci. Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, infatti, dal 2003 al 2014 le malattie per cui si muore di più sono demenza, Alzheimer, Parkinson e diverse malattie infettive e parassitarie. Fra quelle in crescita, però, la causa di morte più comune è un’altra e riguarda i disturbi psichici e comportamentali: nel 2003 si contavano 1,5 morti ogni 10 mila abitanti, oggi sono 2,5. Un aumento tutt’altro che insignificante.

Se però allarghiamo lo sguardo al resto del quadro la situazione cambia parecchio, e c’è di che essere ottimisti: in generale sono poche le malattie per cui è aumentata la mortalità. Nel tempo, infatti, le tre principali cause di decesso sono diventate meno frequenti, migliorando molto le prospettiva di vita degli italiani: sono calate le malattie del sistema circolatorio, insieme a tumori e a malattie cerebrovascolari come gli ictus.

In ognuno dei grandi gruppi la mortalità è in diminuzione, dove più in fretta, dove meno. Proprio nel caso delle malattie del sistema circolatorio il miglioramento è stato rapido, e nell’arco di un decennio in diverse regioni il tasso di mortalità si è anche dimezzato. Anche nel caso dei tumori oggi la situazione è senza dubbio rosea rispetto a qualche tempo fa, ma la sfida resta difficile e i decessi diminuiscono con maggiore lentezza.

La situazione può essere illustrata bene con una mappa: area per area, la mortalità si riduce sia dov’era superiore alla media italiana, sia dove già risultava inferiore. Nella provincia di Roma – così come a Trieste e più in generale nel Nord-Ovest – il calo è evidente, mentre al sud il passo tende a essere più lento.

A guardare con attenzione, non mancano infatti aree ancora problematiche. Province come Caserta, Caltanissetta, Enna e soprattutto Napoli sono quelle in cui il tasso di mortalità è più alto, e parecchio superiore alla media nazionale. I numeri sono comunque migliorati rispetto a un decennio fa, ma restano eccezioni da tenere sotto osservazione in un panorama altrimenti positivo.

Le cause di decesso che crescono vanno invece inquadrate nel giusto contesto. Il tasso di mortalità legato a disturbi psichici, comportamentali o demenza è leggermente minore rispetto a quello del diabete, mentre le altre tre cause in crescita provocano decessi quanto i tumori al seno, o leggermente meno. Che siano meno frequenti, s’intende, non implica in alcun modo che siano poco importanti, né che il loro aumento non meriti di essere indagato.

La media italiana è un buon punto di partenza, ma ci aiuta a capire solo in parte: di nuovo troviamo ampie differenze fra regioni. In linea generale, la mortalità per malattie del sistema circolatorio – come gli infarti del miocardio – tende a essere maggiore nel Meridione, mentre nel Nord sono più pericolosi i tumori. Si tratta di un divario non da poco: per dare un’idea, il tasso di mortalità per le malattie cerebrovascolari in Sicilia è oltre il doppio che in Trentino Alto Adige.

Rispetto ai tre gruppi principali, tutte le altre cause di decesso appaiono invece assai più rare. Al di là delle malattie vere e proprie, troviamo catalogati anche eventi di diverso tipo con cui fare qualche confronto. A parità di tutti gli altri fattori, per esempio, è altrettanto comune morire per un incidente stradale che per una caduta, oppure per un tumore dei reni o dell’ovaio. Rari sono ormai i decessi per Aids, appena più comuni degli avvelenamenti accidentali o degli omicidi. Ancora più difficile è morire a causa della dipendenza da droga.

Un’altra grande linea di demarcazione è il genere. Le donne vivono diversi anni più degli uomini, e così naturalmente il loro tasso di mortalità è minore. Questo è vero in quasi tutti i casi, con qualche eccezione. Essere uomini o donne non fa differenza quando si tratta di asma, influenza o disturbi psichici e comportamentali, mentre per le donne la mortalità aumenta a causa dell’Alzheimer.

Esistono anche cause di decesso tipicamente maschili, nel senso che si verificano con maggiore frequenza negli uomini e meno nelle donne. Fra queste i tumori maligni della laringe, alla vescica o all’esofago, oppure l’abuso di alcool. Anche suicidi, incidenti stradali, annegamenti e omicidi colpiscono più gli uomini rispetto alle donne, nonostante siano poco eventi poco frequenti.

Confrontando malattie, eventi, persone e aree diverse entrano in gioco tantissimi fattori. Alcuni dipendono dalla genetica dei singoli individui, ma a spostare l’ago in una direzione o nell’altra spesso è anche il reddito o il livello d’istruzione, l’attività fisica oppure la dieta. Esiste un ampio divario fra fumatori e non fumatori, per citare un altro elemento, e certo incide anche il lavoro che svolgiamo o se per qualche motivo siamo esposti a sostanze inquinanti.

I numeri, ad ogni modo, non vanno presi alla lettera, anche quando provengono da una fonte ufficiale e affidabile come l’Istat. A volte è difficile determinare con esattezza una causa di morte, altre volte è cambiato nel tempo il modo in cui gli eventi vengono catalogati dai medici. Tutto questo crea un certo margine di incertezza: a volte, infatti, è possibile l’aumento di alcune malattie sia dovuto anche al fatto che i dottori oggi le prendono in considerazione più spesso.

Nel caso di decessi dovuti a traumi, tumori o malattie ben definite e di breve durata i numeri tendono invece a essere piuttosto affidabili. Più complicato è il caso delle patologie degenerative, che a volte possono impiegare anni a effettuare il proprio corso e non sempre è facile collegarle con precisione a un decesso.

Ci sono poi situazioni più delicate come i suicidi, che i medici a volte possono avere qualche esitazione nel segnalare. Anche in quel caso, nell’interpretare i dati, è buona regola adottare un po’ di prudenza in più.

di Davide Mancino

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Tumori e pazienti: gli studi clinici in Italia e il sito Aiom (www.aiom.it)

Da CORRIERE DELLA SERA del 28-1-2018

L'IMPEGNO DI AIOM

L'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) si impegna nella promozione di informazioni e servizi per i propri soci e per i malati: per questo motivo nasce la nuova sezione del sito AIOM per la consultazione degli studi clinici oncologici attivi in Italia.

Una piattaforma web, utilizzabile sia dagli oncologi che dai pazienti, che consente un rapido accesso alle informazioni su tutte le sperimentazioni in corso nei centri di riferimento oncologici più vicini alla residenza dei nostri pazienti. La sezione contiene anche schede dettagliate su ogni studio clinico, complete di informazioni sui centri italiani partecipanti e sulle caratteristiche dello studio.

"Tutte le terapie antitumorali (chemioterapia, ormonoterapia, terapie a bersaglio molecolare, immunoterapia) utilizzate 'oggi' per la cura dei tumori sono infatti il risultato di ricerche e studi precedenti - spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore di Dipartimento Oncologico dell'Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar-Verona-. Ed è grazie alla ricerca di laboratorio e clinica che abbiamo ottenuto quei progressi che si sono tradotti nell'aumento della soprvvivenza dei malati e nel continuo aumento del numero delle persone vive dopo una diagno­si di cancro (oltre 3 milioni e trecentomila), un terzo delle quali guarite. Il non sapere quanto è importante partecipare agli studi clinici e il non conoscere in quali centri oncologici vengono effettuati studi nei quali potrebbero essere arruolati priva i pazienti di possibilità terapeutiche nuove". Gli studi clinici vengono effettuati nel campo della prevenzione, diagnosi e terapia, cercando di valutare, ad esempio, se e in che modo nuovi farmaci o nuove procedure chirurgiche/radioterapiche o combinazioni di più modalità terapeutiche possano permettere di ottenere migliori risultati.

"Lo studio clinico costituisce l'ultima tappa di un lungo percorso della ricerca, soprattutto impegnata sulle nuove molecole e che ha inizio con gli esperimenti in laboratorio - sottolinea Sergio Bracarda, membro del Direttivo Nazionale AIOM e Direttore dell'Oncologia Medica di Arezzo e del Dipartimento Oncologico dell'Azienda USL Toscana SUDEST-. Solo se tutte le fasi precliniche dello sviluppo di una nuova molecola hanno mostrato risultati positivi, è possibile intraprendere la ricerca sull'uomo, spesso accompagnata anche dalla messa a punto e verifica di test diagnostici innovativi che possono aumentare le probabilità di successo dei nuovi approcci terapeutici. Le sperimentazioni cliniche sono sottoposte a norme ben precise per quanto riguarda la tutela dei dati personali e il rispetto dei diritti umani. Devono inoltre essere condotte secondo la normativa vigente che prevede, tra l'altro, l'osservanza delle Regole di una Buona Pratica Clinica (Good Clinical Practice), regole riconosciute a livello internazionale quali requisiti minimi per una corretta conduzione degli studi clinici".

UN MOTORE DI RICERCA PER PROFESSIONISTI E PAZIENTI
"Il motore di ricerca avanzata presente nel sito AIOM consente di impostare sia criteri geografici (selezionando regioni e province dei centri aderenti) sia numerose caratteristiche dello studio come la sede del tumore e il tipo di farmaco che viene valutato nello studio - afferma Silvia Novello, membro del Direttivo Nazionale AIOM, Ordinario di Oncologia Medica all'Università di Torino e responsabile della Struttura Semplice Dipartimentale di Oncologia Toracica presso l'AOU San Luigi di Orbassano (TO) -. La consultazione degli studi clinici può avvenire attraverso un elenco generale o tramite i risultati della ricerca, che produce un elenco degli studi corrispondenti ai criteri selezionati e una mappa di Google dei centri aderenti, riferimento utile specialmente per i pazienti. Ad oggi sono consultabili nel sito AIOM oltre 300 studi attivi in tutto il territorio nazionale".

COME SI SVOLGE L'ATTIVITÀ DI RICERCA CLlNICA
Ogni studio clinico prevede i criteri di inclusione (caratteristiche della persona e del suo tumore) che ogni paziente deve soddisfare per essere inserito nello studio e le modalità con cui viene effettuato. Il protocollo di studio viene preparato nei minimi dettagli e ad esso gli oncologi devono attenersi scrupolosamente, anche se considerazioni cliniche relative al singolo caso possono, in qualunque momento, giustificare una modifica o addirittura la sospensione del trattamento e l'esclusione del paziente dalla sperimentazione.

"Per garantire la sicurezza dei pazienti, iI protocollo di ogni studio clinico deve essere approvato dal Comitato Etico del centro in cui è effettuata la sperimentazione - spiega Roberto Bordonaro, Segretario nazionale AIOM e Direttore dell'Oncologia Medica dell'Azienda Ospedaliera Garibaldi di Catania -. Il Comitato Etico esprime una valutazione scientifica, metodologica ed etica. Deve cioè verificare l'appropriatezza scientifica della sperimentazione e valutare con molta cura ogni aspetto del protocollo, anche allo scopo di accertare che l'attività di ricerca non esponga i pazienti a rischi inaccettabili. Il Comitato Etico è composto da clinici e da 'laici', che includono rappresentanti dei pazienti, esperti di etica e di diritto, religiosi, così come farmacologi, statistici e altre figure professionali".

Gli studi clinici su nuove terapie fannacologiche prevedono tre diverse fasi
Gli studi di fase 1 rappresentano il primo passo nella sperimentazione del nuovo farmaco nell'uomo. In questi studi, i ricercatori lavorano per individuare il profilo di sicurezza e la migliore modalità di somministrazione del nuovo farmaco. In particolare si studia la dose più appropriata, in rapporto alla tossicità. Dato che nella fase 1 si sa poco sui potenziali rischi e benefici, il numero di pazienti ammessi a questi studi è di solito limitato e i criteri di eleggibilità sono particolarmente rigorosi.

"Proprio in questi giorni stiamo ridisegnando il sito di AIOM per 'costruire' in maniera più evidente la parte dedicata agli studi di Fase 1- sottolinea Silvia Novello-. In alcuni casi, infatti, questo tipo di studi rappresenta un'importante possibilità terapeutica per i malati oncologici sottoposti precedentemente a terapie oncologiche ed è anche l'unico modo per accedere a trattamenti decisamente innovativi e spesso non ancora utilizzati nei pazienti. In Italia sono pochi i centri nei quali possono essere condotti studi di fase 1 ed è necessario dare questa informazione ai nostri pazienti e anche agli oncologi che li seguono nel loro percorso di cura".

Gli studi di fase 2 puntano a stabilire se il nuovo farmaco, già valutato in studi di fase 1, è attivo sul tumore (ad esempio se ne riduce le dimensioni) e a quali dosaggi, studiandone ulteriormente gli effetti collaterali.

Gli studi di fase 3 puntano invece a verificare eventuali differenze in sopravvivenza (efficacia) e/o qualità della vita dei pazienti trattati con il nuovo farmaco rispetto a quanto si può ottenere con farmaci standard.

"Nella maggior parte dei casi - aggiunge Silvia Novello -, dopo che nelle fasi 1 e 2 sono state definite dosi, modalità di somministrazione più appropriate, tossicità e attività antitumorale di un farmaco, si passa agli studi di fase 3, ai quali possono partecipare anche centinaia (in alcuni casi, migliaia di pazienti), che sono arruolati da vari istituti di ricerca a livello nazionale o internazionale".

QUALI VANTAGGI NEL PARTECIPARE A UNO STUDIO CLINICO
"Partecipare ad uno studio clinico può essere vantaggioso per i pazienti - conclude Anna­maria Mancuso, vicepresidente di Fondazione AIOM e Presidente di Salute Donna Onlus -. Se il paziente è stato inserito in uno studio e non riceve il farmaco in sperimentazione, sarà comunque sottoposto al miglior trattamento convenzionale disponibile, unitamente ad una assistenza di alta qualità. Se il paziente riceve invece il farmaco sperimentale e la nuova terapia si dimostra efficace, potrebbe essere tra i primi a trarne beneficio. Valutando i pro e i contro degli studi clinici e le altre opzioni terapeutiche, il paziente assume quindi un ruolo attivo nelle decisioni che riguardano la sua vita. Il paziente contribuisce inoltre, in questo modo, al progresso della medicina nella lotta contro i tumori".

APP STUDI CLINICI IN ITALIA
Un ulteriore sviluppo dell'iniziativa che ha visto nascere la sezione del sito AIOM dedicata agli studi clinici è la nuova APP, che consente di consultarli anche sui dispositivi mobili.

Tre percorsi di navigazione:

  • Per centri partecipanti
  • Per albero di voci predefinite (patologia>trat­ tamento>fase)
  • Con motore di ricerca

Ciascun percorso porta a schede dettagliate su ogni singolo studio clinico, complete di informazioni sui centri italiani partecipanti e delle caratteristiche del protocollo.

 

 

Campagna promossa dall'AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) nell'ambito del progetto App pancreas realizzato con il contributo incondizionato di Celgene

 

Infarti, tumori al seno e parti. Ospedali italiani fuori standard

Il monitoraggio del ministero

Da Libero del 27-1-2018

Ancora troppi ospedali in Italia non rispettano gli standard indicati dalla comunità internazionale per garantire qualità ed efficacia agli interventi quando si tratta di infarto, tumore al seno e parto, rimanendo sotto la soglia del numero minimo di prestazioni che garantiscono sicurezza e buona riuscita. Lo dicono i primi risultati del sistema di monitoraggio del ministero della Salute, presentato a Roma dal ministro Lorenzin.

Dall'analisi dei dati 2016 emerge, infatti, che il 48,3% delle strutture che effettuano l'angioplastica coronarica transluminale percutanea non rispetta gli standard, rimanendo al di sotto dei 250 interventi l'anno. Per il cancro della mammella solo il 16,2% delle strutture che effettuano interventi chirurgici rispetta gli standard (con almeno 150 interventi l'anno) mentre il 22,4% dei punti nascita è sotto la soglia standard dei 500 parti l'anno.

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Liguria, diagnosi aumentate del 40% in dieci anni

Presentato oggi a Genova il volume sui numeri del cancro. Nella regione si stimano per il 2017 circa 12mila nuovi casi ma il 61% delle donne e il 51% degli uomini sconfiggono la malattia

Da la Repubblica.it del 25-1-2018

Va un po’ meglio che in altre regioni, ma il cancro non risparmia neppure i liguri. Nel 2017, infatti, nella Regione sono stati stimati circa 12mila nuovi casi (6.200 uomini e 5.750 donne), nel 2008 erano 8.535 (4.620 uomini e 3.915 donne). In dieci anni le diagnosi di tumore in Liguria sono aumentate del 40% rispetto alla media nazionale del +47%. I tre tumori più frequenti fra i liguri sono quelli del colon retto (1.750), seno (1.600) e polmone (1.350). È la fotografia in tempo reale raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dalla Fondazione AIOM, e presentato oggi all’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Dati preziosi per migliorare. I dati raccolti nel volume dell’Aiom rappresentano per tutti gli addetti ai lavori uno strumento prezioso per perfezionare l’assistenza e capire meglio dove bisogna intervenire: “La conoscenza dei dati presentati in questo volume - spiega il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella prefazione - potrà rendere più facile e incisiva l’azione di miglioramento del livello delle prestazioni e dei servizi, in particolare per lo sviluppo dei percorsi e delle reti oncologiche, garanzia di uguale accesso, tempestività, qualità e appropriatezza sia negli iter diagnostici che nelle cure per tutti i cittadini in tutte le Regioni”.

Un male che si cura. Con la presentazione di oggi inizia da Genova il tour Aiom in 12 regioni (Lombardia, Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria, Abruzzo, Marche, Veneto, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Toscana) per presentare i numeri del cancro a livello regionale.“Ogni giorno nel nostro territorio vengono diagnosticati più di 30 nuovi casi – afferma Lucia Del Mastro, membro del Direttivo Nazionale AIOM e Responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Quello che veniva un tempo considerato un male incurabile è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere a lungo con una buona qualità di vita. Oggi abbiamo a disposizione armi efficaci per combattere il cancro, come l’immuno-oncologia e le terapie target che si aggiungono a chemioterapia, chirurgia e radioterapia”. Tutto questo si traduce nel costante incremento dei cittadini vivi dopo la diagnosi che in Liguria sono quasi 108mila.

Età media elevata. Il progressivo invecchiamento della popolazione determina, inoltre, un inevitabile aumento dei nuovi casi. “Un fenomeno particolarmente evidente in Liguria, che presenta la più alta percentuale di residenti over 65, il 28% della popolazione – spiega Carlotta Buzzoni, vicepresidente AIRTUM. L’età media è di 48,3 anni, la più alta d’Italia (il valore medio nazionale è 44,4). Infatti nella Regione si registrano i più elevati tassi di incidenza del tumore della prostata, una neoplasia molto frequente fra gli anziani (950 nuovi casi stimati nel 2017)”.

Sopravvivenza più bassa. L’età media della popolazione ligure, più alta rispetto alla media nazionale, può contribuire a spiegare perché le percentuali di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi sono leggermente inferiori rispetto alla media italiana: 61% fra le donne (63% Italia) e 51% fra gli uomini (54% Italia). Tuttavia, il confronto delle percentuali di sopravvivenza a 5 anni, per i cinque tumori a prognosi migliore, indica che i risultati raggiunti in Liguria sono sovrapponibili e, in alcuni casi, migliori rispetto a quelli osservati a livello nazionale: 97% per il tumore del testicolo (91% in Italia), 93% per tumore della tiroide (93% in Italia), 90% per il tumore della prostata (91% in Italia), 88% per il melanoma (87% in Italia), 87% per il tumore della mammella (87% in Italia).

La partecipazione agli screening. Questi risultati sono ulteriormente migliorabili incentivando la partecipazione agli screening organizzati (PASSI 2013-2016): ad esempio solo il 34,5% dei cittadini liguri ha effettuato l’esame per la ricerca del sangue occulto nelle feci per individuare in fase precoce il cancro del colon retto (36,4% Italia). È invece migliore rispetto al dato nazionale l’adesione alla mammografia: il 58,9% delle donne liguri si è sottoposto a questo test per la diagnosi precoce del tumore del seno (53,5% Italia). “È importante interpretare i dati – continua Del Mastro – per impostare programmi di prevenzione: si deve fare di più per ridurre l’impatto di questa malattia perché oltre il 40% delle diagnosi è evitabile seguendo uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta). È scientificamente provato che il cancro è la patologia cronica che più risente delle misure di prevenzione”.

Lo stile di vita. I liguri però sembrano ignorare questi consigli: il 29,2% è sedentario, il 27% è in sovrappeso, l’8,4% obeso, i fumatori sono il 25,5% della popolazione e il consumo di alcol in dosi rischiose per la salute riguarda il 18,2% dei cittadini. “Certo, abitudini di vita particolarmente dannose come il fumo, una delle principali cause dell’insorgenza di tumori, vanno decisamente scoraggiate – afferma Giovanni Ucci, Direttore Generale dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova - ma in Liguria si vive bene, l’alimentazione è semplice, sana e variata, il clima ottimo e la società accogliente, prova ne sia che molti anziani scelgono di trascorrere ‘l’età d’argento’ in questa regione”.

Sanità a chilometro zero. Per questo il SSR della Liguria si sta organizzando per garantire attraverso i Dipartimenti Interaziendali Regionali una rete capillare di servizi per la diagnostica precoce ed il trattamento dei tumori, tipica patologia dell’anziano, rete di cui l’Ospedale Policlinico San Martino è centro hub. “I tumori, rispetto ad altre patologie di pari rilevanza sanitaria e sociale - afferma Sonia Viale, Vicepresidente e assessore alla Sanità, Politiche sociali e Sicurezza della Regione Liguria - presentano peculiarità che impongono l’adozione delle reti oncologiche, soluzioni organizzative che implicano una grande varietà di competenze e strutture indispensabili per affrontare la malattia a 360 gradi”. Negli ultimi anni nella Regione sono stati realizzati passi in avanti importanti in termini di qualità dell’assistenza ai pazienti oncologici: in particolare, la Liguria è tra le prime regioni italiane ad aver attivato cinque Breast Unit, centri multidisciplinari specialistici per la prevenzione, la diagnosi e la cura del tumore al seno.
“Certamente - prosegue l’assessore Viale - ancora molto resta da fare. L’Oncologia rappresenta un modello ideale per questo tipo di organizzazione in rete, che oggi come non mai deve tenere conto delle necessità dei malati: il nostro obiettivo, che realizzeremo con l’attuazione del nuovo Piano Socio Sanitario recentemente approvato – conclude - è mettere la persona al centro, passando dalla vecchia visione ospedalocentrica ad una reale ed efficace integrazione con il territorio, avvicinando sempre più le cure ai pazienti, nell’ottica di una sanità a chilometro zero”.

Mutations in Homologous Recombination Genes and Outcomes in Ovarian Carcinoma Patients in GOG 218: an NRG Oncology/Gynecologic Oncology Group Study

Lo studio ha analizzato le 1.195 donne con carcinoma ovarico di prima diagnosi arruolate nello studio GOG 218 e ha testato, attraverso un sequenziamento genico di NGS (next generation sequencing), le mutazioni di 16 geni coinvolti nel sistema di ricombinazione omologa che ripara il danno alla doppia elica del DNA. Lo studio giunge a tre interessanti conclusioni:
1. L’incidenza di malfunzionamento dell’HRD nelle pazienti di nuova diagnosi è 25%. Questa percentuale è superiore alla soglia di detection rate del 10% che i genetisti si pongono per effettuare i test genetici, suggerendo così, come già riportato nelle linee guida, l’effettuazione del test in tutte le pazienti con carcinoma dell’ovaio di nuova diagnosi;
2. Le mutazioni di HRD si associano a prognosi migliore. E questo è importante per il counseling della paziente;
3. Il bevacizumab funziona sia nelle pazienti con mutazione HRD sia in quelle senza malfunzionamento e questo ha implicazioni sulla scelta terapeutica della paziente.


Norquist BM, Brady MF, Harrell MI, Walsh T, Lee MK, Gulsuner S, Bernards SS, Casadei S, Burger RA, Tewari KS, Backes FJ, Mannel RS, Glaser G, Bailey C, Rubin SC, Soper JT, Lankes HA, Ramirez NC, King MC, Birrer MJ, Swisher EM

Clinical cancer research, 2017 Nov 30

Link all'abstract

 

 

Copyright ©2017, American Association for Cancer Research

 

carcinoma ovarico

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Malattie croniche: i familiari sono un aiuto fondamentale ma i medici non li coinvolgono abbastanza

Spesso esclusi per preoccupazioni sulla privacy o, semplicemente, perché i dottori non hanno tempo

Da HealthDesk del 24-1-2018

Prenotano le visite mediche, comprano le medicine, controllano l’andamento dei valori e gli effetti della terapia. I familiari caregiver fanno tutto e di più per garantire a genitori, fratelli o parenti di altro tipo le cure migliori, ma fanno fatica a parlare con i dottori, ad avere informazioni sulla salute del loro assistito, a venire coinvolti nel piano terapeutico.

È quanto emerge da una indagine condotta da tre centri americani (University of Michigan, University of Pittsburgh e VA Ann Arbor Healthcare System) su 700 adulti impegnati ad aiutare una persona della famiglia con malattia cronica come diabete, malattie cardiache, depressione o artrite. Attenzione: lo studio, pubblicato sulla rivista Families, Systems and Health, non si riferisce a chi si prende cura di familiari non autosufficienti, ma di congiunti che in qualche modo condividono l'esperienza della malattia di un loro caro in grado di prendersi cura di sè in autonomia.

In media i caregiver di famiglia (mariti, mogli, genitori, fratelli o amici) dedicano due ore a settimana in attività legate alla salute del loro caro. Più del 20 per cento degli intervistati ha dichiarato di entrare con il proprio assistito all’interno dello studio medico e di parlare al telefono con il dottore di riferimento. Circa la metà dei partecipanti al sondaggio ha affermato di affrontare insieme al proprio parente con malattia cronica una serie di questioni cruciali sulla sua condizione: gli effetti collaterali delle medicine, i costi delle cure, la gestione del dolore e così via…

«Siamo stati sorpresi dalla misura in cui queste persone di sostegno ai malati cronici siano in grado di fornire un aiuto negli aspetti chiave dell'assistenza sanitaria. Ma siamo rimasti anche sorpresi dalla loro preoccupazione di non venire coinvolti nelle cure dei loro cari da parte dei medici», ha commentato l'autore principale dello studio Aaron A. Lee.

Il 41 per cento dei partecipanti ha dichiarato di sentire di non saperne abbastanza sulle condizioni del proprio caro e sul trattamento per poter fornire l’aiuto necessario. E solo il 12 per cento era preoccupato di restare troppo coinvolto nella salute del parente assistito.

Ma il dato più significativo arriva dal 45 per cento dei caregiver che hanno parlato con i medici. Ebbene, un terzo degli intervistati ha dichiarato che i dottori non si sono mostrati disponibili a condividere con loro le informazioni cliniche.

I ricercatori spiegano così la reticenza dei medici: «I dottori evitano di coinvolgere i famigliari per mancanza di tempo o per preoccupazioni sulla privacy, o perché non hanno mai chiesto al paziente se ci fosse qualcuno vicino a loro che li aiutasse».

Basterebbe chiedere al paziente se desidera che le informazioni sulla sua salute vengano condivise con altre persone. Domande di questo tipo potrebbero essere inserite nei questionari di routine che i pazienti compilano prima di una visita, insieme alle informazioni sulla salute e sullo stile di vita.

Questo potrebbe essere un primo passo per aumentare il coinvolgimento dei caregiver. Il secondo passo potrebbe consistere in percorsi di formazione destinati ai parenti che si occupano di un malato cronico per rendere il loro sostegno il più efficace possibile. È quello che propongono gli autori dello studio per riconoscere ai caregiver l’importanza del loro ruolo.

Per i genitori droga e alcol tra le prime preoccupazioni

Da Il Messaggero del 25-1-2018

ROMA E’ la droga a preoccupare di più, su tutto. Il 71 per cento dei genitori individua nell'uso degli stupefacenti il pericolo maggiore in cui i figli possono imbattersi. Il 62 per cento di mamme e papà ha paura che i figli finiscano sulla cattiva strada di droga e alcol, nel vortice della dipendenza. ll 29 per cento di loro si dice molto preoccupato, il 33 lo è abbastanza. Sono alcuni dei risultati del sondaggio SWG su giovani e famiglie.

Tra i pericoli che spaventano maggiormente le famiglie, i rischi a cui i figli possono andare incontro, a marcare ancora di più la rilevanza del dato sulla droga è il "disagio" al secondo posto nei pensieri: la mancanza di lavoro, un problema per il 40 per cento. Al terzo posto, la pedofilia: è il 35 per cento delle famiglie a temere che i propri gli possano trovarsene vittime. Segue a ruota, con il 34 per cento, l'alcol. In rapida successione, il 33 per cento delle preoccupazioni riguarda incidenti e bullismo. Il 30 le brutte compagnie. Vengono poi le difficoltà economiche, il fumo, lo stress e la depressione, il cyberbullismo e l'abbandono degli studi o la dipendenza da video e gioco.

E loro, i ragazzi? Tra i giovani dai 16 ai 24 anni - riporta SWG – il 40 per cento dice di conoscere persone che fanno uso di droga. Il 48 per cento rivela di aver parlato con qualche persona che ha fatto uso di stupefacenti. E tra loro, il 63 per cento dichiara di avere idee poco o per niente chiare sul futuro e il 50 vede il futuro pieno di rischi e incognite. Il 29 per cento dei ragazzi si è sentito offrire droga: un dato in crescita nell'arco di trent’anni (era il 21 nel `93). Al 10 per cento è capitato di sentire il desiderio di provare una droga. E tra loro, il 55 per cento si dice poco o per niente soddisfatto dei rapporti familiari.

A.C.

Presentato a Genova il volume sui numeri del cancro con l’intervento dell’Assessore Sonia Viale

Liguria: “Nel 2017 stimati 11.950 nuovi casi di tumore. Dal 2008 +40% buona l’adesione alla mammografia, ma più impegno in prevenzione”

Le tre neoplasie più frequenti sono quelle del colon retto (1.750), seno (1.600) e polmone (1.350). La prof.ssa Lucia Del Mastro, membro Direttivo nazionale AIOM: “Il 40% delle diagnosi è evitabile con uno stile di vita sano”. Nella Regione il 61% delle donne e il 51% degli uomini sconfiggono la malattia

Genova, 25 gennaio 2018 – In un decennio le diagnosi di tumore in Liguria sono aumentate del 40%. Questo incremento dell’incidenza è inferiore rispetto al dato nazionale (+47%). Nel 2017 nella Regione sono stati stimati 11.950 nuovi casi (6.200 uomini e 5.750 donne), nel 2008 erano 8.535 (4.620 uomini e 3.915 donne). I 3 tumori più frequenti fra i liguri sono quelli del colon retto (1.750), seno (1.600) e polmone (1.350). È la fotografia dell’universo cancro in tempo reale raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) e dalla Fondazione AIOM, e presentato oggi all’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

“Ogni giorno nel nostro territorio vengono diagnosticati più di 30 nuovi casi – afferma la prof.ssa Lucia Del Mastro, membro del Direttivo Nazionale AIOM e Responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova -. Quello che veniva un tempo considerato un male incurabile è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere a lungo con una buona qualità di vita. Oggi abbiamo a disposizione armi efficaci per combattere il cancro, come l’immuno-oncologia e le terapie target che si aggiungono a chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Tutto questo, unito alle campagne di prevenzione promosse con forza anche da AIOM, si traduce nel costante incremento dei cittadini vivi dopo la diagnosi, che nella nostra Regione sono quasi 108mila. Queste persone presentano molteplici necessità, non solo di carattere clinico, a cui il sistema sanitario deve saper rispondere”.

Il progressivo invecchiamento della popolazione determina inoltre un inevitabile aumento dei nuovi casi. “Un fenomeno particolarmente evidente in Liguria, che presenta la più alta percentuale di residenti over 65, il 28% della popolazione - spiega la dott.ssa Carlotta Buzzoni, vicepresidente AIRTUM -. L’età media è di 48,3 anni, la più alta d’Italia (il valore medio nazionale è 44,4). Infatti nella Regione si registrano i più elevati tassi di incidenza del tumore della prostata, una neoplasia molto frequente fra gli anziani (950 nuovi casi stimati nel 2017)”. L’età media della popolazione ligure, più alta rispetto alla media nazionale, può contribuire a spiegare perché le percentuali di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi sono leggermente inferiori rispetto alla media italiana: 61% fra le donne (63% Italia) e 51% fra gli uomini (54% Italia). Tuttavia, il confronto delle percentuali di sopravvivenza a 5 anni, per i cinque tumori a prognosi migliore, indica che i risultati raggiunti in Liguria sono sovrapponibili e, in alcuni casi, migliori rispetto a quelli osservati a livello nazionale: 97% per il tumore del testicolo (91% in Italia), 93% per tumore della tiroide (93% in Italia), 90% per il tumore della prostata (91% in Italia), 88% per il melanoma (87% in Italia), 87% per il tumore della mammella (87% in Italia).

Questi risultati sono ulteriormente migliorabili incentivando la partecipazione agli screening organizzati (PASSI 2013-2016): ad esempio solo il 34,5% dei cittadini liguri ha effettuato l’esame per la ricerca del sangue occulto nelle feci per individuare in fase precoce il cancro del colon retto (36,4% Italia). È invece migliore rispetto al dato nazionale l’adesione alla mammografia: il 58,9% delle donne liguri si è sottoposto a questo test per la diagnosi precoce del tumore del seno (53,5% Italia). “È importante interpretare i dati - continua la prof.ssa Del Mastro – per impostare programmi di prevenzione: si deve fare di più per ridurre l’impatto di questa malattia perché oltre il 40% delle diagnosi è evitabile seguendo uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta). È scientificamente provato che il cancro è la patologia cronica che più risente delle misure di prevenzione”. I liguri però sembrano ignorare questi consigli: il 29,2% è sedentario, il 27% è in sovrappeso, l’8,4% obeso, i fumatori sono il 25,5% della popolazione e il consumo di alcol in dosi rischiose per la salute riguarda il 18,2% dei cittadini. “Certo, abitudini di vita particolarmente dannose come il fumo, una delle principali cause dell’insorgenza di tumori, vanno decisamente scoraggiate - afferma il dott. Giovanni Ucci, Direttore Generale dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova - ma in Liguria si vive bene, l’alimentazione è semplice, sana e variata, il clima ottimo e la società accogliente, prova ne sia che molti anziani scelgono di trascorrere ‘l’età d’argento’ in questa regione. Per questo il SSR della Liguria si sta organizzando per garantire attraverso i Dipartimenti Interaziendali Regionali una rete capillare di servizi per la diagnostica precoce ed il trattamento dei tumori, tipica patologia dell’anziano, rete di cui l’Ospedale Policlinico San Martino è centro hub”.

“La conoscenza dei dati presentati in questo volume - spiega il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella prefazione - potrà rendere più facile e incisiva l’azione di miglioramento del livello delle prestazioni e dei servizi, in particolare per lo sviluppo dei percorsi e delle reti oncologiche, garanzia di uguale accesso, tempestività, qualità e appropriatezza sia negli iter diagnostici che nelle cure per tutti i cittadini in tutte le Regioni. Ricerca clinica e traslazionale, umanizzazione, rapporto medico-paziente, informazione e prevenzione sono alcune tra le parole chiave da conoscere ed implementare per chi ha compiti di responsabilità nei confronti dei cittadini ammalati di tumore”.

“I tumori, rispetto ad altre patologie di pari rilevanza sanitaria e sociale - afferma Sonia Viale, Vicepresidente e assessore alla Sanità, Politiche sociali e Sicurezza della Regione Liguria - presentano peculiarità che impongono l’adozione delle reti oncologiche, soluzioni organizzative che implicano una grande varietà di competenze e strutture indispensabili per affrontare la malattia a 360 gradi. Oggi il processo di riforma in atto ha arricchito le potenzialità della struttura a rete, con l’introduzione dell’innovativo modello organizzativo dei Dipartimenti Interaziendali Regionali, in grado di garantire una più efficace governance, un più coerente perseguimento degli obiettivi e una più completa presa in carico del paziente. Negli ultimi anni nella Regione sono stati realizzati passi in avanti importanti in termini di qualità dell’assistenza ai pazienti oncologici: in particolare, la Liguria è tra le prime regioni italiane ad aver attivato cinque Breast Unit, centri multidisciplinari specialistici per la prevenzione, la diagnosi e la cura del tumore al seno. Certamente, ancora molto resta da fare. L’Oncologia rappresenta un modello ideale per questo tipo di organizzazione in rete, che oggi come non mai deve tenere conto delle necessità dei malati: il nostro obiettivo, che realizzeremo con l’attuazione del nuovo Piano Socio Sanitario recentemente approvato – conclude - è mettere la persona al centro, passando dalla vecchia visione ospedalocentrica ad una reale ed efficace integrazione con il territorio, avvicinando sempre più le cure ai pazienti, nell’ottica di una sanità a chilometro zero”.

Nel 2014 (ultimo dato ISTAT disponibile) in Liguria sono stati 5.886 i decessi attribuibili a tumore. Nella Regione la neoplasia che ha fatto registrare il maggior numero di decessi è quella del polmone (1.066), seguita da colon retto (695), seno (402) pancreas (371) e fegato (263).

 

 

 

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Grazie a un nuovo test del sangue si possono 'scoprire' 8 tumori

La ricerca della Johns Hopkins University di Baltimora.

L'esame, chiamato "The CancerSeek", va a verificare la presenza di mutazioni in 16 geni su cui il cancro influisce e su 8 proteine che la malattia stimola

Da IL DUBBIO del 24-1-2018

Passi avanti degli scienziati americani verso uno degli obiettivi più ambiziosi della medicina moderna, quasi il "sacro Graal" della ricerca contro il cancro: mettere a punto un test universale in grado di captare tutti i tipi di tumore attraverso un semplice esame del sangue. Il team della Johns Hopkins University di Baltimora sta infatti testando un metodo in grado di scoprire la presenza, per ora, di otto forme della malattia, che potrebbe essere eseguito, una volta messo a punto definitivamente, una volta l'anno come screening di massa. E salvare veramente tante vite, riporta Science.

I tumori rilasciano piccolissime tracce del loro Dna mutato nel flusso sanguigno, oltre ad alcune proteine. L'innovativo esame, chiamato The CancerSeek, va a verificare la presenza di mutazioni in 16 geni su cui normalmente i tumori vanno a influire e su 8 proteine che la malattia stimola. Il test è stato applicato su 1.005 pazienti affetti da cancro all'ovaio, al fegato, allo stomaco, al pancreas, all'esofago, al colon, al polmone e al seno, non diffusi ad altri organi.

Ebbene, l'analisi ha scovato il 70% delle neoplasie, e fra l'altro con un costo molto limitato, circa 500 dollari a paziente, equivalente al prezzo di una colonscopia. Cristian Tomasetti, uno dei ricercatori, ha spiegato alla Bbc che questo test potrebbe avere davvero "un enorme impatto sulla riduzione della mortalità per cancro. Fra queste neoplasie, infatti, ve ne sono alcune che non dispongono di programmi di screening precoce. Si pensi al cancro del pancreas, che dà luogo a pochi sintomi e per questo viene scoperto sempre in fase avanzata". CancerSeek sarà ora testato su persone sane.

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I caregiver sono circa 8,5 milioni, 7,3 milioni lo fanno per i propri familiari. E chi aiuta di più sono spesso proprio gli anziani

Quella dei caregiver è una rete silenziosa di assistenza, sono persone (spesso anziane anche loro) che si prendono cura o assistono altre persone (familiari e non) con problemi dovuti all’invecchiamento, patologie croniche o infermità. In Italia in media il 17,4% della popolazione (oltre 8,5 milioni di persone) è caregiver. Si occupa cioè di assistere chi ne ha bisogno. E di questi il 14,9% (quasi 7,3 milioni) lo fa soprattutto verso i propri familiari

Da Quotidianosanità.it del 22-1-2018

In Italia in media il 17,4% della popolazione (oltre 8,5 milioni di persone) è caregiver. Si occupa cioè di assistere chi ne ha bisogno. E di questi il 14,9% (quasi 7,3 milioni) lo fa soprattutto verso i propri familiari (niente badanti quindi, calcolate dall’Inps in circa 900mila).

Quella dei caregiver è una rete silenziosa di assistenza, sono persone (spesso anziane anche loro) che si prendono cura o assistono altre persone (familiari e non) con problemi dovuti all’invecchiamento, patologie croniche o infermità.

E in questo senso va l’analisi dell’Istat svolta nell’ambito del rapporto sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell'Unione europeache fa riferimento solo all’aiuto fornito per problemi circoscritti a salute e invecchiamento.

Su Quotidiano Sanità dell’indagine Istat sono state pubblicate finora le analisi relative alle malattie croniche e l’assistenza domiciliare, alle cure dentali, al ricorso a medici di famiglia e specialisti, quella sui motivi delle rinunce alle cure, l’analisi di quanti italiani soffrono di dolore fisico , quella di chi ha la percezione di un sostengo sociale debole, intermedio o forte da parte delle persone che lo circondano e quella degli incidenti domestici e stradali.

L’attività del caregiver è stata appena riconosciuta dalla legge di Bilancio 2018 che ha istituito per loro un fondo di 20 milioni di euro l'anno per il triennio 2018-2020, definendo caregiver la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un parente o di un affine entro il secondo grado, o di un parente entro il terzo grado se i genitori o il coniuge (o la parte dell'unione civile) della persona assistita abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anch'essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Inoltre, il caregiver deve prendersi cura di una persona che, per malattia, infermità o disabilità, anche croniche o degenerative, non è autosufficiente, o è riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata oppure è titolare di un'indennità di accompagnamento. Anche perché senza distinzioni e selezioni l’intero stanziamento varrebbe poco meno di 3 euro l’anno a caregiver.

Rispetto a quel 17,4% medio (la media Ue 28 si ferma al 15,6%, ma vanno meglio di noi Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Lettonia, Malta, Polonia, Regno Unito), il 18,5% dai 15 anni in su forniscono cure o assistenza almeno una volta a settimana a chi ha problemi di invecchiamento, patologie croniche o infermità varie. E lo fa il 17,4% di chi ha tra 65 e 74 anni, il 10,4% di chi ha più di 75 anni e in generale il 14,1% di chi di anni ne ha più di 65.

Rispetto a chi assiste soprattutto i propri parenti le percentuali si abbassano leggermente e nelle varie fasce di età si ha dai 15 anni in su il 16,1%, tra 65 e 74 il 14,1%, oltre i 75 l’8,4% e oltre i 65 l’11,5 per cento.

Le classi di età maggiormente impegnate nel fornire assistenza sono quelle tra 45 e 54 anni e tra 55 e 64 anni dove rispettivamente il 24,9% e il 26,6% fornisce assistenza e più nel dettaglio lo fa verso propri familiari il 22,0 e il 22,9 per cento.

L’impegno varia in base al tempo dedicato all’assistenza. La maggior parte (53,4%) dedica meno di dieci ore a settimana a questa attività, seguita da chi invece vi dedica più di 20 ore a settimana (25,1%). Il 19,8% dedica almeno 10 ore, ma meno di 20 a settimana e una quota dell’1,6% non dà indicazioni sui tempi.

A livello di singole Regioni la percentuale maggiore è in Friuli Venezia Giulia (20,2%), quella minore a Bolzano (11,9%). Per la percentuale di chi di più assiste soprattutto i familiari invece la prima è l’Umbria (17,1%) mentre in fondo c’è sempre Bolzano (9,3%).

Il record del minore tempo dedicato all’assistenza è del V eneto con l’81,8% che impegna meno di dieci ore (ma seconda è il Friuli Venezia Giulia con 61,4%), mentre chi temporalmente dedica di più (oltre 20 ore) è in Sicilia (37,2%).

Per quanto riguarda il livello di istruzione, chi ce l’ha medio si impegna di più (18,9% in generale e 16,3% verso i familiari), ma chi dedica all’assistenza più ore (oltre 20 a settimana) è chi ha il livello più basso di istruzione (30,8%) mentre chi vi dedica meno di dieci ore è chi ha un livello alto (58,9%).

Il reddito paradossalmente inverte la disponibilità e chi offre maggiore assistenza dai 15 ai 64 anni si trova nel quintile più ricco (18,6%), mentre chi ne offre meno è in quello più basso (13,6% al primo quintile).

Stessa proporzione, sia pure con percentuali diverse, dai 65 anni in su. Ma per chi comunque dedica all’assistenza più ore (oltre 20 a settimana) il discorso cambia e la percentuale maggiore è sia per la fascia di età dai 15 ai 64 anni (28,2%), sia per quella dai 65 anni in su (47,4%) nel primo quintile, il più povero, mentre il quinto è quello che vi dedica meno tempo (meno di dieci ore).

Gli anziani sono quindi più frequentemente caregiver di altri anziani (spesso familiari) che hanno maggiori bisogni di salute e non trovano altre forme di assistenza sul territorio.

Purtroppo però, spesso il tempo che anche questi possono dedicare ai bisogni altrui è decisamente poco, ancora una volta dimostrando la necessità di un’assistenza strutturata a vario titolo (sociale, sanitaria, sociosanitaria ecc.) e con varie figure professionali coinvolte sul territorio.

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Oral Microbiome Composition Reflects Prospective Risk for Esophageal Cancers

Il tumore esofageo ha un'incidenza pari a circa 2.000 casi/anno in Italia e un'alta mortalità. Oltre ai fattori di rischio classici (fumo, abuso di sostanze alcoliche, obesità, reflusso gastroesofageo con esofagite di Barrett), sempre con maggior forza emerge l'importanza della flora batterica. Gli autori hanno analizzato in uno studio prospettico la componente microbiologica da sciacqui orali di soggetti inclusi in due studi osservazionali e hanno dimostrato che, dopo correzione per i fattori di rischio noti, vi è una associazione tra la tipologia di microbiota commensale presente nel cavo orale e il rischio di sviluppare neoplasia esofagea (sia adenocarcinoma che carcinoma squamoso): alcuni batteri possono aumentare il rischio, altri, invece, sembrano ridurlo. Il lavoro ha al momento una esclusiva valenza speculativa, ma potrebbe creare il presupposto biologico per misure di prevenzione della neoplasia, per la diagnosi precoce e per un intervento finalizzato al riequilibrio dei germi commensali. Altre recenti pubblicazioni sottolineano l'importanza dell'interplay tra microbiota e sistema immunitario per i tumori gastrointestinali.


Peters BA, Wu J, Pei Z, Yang L, Purdue MP, Freedman ND, Jacobs EJ, Gapstur SM, Hayes RB, Ahn J 

Cancer Research, 2017 Dec 1

Link all'abstract

 

©2017 AACR

 

 



tumori dell'esofago

Legge Lorenzin al traguardo

Fari puntati su medicina di genere, trial, ordini professionali e pazienti

Da Il Sole24 ORE Sanità del 16-1-2018

Una grande riforma della sanità attesa da quasi quattro anni ma in realtà da molto di più. Il Ddl Lorenzin ormai legge, è stato approvato in terza lettura al Senato agli ultimi sgoccioli della legislatura.

Il provvedimento, in Parlamento da quasi 1.400 giorni e in bilico fino all'ultimo istante nel calendario congestionato del Senato, ha infine trovato una finestra utile. Una legge corposa, che coinvolge oltre un milione di professionisti, con una delega al Governo su un ampio ventaglio di materie e una serie di novità normative direttamente applicabili.

Il provvedimento ammoderna, dopo 70 anni, la vita degli ordini professionali e ne introduce di nuovi, coinvolgendo nella tutela ordinistica tutte le 22 professioni attuahnente riconosciute. Con un'attenzione mirata su trasparenza, turnover e parità di genere.

Si riconoscono nuove professioni (osteopati e chiropratici) e si introduce una cornice aperta e oggettiva per le professioni del futuro, con la possibilità di presentare una richiesta di riconoscimento anche da parte delle associazioni più rappresentative e con tempi certi per il percorso. Si inaspriscono le pene per l'esercizio abusivo delle professioni sanitarie. E si rafforzano le tutele per i pazienti ricoverati in ospedali pubblici e privati: il provvedimento introduce infatti come circostanza aggravante per i reati contro la persona, il fatto che questi siano commessi in danno di persone ricoverate.

Il testo interviene in modo importante sulle sperimentazioni cliniche dei medicinali a uso umano e sui requisiti dei centri autorizzati, allineando l'Italia ai partner Ue, introducendo la medicina di genere e più attenzione alla pediatria nei trial e coinvolgendo le associazioni dei pazienti. Si rafforza la tutela dell'indipendenza delle sperimentazioni, con l'obiettivo di garantire l'assenza di conflitti d'interesse. Si stabilisce la brevettabilità dei risultati di ricerche non profit condotte in ambito pubblico (importante volano per partrership pubblico-privati) e si vara una riforma della farraginosa macchina dei comitati etici, dimezzandone il numero e creando un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali presso l'Agenzia italiana del farmaco, che assume nuovi importanti compiti.

«Intanto un grandissimo plauso al ministro Lorenzin - commenta il direttore generale di Aifa, Mario Melazzini -perché è riuscita a raggiungere l'obiettivo di riorganizzare nel suo complesso la sanità italiana.

Per quanto riguarda Aifa, l'innovazione è di enorme rilevanza perché ci consente di essere concretamente competitivi e attrattivi. Il processo di riassetto e riorganizzazione dei comitati etici, fa diventare Aifa centrale e consente all'agenzia di semplificare le procedure permettendoci di garantire tempi certi e risposte concrete ai ricercatori e agli stakeholder coinvolti nel processo di sperimentazione clinica».

Un traguardo politico trasversale. «E’ un traguardo molto importante per la sanità italiana - afferma la ministra della Salute beatrice Lorenzin - e sono veramente orgogliosa dell'approvazione definitiva da parte del Senato del Ddl che porta il mio nome perché s'introducono fondamentali novità per tutto il settore e perché si aggiunge un nuovo tassello fondamentale al percorso di riforma del sistema.

Questo Ddl, che presentai quasi 5 anni fa ha avuto una gestazione lunghissima in Parlamento e introduce misure importantissime per la sanità e per 1 milione di persone che vi lavorano».

Grande soddisfazione è stata espressa anche da Emilia Grazia De Biasi relatrice del Provvedimento e presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato. «Si tratta di un provvedimento atteso da più di 12 anni, che interessa numerosissimi professionisti della sanità e che finalmente è legge». Un provvedimento, sottolinea la parlamentare, «per il quale il Pd in questa legislatura ha dimostrato grande impegno».

Così come dal relatore e presidente della Commissione Affari sociali della Camera Mario Marazziti, che ha coordinato i lavori sul testo per un anno e mezzo. «Oggi diventa legge- sottolinea Marazziti - una delle grandi riforme di questa legistatura in campo sanitario. Una legge sulla salute che tocca tutti i cittadini italiani. E, direttamente, oltre un milione di professionisti, fra antiche e nuove professioni, in attesa da decenni di un riconoscimento o di un quadro di maggiori certezze e modernità. E’ questa la ragione per cui nei giorni scorsi ho insistito, lanciando un appello ai Capigruppo delle forze politiche a Palazzo Madama affinché il provvedimento venisse calendarizzato prima della fine della legislatura». «Sono fiero - ha concluso Marazziti - di aver contribuito in modo decisivo alla realizzazione di un provvedimento utile sia per cittadini sia i professionisti in ambito sanitario. Questa legge sulla Salute è uno di quei casi in cui la politica fa fino in fondo il suo mestiere, mettendosi a servizio di tutti».

Che cosa cambia per le professioni sanitarie. Si completa l'assetto normativo per tutte le 22 professioni sanitarie (per un totale di oltre 12 milioni di professionisti) ognuna delle quali avrà un ordine di riferimento. La legge approvata oggi introduce tre nuovi ordini: per le professioni di infermiere, con 436.000 iscritti complessivi, pari al 64% del totale, per le ostetriche con 20.000 professioniste coinvolte (3%) e l'ultimo per i tecnici di radiologia con 28mila operatori, a cui si aggregano le altre 17 professioni, che così portano il totale a 160.000, pari al 24 per cento. Si apre inoltre la possibilità di istituire ex novo un Ordire specifico anche per i circa 65.000 fisioterapisti, che sono quasi il 10% del totale cli 680mila.

Per gli infermieri la legge Lorenzin «apre le porte di una nuova era: «Nasce la Fnopi, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche - commenta Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli infermieri - il più grande ordine professionale italiano per numero di iscritti. Un traguardo per il quale gli infermieri hanno corso per oltre dieci anni, che conferma la crescita della professione e rende giustizia agli oltre 447mila professionisti che ogni giorno si dedicano all'assistenza dei più fragili e ai bisogni di salute delle persone».

Più trasparenza nelle sperimentazioni cliniche. Il primo articolo del provvedimento è dedicato nello specifico alla sperimentazione clinica. Tra le principali novità criteri più stringenti per i centri autorizzati, che avranno l'obbligo di accreditamento, per qualsiasi fase di sperimentazione, con particolare riferimento alle sperimentazioni di fase I. Viene tutelata e rafforzata la sperimentazione in campo pediatrico e della medicina di genere. Più potere ai pazienti, che sono obbligatoriamente inclusi nelle fasi di valutazione e disegno delle sperimentazioni cliniche, con particolare attenzione alle malattie rare.

Fari puntati - sulla scia del regolamento Ue 536/2014 - su indipendenza dello sperimentatore, mancanza di conflitti di interesse e trasparenza sulle sperimentazioni cliniche, inclusi gli aspetti di natura finanziaria. Spazio quindi alle tutele ma anche alle semplificazioni da applicare a livello locale. Più facile, con le dovute garanzie, l'utilizzo dei campioni biologici ai fini sperimentali. Vengono poi introdotti meccanismi di ritorno economico rispetto alle attività di ricerca svolte per i centri sperimentali stessi e l'accademia, per valorizzarne ulteriormente il contributo alla ricerca.

Stop alla giungla dei comitati etici. Razionalizzata la macchina dei comitati etici. Entro 30 giorni dall'entrata in vigore della legge è istituito il centro di Coordinamento Nazionale dei Comitati etici, con funzioni di coordinamento, monitoraggio e indirizzo per i comitati etici territoriali — elemento di novità rispetto alla situazione attuale. Il Centro di coordinamento sarà istituito presso l'Aifa e sarà composto da un massimo di 15 membri nominati dal ministero della Salute, dalle Regioni e dalle associazioni dei pazienti.

L'istituzione presso Aifa consente un adeguato coordinamento con l'autorità competente per le sperimentazioni cliniche per garantire un allineamento nelle fasi di valutazione e il rispetto delle tempistiche previste dalla normativa, soprattutto quando sarà implementato il regolamento 536/2014. Il Centro di coordinamento potrà inoltre fornire supporto ai comitati etici su richiesta, per la valutazione degli aspetti etici delle sperimentazioni, come previsto dal Regolamento 536/2014.

Lo stesso Centro di coordinamento, nell'ambito delle attività di monitoraggio, può segnalare al ministero della Salute i comitati etici territoriali inadempienti, suggerendone la revoca - anche questo è un elemento di assoluta novità, che colma un vuoto normativo. Arriva poi a opera del centro di coordinamento un modello con gli elementi minimi del contratto unico su base nazionale per le sperimentazioni cliniche. Viene infine introdotta una tariffa unica su base nazionale per le sperimentazioni, da definire nel rispetto dei criteri previsti dal Regolamento 536/2014, di concerto con Aifa. Entro 60 giorni dalla data in vigore della legge dovranno essere definiti i nuovi comitati etici territoriali, nel numero massimo di 40 (almeno uno per Regione). Previsto infine il riconoscimento di tre comitati etici a valenza nazionale, di cui uno riservato alla sperimentazione in ambito pediatrico.

Riordino della professione dei chimici, dei fisici, dei biologi e degli psicologi. Il Ddl stabilisce che la vigilanza su tali Professioni, e sui relativi ordini, passi dal ministero della Giustizia al ministero della Salute. Anche a tali ordini si applicheranno, dunque, le nuove disposizioni relative al funzionamento interno degli Ordini, modificati dal Ddl.

Disco rosso agli abusivi. Si interviene sul reato di esercizio abusivo della professione, per inserire un'aggravante quando il reato riguardi una professione sanitaria e per prevedere in tali ipotesi la confisca obbligatoria dei beni utilizzati per commettere il reato. E in particolare, quando si tratta di beni immobili, si dispone il loro trasferimento al patrimonio del comune ove sono siti, per essere destinati a finalità sociali e assistenziali.

Più tutele per le persone ricoverate. Viene aggiunta nel codice penale (articolo 61) una circostanza aggravante per i reati contro la persona commessi in danno di pazienti ricoverati presso strutture sanitarie o presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche o private, ovvero presso strutture socioeducative.

Dirigenti sanitari del ministero della Salute. Si modifica la disciplina vigente relativa al ruolo della dirigenza sanitaria del ministero della Salute: da un lato, si istituisce un unico livello del ruolo, e dall'altro, ai dirigenti sanitari del ministero si estendono gli istituti giuridici ed economici previsti per la dirigenza sanitaria del Servizio sanitario nazionale.

Chiarezza sulle nuove farmacie. Viene garantita definitività alle graduatorie dei concorsi straordinari celebrati in tutte le Regioni con in palio quasi tremila nuove farmacie. La legge prevede infatti un'interpretazione autentica della vigente disciplina nel senso dell'attribuzione del punteggio massimo da assegnare ai concorrenti in tema dell'esercizio professionale maturato dai concorrenti.

Di Rosanna Magnano

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Le malattie che cureremo con la ricerca sui farmaci

La classifica degli investimenti di Big Pharma: tumori al primo posto.
E nonostante l'addio di Pfizer, Parkinson e Alzheimer restano al top

Da la Repubblica del 15-1-2018

La battaglia si combatte soprattutto contro il cancro ma Alzheimer e Parkinson godono comunque di grande attenzione da parte di chi deve inventare e vendere medicine. Sono altre le patologie per le quali i tentativi dell'industria farmaceutica di sviluppare rimedi efficaci sono pochi, come quelle provocate dai parassiti, quelle ormonali o genito-urinarie, ma anche quelle respiratorie o dermatologiche.

Poi ci sono le malattie rare, su alcune delle quali il lavoro di ricerca è scarsissimo. Lo dicono i dati sulle cosiddette "pipeline" aperte da Big Pharma, cioè i lunghi "canali" che cominciano il loro percorso quando nasce l'idea per un nuovo medicinale e lo concludono, dopo fasi di sperimentazione e registrazione, con l'approvazione e la vendita.

La recente decisione di Pfizer di interrompere la ricerca nell'ambito delle due diffuse malattie neurologiche ha fatto scalpore ma sembra più che altro dettata da strategie commerciali. Mario Melazzini, direttore dell'Agenzia del farmaco (Aifa) parla apertamente di business. «Loro hanno un panorama a 360 gradi sulla ricerca in quel campo - spiega - avranno visto che altre aziende sono più avanti e deciso che è inutile continuare a investire». Anche in questo caso dunque sarebbero più che altro i soldi a guidare le strategie di una grande multinazionale farmaceutica. Di certo non si può dire che su quelle due malattie non si lavori.

Nel 2017, stando ai dati della studio Pharmaprojects della britannica Pharma intelligence, che prende appunto in considerazione le "pipeline" avviate in tutto il mondo, per l'Alzheimer erano aperti 376 studi, per il Parkinson 246. Si tratta rispettivamente della settima e della diciottesima malattia nella classifica di quelle che godono del maggior numero di ricerche.

La graduatoria rende bene l'idea di quali siano i problemi su cui l'industria si impegna maggiormente. La parte del leone la fa il cancro: ben 15 patologie delle 25 su cui ci sono più lavori aperti sono oncologiche. In testa c'è il tumore al seno, con 654 "pipeline", seguono quello del polmone con 477, quello del colon-retto con 476 e quello del pancreas con 416. Tra le malattie non oncologiche la prima è il diabete di tipo 2 (415 studi). In tutto si stanno ricercando la bellezza di 14.872 prodotti.

Va specificato che avere una "pipeline" aperta non vuol dire assolutamente arrivare a un farmaco. Per la gran parte dei medicinali nemmeno ci si avvicina a chiedere l'approvazione, e questo è uno dei motivi usati dall'industria per giustificare gli alti, talvolta altissimi, costi di quelli che ce la fanno. Circa la metà dei prodotti che si stanno studiando adesso (spesso all'interno di centri di ricerca e università pubbliche) sono ancora in fase pre-clinica, cioè non sono nemmeno arrivati alle sperimentazioni vere e proprie. Per avere un'idea di cosa produce tutto il lavoro, basta osservare quanti farmaci sono stati approvati l'anno scorso. La Fda, l'autorità americana, ne ha fatti entrare nel sistema Usa 46, il numero più alto degli ultimi vent'anni.

L'Europea Ema è arrivata a 91 ma calcolando anche i generici e le nuove indicazioni terapeutiche per molecole già disponibili.

«Talvolta quello che viene approvato non è innovativo - commenta Silvio Garattini del Mario Negri - Mancano studi comparativi che facciano capire se i farmaci nuovi sono meglio di quelli che già ci sono così entrano dei "doppioni"».

Riguardo all'efficacia, Uno studio uscito di recente sul British medical journal ha spiegato come dei 48 farmaci anticancro con 68 indicazioni approvati tra il 2009 e il 2013 in Europa solo il 51% ha poi dimostrato un significativo aumento della sopravvivenza e della qualità della vita dei pazienti.

La classifica dei problemi sui quali si concentrano maggiormente gli investimenti di Big Pharma rivela che a godere di più "pipeline" è di gran lunga il cancro (4.845), seguito dalle malattie neurologiche (2.542) e da quelle infettive (2.468), tra le quali pesa il lavoro sui virus dell'hiv e dell'epatite C. In fondo alla classifica ci sono gli antiparassitari (128 studi), poi i prodotti per problemi ormonali (275), genito-urinari (630), di coagulazione del sangue (652), per problemi agli organi di senso (prevalentemente oculistici, 797), respiratori (845), dermatologici (911), immunologici (917). Tutti insieme hanno più o meno lo stesso numero di sperimentazioni destinate al cancro.

di Michele Bocci

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A Strasburgo si riapre la partita dell’agenzia del farmaco

L’europarlamento può opporsi alla nomina di Amsterdam, Milano spera

Da Libero del 12-1-2018

Agenzia europea del farmaco (Ema) ad Amsterdam e Authority bancaria (Eba) a Parigi, tutto da rifare. O quasi, se è vero come è vero, deciso e inserito in agenda, che ora tocca al Parlamento europeo dire la sua e far pesare la sua scelta che teoricamente vale quanto quella del Consiglio, il quale nell'occasione ha già a sua volta dimostrato di non saper scegliere, delegando la spinosa questione a un sorteggio. Tanto confusa, quanto inopportuna lotteria, anche e soprattutto perché nel caso dell'Ema la scelta è poi caduta su Amsterdam che a quanto pare non ha nemmeno i requisiti necessari per accoglierla. Come hanno fatto notare con un'interrogazione alla Commissione Elisabetta Gardini (Fi) e Patrizia Toia (Pd), ad Amsterdam non esiste infatti nessuna possibilità che entro i termini prestabiliti (marzo 2019) si palesi una struttura atta ad accogliere una sede degna di un'agenzia europea. E questo non a personale parere delle due eurodeputate, ma per ammissione degli stessi media olandesi.

Il passaggio parlamentare potrebbe però rivelarsi decisivo. Secondo un accordo del 2012 al Consiglio è stata delegata la scelta delle sedi delle agenzie europee mentre al Parlamento è rimasto un semplice voto formale. A qualcuno però non deve essere sfuggito che il «joint understanding» del 2012 lascia ampi spazi di manovra. Se infatti all'art. 6 del documento si dice che la sede delle Agenzie è decisa di comune accordo tra i rappresentanti degli Stati membri, cioè dal Consiglio, nelle premesse si dice che il «joint understanding» non è vincolante per le tre istituzioni. Quindi una delle tre, se lo crede, puó invocare una procedura legislativa normale.

Se ne devono essere accorti i deputati italiani, interessati a ragion veduta che l'Ema venga trasferita a Milano anziché ad Amsterdam, tanto che non casualmente il relatore della discussione sarà un italiano, il deputato del Ppe Giovanni La Via. E se ne sono certamente accorti i tedeschi, i quali dopo un improvviso ma tardivo risveglio dai fumi elettorali hanno dovuto prendere atto che l'Authority bancaria era stata assegnata con il pallottoliere a Parigi. E così anche in questo caso il relatore sarà un tedesco, Burkhard Balz della Cdu. Quanto all'Ema la questione verrà discussa in un «shadow meeting» martedì prossimo a Strasburgo, poi presentata alla commissione per l'Ambiente, la Sanità pubblica e la Sicurezza alimentare (Envi) il 24 gennaio, votata sempre in commissione tra il 19 e i120 febbraio e infine votata a marzo in Parlamento in seduta plenaria. La Via e il presidente del Parlamento Antonio Tajani si incontreranno lunedì per definire con la strategia, mentre fonti ben informate parlano di un recente colloquio sulla vicenda tra lo stesso Tajani, Gentiloni e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. In ballo per l'Italia e Milano ci sono migliaia di posti di lavoro e due miliardi di indotto economico. Per l'Europa, la faccia.

Di Carlo Nicolato

Osimertinib in Untreated EGFR-Mutated Advanced Non-Small-Cell Lung Cancer

Osimertinib è inibitore tirosin-chinasico (TK) di EGFR di terza generazione, già noto alla comunità scientifica in quanto ampiamente utilizzato (e approvato) per il trattamento dei pazienti con resistenza acquisita ad inibitore di EGFR di I o II generazione in legame alla mutazione T790M. In questo studio randomizzato di fase III, 556 pazienti naïve da trattamento, con NSCLC in stadio avanzato e mutazione attivante di EGFR (delezione exone 19 o L858R) vengono randomizzati (1:1) a ricevere osimertinib alla dose di 80 mg/die verso gefitinib o erlotinib essendo la sopravvivenza libera da progressione (PFS), valutata dagli investigatori, l’obiettivo primario.
Il PFS mediano è risultato essere significativamente superiore nel braccio con osimertinib (18,9 mesi vs 10,2; HR 0,46; IC 95%: 0,37 - 0,57; p < 0,001). La risposta è risultata pressochè sovrapponibile nei due bracci di trattamento (80% con osimertinib e 76% nel braccio standard). La durata mediana di risposta viene descritta pari a 17,2 mesi (IC 95%: 13,8 - 22,0) con osimertinib vs 8,5 mesi (IC 95%: 7,3 - 9,8) con il trattamento standard. I dati di sopravvivenza sono immaturi all’atto dell’interim analysis. A 18 mesi, il tasso di sopravvivenza risultava essere dell’83% (IC 95%: 78 - 87) con osimertinib e 71% (IC 95%: 65 - 76) con trattamento standard. In termini di tossicità, gli eventi avversi di grado ≥ 3 o superiore sono stati meno frequenti nel braccio con osimertinib rispetto al trattamento standard (34% vs 45%).
Il trattamento standard di prima linea per i pazienti affetti da NSCLC in stadio avanzato e mutazione attivante di EGFR continuano ad essere gli inibitori TK di EGFR di I o II generazione in quanto osimertinib non è ancora disponibile in questa linea terapeutica. Al momento viene quindi ancora proposta una sequenza terapeutica a questi pazienti, fra i quali solo quelli con mutazione di resistenza T790M (identificata in corso di biopsia liquida o tissutale) al momento della progressione riceveranno osimertinib. Nel concetto di “miglior terapia upfront” è facile pensare che questo farmaco spiazzerà (una volta ottenuta l’approvazione da parte delle agenzie regolatorie e la rimborsabilità) i trattamenti attuali dalla prima linea di terapia, ponendoci peraltro nella condizione di non avere scelte terapeutiche prospetticamente testate al momento della progressione e conoscendo molto poco l’assetto biologico di malattia dopo progressione da osimertinib.


Soria JC, Ohe Y, Vansteenkiste J, Reungwetwattana T, Chewaskulyong B, Lee KH, Dechaphunkul A, Imamura F, Nogami N, Kurata T, Okamoto I, Zhou C, Cho BC, Cheng Y, Cho EK, Voon PJ, Planchard D, Su WC, Gray JE, Lee SM, Hodge R, Marotti M, Rukazenkov Y, Ramalingam SS; FLAURA Investigators

The New England journal of medicine, 2017 Nov 18

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tumore del polmone

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Role of Kindness in Cancer Care

In tempi di crescente aggressività e poca educazione, dove il professionista sanitario è talvolta ridotto a un burocrate o misurato con tempari prestabiliti (utili all'industria manufatturiera ma che mal si adattano all'ars medica), gli autori si interrogano sul valore della gentilezza nel rapporto tra oncologo e paziente.
Anche nell'era dell'oncologia di frontiera, che spazia dall'immunoterapia alle terapie molecolari personalizzate, non deve mancare lo spazio per la gentilezza. Gli autori individuano nel lavoro sei momenti in cui questa attitudine può migliorare la qualità di vita del paziente oncologico: l'ascolto profondo (in cui il medico dedica tempo per comprendere le paure e i desideri dell'ammalato); l'empatia della compassione; la generosità interiore nel porsi a disposizione del paziente e della famiglia; la spiegazione paziente del trattamento e dei suoi effetti collaterali; l'onestà gentile nel dire la verità con rispetto ma scegliendo parole e modi adatti; il sostegno attento ai familiari e ai care-givers.


Berry LL, Danaher TS, Chapman RA, Awdish RLA

Journal of Oncology Practice, 2017 Nov

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Dalla banca europea per gli investimenti 40 milioni per la lotta contro i tumori

Da il Giornale del 10-1-2017

Il Piano Juncker sostiene la ricerca contro il cancro. La Bei, Banca europea per gli investimenti, ha erogato un prestito di 40 milioni di euro a Indivumed GmbH, società gestita da medici con sede in Germania e attiva nel settore oncologico a livello globale. Grazie al nuovo finanziamento - informa la Commissione europea - Indivumed proseguirà nello sviluppo di una Banca dati mondiale utile agli scienziati impegnati nella lotta ai tumori, garantendo l'accesso ai dati dei pazienti oncologici e investendo nelle tecnologie più avanzate per comprendere meglio elementi complessi sul cancro. Il finanziamento del progetto è garantito dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Feis, pilastro del Piano di investimenti per l'Europa. «I sistemi sanitari in molti Stati membri dell'Ue necessitano sempre più di investimenti in infrastrutture moderne, tecnologie innovative e nuovi modelli assistenziali - dichiara Vytenis Andriukaitis, Commissario per la Salute e la Sicurezza alimentare -. L’investimento in Indivumed dimostra che le istituzioni dell'Ue sono impegnate a sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di questi obiettivi. Sono lieto che la Bei firmi questo accordo oggi per aiutare i soggetti interessati del settore sanitario ad avvalersi maggiormente del Piano di investimenti per l'Europa, a vantaggio dei nostri cittadini».

Nutrizione del paziente oncologico, le linee di indirizzo del ministero della Salute

Da Doctor33 del 9-1-2018

Il 14 dicembre 2017, tramite un Accordo Stato-Regioni, sono state approvate le Linee di indirizzo sui percorsi nutrizionali nei pazienti oncologici, elaborate da un gruppo di lavoro multidisciplinare di cui hanno fatto parte rappresentanti del Ministero della Salute, di aziende sanitarie, di Università ed esponenti di società scientifiche di settore. Prendendo come base la Carta dei Diritti del Paziente Oncologico all'appropriato e tempestivo supporto nutrizionale, preparata nel 2017 da Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) e Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo (Sinpe), con il contributo di altre società scientifiche e di associazioni di pazienti, queste linee guida si pongono come obiettivo la definizione dello screening nutrizionale e dei bisogni specifici in ambito nutrizionale.

Nel documento inoltre viene presentato un modello organizzativo che, tramite un percorso integrato, può permettere lo svolgimento di un programma nutrizionale personalizzato e associato al trattamento oncologico sin dal primo accesso ai servizi, senza dimenticare una parte dedicata alla formazione degli operatori sanitari.

I temi della nutrizione sono di importanza non trascurabile in oncologia, dal momento che tra i pazienti con tumore le alterazioni dello stato nutrizionale sono all'ordine del giorno. Volendo ragionare su alcune cifre, l'80% dei pazienti con neoplasia del tratto gastrointestinale superiore e il 60% di quelli con neoplasia polmonare presentano una perdita di peso già quando ricevono la diagnosi della malattia. Perdite di peso anche in fasi successive si riscontrano nel 72% dei pazienti con tumori pancreatici, nel 69% di quelli con neoplasie esofagee, nel 67% di quelli con neoplasie gastriche, nel 57% di quelli con tumori di testa o collo, nel 34% di quelli con neoplasie del colon retto, nel il 31% dei casi di linfoma non-Hodgking. Ci si aspetta che queste raccomandazioni siano in grado di ridurre nella pratica medica le complicanze derivanti da problemi di malnutrizione, che possono interferire con le cure e peggiorare la qualità della vita, e di facilitare il recupero di un buono stato nutrizionale e della salute fisica.

Per arrivare a questo risultato si sottolinea la necessità di una serie di valutazioni individuali del paziente basate sulla storia clinica, sui trattamenti effettuati e in corso, sulla presenza di sintomi non controllati, sulla rilevazione di parametri fisici e su test di laboratorio, in vari momenti del percorso diagnostico-terapeutico. La valutazione deve essere effettuata secondo il programma anche in caso di iniziale assenza di modificazioni dello stato nutrizionale, in modo da gestire eventuali problematiche in fase precoce, e dovrà essere inclusa nella documentazione clinica e comunicata al medico di medicina generale. Il passo successivo prevede che, riconosciuto e valutato l'eventuale problema nutrizionale, si prepari un piano di intervento.

Il documento definisce anche i compiti delle varie figure coinvolte in modo da garantire una continuità assistenziale ospedale-territorio, e che comprendono il medico di medicina generale, il medico nutrizionista, il dietista, l'infermiere territoriale, il farmacista, ed eventualmente lo psicologo.

Ministero della salute

 

Oncologia. Come trattare e prevenire le vampate di calore associate alla terapia ormonale

Jama Oncology, alla fine di dicembre, ha pubblicato una pagina informativa su come trattare le vampare di calore nel corso di una terapia oncologica. Questi sintomi colpicono sia uomini che donne e si verificano, in particolare, in alcuni tipi di cancro, come quello alla prostata e alla mammella

Da Quotidianosanità.it del 9-1-2018

(Reuters Health) - Le vampate di calore causate dalle terapie antitumorali possono essere prevenute con adeguati trattamenti. “L’obiettivo di ogni terapia è quello di aiutare i pazienti a sentirsi meglio; non vogliamo che soffrano inutilmente e pensino che non ci siano trattamenti disponibili”, dice Arjun Gupta dell’Università del Texas Southwestern Medical Center di Dallas, l’autore di una pagina informativa per le pazienti, disponibile online dal 28 dicembre su Jama Oncology.

Le informazioni giuste
Le vampate di calore so no spiacevoli episodi di calore che iniziano nella parte superiore del corpo e si diffondono, causando sudorazione e ansia. Possono verificarsi raramente, ogni giorno o più volte al giorno. Di notte, inoltre, possono alterare il sonno. “È importante informare il medico per capire ciò che causa realmente questi sintomi preoccupanti”, sottolinea Gupta. Alcune forme di cancro, in particolare alcuni tipi di cancro alla prostata e alla mammella, dipendono dagli ormoni sessuali che ne stimolano la crescita.

Mentre in menopausa l’obiettivo della terapia ormonale è quello di aumentare i livelli ormonali, l’obiettivo della terapia ormonale in oncologia è quello di ridurre i livelli di ormone. E quando i livelli scendono, possono verificarsi le vampate di calore. Nei malati oncologici le vampate di calore potrebbero essere correlate al cancro stesso, alle infezioni, alla terapia ormonale o ad alcuni farmaci come gli steroidi. “Quindi è importante segnalare la loro comparsa al medico curante”, aggiunge Gupta.

Come gestire questi sintomi
La gestione delle vampate di calore include sia la prevenzione sia il trattamento. Le tecniche non farmacologiche sono quelle che vengono generalmente provate per prime. Gupta consiglia di riportare su un quaderno il numero, l’intensità e la durata delle vampate di calore; questo esercizio può aiutare a identificare i possibili eventi scatenanti da evitare. Ad esempio, fare un bagno caldo o mangiare cibi piccanti sono comportamenti che potrebbero provocare una vampata di calore.

È importante evitare di eccedere con la caffeina e l’alcol e occorre smettere di fumare. Un ambiente sano e ventilato durante il giorno e durante il sonno, con vestiti e lenzuola di cotone, così come docce tiepide, può aiutare ulteriormente. Anche attività di rilassamento come lo yoga, la meditazione e gli esercizi di respirazione possono essere utili nella gestione delle vampate di calore.

Per quanto riguarda i trattamenti farmacologici, sia uomini sia donne traggono giovamento dall’assunzione a basse dosi di alcuni antidepressivi, come la venlafaxina, il citalopram, la clonidina, il gabapentin e l’ossibutinina. Terapie alternative come prodotti a base di erbe, soia e agopuntura non sono ancora state ampiamente studiate per il trattamento delle vampate di calore nei pazienti oncologici.

Fonte: Jama Oncology
Carolyn Crist
(Versione Quotidiano Sanità/Popular Science)

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Da medico a paziente: vivere sotto il segno del cancro

La storia di un chirurgo che un giorno scopre di avere un tumore e deve indossare i panni del malato. Ad Oncoline, Giuseppe Perrotta racconta come si vive il tumore quando si è medici e si conoscono già molte risposte

Da la Repubblica.it del 2-1-2018

E’ uno strano destino: passare dal ruolo di colui che comunica diagnosi a quello che si sente annunciare un tumore. E d’un tratto quella stessa persona da medico si trasforma in paziente. E’ la storia di Giuseppe

Perrotta, 71 anni, di Paola, in provincia di Cosenza. Un chirurgo di lunga esperienza in sala operatoria che ad un certo punto si accorge di essere stato colpito da un brutto tumore al colon e passa, quindi, dalla parte del medico a quella del paziente. A distanza di più di un anno, Giuseppe sta bene: il tumore è stato affrontato nel modo giusto e tempestivamente. E’ stato sconfitto. Ad Oncoline racconta come ha affrontato la malattia e perché ha scelto di mettere nero su bianco il suo vissuto.

Il momento più duro. Era il 2011 e Giuseppe aveva un aspetto florido, condizioni generali ottime, nessun disturbo, nessun segno clinico, esami ematici più che normali, markers tumorali assolutamente negativi. Insomma, sembrava scoppiare di salute a parte qualche fastidio allo stomaco che lo spinse ad effettuare prima una gastroscopia e poi una colonscopia. “Mi bastò una rapida occhiata a una immagine della mia colonscopia, appena effettuata in sedazione, e mi fu chiaro immediatamente che quel mio benessere era un clamoroso falso. Capii da solo che avevo un cancro e quando pronunciai questa diagnosi nessuno provò a smentirmi” ricorda Giuseppe.

La fase d’attacco. Giuseppe si sottopone prima ad un intervento chirurgico, quindi alla chemioterapia, affrontando le diverse fasi delle cure con la consapevolezza di chi sa qual è il male che deve combattere, avendo conoscenza dei rischi a cui va incontro, ma sempre senza smarrire la speranza di potercela fare, di riuscire a sconfiggere il tumore. “Mi sono sottoposto a 12 cicli di 48 ore di chemioterapia – racconta Giuseppe. Dopo sei anni, io lo considero sconfitto e mi comporto come se avessi vinto il cancro anche se questa malattia non si può mai considerare vinta del tutto ma mi sento molto bene”.

Farsi coraggio. Il rischio più grande quando si riceve una diagnosi di tumore è quello di lasciarsi travolgere dalla depressione. Un male che non aiuta a guarire e rende tutto più difficile: “Di fronte al cancro è più facile di quanto si creda scoprire in noi energie sconosciute: in tanti, nel nostro vivere sotto il segno del cancro, mostriamo un coraggio, anche di fronte al dolore, che per gli altri e per noi stessi, finanche, è una sorpresa” racconta il medico-paziente.

La generosità del cancro. Per questo secondo Giuseppe il cancro è generoso: “Per quanto grave sia, non è come un esteso infarto miocardico o un imponente ictus, che ti stroncano in un amen. Il cancro è un amico che ti avverte per tempo, anche quando si presenta già avanzato. Ti dà sempre il tempo di prepararti e di prepararsi, in ogni senso, per chi ti è vicino”.

Dall’autobiografia all’autopatografia. Ad un certo punto, Giuseppe decide di dedicarsi alla scrittura. Così per testimoniare il suo vissuto di malattia ha scritto due libri: il primo, dal titolo «Vivere sotto il segno del cancro» (Falco Editore, 12 euro, 140 pagine) è un’autopatografia, ovvero la cronaca personale della sua esperienza di malattia, scritta in tre mesi mentre faceva la chemioterapia. In questo primo libro, fa un’analisi delle criticità del nostro sistema sanitario, quasi da infiltrato potendo vedere e sperimentare tutto ciò che non va nella duplice veste di medico e paziente. Il libro è una sorta di denuncia circostanziata di ciò che non va nella sanità italiana, in particolare nel Mezzogiorno, dove, a volte, non vengono fatte nemmeno le cose minime per garantire ai cittadini il diritto reale alle cure. Perrotta parla da malato esperto, da profondo conoscitore della realtà sanitaria, parla essendo bene a conoscenza di cosa è accaduto nella sanità al Sud in questi ultimi anni.

Scoprire i lati positivi. Il secondo libro si chiama «Viaggio nella costellazione del cancro» (You Can Print, si scarica gratuitamente) ed è una testimonianza ed un invito a scoprire anche le positività del cancro per una nuova vita. Ora è appena uscito il terzo libro dal titolo «Pelle e anima» (Falco Editore, pag. 180, circa 12 Euro): sono riflessioni di un malato-esperto sul ruolo della medicina narrativa. Un libro che mette ‘sanamente in crisi’ per l’analisi critica della situazione attuale e per la volontà di recuperare una medicina più a misura d’uomo.

di Irma D'Aria

I tumori testa–collo: in arrivo nuovi farmaci immunoterapici

I dati evidenziano un aumento della sopravvivenza ad un anno – dal 16 al 36 per cento – dei pazienti con malattia non più curabile con chirurgia o radioterapia. Ma a costi elevati

Da LiberoQuotidiano.it del 6-1-2018

L’Immunoterapia potrebbe essere la nuova chiave di svolta per combattere i tumori testa–collo. Questi farmaci, che arriveranno in Italia entro l’estate, agiscono sul sistema immunitario stimolando una risposta positiva. Si tratta infatti di terapie che hanno come primo bersaglio non la malattia stessa, ma il potenziamento delle risposte immuni dell’individuo. “Sono farmaci innovativi, già provati, testati e alcuni di questi anche approvati dagli enti regolatori – dichiara la professoressa Lisa Licitra, direttore dell’Oncologia Medica 3 della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano – E’stato confermato, infatti, il beneficio per il paziente che usi tali nuove molecole i in alcune situazioni particolari come la malattia recidivata o metastatica. Il vero obiettivo per il futuro rimane quello di poter utilizzare questi farmaci nelle malattie curabili di usarli cioè nelle malattie localmente avanzate o addirittura in quelle allo stadio iniziale”.

L’occasione per fare il punto su questa patologia è stato il seminario ‘Il paziente anziano: le sfide di un approccio multidisciplinare e il tumore testa-collo’, organizzato nei giorni scorsi dall’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con la Fondazione don Gnocchi di Milano e gli Spedali Civili di Brescia, con la supervisione scientifica, appunto, della professoressa Lisa Licitra e del dottor Paolo Bossi, oncologo e ricercatore dell'Istituto dei Tumori, e il patrocinio di diverse società scientifiche italiane.

Nuovi farmaci in arrivo. I nuovi farmaci riguardano tutti i tumori spino-cellulari del distretto cervico-facciale. L’ideale, secondo gli specialisti, sarebbe trovare un marcatore che definisca i pazienti più adatti per ricevere questo tipo di farmaci, in modo da selezionare meglio in futuro chi potrà beneficiare realmente di questi farmaci. Purtroppo, però, non tutti i farmaci sono applicabili all’anziano e i dati in nostro possesso sono ancora scarsi per poter trarre conclusioni definitive.

L’importanza della multidisciplinarietà. “La scienza sta evolvendo, inclusa quella geriatrica, con tutti i suoi strumenti necessari a valutare lo stato del soggetto anziano – aggiunge Lisa Licitra – L’esortazione è quella di studiare, di aprire gli occhi, di mettersi in contatto con tutte le altre discipline della medicina: non bastano i chirurghi, gli oncologi, i radioterapisti: occorre aprire gli orizzonti e guardare negli orti laterali perché lì c’è molto sapere di cui abbiamo bisogno”.

I nuovi farmaci prolungano la sopravvivenza. I farmaci approvati sono il nivolumab, approvato da Ema e in attesa di ultimi raffinamenti per capire in quale setting utilizzarlo, e il pembrolizumab. In Italia l’approvazione di Nivolumab è prevista entro l’estate 2018. Nei tumori già trattati con chemioterapia, questi farmaci immunoterapici saranno considerati lo stato dell’arte, quindi sostituiranno quelli attuali. I dati testimoniano aumento che la sopravvivenza ad un anno passa dal 16 per cento con la terapia standard al 36 per cento con l’uso dei farmaci biologici. Purtroppo, però, il costo previsto si presuppone essere alto.

Fattori di rischio per un approccio corretto della terapia. “La persona anziana, soprattutto se vive sola e non è autosufficiente - ha maggiori probabilità di non essere in grado di rispettare un protocollo terapeutico – spiega la professoressa Licitra – La solitudine, infatti, induce all’isolamento totale, e quindi all’assenza di voglia di reagire alla malattia e di affrontare la terapia. Ma ci sono altri problemi che provocano un peggioramento delle condizioni di salute: una situazione economica precaria, la depressione, un quadro complesso di comorbidità, cioè la presenza di altre malattie oltre a quella tumorale. Anche il genere incide, perché le donne sopravvivono di più rispetto agli uomini, forse perché meno esposte ai fattori di rischio a cui lo sono gli uomini

Cosa sono i tumori testa–collo. I tumori testa–collo riguardano quasi esclusivamente gli adulti, soprattutto gli uomini. Pur essendo un tumore raro, in confronto agli altri dieci più frequenti nella popolazione italiana ed europea, occorre mantenere alta la guardia, perché l’incidenza cresce in modo impressionante con l’età. Oggi si contano in Italia 9500 casi totali all’anno, 7200 riguardano gli uomini, 2300 le donne. Negli ultimi mesi, inoltre, si è riscontrata una diminuzione dell’incidenza e della mortalità nell’uomo. Tali dati rimangono invece stabili nelle donne. La sopravvivenza media a 1 anno è di circa l’80 per cento che si riduce a meno del 60 per cento a 5 anni. Per tumori testa–collo si intendono l’insieme di neoplasie che hanno origine nelle cavità nasali e nei seni paranasali, nella faringe, nella cavità orale, nella laringe e nelle ghiandole salivari. Il più frequente, circa un caso su due, riguarda la laringe, seguito da quello del cavo orale e della faringe. Il 90 per cento di questi tumori sono carcinomi spino-cellulari; la restante parte, invece, riguarda melanomi, sarcomi, linfomi e altri tipi di tumore.

“Dal convegno – conclude la professoressa Licitra – è emersa la necessità di offrire trattamenti personalizzati nella popolazione anziana; è chiaro ormai che l’età da sola non basta per definire le scelte di terapie differenti, in quanto le persone anziane hanno differenti riserve funzionali e capacità di reagire ad una terapia. Per questo il ricorso a strumenti, quali i test di valutazione geriatrica e lo studio della qualità di vita del paziente e delle sue preferenze rispetto alle scelte di trattamento, possono aiutare nella scelta della migliore approccio terapeutico”.

Eugenia Sermonti

Rassegna stampa quotidiana

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Tumori, perché si emigra

Cancro, ritardi nelle diagnosi e i campani si curano al Nord

Da IL MATTINO del 7-1-2018

Ammalarsi di tumore: accade per il 50% per cento della popolazione del mondo. Percentuale che cresce all’aumentare dell'età, in base allo stile di vita, (fumo, consumo di alcol) e fattori di rischio ambientali (inquinamento, amianto, contaminanti).

Sopravvivere al cancro è invece un'altra storia. Dipende da tante variabili: la prima è la diagnosi precoce. Le diagnosi tardive rimandano a ragioni culturali: sono pochi i cittadini del Sud che vanno dal medico per controlli. Poi incidono le difficoltà di organizzazione degli screening che presuppongono una medicina di iniziativa che va a cercare il paziente per farsene carico. Segue la qualità delle cure e l'accesso alle terapie (standard e innovative). Infine ci sono le cure sperimentali, farmaci non ancora in commercio e da testare riservati a un selezionato numero di casi.

In questo percorso s'inseriscono le disuguaglianze tra Nord e Sud. In larga parte motivate da differenze in risorse e strutture specialistiche, dal numero di screening effettuati e da una scarsa diffusione delle linee guida per diagnosi e trattamenti. In poche parole al Sud del paese una fetta di popolazione ha scarso accesso a cure di eccellenza e però preferisce magari migrare. Per converso la migliore prognosi registrata nelle regioni settentrionali è associata sia a una maggiore presenza di programmi di prevenzione primaria (che agisce quando la malattia non è ancora presente), sia alla più efficace prevenzione secondaria (tesa alla diagnosi precoce) e maggiore adesione alle linee più moderne di trattamento.

Differenze che condizionano la migrazione dei pazienti del Sud verso le strutture del Centro-Nord. Da vari studi emerge soprattutto che la sopravvivenza al cancro varia in base alle condizioni socioeconomiche e culturali. Non a caso la sopravvivenza più bassa per la maggior parte dei tumori in Europa si trova a est (in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia).

«Per garantire una buona cura clinica del cancro - sostiene Alfredo Marinelli, professore di oncologia alla Federico II - è importante seguire linee guida cliniche che coprano l'intero percorso del paziente: diagnosi precoce, trattamento, monitoraggio e cure palliative. Le strategie preventive sono fasi vitali della cura del cancro e per affrontare la bassa sopravvivenza è necessario organizzare i servizi e garantire che tutti i pazienti ricevano le stesse cure di alta qualità».

La Campania lo sta facendo molto seriamente con il piano oncologico regionale affidando la regia a una rete che fa capo ai migliori centri clinici di riferimento polispecialistici come il Pascale, le due Università e il Ruggi di Salerno cui fanno capo le oncologie di II livello delle Aziende ospedaliere di rilievo nazionale e di alta specializzazione (Moscati di Avellino, Rummo di Benevento, Sant' Anna e San Sebastiano di Caserta, al Cardarelli di Napoli, Manaidi) che lavorano in sinergia verso obiettivi comuni di assistenza. Le disparità tuttavia per ora restano anche perché resistono molti personalismi.

In Campania poi solo nove strutture ospedaliere offrono una complessità di ricerca medica e chirurgica tale da consentire le migliori cure. Centri cui giungono solo la metà dei pazienti nel primo atto terapeutico. Globalmente la migrazione costa alla Campania 282 milioni di euro (2016). Una grossa parte è per l'oncologia. Ma quanti sono coloro che iniziano il percorso di cura in Campania? «Tanti-continua Marinelli- prendiamo ad esempio due tumori ad alta incidenza, colon e mammella. Dai dati Agenas si evince che la migrazione riguarda circa il 15% dei pazienti. I dati appaiono piuttosto bassi e dunque evidentemente ci sono anche migrazioni di seconda intenzione. Di più, quel 15% dei pazienti che si rivolgono fin da subito fuori Regione potrebbe riguardare la platea di persone che non sono riuscite ad approdate, per vari motivi, ai centri che possiedono oncologie di valenza internazionale. Evidentemente c'è un problema di accesso alle cure, anzi alle migliori cure disponibili in Campania».

A corroborare tale ipotesi c'è il dato che solo la metà delle persone operate in Campania accede, per tale intervento, a centri che superanoi volumi di attività riconosciuti come indicatori di qualità chirurgica (135 interventi per la mammella e 50 per il colon) ossia i nove centri di cui abbiamo parlato dotati di oncologie polispecialistiche.

A questi si aggiungono Villa dei Platani di Avellino che ha stipulato una convenzione con la Federico II per garantire un percorso oncologico alle donne), Villa Betania e la Mediterranea.

Ma perché la Lombardia è un forte attrattore? Larisposta è ancora nei numeri: in quella regione esistono ben 28 Irccs (Istituti di ricerca a carattere scientifico) su 223 Istituti di cura (Ospedali, Università, Irccs, Case di Cura). In Campania solo 2 (Pascale e Maugeri) con una popolazione di circa la metà. Gli irccs sono gli unici ad aver mantenuto la possibilità di assumere medici specialisti (e con contratti precari) formatisi anche nelle nostre Università e del nostro territorio. Gli stessi, con la rete personale di relazione, contribuiscono da anni ad attrarre pazienti presso l'Istituto che li ospita.

In Lombardia poi vi è un'elevata concentrazione di Fondazioni che operano a supporto di assistenza e ricerca sia di base che clinica. Infine il dato economico: la migrazione sanitaria vale per la Lombardia 538 milioni di euro. Con l'indotto un'importante fetta del prodotto interno che consente di investire in uomini e tecnologie capaci di adeguarsi velocemente agli avanzamenti clinici, di acquisire servizi sociali e di supporto ai familiari. L'alto numero di pazienti consente poi maggiori possibilità di reclutamento negli studi sperimentali.

Tuttavia, molti oncologi in Campania rilevano un ritorno di persone trattate in Lombardia. «Questo accade – conclude Marinelli - quando la malattia avanza di stadio e richiede continui accessi, quando non c'è la possibilità di spendere patrimoni per trovare alloggio fori sede e quando c'è un alto rischio di emergenze mediche». La risposta a tutto questo? «È quella che vede il Pascale e i policlinici realizzare la rete oncologica in cui tutti i Centri di eccellenza della Campania hanno attivi studi clinici e sperimentazioni, si scambiano informazioni e buone pratiche e consentono a tutti i cittadini della Campania di accedere ai Farmaci innovativi registrati in ltalia», aggiunge Enrico Coscioni consigliere di Vincenzo de Luca.

Il manager del Pascale Attilio Bianchi ha allargato il fronte con accordi con gli lrccs di Bari e Basilicata e stretto accordi internazionali con il sud America. Un'Alleanza oncologica mondiale lanciata nei mesi corsi a Bogotà in asse con il nascente polo oncologico Mediterraneo. «Così i pazienti possono sapere in tempo reale la terapie che riceverebbero a Milano o Houston per trovarle anche a casa propria. Noi siamo pronti a lanciare la sfida per aprire le frontiere dei saperi in oncologia e a gruppi multidisciplinari che varchino i confini regionali e nazionali. Chi non l'accetta vuol dire che intende speculare ma non curare le persone».

di Ettore Mautone

 

Mismatch Repair Deficiency Testing in Patients With Colorectal Cancer and Nonadherence to Testing Guidelines in Young Adults

In questo studio sul National Cancer Database americano è stata valutata la diffusione del test per mismatch repair (MMR) deficiency in una popolazione di 152.993 pazienti affetti da carcinoma colorettale. Nonostante le linee guida, solo il 28% dei pazienti è stato testato, percentuale che sale al 43% in quelli con meno di 30 anni. Diversi fattori sono risultati impattare sull'esecuzione del test, tuttavia anche nelle migliori delle condizioni esso rimane sottoutilizzato. Infatti, le linee guida ESMO ed ASCO sono molto chiare in proposito: il test per DNA MMR deficiency e/o instabilità microsatellitare dovrebbe essere proposto a tutti i pazienti affetti da tumore colorettale (Stoffel EM, Mangu PB, Gruber SB, et al. American Society of Clinical Oncology; European Society of Clinical Oncology. Hereditary colorectal cancer syndromes: American Society of Clinical Oncology Clinical Practice Guideline endorsement of the familial risk-colorectal cancer: European Society for Medical Oncology Clinical Practice Guidelines. J Clin Oncol. 2015 Jan 10;33(2):209-17). Nel caso in cui una perdita di espressione delle proteine MLH1/PMS2 venga osservata, è necessario effettuare l'analisi della mutazione V600E di BRAF o l'analisi della metilazione del promotore di MLH1 al fine di indirizzare sulla natura sporadica o germinale dell'alterazione. Se la mutazione di BRAF o la metilazione del promotore fossero assenti, è indicato eseguire il test per le mutazioni germinali, che deve includere sequenziamento e analisi di ampi riarrangiamenti del DNA. Il razionale del test universale ai pazienti affetti da carcinoma colorettale, inizialmente applicato per identificare una possibile sindrome di Lynch oppure come fattore prognostico favorevole negli stadi iniziali di malattia, si è inoltre recentemente allargato alla malattia metastatica come forte fattore predittivo di risposta ai checkpoint inhibitors (anti-PD-1). Non abbiamo a disposizioni dati certi sulla penetranza delle linee guida sul test per MMR/MSI nella pratica clinica italiana, ma senza dubbio è necessaria una importante attività educazionale al fine di renderlo disponibile in maniera sistematica come parte della diagnosi di carcinoma colorettale.


Shaikh T, Handorf EA, Meyer JE, Hall MJ, Esnaola NF

Jama Oncology, 2017 Nov 9

Link all'abstract

 

 

tumori del colon retto

Il caregiver in oncologia: una guida per sostenere il malato

Sono più di tre milioni in Italia. Qualcuno li chiama "il popolo degli invisibili". Ogni giorno si prendono cura di un familiare o di un amico colpito da tumore. Sono i caregiver, cioè coloro che "accompagnano nel percorso di cura".

Dal CORRIERE DELLA SERA del 24-12-2017

Entrano ed escono dagli ospedali, dagli ambulatori, dagli uffici amministrativi, da un patronato, da un negozio di sanitaria per sostenere e aiutare un familiare lungo il percorso della malattia. Le difficoltà che devono affrontare, le loro necessità, le problematiche sono ancora poco comprese. Per questo Fondazione AIOM ha realizzato il quaderno informativo "Caregiver in oncologia", una guida sintetica per rispondere alle domande di aiuto del caregiver quando inizia il suo percorso di supporto del paziente. " Abbiamo voluto porre attenzione a queste persone, alle loro domande e difficoltà per aiutarle nel percorso di accompagnamento del paziente oncologico - afferma Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM -. Perché non si sentano isolate e per alleggerire il loro carico di pensieri e preoccupazioni. Questa pubblicazione nasce dal contributo e dall'esperienza di oncologi, infermieri, psicologi, assistenti sociali, amministrativi. È una traccia per far capire che, anche se tutti devono guardare il paziente, i caregiver non possono rimanere "invisibili". Il quaderno informativo "Caregiver in Oncologia" è scaricabile dal sito di Fondazione AIOM.

IL TEMPO DEDICATO A SÈ E AL PAZIENTE

Mediamente un caregiver dedica circa 8 ore al giorno all'assistenza del proprio familiare, ma in diverse situazioni il tempo dedicato è superiore: basta pensare alle persone allettate o con difficoltà nell'eseguire semplici movimenti e nel soddisfare i bisogni basilari. "Prendersi cura di una persona malata richiede la capacità di adattarsi continuamente alle sue mutate esigenze in funzione dell'evoluzione della patologia - spiega Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. spesso il caregiver deve conciliare la responsabilità di cura verso il malato con gli impegni lavorativi e le incombenze familiari. Tutto questo assorbe molte energie a livello fisico e mentale. È quindi alto il rischio che il caregiver trascuri se stesso, sviluppando insonnia, stanchezza, ansia e depressione. Per prevenire questi disturbi, è indispensabile avere la giusta cura di sè per riconoscere eventuali sintomi e manifestazioni di disagio (ad esempio sentimenti di impotenza o di colpa, rabbia, nervosismo ecc). È importante cioè che il caregiver mantenga una vita attiva, dedicando tempo per sè e per il riposo. Solo così potrà disporre delle energie necessarie per stare a fianco del paziente".

LE ATTIVITÀ PIÙ STRESSANTI

Alcuni studi evidenziano come l'impatto della diagnosi di tumore può persino essere maggiore sui familiari/caregiver rispetto al paziente. Fra le attività più "stressanti" vanno inclusi: l'aiuto diretto nei bisogni fisici, la gestione dei sintomi; gli effetti collaterali delle cure antitumorali; i viaggi per raggiungere l'ospedale; le attese per le visite e le cure. "La legge prevede diverse tutele in ambito lavorativo per il caregiver (permessi, congedi, lavoro part time) che permettono di conciliare le esigenze di cura del malato con il mantenimento del posto lavorativo - evidenzia Claudia Santangelo, Presidente dell'Associazione pazienti "Vivere senza stomaco (si può!)" -. Però il caregiver deve saper chiedere aiuto se non riesce a reggere la pressione. L'intervento di supporto psicologico può essere utile nelle diverse fasi della malattia. Dopo la diagnosi di tumore, i ruoli, precedentemente ben definiti all'interno del nucleo familiare, sono sottoposti a drammatici cambiamenti e, soprattutto quando la malattia dura nel tempo con continui trattamenti, il supporto psicosociale al caregiver diventa necessario per permettere loro di poter continuare a offrire aiuto".

IL TRAMITE NELLE RELAZIONI

Può capitare che il paziente chieda di essere sostituito nella gestione delle dinamiche relazionali. "Un compito non semplice che deve avere anche l'obiettivo di non perdere la trama delle relazioni con amici, conoscenti o colleghi così che il malato non si senta isolato - continua Alessandro Comandone, Direttore Oncologia Medica all'Ospedale Gradenigo di Torino -. Inoltre la presenza del caregiver a fianco del malato quando deve recarsi dal medico è fondamentale non solo per sostenerlo emotivamente, ma anche per aiutarlo a comprendere le informazioni sulla malattia, sulle terapie e gli esiti attesi. Per questo è opportuno che il caregiver ponga all'oncologo tutte le domande necessarie per assicurare il pieno rispetto delle prescrizioni. La mancata osservanza di queste indicazioni può compromettere l'efficacia dei trattamenti. Inoltre il caregiver può aiutare il malato a riferire all'oncologo qualunque manifestazione insolita e affrontare gli effetti collaterali delle terapie antitumorali".

I CONSIGLI PRATICI

Nel quaderno informativo di Fondazione AIOM sono contenuti anche alcuni consigli pratici, che spaziano salla cura e igiene personale del malato, alla gestione del paziente con catetere vescicale (o nefrostomia, cistostomia, ureterostomia, colstomia) all'alimentazione e idratazione (per via naturale, enterale o parenterale). "L'informazione e la formazione del caregiver sulla gestione dei principali bisogni possono essere estremamente utili - sottolinea Gabriella Farina, Responsabile Oncologia all'Ospedale Fatebenefratelli di Milano -. Imparare a controllare le mucose, prevenire le infezioni e le lesioni da decubito controllando la cute aiuta il caregiver a sentirsi parte attiva nella gestione del paziente e ad avere meno paura di quello che accadrà. Il momento dell'igiene è spesso occasione per valutare la salute della persona, le sue reazioni alla malattia e la sua capacità di affrontare la situazione. il caregiver può inoltre collaborare proattivamente con il medico e gli infermieri del servizio domiciliare fornendo, ad esempio, notizie su alimentazione, bilancio idrico, stato veglia sonno del paziente e sull'efficacia della terapia antalgica, e diventando così parte integrante dell'equipe di cura".


 

Arriva l'influenza: gli uomini soffrono di più

Si imbottiscono di antibiotici, corrono dal medico e fanno la spola dal letto al divano. Ma se dicono che stanno male...

Da Libero del 22-12-2017

Appena hanno qualche linea di febbre si sentono in stato preagonico e si mettono a letto in preda a brividi di freddo con richieste di aiuto e di farmaci, manifestando a chi gli sta accanto ogni tipo di dubbio diagnostico e di tragedia ( ... ) imminente. L'influenza stagionale spaventa gli uomini più della malaria, ed anche se quest'anno si presenta in modo lieve, con sintomi bronchiali lievemente maggiori di un banale raffreddore, i maschi italiani lamentano sofferenze esagerate, hanno reazioni scomposte, disdicono ogni impegno ludico o di lavoro, si misurano la temperatura ogni cinque minuti e se il termometro segna 37 battono i denti chiedendo continue attenzioni alle donne che hanno accanto. Le mogli in genere li deridono e minimizzano, le amanti sospettano subito una scusa puerile per non vedersi e le fidanzate quella sera escono con uno più giovane e sano, ignorando tutte loro che invece l'influenza maschile esiste davvero, che è diversa da quella femminile e che il virus stagionale colpisce lui in maniera più grave di lei, con sintomi più importanti per via di una risposta immunitaria più debole a questo tipo di attacchi.

Uno studio pubblicato sul British Medicai Journal sembra infatti assolvere gli uomini febbricitanti, fornendo le prove scientifiche di una reazione più bassa da parte dell'organismo maschile alle comuni infezioni respiratorie virali legate all'influenza, di sintomi peggiori e più duraturi, con maggiori possibilità di ricoveri ospedalieri e addirittura con più pericoli di morte per le complicanze correlate all'infezione. L'ipotesi scientifica più studiata si è concentrata sul testosterone, l'ormone maschile per eccellenza, che parrebbe il responsabile dell'indebolimento della risposta immunitaria all'influenza, al contrario degli estrogeni femminili che invece la potenziano favorendo una rapida guarigione. Inoltre è stato calcolato che gli uomini impiegano il doppio del tempo delle donne per riprendersi dall'offensiva del virus influenzale, con un tasso di complicanze più elevato che spesso richiede l'ospedalizzazione. Quindi attenzione ad affibbiare senza prove l'etichetta di malato immaginario al marito influenzato, o a negargli l'attenzione dovuta, perché oggi è dimostrato e documentato che gli uomini non mentono affatto sul loro malessere e non esagerano a lamentarsi, ma al contrario hanno bisogno di una assistenza vigilata e più consapevole. Una ricerca americana pubblicata in questi giorni di dicembre indica tassi di mortalità e di ricoveri urgenti per influenza più elevati tra i maschi, con impieghi terapeutici doppi rispetto alle donne, e dal momento che circa la metà della popolazione mondiale è di sesso maschile, è facile ritenere arbitrariamente che se nei prossimi due mesi il malessere di lui sarà più diffuso e risulterà esagerato, potremmo avere serie implicazioni in fatto di posti letto per i ricoveri in ospedale.

L'allarme è stato lanciato dalla Memorial University di Newfounfland in Canada, dove il freddo arriva prima, e dove sono state passate in rassegna ricerche precedenti, che hanno dimostrato chiaramente come gli uomini risultino più fragili di fronte ai virus influenzali, esattamente come i topi maschi testati in laboratorio, la metà dei quali non è sopravvissuta agli stessi virus iniettati nei topi di sesso femminile, che addirittura hanno portato avanti gravidanze ed hanno partorito risultando indifferenti al virus influenzale.

Lo studio sottolinea comunque che sarà necessario approfondire il tema con prove di qualità superiore, fermo restando che quando un uomo esaspera i propri sintomi, esistono delle prove, verificate sui ratti, che non sta mentendo, e chiunque si prende l'onere del pregiudizio personale, se ne assume poi anche la responsabilità.

Il "mal d'inverno" è un appuntamento stagionale fisso, e quest'anno colpirà un italiano su due, e benché non ci siano differenze di contagio, gli organismi maschili e femminili non reagiranno dunque allo stesso modo, perché mentre lei resterà in piedi e sarà psicologicamente più positiva, lui cadrà steso a letto sotto coltri di coperte e piumoni accusando malanni in tutto il corpo. Mal di gola, febbre, raffreddore e dolori muscolari saranno i disturbi più diffusi durante le feste di fine anno, e il rialzo termico sarà l'incubo per il 47,3% dei maschi, soprattutto dei bambini e dei senior.

Ed è dimostrato che benché i germi dell'influenza siano virus e non batteri, la maggioranza degli uomini assume antibiotici al primo giorno di febbre, a riprova non del loro temperamento testosteronico, ma della loro temperatura corporea vissuta con drammaticità, mentre le donne prediligono i rimedi della nonna, dal brodo caldo al tè e alle tisane, dalle spremute di arance al latte bollente con miele. Essendo i maschi notoriamente meno coraggiosi delle femmine di fronte alle malattie, essi sono anche i primi a bussare alla porta del medico ai primi sintomi di malattia, o a chiedere suggerimenti al farmacista, poiché un italiano su tre cura la propria influenza con i farmaci da banco, interrompendo la propria routine finché la febbre non scende sotto i 36gradi. Sono quasi 600 mila gli italiani già colpiti da influenza, nell'ultima settimana le sindromi influenzali sono salite a 145mila, ed in alcune regioni della penisola è iniziato il periodo endemico. Il picco è atteso tra fine anno e inizio del nuovo, e la fascia d'età più colpita è quella da O a 4anni, seguita da quella da 50 a 75 anni. In Italia sono stati calcolati 200mila casi di virus influenzali a settimana, con forme gastrointestinali e respiratorie che in genere si risolvono in pochi giorni.

È bene ricordare che si parla di influenza vera e propria quando accusiamo contemporaneamente febbre alta a insorgenza brusca, dolori muscolari e articolari, tosse, naso che cola, secrezioni bronchiali e mal di gola, mentre in tutti gli altri casi di infezioni respiratorie acute si parla di sindromi parainfluenzali, come per esempio il raffreddore i cui sintomi sono il naso otturato e gli starnuti frequenti.

Chi ha fatto il vaccino antinfluenzale risulta più protetto, anche se non da tutti i ceppi di virus, ma sicuramente se colpito dall'infezione avrà sintomi più attenuati e sarà assicurato contro le complicanze dell'influenza.

Insomma, la spola tra il divano e il letto, con il plaid sulle spalle e il termometro in bocca, è tipicamente maschile, a riprova che molte sono le differenze tra uomo e donna alle prese con l'influenza, e che non si possono ridurre ad una semplice questione di testosterone.

Di Melania Rizzoli

Crizotinib achieves long-lasting disease control in advanced papillary renal-cell carcinoma type 1 patients with MET mutations or amplification

Il carcinoma papillare rappresenta il 10-15% dei carcinomi renali. I carcinomi papillari renali di tipo 1 (PRCC1) sono caratterizzati da un basso tasso di risposta ai tradizionali trattamenti con tirosin-chinasi inhibitors (TKI) e alla chemioterapia e sono frequentemente associati a mutazioni di MET. Partendo da questi presupposti lo studio di fase II di Schöffski e colleghi ha valutato l’efficacia e la sicurezza di crizotinib in pazienti affetti da PRCC1 avanzato o metastatico con o senza mutazioni di MET. Ventitrè, tra i 41 pazienti sottoposti a screening, hanno ricevuto il trattamento con crizotinib al dosaggio di 250 mg 2 volte al giorno. Nel sottogruppo di pazienti MET+ (n = 4), 2 pazienti hanno ottenuto una risposta parziale e 1 una stabilità di malattia, con un tasso di risposte obiettive del 50%; il tasso di sopravvivenza ad un anno è stato del 75%. Nel sottogruppo di pazienti con malattia MET- (n = 16), 1 paziente ha ottenuto risposta parziale e 11 stabilità di malattia, con un tasso di sopravvivenza a 1 anno del 71,8% ed un tasso di risposte obiettive del 6,3%. La durata mediana di trattamento ed il numero mediano di cicli effettuati sono stati 3 volte superiori nel sottogruppo di pazienti con mutazioni di MET (48,6 vs 15,0 settimane e 16,5 vs 5,0 cicli) rispetto al sottogruppo dei non-mutati. Gli effetti collaterali più frequenti sono stati: edema, fatigue, nausea e diarrea. Complessivamente crizotinib ha dimostrato di essere un trattamento efficace e ben tollerato nel carcinoma renale papillare avanzato o metastatico con mutazioni o amplificazioni di MET; il disegno dello studio e l’esiguità della popolazione trattata non permettono tuttavia di escludere che la differente risposta al MET inibitore nei due gruppi (MET-mutati e non-mutati) dipenda in realtà dal differente decorso naturale della malattia anche in assenza di trattamenti. Resta pertanto aperta la questione rispetto al ruolo prognostico o predittivo delle mutazioni di MET in questo setting di pazienti.
I dati relativi al trattamento con sunitinib nel carcinoma papillare renale pubblicati nel 2015 da Ravaud e coll. avevano dimostrato nel sottogruppo PRCC1 un tasso di risposte obiettive decisamente inferiore, pari al 13,3%. Lo studio di Schöffski e coll., pur avendo arruolato un numero molto limitato di pazienti, rappresenta oggi l’unico studio prospettico condotto in pazienti affetti esclusivamente da carcinoma papillare renale di tipo 1.


Schöffski P, Wozniak A, Escudier B, Rutkowski P, Anthoney A, Bauer S, Sufliarsky J, van Herpen C, Lindner LH, Grünwald V, Zakotnik B, Lerut E, Debiec-Rychter M, Marréaud S, Lia M14, Raveloarivahy T, Collette S14, Albiges L

European Journal of Cancer, 2017 Nov 14

Link all'abstract

 

Crizotinib achieves long-lasting disease control in advanced papillary renal-cell carcinoma type 1 patients with MET mutations or amplification. EORTC 90101 CREATE trial

 

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tumori del rene

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Tumori della mammella e ovaio, il 10% è dovuto a trasmissione ereditaria

Essere portatrice di una mutazione dei geni BRCA1/2 comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza di ammalarsi. Le strategie a disposizione spaziano dalla sorveglianza intensiva alla chirurgia profilattica. Un opuscolo Aiom per sensibilizzare sull’importanza di sottoporsi allo screening genetico

Da la Repubblica.it del 21-12-2017

Il 10% dei tumori della mammella e dell’ovaio è dovuto alla trasmissione ereditaria. In particolare, la mutazione di due geni, BRCA1 e BRCA2, aumenta il rischio di sviluppare le neoplasie della mammella e dell’ovaio. Ecco perché la nuova frontiera della prevenzione dei tumori passa dai test genetici. Per sensibilizzare tutti i cittadini sull’importanza di sottoporsi allo screening genetico in presenza di precedenti casi di queste due neoplasie in famiglia, Fondazione AIOM e AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) hanno realizzato un opuscolo che sarà distribuito in tutte le oncologie italiane.

L’importanza della genetica. “Si stima infatti che il 5-10% dei tumori della mammella e il 10-20% delle neoplasie dell’ovaio siano dovuti a una predisposizione ereditaria, riconducibile in particolare alle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 – sottolinea Stefania Gori, presidente nazionale AIOM. La probabilità di trasmettere ai figli queste mutazioni è del 50%. Va sottolineato che esserne portatori comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza di ammalarsi. Non si eredita cioè il tumore, ma il rischio di svilupparlo. Se nel nucleo familiare si sono verificati più casi di tumore alla mammella o all’ovaio, soprattutto se insorti in giovane età, è importante rivolgersi a un centro specializzato. Una consulenza di carattere onco-genetico permette di pianificare un percorso di prevenzione e di cura mirato ed efficace”.

La mutazione BRCA1. Le donne che ereditano la mutazione di BRCA1 hanno una probabilità del 57% di ammalarsi di tumore alla mammella e del 40% di sviluppare un tumore ovarico nel corso della vita. Le percentuali sono inferiori per il gene BRCA2, rispettivamente pari al 49% per la mammella e al 18% per l’ovaio. Anche gli uomini possono ereditare la mutazione genetica e, a loro volta, trasmetterla ai figli. “Vogliamo sensibilizzare tutte le donne che abbiano ricevuto la diagnosi di tumore mammario o dell’ovaio o che abbiano avuto in famiglia uno o più casi di queste neoplasie – afferma Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM - sulla possibilità di intraprendere un percorso diagnostico e terapeutico che, a partire dalla consulenza onco-genetica, consenta di delineare efficaci strategie di prevenzione. Nella consulenza onco-genetica viene valutato l’albero genealogico per almeno tre generazioni precedenti per stimare adeguatamente il rischio di essere portatore di una mutazione di BRCA”.

La sorveglianza attiva. Se ritenuto indicato ed accettato dalla donna, il passaggio successivo è rappresentato dal test genetico, eseguito su sangue (mediante un prelievo ematico) o su tessuto tumorale da cui viene isolato il DNA. È possibile gestire l’aumentato rischio di sviluppare neoplasie mammarie od ovariche nelle portatrici di mutazione BRCA1/2 (sane o colpite da tumore) attraverso diversi approcci che vanno dalla sorveglianza intensiva fino alla chirurgia profilattica. “La donna – conclude Stefania Gori - può scegliere di sottoporsi a controlli radiologici più frequenti, per diagnosticare eventuali tumori della mammella quando sono ancora in stadio iniziale e, quindi, più facilmente curabili. Il controllo semestrale di un marcatore tumorale, CA-125, unitamente all’ecografia ginecologica transvaginale sono raccomandati per una diagnosi precoce di carcinoma ovarico.

La chirurgia preventiva. L’alternativa è rappresentata dalla chirurgia profilattica. “La mastectomia bilaterale profilattica (cioè l’asportazione di entrambe le ghiandole mammarie) - prosegue Gori - è in grado di ridurre fino al 90-95% il rischio di sviluppare il carcinoma della mammella nelle donne con mutazione di BRCA1/BRCA2. E l’annessiectomia profilattica bilaterale (cioè l’asportazione chirurgica di tube ed ovaie) può prevenire la quasi totalità (95%) dei tumori ovarici su base genetico-ereditaria”. La decisione di optare per una scelta come la chirurgia profilattica deve però essere sempre ben ponderata e discussa con una équipe multidisciplinare, soprattutto in relazione all’età della donna e al suo desiderio di avere figli. L’opuscolo può essere scaricato dal sito della Fondazione AIOM.

Di Irma D'Aria

Persi più di 10.000 medici, scappano tutti in Europa

In dieci anni, oltre 10.000 laureati nelle nostre università sono finiti all'estero. Sono il 52% del totale degli specialisti europei che si spostano. Meta preferita, Londra. Considerati i costi della formazione, si tratta di un regalo di circa3 miliardi alla sanità straniera

Da LaVerità del 21-12-2017

 

La fuga dei medici dall'Italia è un fenomeno in crescita esponenziale. Negli ultimi dieci anni, in Europa,il 52% degli specialisti che lavorano fuori dalla propria nazione sono italiani. E’ il triste primato del Belpaese che batte di 30 punti percentuali i tedeschi, secondi con il 19%. I medici si inseriscono nel torrente degli espatriati che, come riporta il primo Rapporto sulla sanità pubblicato da Eurispes ed Enpam, sono cresciuti del 15% rispetto al 2014, e più che raddoppiati in cinque anni.

Attualmente «sono 10.104 i medici espatriati nel periodo 2005-2015», riporta il documento. «Tra questi», come spiega Domenico Montemurro responsabile del settore Anaao giovani, associazione che ha fornito dei dati per il rapporto Eurispes-Enpam, «gli specialisti che hanno chiesto al ministero della Salute di esercitare all'estero sono passati da 400, nel 2009, a 2.400 nel 2014. Nel 2017 per i soli laureati in medicina, il ministero ha rilasciato 1.000 permessi per lavorare all'estero e 1.800 attestati di good standing, un documento per coloro che non lavorano ancora all'estero, ma potrebbero partire».

Solo nell'ultimo anno, quindi, 2.000 medici sono pronti a far fagotto. La meta principale è la Gran Bretagna (33%), che da oltre un decennio si conferma al primo posto tra le preferenze dei neodottori italiani. «Nel 2014 costituivano 1'1 % dei medici britannici», osserva Montemurro. Questa fuga è un guadagno netto per chi accoglie professionalità mediche che, inoltre, risultano particolarmente qualificate e preparate. «Secondo alcune stime», spiega Alberto Baldazzi, coordinatore del Rapporto, «la formazione di un medico costa 600.000 euro. Se vogliamo anche solo considerare la metà di questo valore, in dieci anni abbiamo regalato più di tre miliardi di cultura e preparazione, almeno 300 milioni l'anno». La questione economica è, paradossalmente, la meno preoccupante. «In Germania», continua Baldazzi, «hanno sbagliato a fare i conti e i giovani laureati in medicina tedeschi non bastano a coprire la necessità, e servono ulteriori 3.000 medici». Così, nonostante abbiano, rispetto all'Italia più medici (4 ogni 1.000 abitanti contro i 5 italiani) e infermieri (9,8 contro 7 ogni 1.000 abitanti), i tedeschi assumono professionisti dall'estero. In Italia invece «non abbiamo fatto una vera programmazione», dice Baldazzi, «su 35.000 medici, 10.000 non sono occupati e potenzialmente in fuga».

Solo quest'anno «sono stati esclusi dalla specializzazione 8.000 medici», aggiunge Montemurro. Come poi si legge nel Rapporto Eurispes-Empam, «nel 2010 la quota di assunti in chirurgia generale ha coperto solo il 10% del fabbisogno nazionale e il 20% nella chirurgia specialistica». Quindi in Italia mancano i medici, ma con il blocco del turnover, non li possiamo assumere, così, dopo averli formati al meglio, li regaliamo agli altri Paesi europei, impoverendoci ulteriormente.

Il peggio però deve ancora venire. Guardando al futuro, da oggi al 2025, si legge nel rapporto, andranno in pensione «47.300 medici specialisti del Sistema sanitario nazionale a cui si aggiungono circa 8.200 tra medici universitari e specialisti ambulatoriali, mentre nello stesso periodo gli specialisti formati saranno solo 40.000». Mancheranno circa 16.000 medici. Se si conferma il trend dei giovani dottori che scelgono l'estero, il saldo, come riporta il documento, «risulterà ancora più in passivo, e i fenomeni di carenze professionali, già diffusi ma non ancora esplosi nella loro drammaticità, si manifesteranno appieno, allargando oltre misura la forbice tra pensionamenti e nuovi ingressi. Ad esasperare la situazione è il blocco dei turnover che rende sempre più difficile il ricambio fra nuove e vecchie generazioni».

I medici scappano dal nostro Paese perché il sistema è bloccato, per rientrare dal deficit, e con i tagli programmati, il sistema non permette di aggiornare nemmeno gli stipendi. «All'estero», osserva per gli specializzandi Montemurro, «si può guadagnare dal 30 al 40% in più. In media uno specializzando prende 1.500 euro al mese, all'estero può arrivare anche 3.000». Invertire la tendenza non è impossibile. «Si deve cambiare la formazione», suggerisce per gli specializzandi Montemurro. «Dalle Università devono uscire 6.000 medici all'anno e non 8.000. La specializzazione, poi, dovrebbe essere fatta non solo in ospedali universitari, ma anche in quelli del territorio. All'estero si impara di più, ma qui, gli universitari sono contrari all'apertura».

Invece di tagliare, secondo Baldazzi, si deve riorganizzare. «Siamo pieni di eccellenze, ma queste non sono in rete per sviluppare sinergie e contenere gli sprechi. Ci vuole più Stato e meno regioni. Alcune competenze devono essere centralizzate: solo per decidere che il costo di una siringa sia uguale tra Nord e Sud, è un'impresa».

Un altro esempio? Come si legge nel report, siamo «il Paese più dotato di macchinari di avanguardia: abbiamo il doppio delle tac della Gran Bretagna, il triplo dei mammografi della Francia. Abbiamo le macchine ma non le facciamo utilizzare, viste le liste d'attesa». Abbiamo i medici più preparati, ma non li assumiamo e li regaliamo agli altri paesi. Presto, se non cambia qualcosa, la mancanza di dottori sarà un'emergenza, e sa-anno dolori.

di Maddalena Guiotto

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Costringiamo i tumori a sbagliare e a rivelarsi al sistema immunitario

E' l'immunogenomica la prossima frontiera della lotta al cancro

Da LA STAMPA del 20-12-2017

Modificare il Dna dei tumori per far sì che il nostro sistema immunitario li riconosca come «diversi» e li attacchi come farebbe con un virus. È un obiettivo che si basa su conoscenze accumulate per decenni, ma che solo oggi si rende perseguibile.

È degli Anni 70 l'intuizione che la cellula neoplastica contenga nel Dna (il Genoma) sequenze diverse da quelle presenti nelle cellule normali. Alcune delle sequenze «mutate» codificano per i cosiddetti «neoantigeni», che possono essere riconosciuti come estranei dal sistema immunitario e stimolare una risposta antitumorale.

Fu Thierry Boon che nel 1988 per primo evidenziò la presenza di un antigene tumorale specifica, il P91A, seguito da Hans Schreiber, un immunologo visionario, che utilizzò un tumore murino per dimostrare che porzioni proteiche mutate riescono ad attivare il sistema irmmunitario. Ancorché fondamentali per confermare l'ipotesi iniziale, questi studi rimanevano confinati in laboratorio a causa della mancanza di una tecnologia in grado di rivelare rapidamente e con precisione i «neoantigeni» in ambito clinico (cioè nei tumori dei pazienti). Fu, ancora una volta, la rivoluzionaria intuizione di Renato Dulbecco per conoscere la sequenza del Genoma che, senza saperlo, pose le basi per l'immunogenomica. Quest'ultima si propone di capire come le alterazioni del Genoma dei tumori si relazionano con le cellule del sistema immunitario. La cellula neoplastica porta con sé un repertorio di alterazioni genetiche, definite mutazioni somatiche: alcune ma non tutte, una volta «proposte» al sistema immunitario, vengono riconosciute come estranee e, quindi, capaci di stimolare una risposta.

Oggi il «profilo mutazionale» di un tumore viene definito grazie a sequenziatori di ultima generazione che permettono di analizzare un Genoma in breve tempo (qualche ora, quando alcuni anni fa ci volevano settimane). È possibile, quindi, identificare singole mutazioni con precisione, il loro numero e la loro frequenza nell'insieme delle cellule neoplastiche. Grazie a queste informazioni viene predetta, almeno in silico, la componente «neoantigenica» di una cellula tumorale, ponendo le basi per l'immunogenomica, appunto.

Sappiamo, inoltre, che le cellule tumorali, dopo una fase di Controllo da parte del sistema immunitario, riescono a mimetizzarsi nell'organismo, ad esempio bloccando i recettori sulle cellule dell'immunità: questo riduce così l'attività del sistema immunitario, consentendo alle cellule tumorali di invadere altri organi (formando le metastasi). E’ allora possibile stimolare i meccanismi dl difesa, agendo sulla cellula neoplastica? La domanda è alla base dei risultati pubblicati su «Nature» dal mio gruppo dell'Istituto di Candiolo o dell'Università di Torino. Un giovane ricercatore, Giovanni Germano, ha modificato geneticamente linee cellulari tumorali di topo, bloccando il sistema di riparazione degli appaiamenti errati del Dna, quelli noti in inglese con l’acronimo di «Mmr», il «mismatch repair». Questo risultato ha portato all’accumulo di nuovi neoantigeni, che sono stati considerati come potenziali «patogeni» dal sistema immunitario del topo.

ll punto di partenza sono state cellule di cancro del colon che è la seconda più diffusa neoplasia al mondo, ma lo studio è stato poi esteso al cancro della mammella e a quello del pancreas, che è tra i più aggressivi e tra i meno responsivi all'azione del sistema immunitario. I ricercatori dell'Irccs di Candiolo, con il sostegno dell'Airc, l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro, hanno notato che, bloccando il «Mmr» nelle cellule tumorali, si ottenevano continuamente nuove mutazioni. Sorprendentemente, tumori che prima crescevano indisturbati, dopo l'inattivazione del «Mmr», venivano così attaccati dal sistema immunitario.

Gli esperimenti in laboratorio dovranno adesso essere verificati da studi clinici ed è quindi presto per dire se ciò potrà essere utile, un giorno, anche ai pazienti. Quello che è certo è che il lavoro su «Nature» apre le strade all'utilizzo di neoantigeni in grado di stimolare i meccanismi di sorveglianza, sfruttando al meglio il compito che il sistema immunitario svolge e che l'evoluzione ha perfezionato: riconoscere, cioè, potenziali patogeni e attaccarli per difendere l'organismo.

Alberto Bardelli
IRCCS – Candiolo

Ruolo: è direttore del laboratorio di oncologia molecolare dell’Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo (Torino)

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Tac, Pet e risonanze: 50% macchinari troppo vecchi

Da Adnkronos.com del 19-12-2017

Macchinari obsoleti negli ospedali italiani. Sono più del 50% le apparecchiature di diagnostica per immagini e di elettromedicina troppo vecchie. Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva, che per l'età avanzata non assicurano le prestazioni delle tecnologie più recenti: diagnosi più accurate e precise, minori esposizioni alle radiazioni, minore quantità delle dosi, maggiore velocità di esecuzione dell’esame, referti informatizzati. E' quanto emerge dal nuovo Rapporto sullo stato di obsolescenza del parco istallato di diagnostica per immagini e da quello sull'elettromedicina in Italia, entrambi curati dal Centro studi di Assobiomedica e presentati alla X Conferenza nazionale dei dispositivi medici.

Gli svantaggi di un parco apparecchiature troppo vecchio non sono però solo per il paziente, evidenzia Assobiomedica, ma anche per la sostenibilità del Servizio sanitario, che si trova ad affrontare più numerosi costi di manutenzione con eventuali ritardi e sospensioni nell’utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti. "Destano preoccupazione il 95% dei mammografi convenzionali con più di 10 anni di vita, così come il 69% di apparecchiature mobili convenzionali per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi convenzionali".

Con questo studio, ha dichiarato Fernanda Gellona, direttore generale di Assobiomedica, è stato messo in luce "un problema preoccupante per i pazienti e per il sistema sanitario, evidenziando come l'Italia si posizioni male nella classifica europea per numero di apparecchiature diagnostiche obsolete. Adesso che buona parte dei conti della sanità è stato risanato, è necessario tornare a investire per rinnovare le strutture sanitarie del Paese e riportare il Ssn a livelli competitivi. Il Governo ha lavorato bene su industria 4.0 e sugli investimenti sul digitale, oggi bisogna allargare questo approccio all’ambito sanitario per agevolare il rinnovamento del parco apparecchiature presenti negli ospedali italiani e avviare un'azione d’investimento sulle tecnologie innovative".

Ma in che modo? "È possibile farlo - conclude Gellona - intervenendo sui meccanismi di rimborso, creando dei sistemi di incentivo per l’utilizzo delle nuove tecnologie e tariffe penalizzanti per i macchinari troppo vecchi. Si tratterebbe di un sistema di rimborsabilità differenziata sul modello francese, che consentirebbe una graduale sostituzione delle apparecchiature più vecchie e una progressiva introduzione di quelle tecnologicamente più innovative".

I numeri del cancro in Italia nel 2017

AIOM: “Al via il tour in 10 regioni”

Da la Repubblica Salute del 19-12-2017

Sono 369mila i nuovi casi di tumore in Italia stimati nel 2017 (192.000 fra i maschi e 177.000 fra le femmine), nel 2016 erano 365.800. È un vero e proprio boom di diagnosi di cancro del polmone fra le donne: 13.600 nel 2017 (+49% in 10 anni), dovuto alla forte diffusione del fumo fra le italiane. Crescono in entrambi i sessi anche quelli del pancreas, della tiroide e il melanoma: in calo, invece, le neoplasie allo stomaco e al colon-retto, grazie anche alla maggiore estensione dei programmi di screening. Eppure oggi oltre 3 milioni e trecentomila cittadini (3.304.648) vivono dopo la diagnosi, addirittura il 24% in più rispetto al 2010. Poi, una conferma: il cancro colpisce più al Nord della Penisola, ma al Sud si sopravvive di meno.

È questo il censimento ufficiale, giunto alla settima edizione, che fotografa l'universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell'Associazione italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell'Associazione italiana Registri Tumori (AIRTUM) e della Fondazione AIOM, raccolto nel volume "I numeri del cancro in Italia 2017". Proprio per comprendere in modo dettagliato le differenze regionali nell'incidenza, mortalità, sopravvivenza e prevalenza, AIOM con Fondazione AIOM e AIRTUM organizza un tour nazionale di presentazione del libro in 10 Regioni a partire da dicembre.

'La mortalità - spiega Stefania Gori, presidente nazionale AIOM - continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria (in particolare la lotta al tabagismo), la diffusione degli screening su base nazionale e il miglioramento diffuso delle terapie (sia in termini di efficacia che di qualità di vita) in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato'. Complessivamente, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi nelle donne raggiunge il 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), in gran parte determinata dalla buona prognosi del tumore del seno, la neoplasia più frequente fra le italiane. "Un bilancio nel complesso positivo - continua la presidente Gori – perché, anche con minori risorse economiche disponibili in percentuale del PIL rispetto ai Paesi dell'Europa occidentale, la sanità pubblica italiana raggiunge importanti risultati'. Si conferma però, anche dal Rapporto 2017, un'Italia a due velocità. 'Emerge una forte difformità tra il numero di nuovi casi registrati al Nord rispetto al Centro e Sud sia negli uomini che nelle donne – evidenzia Lucia Mangone, presidente AIRTUM -. In particolare, al Nord ci si ammala di più rispetto al Sud. Il tasso di incidenza tra gli uomini è più basso dell’8% al Centro e del 17% al Sud/Isole rispetto al Nord e per le donne del 5% e del 18%. Alla base di queste differenze vi sono fattori protettivi che ancora persistono al Sud, ma anche una minore esposizione a fattori cancerogeni (abitudine al fumo, inquinamento ambientale ecc). Per contro, al Sud si sopravvive di meno: nelle regioni meridionali, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si è osservata la riduzione della mortalità e dell'incidenza dei tumori della mammella, colon-retto e cervice uterina. "I cittadini devono essere sensibilizzati sull'importanza di aderire alle campagne di prevenzione - afferma Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM -. Lo dimostrano i risultati ottenuti grazie all'estensione del programma di screening colorettale, quello più recentemente implementato in Italia. A livello nazionale fino al 2005 le esperienze di screening colorettale erano sporadiche, ma in seguito hanno avuto ampia diffusione, passando da una copertura di poco più del 10% nel 2005 a quasi il 75% nel 2015. L'efficacia di questi programmi in termini di riduzione di mortalità è tuttavia tanto maggiore quanto più elevata è l'adesione all'invito, pari nel 2015 al 44%". Obiettivo del tour è approfondire le differenze regionali e confrontarsi con i rappresentanti delle Istituzioni sugli strumenti per garantire ai pazienti le migliori cure su tutto il territorio.

Pagina realizzata grazie al contributo incondizionato di Bristol-Myers Squibb

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Tumori: al via sperimentazione per verificare l’efficacia dell’adroterapia nel trattamento del cordoma del sacro

Da Healthdesk.it del 18-12-2017

Ha preso il via il primo studio clinico al mondo a valutare il miglior trattamento disponibile nel trattamento del cordoma del sacro un tumore osseo maligno. Lo studio, portato avanti da Fondazione CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, insieme all’Istituto Nazionale dei Tumori e promosso dall’Italian Sarcoma Group, vede coinvolti 25 centri di cura in tutto il mondo e confronterà l’efficacia dell’adroterapia con ioni carbonio con quella della chirurgia.

I cordomi sono tumori rari che colpiscono circa 1 una persona ogni 100.000; crescono in aree dell’organismo molto sensibili e associate a funzioni vitali (osso sacro, colonna vertebrale, base del cranio,…). In particolare il cordoma del sacro, al centro dello studio, è attiguo alle formazioni nervose che regolano l’attività sfinteriale dell’intestino e della vescica nonché la potenza sessuale, particolarmente nei pazienti di sesso maschile. Per questa ragione gli interventi chirurgici, che rappresentano oggi la soluzione terapeutica più utilizzata, implicano in diversi casi effetti collaterali anche gravi che possono riguardare, oltre a vescica, intestino e retto, anche le attività motorie e le funzioni sessuali. In oltre il 50% dei casi, l’intervento chirurgico non può rimuovere

«La chirurgia dei cordomi del sacro è potenzialmente curativa, ma spesso è gravata da sequele funzionali rilevanti, che limitano la vita di relazione dei pazienti in maniera importante, andando a compromettere le loro funzioni fisiologiche più delicate», ha illustrato Alessandro Gronchi, chirurgo oncologo specializzato nella chirurgia dei sarcomi della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e coordinatore dello studio. «La disponibilità di nuove tecnologie radioterapiche rappresenta una opportunità per cercare di limitare questi danni. Il trattamento radiante esclusivo con adroni infatti non è gravato dalle stesse sequele della chirurgia e potrebbe ottenere risultati di cura per lo meno confrontabili».

«Vogliamo confrontare l’adroterapia con ioni carbonio e la chirurgia in base alla loro capacità di curare il cordoma del sacro, alla sopravvivenza del paziente, alla tossicità delle cure e alla possibilità di preservare intestino, vescica e funzioni motorie che sono minacciate dalla malattia e dagli effetti collaterali delle terapie chirurgiche. Ad oggi non esiste nella letteratura scientifica un confronto così preciso e dettagliato tra queste soluzioni terapeutiche», ha aggiunto Maria Rosaria Fiore, medico radioterapista della Fondazione CNAO e principal investigator“ per lo CNAO della parte dello studio riguardante l’adroterapia.

Lo studio ora cercherà di fornire risposte. Il disegno del trial prevede 2 gruppi: al primo sono assegnati i pazienti che, dopo essere stati informati sulle terapie e i potenziali effetti collaterali, scelgono di essere sottoposti alla chirurgia (eventualmente associata alla radioterapia nei casi in cui l’intervento chirurgico non possa rimuovere completamente il tumore), oppure all’adroterapia con ioni carbonio; al secondo gruppo sono assegnati i pazienti che, dopo aver firmato il consenso informato, accettano di essere sottoposti secondo randomizzazione ad adroterapia o chirurgia.

Fake news sanitarie, un pericolo da combattere

Da IL SECOLO XIX del 18-12-2017

Le calamite sul frigorifero? Qualche tempo fa è circolata la notizia che potessero risultare cancerogene. A sostegno di questa tesi strampalata è stato citato uno studio dell'Università di Princeton, mai esistito, che avrebbe riportato gli effetti di possibili radiazioni. Alla fine, tutta la vicenda si è rivelata una solenne "bufala", una delle tante che accompagnano la vita dei malati di tumore. Proprio a chi soffre, all'attenzione alle notizie e al rapporto medico-paziente è stato dedicato il convegno "Mela Talk", primo incontro nazionale per i pazienti con melanoma tenutosi a Genova e organizzato da Paola Queirolo, coordinatrice della struttura che si dedica alla cura dei melanomi e dei tumori cutanei presso il Policlinico San Martino-Ist: «È stata una giornata di discussione, nata dalla convinzione che un paziente informato e consapevole possiede gli strumenti necessari a convivere con la malattia, adottando uno stile di vita sano che tenga conto dell'alimentazione e dell'attività fisica, rispettando le indicazioni fornite dal clinico nel percorso terapeutico». D'altra parte, che le fake news sanitarie rappresentino un problema emerge anche da una ricerca del Censis realizzata in collaborazione con Assosalute. Sarebbero 15 milioni gli italiani che, in caso di piccoli disturbi (dal mal di testa al raffreddore), cercano informazioni sul web. Ma 8,8 milioni sono stati vittime di fake news nel corso dell'anno. In particolare, sono 3,5 milioni i genitori che si sono imbattuti in indicazioni mediche sbagliate. Se il medico di medicina generale (53,5 per cento) e il farmacista (32,2) restano le principali fonti di informazione, decolla il ricorso ai diversi canali web (28,4). In particolare, tra i millennials sale al 36,9 per cento la quota di chi usa il web per trovare informazioni su come curare i piccoli disturbi.

FE.ME.

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Tumori: test genetici, una nuova via di prevenzione

Da CORRIERE DELLA SERA

Nella popolazione generale meno del 2% degli individui ha In sindrome ereditaria caratterizzata da mutazioni genetiche che predispongono allo sviluppo di neoplasie, si tratta quindi di situazioni molto rare.

A oggi, le alterazioni genetiche associate a un aumentato rischio ereditario di tumore sono: BRCA1 e BRCA2 per le neoplasie del seno e dell'ovaio, MHL1, MSH2, MSH6, PMS2, APC per i tumori del colon retto. Recentemente è stata definita una rara forma di cancro gastrico diffuso ereditario, legata a mutazioni germinali del gene CDH1 che conferiscono un aumentato rischio di sviluppare non solo questo particolare tipo di carcinoma gastrico ma anche, nelle donne, il carcinoma lobulare della mammella.

La possibilità di identificare, in una famiglia che includa uno o più membri colpiti da tumore, le persone sane con alterazioni genetiche che determinano una predisposizione al cancro consente di delineare nuove strategie di prevenzione e di sorveglianza: l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) ha perciò costituito lo scorso novembre un gruppo di lavoro per approfondire questi argomenti.

“Va sottolineato che essere portatori di una mutazione di questi geni comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza di ammalarsi - afferma Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM -. Non si eredita cioè il tumore, ma il rischio di svilupparlo. In presenza di una mutazione è importante seguire programmi di controlli regolari ed accurati così come informare i membri maggiorenni della famiglia che potrebbero essere, a loro volta, portatori della mutazione. Le attuali linee guida statunitensi (www.cancer.gov), australiane (www.nhmrc.gov.au/guidelines) e italiane (www.iss.t; www.aiom.it) sull'utilizzo dei test genetici in oncologia prevedono che siano effettuati esclusivamente all'interno di un più ampio percorso di consulenza onco-genetica, nel quale l'individuo o i membri di una famiglia possano comprendere pienamente il significato di ciò che viene proposto, le determinanti ereditarie, le opzioni di gestione della situazione e scegliere autonomamente il percorso più appropriato'.

LA CONSULENZA ONCO-GENETICA
Durante la consulenza onco-genetica, un colloquio approfondito permette di stimare il rischio individuale e/o familiare di essere portatori di una mutazione genetica.

“La consulenza genetica oncologica è un percorso multifasico - spiega Giuseppe Aprile, membro del Direttivo Nazionale AIOM e del gruppo di lavoro della società scientifica sui tumori ereditari -. Prevede infatti diversi incontri per una adeguata definizione del rischio, basati in particolare sulla valutazione dell'albero genealogico per almeno tre generazioni precedenti per stimare il rischio ereditario”.

IL TEST GENETICO
Se ritenuto indicato e accettato dall’individuo, il passaggio successivo è rappresentato dal test genetico che valuterà l'eventuale presenza di una mutazione nei geni che a oggi risultano associati con la trasmissione eredo-familiare di tumore.

"Nel caso in cui venga identificata una mutazione genetica predisponente al tumore - sottolinea Nicla La Verde, membro del Direttivo Nazionale AIOM e del gruppo di lavoro della società scientifica sui tumori ereditari - il test viene proposto anche agli altri membri maggiorenni della famiglia, dopo un adeguato counselling genetico”.

PROGRAMMA DI SORVEGLIANZA
Per gli individui portatori di mutazioni predisponenti è possibile gestire l'aumentato rischio di sviluppare il tumore attraverso una sorveglianza intensiva oppure una chirurgia profilattica.

Ad esempio, una donna con mutazione del gene BRCA1/2 può scegliere di sottoporsi a controlli radiologici più frequenti (Rx mammografia, risonanza magnetica mammaria), al fine di diagnosticare eventuali tumori al seno quando sono ancora in stadio iniziale e, quindi, più facilmente curabili, oppure di sottoporsi a mastectomia bilaterale profilattica (asportazione di entrambe le ghiandole mammarie), che è in grado di ridurre del 90-95% il rischio di sviluppare una neoplasia mammaria.

Una annessiectomia profilattica bilaterale (cioè l'asportazione chirurgica di tube e ovaie) può prevenire la quasi totalità (95%) dei tumori ovarici su base genetico-ereditaria. “La decisione di optare per una scelta come la chirurgia profilattica deve essere però sempre ben ponderata e discussa con una équipe multidisciplinare - precisa il Presidente AIOM - soprattutto in relazione all'età della donna e al suo desiderio di avere figli”. –

“Per quanto riguarda il carcinoma gastrico diffuso ereditario - afferma Claudia Santangelo, Presidente dell'Associazione pazienti ‘Vivere senza stomaco' -, gli individui con mutazioni predisponenti devono essere adeguatamente valutati da un team multidisciplinare e seguiti nell'ambito di programmi di sorveglianza intensiva”.

“Le prospettive aperte dall'oncogenetica -conclude il Presidente AIOM, Stefania Gori - sono quindi molto importanti perché consentono di determinare programmi specifici di prevenzione per una parte della popolazione oggi numericamente esigua, ma che con il progredire delle conoscenze potrebbe aumentare nei prossimi ann”.

 

Campagna promossa dall'AIOM (Associazione Italiana di Oncologia medica)
nell'ambito del progetto App ovaio con il contributo incondizionato di AstraZeneca

Come aiutare i malati di tumore

Da LA STAMPA del 15-12-2017

Il cancro continua ad essere la malattia più temuta: solo in Italia, si registrano ogni giorno circa 500 morti e 1000 nuovi casi. Di questi, però, 250 guariranno. Grazie ai progressi della cura e della ricerca, infatti, che hanno reso i tumori sempre più curabili, sugli attuali circa 3 milioni di pazienti il 60% sopravvive a 5 anni.

Le armi tradizionali - chirurgia, radioterapia, chemioterapia e terapie mirate (targeted therapies) - hanno fatto molto. Oggi, a queste si aggiunge l'immunoterapia, ossia le armi basate sul sistema immunitario: an-ticorpi, molecole che tolgono alle nostre difese i «freni molecolari» che il tumore attiva - come IL-1R8, il freno più recente scoperto nei laboratori di Humanitas -, terapie cellulari e vaccini. Affiancando o completando gli approcci tradizionali, l'immunoterapia ha cambiato - e ci aspettiamo possa cambiare sempre più - la storia naturale di molti tipi di tumori.

Già ora, nonostante alle terapie immunologiche risponda solo un quinto dei pazienti, i dati ci dicono che in Italia assicuriamo a chi è malato di tumore una sopravvivenza superiore alla media europea. Un risultato che riflette l'esistenza di un Servizio Sanitario Nazionale e di un sistema di ricerca di qualità. Tuttavia, i dati ci dicono anche che abbiamo un problema di condivisione all'interno del Paese, con differenze tra Nord e Sud.

La sfida, dunque, è la condivisione. E non solo in Italia. Non possiamo infatti dimenticare che il cancro è un problema globale: interessa anche Paesi poveri, in aggiunta a malattie infettive, Tbc, malaria. Di nuovo, i dati (presentati dall'on-ologo Franco Cavalli) parlano chiaro: nel 1970 i Paesi poveri sopportavano il 15% del carico globale di malattie tumorali. Nel 2008 la percentuale è salita al 56%, e nel 2030 aumenterà al 70%.

La maggior diffusione del cancro in questi Paesi è il riflesso di 3 fattori. Innanzitutto l'aumento della sopravvivenza: grazie anche alla diffusione dei programmi di vaccinazione, l'aspettativa di vita si è allungata e si aggira intorno ai 60 anni. In secondo luogo, l'adozione di uno stile di vita occidentale - pensiamo alla diffusione del fumo di sigaretta - che porta ad una maggiore incidenza di cancro del polmone, della mammella, del colon. Infine, ma non ultimo, la situazione di povertà cui sono legati alcuni tipi di tumori (cervice uterina, fegato, esofago). In Paesi in cui, a tutto ciò, si sommano l'assenza assoluta di prevenzione e la mancanza di terapie fondamentali come la radioterapia, il risultato non può che essere un disastro umanitario annunciato.

Proviamo a tradurre tutto questo in termini di sopravvivenza: un bimbo affetto da leucemia, in Italia ha una speranza di guarigione almeno dell'85%. In un Paese m via di sviluppo, la percentuale scende sotto il 20. Se consideriamo il cancro della mammella, le donne vive a 5 anni dalla diagnosi sono oltre il 75% nei Paesi ricchi, meno del 25% in Africa.

Che cosa possiamo fare per migliorare la situazione? Innanzitutto diffondere a livello globale i vaccini anticancro, in grado di prevenire due grandi killer come l'Hpv, responsabile del cancro della cervice uterina, e l'epatite B. Nei Paesi poveri, il bisogno è massimo.

Poi, sostenere le tante iniziative attive a favore di questi Paesi che prevedono aiuti individuali, per la ricerca e per la formazione di personale medico e paramedico. Iniziative in cui gli italiani sono spesso in prima linea. Penso a medici come Giuseppe Masera e Andrea Biondi, oncologi pediatri dell'Ospedale San Gerardo di Monza, che hanno cambiato lo scenario della cura delle leucemie in Nicaragua con il progetto La Mascota. E l'oncologo Franco Cavalli, da sempre impegnato su questo fronte. Ma penso anche ad ospedali come il Bambin Gesù di Roma, molto attivo in iniziative analoghe. E sono solo tre dei tanti esempi possibili.

di Alberto Mantovani
Direttore Scientifico Humanitas
e docente di Humanitas University

Il biotestamento è legge. Gentiloni: scelta di civiltà. E i cattolici si spaccano

Al Senato regge l'asse Pd-M5S. Ira Cei: non tutela chi soffre

Da IL SECOLO XIX del 15-12-2017

Emma Bonino e Mina Welby si commuovono sui banchi del Senato riservato al pubblico. Il premier Paolo Gentiloni twitta la sua soddisfazione: «Una scelta di civiltà, un passo avanti per la dignità della persona». «Ma quanto tempo, quanta fatica per arrivare a una legge di umanità», si sfoga la leader radicale. Prima di pranzo l'aula di palazzo Madama con un lungo applauso dà il via libera definitivo alla legge sul biotestamento: 180 favorevoli, 71 contrari e sei astenuti. La legge, che consentirà alle persone di indicare quali trattamenti ricevere in caso di impossibilità a parlare e comunicare, passa grazie all'asse tra Pd, M5S e sinistre. E con una opposizione non troppo barricadera di Forza Italia, che ha lasciato libertà di coscienza ai suoi senatori.

I radicali festeggiano in piazza vicino al Parlamento. «Ora la legge sull'eutanasia», dice Marco Cappato. Per qualche ora il vasto arco del centrosinistra ritrova l'unità perduta. «Oggi l'Italia è un Paese più civile», dice Matteo Renzi. «Si è fatto un passo in avanti nella direzione della libertà e della consapevolezza dei diritti del malato. L'impegno adesso è accompagnare con cura e amore, e sempre maggiori risorse, chi vive la malattia». Roberto Speranza di Liberi e uguali ha gli stessi toni: «Una delle pagine migliori di questa legislatura. Da oggi ci sono più diritti e più libertà per tutti». E Luigi Di Maio: «Una norma di civiltà molto attesa. Siamo orgogliosi dell'apporto del M5S». Tra i più critici la Lega Nord, Giorgia Meloni, la capogruppo di Ap in Senato Laura Bianconi e Gaetano Quagliariello che parla di «via italiana all'eutanasia» e annuncia: «Il centrodestra cambierà questa legge». Ma la ministra della Sanità Beatrice Lorenzin lo stoppa: «Questa legge non è l'eutanasia».

La Cei si dissocia dal coro: «Non possiamo riconoscerci in questo testo», spiega il direttore dell'Ufficio Cei per la Salute, don Massimo Angelelli: «Una norma che tutela i medici e le strutture sanitarie, ma sembra poco efficace nella tutela dei sofferenti». «È un testo fragile, difficilmente applicabile e con molte lacune. A cominciare dal riscontro della veridicità delle Disposizioni del paziente. Ci saranno enormi conflitti interpretativi, mi chiedo se si tratti di una norma costituzionale». «Una forte probabilità di ricorso all'obiezione di coscienza», attacca il vicepresidente dell'Associazione medici cattolici italiani (Amci), Giuseppe Battimelli, esprimendo «rammarico e contrarietà». Ma i medici cattolici di Milano prendono le distanze e «salutano con favore» le nuove norme su biotestamento.

di Andrea Carugati


La nuova legge
Biotestamento, i punti principali

CONSENSO DEL PAZIENTE
Nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato della persona interessata

MINORI
Il consenso è espresso dai genitori o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà dello stesso minore

DISPOSIZIONE ANTICIPATA DI TRATTAMENTO (DAT)
In previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, ogni persona maggiorenne capace di intendere e volere può esprimere le proprie convinzioni in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese nutrizione e idratazione artificiali. Le volontà sono revocabili

DEPOSITO DELLA DAT
Deve essere redatta per atto pubblico o per scrittura privata, autenticata dal notaio o da altro pubblico ufficiale o da un medico del Ssn o convenzionato

RESPONSABILITÀ DEL MEDICO
La Dat è vincolante per il medico che è esente da responsabilità

PIANIFICAZIONE DELLE CURE
Può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi

Rassegna stampa quotidiana

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The Impact of Number of Cycles of Neoadjuvant Chemotherapy on Survival of Patients Undergoing Interval Debulking Surgery for Stage IIIC-IV Unresectable Ovarian Cancer

Lo studio riporta una esperienza retrospettiva multicentrica italiana volta a valutare quale sia il numero ottimale di cicli di chemioterapia che devono essere somministrati in neoadiuvante nelle pazienti con carcinoma dell’ovaio candidate a una chirurgia di intervallo. Lo studio riporta un peggioramento della prognosi per le pazienti che ricevono più di 3 cicli di chemioterapia neoadiuvante in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale a 5 anni. Sebbene retrospettivo nella sua natura, questo studio conferma i risultati di una meta-analisi pubblicata che documentavano un decremento di 4,1 mesi di sopravvivenza per ogni ciclo di chemioterapia superiore a 3 che la paziente riceve. Questo dato riguarda un aspetto davvero importante della cura e merita di essere confermato in studi prospettici e randomizzati.


Bogani G, Matteucci L, Tamberi S, Arcangeli V, Ditto A, Maltese G, Signorelli M, Martinelli F, Chiappa V, Leone Roberti Maggiore U, Perotto S, Scaffa C, Comerci G, Stefanetti M, Raspagliesi F, Lorusso D.

International Journal of Gynecological Cancer, 2017 Nov 27

Link all'abstract

 

 

The Impact of Number of Cycles of Neoadjuvant Chemotherapy on Survival of Patients Undergoing Interval Debulking Surgery for Stage IIIC-IV Unresectable Ovarian Cancer: Results From a Multi-Institutional Study

 

carcinoma ovarico

Una donna alla guida della ricerca

Da LA STAMPA del 15-12-2017

E’ emozionata ed orgogliosa per il riconoscimento ottenuto: un riconoscimento professionale, con un "di più". Parche la dottoressa Roberta Rudà è stata eletta al recente Congresso Nazionale di Trento nuova presidente dell'Associazione Italiana di Neuro-Oncologia per i prossimi quattro anni. Non accadeva da vent'anni che il testimone passasse ad una donna: in pratica, da quando è nata l'Associaizone.

Insomma: un altro traguardo al femminile. «Mi fa piacere, anche perché in Europa le associazioni omologhe alla nostra sono guidate da uomini, ma le quote rosa non c'entrano - spiega -: sono lieta di essermi imposta in una disciplina prettamente maschile, che studio da vent'anni. Prima ancora, è un riconoscimento per la scuola di Torino».

Come si premetteva, siamo nel campo della Neuro-oncologia: «Disciplina che è cresciuta moltissimo. Dell'Associazione fanno parte neurochirurghi, neurologi, radiologi, patologi, tutte le professionalità utili per la cura dei tumori cerebrali».

Se è per questo, la dottoressa, che fa parte della Clinica Neuro-Oncologica delle Molinette ed è responsabile del Gruppo Interdisciplinare Cure Neuro-Oncologico della Città della Salute, ha coordinato una task force europea che ha redatto le linee guida sui Tumori Ependimali (sottogruppo dei tumori cerebrali) pubblicate sulla rivista scientifica Neuro-Oncology.

di Alessandro Mondo

Ecco perché i chili di troppo fanno venire il cancro

Un’epidemia che non accenna a rallentare, ma anzi cresce, inarrestabile. Come il girovita degli oltre due miliardi di individui al mondo che sono sovrappeso o obesi. I chili in eccesso sono un problema che riguarda il 30% della popolazione e che causa ben 4 milioni di morti ogni anno, il 40 per cento dei quali in persone che erano «soltanto» sovrappeso e non obese. Morti dovute soprattutto a malattie cardiovascolari, ma anche ai tumori. Ecco, in 10 punti, tutto quello che serve sapere

Da CORRIERE DELLA SERA.it del 12-12-2017

Chi è sovrappeso rischia tumori più aggressivi e difficili da curare

«Diversi studi hanno messo chiaramente in evidenza che l’eccessivo peso non solo fa crescere le possibilità di ammalarsi, ma anche di morire di cancro - dice Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Chi è obeso rischia di sviluppare forme più aggressive e difficili da curare, così come ha maggiori probabilità di avere una recidiva di un precedente tumore o di andare incontro a complicanze durante le cure. Nel paziente obeso il trattamento rischia di essere ridotto o eccessivo a causa della differente distribuzione del farmaco che si verifica nel grasso corporeo. Fortunatamente sappiamo anche che dimagrire contribuisce, concretamente, a migliorare la situazione».

Ad essere sotto accusa in particolare è il tipo di distribuzione corporea del grasso oltre alla sua quantità assoluta: il grasso viscerale e addominale, situato in profondità intorno agli organi centrali del corpo (come ad esempio intestino, cuore, fegato) e quindi non palpabile è ben più pericoloso del grasso sottocutaneo che si accumula in superficie, tra pelle e muscoli.

Fotografia del pianeta che ingrassa: il 30% della popolazione mondiale pesa troppo

A dare le stime più aggiornate dell’epidemia è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine che ha analizzato i dati di quasi 70 milioni di adulti e bambini di 195 Paesi tra il 1980 e il 2015. Dei sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, più di due superano il peso consigliato: hanno cioè un indice di massa corporea superiore a 25 (sopra il 30 inizia l’obesità). Nel 2015 quasi 108 milioni di bambini e oltre 600 milioni di adulti risultavano obesi. E dal 1980 il tasso d’obesità è raddoppiato in ben 70 Paesi, mentre negli altri è “soltanto” costantemente cresciuto. In molte nazioni a diventare extralarge sono soprattutto i bimbi, in quantità maggiori persino rispetto agli adulti.

Tra i 20 Paesi più popolosi i maggiori livelli di obesità tra bambini e giovani adulti si riscontrano in Usa (quasi il 13% degli americani di questa fascia d’età), mentre l'Egitto è il Paese con più adulti obesi (circa il 35% del totale). I tassi più bassi di obesità si riscontrano invece in Bangladesh e Vietnam (solo l’1% della popolazione). Guardando i numeri assoluti, la Cina, con 15.3 milioni, e l'India, con 14,4 milioni hanno numero di bambini più elevato al mondo, mentre il primato adulti spetta agli Stati Uniti, con 79,4 milioni e alla Cina con 57,3 milioni.

Sos bambini: nel 2022 più numerosi i bimbi grassi di quelli normali

Un’indagine comparsa a ottobre 2017 su Lancet, realizzata dall’Imperial College di Londra e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, indica che il numero di bambini e adolescenti obesi tra i 5 e 19 anni nel mondo è aumentato di 10 volte negli ultimi 40 anni. Se la tendenza osservata continuerà nel 2022, nei Paesi occidentali, ci saranno più bambini e adolescenti obesi che moderatamente o severamente sottopeso.In Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è aumentato di quasi 3 volte nel 2016 rispetto al 1975. Nel 2016 il 10,4% delle femmine e il 14,5% dei maschi erano obesi.

Sei tipi di tumori legati ai chili di troppo

Secondo le più recenti stime, l’eccessivo sovrappeso è responsabile diretto in Italia di circa il tre per cento di tutti i tumori negli uomini e del sette per cento di quelli nelle donne. Molte sono le ricerche ancora aperte, ma le informazioni finora disponibili non lasciano spazio ai dubbi: obesità e sovrappeso sono fra i fattori di rischio noti per i tumori di endometrio, colon retto, esofago, rene, pancreas e seno, specie fra le donne in post menopausa. Gli scienziati, negli ultimi anni, hanno fatto molti progressi nelle possibili spiegazioni dei diversi meccanismi che sono alla base del legame tra peso in eccesso e cancro. Al momento sono soprattutto cinque gli ambiti in cui si sta indagando per comprendere le relazioni causa-effetto tra obesità e tumori: insulina, infiammazioni croniche, estrogeni, fattori di crescita dei tumori e adipochine (sostanze prodotte dal tessuto adiposo che hanno un effetto pro-infiammatorio).

Perché il sovrappeso fa venire il cancro: l'insulina

«Le persone obese hanno spesso nel sangue livelli di insulina e di fattori di crescita insulino-simili più elevati della norma - spiega Giordano Beretta, responsabile dell’Unità operativa di Oncologia medica di Humanitas Gavazzeni -. Questa condizione, nota come iperinsulinemia o insulino-resistenza, fa salire il rischio di diabete e può favorire l’insorgenza di alcuni tipi di cancro, come quelli di colon e rene». L’insulina è l’ormone prodotto dal nostro organismo in risposta a un aumento della quantità di zuccheri nel sangue (glicemia), ma regola anche altri aspetti del funzionamento del nostro organismo e per questo è considerata un ormone chiave nella relazione tra cibo e cancro. Troppa insulina in circolo, per esempio, induce una produzione eccessiva di testosterone, l’ormone sessuale maschile, nella donna. Inoltre l’insulina favorisce la produzione di un fattore di crescita chiamato IGF-I che è un vero e proprio fertilizzante per le cellule in generale e in particolare per quelle cancerose.

Perché il sovrappeso fa venire il cancro: l'infiammazione cronica

«In chi è molto in sovrappeso - prosegue Beretta - è piuttosto comune anche un’infiammazione cronica di alcuni tessuti (facilitata dai grassi accumulati in determinati punti dell’organismo), che è noto essere uno dei fattori che alla lunga predispongono alla trasformazione cancerosa delle cellule. Il grasso, infatti, è un deposito naturale di sostanze che favoriscono l’infiammazione e inoltre produce ormoni, come gli estrogeni, coinvolti in vari tipi di tumori». Un esempio su tutti è quello dell’infiammazione cronica nell’esofago, con conseguente reflusso gastroesofageo e una patologia nota come Esofago di Barret, entrambe più frequenti fra gli obesi che fra i normo-peso ed entrambe note come condizioni che facilitano lo sviluppo del cancro all’esofago.

Perché il sovrappeso fa venire il cancro: gli estrogeni

L’Organizzazione mondiale della sanità ha ormai lanciato l’allarme da diversi anni: l’obesità sta per superare il tabacco e raggiungere un poco ambito primato, quello di prima causa prevenibile di cancro. Anche gli estrogeni, che vengono prodotti in grandi quantità dai tessuti grassi (oltre che nell’ovaio durante gli anni di fertilità nella donna), sono fra i noti responsabili di alcune forme di tumore del seno, dell’endometrio e dell’ovaio. «L’estrogeno prodotto dal tessuto adiposo funziona infatti allo stesso modo di quello prodotto dall’ovaio durante la vita fertile stimolando la crescita delle cellule che normalmente sono sottoposto a un’attività degli estrogeni quali le cellule delle ghiandole mammarie e dell’endometrio - chiarisce Beretta -. In pazienti che abbiano avuto precedentemente tumori al seno o all’utero, l’eccesso di estrogeni legato all’eccesso di tessuto adiposo può facilitare l’insorgenza di recidive».

Attenzione a questi 5 valori: la sindrome metabolica

Generalmente, per semplificare, si parla di una «relazione pericolosa» fra neoplasie e obesità, ma la vera responsabile è la sindrome metabolica, che interviene in tutte le fasi del tumore, dalla formazione alla progressione, dalla resistenza alle terapie fino all’insorgenza di recidive. «Una patologia - chiarisce l’oncologo - caratterizzata da aumento della circonferenza dell’addome (superiore a 88 centimetri nelle donne e a 96 negli uomini), ipertensione arteriosa, ipertrigliceridemia (oltre 150 milligrammi di trigliceridi per decilitro di sangue), ridotti livelli di colesterolo “buono” HDL (meno di 50 nelle femmine e 45 nei maschi) e aumento della glicemia a digiuno (maggiore di 100). Se si hanno anche solo tre su cinque di queste caratteristiche si soffre di sindrome metabolica e sale il rischio di cancro (oltre a quello di diabete e malattie cardiovascolari) perché si crea un microambiente favorevole alle cellule cancerose per svilupparsi e prolificare»

Quali sono i parametri da monitorare?

Per tenere sotto controllo il proprio peso corporeo sono importanti due parametri: l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index) che si ottiene dividendo il peso (espresso in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza. Un valore di BMI inferiore a 25 indica una persona normopeso; da 25 a 30 si è sovrappeso; da 30 a 40 indica obesità e oltre 40 una grave forma di obesità. Il BMI rappresenta un indice approssimativo poiché non tiene conto del tipo di costituzione fisica, della localizzazione dell’adipe e delle masse muscolari. Un altro valore da considerare è la circonferenza della vita (misurata all’altezza dell’ombelico), che è un indice del tessuto adiposo addominale in relazione al rischio di malattie cardiovascolari e dismetaboliche e che non dovrebbe superare gli 80 centimetri.

Non solo tumori: tutte le malattie legate al sovrappeso

I chili in eccesso sono collegati a morte prematura e ormai universalmente riconosciuti come fattori di rischio per malattie cardiovascolari, ictus, diabete, tumori. Senza considerare che il sovrappeso spesso è associato a numerosi altri problemi di salute (ipertensione, ipercolesterolemia, apnea notturna e problemi respiratori, asma, complicanze in gravidanza, solo per citarne alcuni) e che un numero crescente di ricerche scientifiche dimostra un legame anche con gravi disturbi dell’umore, fino alla depressione.

di Vera Martinella

Mangiar bene, arma contro il tumore al pancreas

Aumenta l'incidenza ma il Sud risulta meno colpito: tutto merito della dieta mediterranea, che protegge dal rischio

Da LIBERTA' del 13-12-2017

Il tumore al pancreas può essere prevenuto a tavola, seguendo una dieta alimentare basata sul modello mediterraneo. È l'assunto a cui è giunta la Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che è intervenuta sul tema in occasione della Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas. In Italia l'incidenza del tumore del pancreas è aumentata del 59% negli ultimi 15 anni, ma al Sud la malattia colpisce meno. Un dato incontrovertibile che conferma come la dieta mediterranea protegga dai rischi della malattia.

Verdura e frutta fresca
Fumo, obesità e sedentarietà rappresentano i principali fattori di rischio del tumore del pancreas. Le diverse abitudini alimentari spiegano le forti differenze geografiche nella diffusione di questa neoplasia che al Sud colpisce nettamente meno rispetto al Nord: -25% fra gli uomini e -28% fra le donne. Il maggiore consumo di verdura e frutta fresca, tipico della dieta mediterranea ancora molto diffusa nel Meridione, protegge infatti dal rischio di insorgenza di questo tipo di cancro. "È fondamentale migliorare il livello di consapevolezza dei cittadini e delle Istituzioni su questa neoplasia e sull'importanza degli stili di vita sani - spiega il dottor Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Nel mondo i nuovi casi sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 144.859 nel 2008 a circa 365.000 nel 2017 e si stima che nel 2020 saranno 418mi1a. Ogni giorno a livello globale sono 1.000 le nuove diagnosi. Questi dati ci spingono a impegnarci di più sia sul fronte della prevenzione che della ricerca". "A oggi non vi sono metodi per la diagnosi precoce di questa neoplasia molto aggressiva - afferma Giampaolo Tortora, Direttore Oncologia Medica dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona -. Solo il 7% dei casi infatti è individuato in stadio iniziale, oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica. Spesso sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie'.

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Il 'dottor Google' è il più consultato

L'88% degli italiani, quando non sta bene, si fa un'auotodiagnosi cercando su internet quali malattie sono associate ai propri sintomi. E ora il motore di ricerca più famoso al mondo prova a rendere questa pratica meno rischiosa

Da Libero del 13-12-2017

Nel mare magnum dell'informazione online il più cliccato ogni giorno da milioni di utenti risulta il «dottor Google», cioè quel medico virtuale di fama internazionale, ritenuto in assoluto il più affidabile, un luminare della scienza che risulta il più consultato al mondo da tutti coloro che cercano l'autodiagnosi in rete, che digitano cioè l'elenco dei propri sintomi, e che ottengono in pochi minuti la conferma o meno della propria malattia, accusata, sospettata o soltanto immaginata.

I medici veri, quelli in carne ed ossa, assumono sempre un atteggiamento altezzoso di lesa maestà quando quel paziente arriva al loro cospetto con le ipotesi di patologie raccolte su intemet, e lo accolgono con una smorfia amara del viso, manifestando ironico sarcasmo, e ignorando che ormai sono oltre l'88% (dati Censis} gli italiani che cercano la causa dei propri malesseri su intemet, e di questa percentuale il 93% sono donne, il 44% del totale ritiene che cercare questo tipo di informative in rete sia poco o per niente rischioso, e quasi 1 su 2 si affida ai primi risultati dei motori di ricerca senza accertarsi della veridicità delle fonti. La ricerca ossessiva di malattie tramite Google è persino considerato un disturbo psicologico, è stato classificato e chiamato «cybercondria», la versione tecnologica dell'ipocondria.

I PERICOLI

Criminalizzare l'utente che cerca informazioni sulla propria salute online è sicuramente sbagliato, perché ci si dovrebbe interrogare sul motivo che spinge le persone a rivolgersi alla rete, anziché agli specialisti o alle istituzioni deputate a tali servizi, in quanto la fruibilità delle informazioni oggi a disposizione è un richiamo irresistibile, un modo comodo che soddisfa quasi sempre e subito le proprie curiosità ed ansie, e si tratta di un comportamento logico e legittimo, anche se a volte rischioso. Il problema infatti, è quando si va incontro a risposte centrate che non si sanno interpretare, né recepire correttamente, e quando non si hanno gli strumenti per decodificarle, come per esempio una laurea in medicina. Nella migliore delle ipotesi che si possono considerare, il paziente che cerca notizie sulla sua salute digitando su internet, si imbatte in ricerche, testi o risposte precise e circostanziate, ma il più delle volte egli non è in grado di proseguire nel percorso della cura se non si rivolge al medico, soprattutto se si sospettano patologie importanti che richiedono una diagnosi precisa e tempestiva, ed il rischio di scivolare in canali di cure non tradizionali è altissimo e a volte può essere fatale. Spesso infatti il soggetto viene deviato da veri e propri pacchetti di comunicazione che mirano alla commercializzazione di un farmaco o di una tecnica di medicina alternativa, o si imbatte in scientifiche fake-news che non è in grado di interpretare, allontanandosi così dal corretto iter della propria salute. Eppure il 96% di chi si rivolge al dottor Google non è affatto ignorante e risulta laureato, contro il 24,5% di chi non è andato oltre la licenza elementare.

Lo scorso mese all'Istituto Nazionale dei tumori di Milano, fuori da uno ambulatorio medico è stato affisso un ironico cartello, poi circolato in rete, che recitava: «Coloro che si sono già diagnosticati da soli tramite Google, ma desiderano un secondo parere, per cortesia controllino su Yahoo. com», e questa frase sarcastica rivela lo sconforto degli specialisti che vengono spesso contraddetti dai loro pazienti tuttologi, che contestano diagnosi e cure e che si fidano più della rete che della loro scienza.

Non a caso in giro per il mondo i dottori continuano a fare appelli perché si eviti di ricorrere alle cure-fai-da-te, in Inghilterra il presidente della Royal Pharmaceutical Society ha espressamente chiesto di non fidarsi delle diagnosi onnline ed in Belgio è stato trasmesso uno spot in cui si ridicolizza chi ricorre al web per curarsi, mentre in Italia e in tutto il pianeta lo studio del «dottor Google» è sempre più intasato da pazienti che chiedono un consulto.

Più che criticare o denigrare il famoso medico virtuale, bisognerebbe invece combatterlo a colpi di buon senso, vigilarlo ed istruirlo a dovere, fare in modo che sia il più attendibile possibile, e che soprattutto induca il paziente a rivolgersi poi alle strutture autorizzate e deputate alla cura richiesta. Succede infatti che sempre più persone bypassino il proprio medico, e si rivolgono alla rete quando hanno un sintomo, un dolore o un malessere, lo digitano su internet ed ecco spuntare la diagnosi, i rimedi, le cure e addirittura i farmaci da assumere. Facile no? E pure comodo ed economico, perché quel medico è un super specialista, riceve e risponde gratuitamente, è disponibile anche di notte e sempre a portata di mouse.

Un'abitudine questa che sta diventando pericolosa, che rischia di compromettere la salute di molti, e non perché i risultati disponibili non siano attendibili, ma perché i motori di ricerca non fanno distinzioni tra informazioni potenzialmente utili, fesserie o peggio ancora bufale, e perché non sempre ad un sintomo specifico corrisponde una cura valida per tutti indistintamente, eppure in un campo delicato come la salute oggi tutto sembra valido.

CONTROMOSSE

Per evitare che i naviganti finiscano all'interno di portali non scientifici, o si ritrovino a leggere diagnosi che con il loro stato di salute c'entrano poco o niente, lo stesso Google ha deciso di mettere un freno a questa pratica, mostrando diagnosi ed eventuali patologie in apposite schede localizzate direttamente all’interno dei risultati di ricerca sottolineando che in nessun caso queste indicazioni sostituiscono il consulto specialistico e la visita clinica o medica. La funzionalità di tale ricerca tramite sintomi è per ora in fase di roll-out negli Stati Uniti, e solo su mobile, ma nei prossimi mesi raggiungerà molti altri Paesi, Italia compresa. Il suo funzionamento è semplice, perché sarà possibile scrivere, per esempio, «male di testa da un lato», per ottenere una lista di patologie connesse, come cefalea, emicrania, raffreddore, sinusite e così via, ed a corredo di queste schede si troveranno brevi informazioni sulle singole malattie, ma anche consigli per raggiungere un medico con il quale consultarsi sull'eventuale gravità del proprio disturbo. In una ulteriore nota il dottor Google spiega: «Dovete sempre consultare un professionista per la vostra salute», aggiungendo che la funzione non è in grado di sostituire un medico vero e proprio, e serve ad evitare che gli utenti finiscano in portali sbagliati e non utili al caso in questione. Google ha coinvolto in questo progetto centinaia di laureati in medicina e chirurgia per rivedere le informazioni sui vari sintomi, per delineare le varie diagnosi ed inserirle nel suo database Knowledge Graph, e gli esperti della Harvard Medical School eMayo Clinic hanno poi supervisionato il lavoro svolto al fine di migliorare i risultati che verranno mostrati a breve a tutti gli utenti.

Una iniziativa questa sicuramente corretta e più sicura di quella attuale, che inviterà ancora più persone in futuro a consultare, naturalmente sempre e solo a scopo informativo, il mitico «dottor Google».

di Melania Rizzoli

 

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Cancro: lo stress può ridurre l'efficacia dell'immunoterapia

In esperimenti condotti su animali lo stress rendeva più debole la risposta del sistema immunitario

Da Healthdesk.it del 10-12-2017

Lo stress può compromettere il successo di una terapia oncologica, soprattutto se si tratta di immunoterapia. È quanto sostiene un gruppo di ricercatori dell’University of Queensland che ha appena firmato uno studio pubblicato su Cancer Immunology Research.

Gli scienziati hanno osservato che i tumori dei topi avevano una progressione più rapida quando gli animali erano sottoposti a eventi stressanti. E che l’immunoterapia funzionava meglio in assenza di stress.

Secondo Stephen Mattarollo, ricercatore del Diamantina Institute della University of Queensland e principale autore dello studio, il fenomeno è facilmente spiegabile: lo stress riduce l’attività dei linfociti T che hanno un ruolo fondamentale nel contrastare le cellule tumorali. Intorno al loro pronto ed efficace intervento ruota il successo delle terapie immuno-oncologiche. Metterli fuori uso significa ridurre le possibilità di successo della cura. Ma nessun medico se la sentirebbe di invitare un paziente con una diagnosi di tumore a non stressarsi. L’ansia per la propria salute è inevitabile e naturale.

Mattarollo e i colleghi sanno perfettamente che stress e cancro vanno di pari passo e per questo insistono sulla necessità di introdurre nella prassi clinica interventi per la gestione e la riduzione dello stress. La posta in gioco è altissima perché lo stress può impedire la guarigione dalla malattia.

«Tutto ciò - dice Mattarollo - vale in particolare per le immunoterapie, ma molte terapie convenzionali come la chemioterapia dipendono da alcuni elementi del sistema immunitario per la loro efficacia. È possibile che migliorando la funzione immunitaria, i pazienti possano rispondere meglio anche ad altre terapie».

L’immuno-oncologia ha rivoluzionato le terapie contro il cancro inaugurando una nuova strategia di attacco: la malattia viene combattuta dall’interno, spingendo il sistema immunitario a reagire contro l’aggressione delle cellule tumorali. Qualunque elemento che possa indebolire questo innovativo piano d’azione deve essere preso in esame e reso inoffensivo. Più sappiamo sui fattori che potrebbero interferire con l’efficacia delle cure, più riusciamo a toglierli di mezzo.

L’idea di Mattarollo e colleghi è quella di combinare l’immunoterapia con farmaci che agiscono sulla pressione sanguigna e che riducono gli effetti dello stress. «Speriamo così - dice Mattarollo - di ridurre i segnali neurali indotti dallo stress e migliorare il funzionamento del sistema immunitario. Stiamo per testare questa combinazione su modelli animali».

Sta nascendo una nuova branca della medicina, la psiconeuroimmunologia. Il suo compito è quello di studiare la relazione tra mente, sistema nervoso e sistema immunitario. E l’immuno-oncologia guarda con interesse ai suoi sviluppi futuri.

Diritti umani. La sanità vi rientra a pieno titolo. La scheda Oms

L’Oms sottolinea una serie di prerogative che ritiene necessarie nella sua scheda su “diritti umani e salute” appena pubblicata, in cui impegna a integrare i diritti umani nei programmi e nelle politiche sanitarie a livello nazionale e regionale, esaminando i fattori determinanti della salute come parte di un approccio globale alla salute e ai diritti umani

Da Quotidianosanità.it del 9-12-2017

Rispetto per l'etica medica, sensibilità al genere, strutture sanitarie, beni, servizi e programmi centrati sulla persona e che rispondano alle esigenze specifiche di diversi gruppi di popolazione. in conformità con gli standard internazionali di etica medica per la riservatezza e il consenso informato.

Sono le qualità che l’Oms sottolinea e ritiene necessarie nella sua scheda su “diritti umani e salute”, appena pubblicata e in cui l'Oms si è impegnata a integrare i diritti umani nei programmi e nelle politiche sanitarie a livello nazionale e regionale, esaminando i fattori determinanti della salute come parte di un approccio globale alla salute e ai diritti umani.

Principi fondamentali dei diritti umani

Responsabilità

Gli Stati e altri portatori di dovere sono responsabili per il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, c'è anche un movimento in crescita che riconosce l'importanza di altri attori non statali come le imprese nel rispetto e nella protezione dei diritti umani.

Uguaglianza e non discriminazione

Il principio di non discriminazione cerca "... di garantire che i diritti umani siano esercitati senza discriminazioni di alcun tipo basate su razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche o di altro genere, origine nazionale o sociale, proprietà, nascita o altro status come disabilità, età, stato civile e familiare, orientamento sessuale e identità di genere, stato di salute, luogo di residenza, situazione economica e sociale ".

Qualsiasi discriminazione, ad esempio nell'accesso all'assistenza sanitaria, nonché nei mezzi e diritti per ottenere questo accesso, è vietata sulla base di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di altro genere, origine nazionale o sociale, proprietà , nascita, disabilità fisiche o mentali, stato di salute (incluso HIV / AIDS), orientamento sessuale e stato civile, politico, sociale o di altro tipo, che ha l'intenzione o l'effetto di compromettere l'eguale godimento o esercizio del diritto alla salute.

Il principio di non discriminazione e uguaglianza impone all'Oms di affrontare la discriminazione nell'orientamento, nelle politiche e nelle pratiche, come quelle relative alla distribuzione e alla fornitura di risorse e servizi sanitari. La non discriminazione e l'uguaglianza sono le misure chiave necessarie per affrontare i determinanti sociali che influiscono sul godimento del diritto alla salute. Il funzionamento dei sistemi di informazione sanitaria nazionale e la disponibilità di dati disaggregati sono essenziali per poter identificare i gruppi più vulnerabili e le diverse esigenze.

Partecipazione

La partecipazione richiede che tutte le parti interessate, compresi gli attori non statali, abbiano la proprietà e il controllo dei processi di sviluppo in tutte le fasi del ciclo di programmazione: valutazione, analisi, pianificazione, implementazione, monitoraggio e valutazione. La partecipazione va ben oltre la consulenza o un'aggiunta tecnica alla progettazione del progetto; dovrebbe includere strategie esplicite per responsabilizzare i cittadini, specialmente i più emarginati, in modo che le loro aspettative siano riconosciute dallo Stato.

La partecipazione è importante per la responsabilità in quanto fornisce "... assegni e contrappesi che non consentono alla leadership unitaria di esercitare il potere in modo arbitrario".

Universalità, indivisibilità e interdipendenza

I diritti umani sono universali e inalienabili. Si applicano allo stesso modo a tutte le persone, ovunque, senza distinzione. Le norme sui diritti umani - per il cibo, la salute, l'istruzione, per essere esenti da torture, trattamenti inumani o degradanti - sono anche correlate. Il miglioramento di un diritto facilita il progresso degli altri. Allo stesso modo, la privazione di un diritto influisce negativamente sugli altri.

Disponibilità

Fa riferimento alla necessità di disporre di una quantità sufficiente di strutture sanitarie e di assistenza sanitaria, beni e servizi funzionanti, nonché programmi per tutti. La disponibilità può essere misurata attraverso l'analisi di dati disaggregati a stratificati diversi e multipli, inclusi età, sesso, posizione e stato socioeconomico e indagini qualitative per comprendere le lacune di copertura e la copertura della forza lavoro sanitaria.

Accessibilità
Richiede che le strutture sanitarie, i beni e i servizi siano accessibili a tutti.

L'accessibilità ha quattro dimensioni sovrapposte:

  • non discriminazione
  • accessibilità fisica
  • accessibilità economica (accessibilità economica)
  • accessibilità delle informazioni.

Valutare l'accessibilità può richiedere l'analisi degli ostacoli - finanziari fisici o di altro tipo - che esistono e il modo in cui possono interessare i più vulnerabili e richiedere l'istituzione o l'applicazione di norme e standard chiari sia nella legge che nella politica per affrontare tali ostacoli, nonché robusti sistemi di monitoraggio delle informazioni relative alla salute e se questa informazione sta raggiungendo tutte le popolazioni.

La strategia

La costituzione dell'Oms (1946) prevede " ... il più alto standard di salute raggiungibile come diritto fondamentale di ogni essere umano ". Comprendere la salute come un diritto umano crea un obbligo legale per gli Stati di garantire l'accesso a cure sanitarie tempestive, accettabili e accessibili di qualità appropriata, nonché di fornire i determinanti alla base della salute, come acqua potabile e potabile, servizi igienico-sanitari, cibo, alloggi, informazioni sulla salute e istruzione e uguaglianza di genere.

L'obbligo degli Stati di sostenere il diritto alla salute - anche attraverso l'assegnazione delle "risorse massime disponibili" per realizzare progressivamente questo obiettivo - è rivisto attraverso vari meccanismi internazionali sui diritti umani, come la Revisione periodica universale, o la Commissione economica, sociale e diritti culturali . In molti casi, il diritto alla salute è stato adottato nel diritto interno o nella legge costituzionale.

Un approccio alla salute basato sui diritti richiede che la politica e i programmi in materia di salute debbano privilegiare i bisogni delle persone più arretrate verso una maggiore equità, un principio che è stato ripreso nell'agenda 2030 recentemente approvata per lo sviluppo sostenibile e la copertura sanitaria universale.

Il diritto alla salute deve essere goduto senza discriminazioni in base a razza, età, etnia o qualsiasi altro status. La non discriminazione e l'uguaglianza impongono agli Stati di adottare misure per correggere qualsiasi legge, pratica o politica discriminatoria.

Un'altra caratteristica degli approcci basati sui diritti è la partecipazione significativa. Partecipare significa garantire che le parti interessate nazionali, compresi gli attori non statali come le organizzazioni non governative, siano significativamente coinvolte in tutte le fasi della programmazione: valutazione, analisi, pianificazione, attuazione, monitoraggio e valutazione.

Le violazioni o la mancanza di attenzione ai diritti umani possono avere gravi conseguenze per la salute. Una discriminazione eccessiva o implicita nella fornitura di servizi sanitari - sia all'interno della forza lavoro sanitaria che tra operatori sanitari e utenti dei servizi - costituiscoo un potente ostacolo per i servizi sanitari e contribuisce all'assistenza di scarsa qualità.

La cattiva salute mentale spesso porta a negare la dignità e l'autonomia, incluso il trattamento forzato o l'istituzionalizzazione, e il disprezzo delle capacità legali individuali di prendere decisioni. Paradossalmente, la salute mentale riceve ancora un'attenzione inadeguata alla salute pubblica, nonostante gli alti livelli di violenza, povertà ed esclusione sociale che contribuiscono a peggiorare gli esiti di salute mentale e fisica per le persone con disturbi mentali.

Le violazioni dei diritti umani non solo contribuiscono e aggravano la cattiva salute, ma per molti, tra cui persone con disabilità, popolazioni indigene, donne che vivono con l'HIV, prostitute, persone che fanno uso di droghe, transessuali e intersessuali, l'ambiente sanitario presenta un rischio maggiore esposizione a violazioni dei diritti umani - compresi trattamenti e procedure coercitive o forzate.

Inoltre, l'Oms ha attivamente rafforzato il suo ruolo nel fornire leadership tecnica, intellettuale e politica sul diritto alla salute tra cui:

  • rafforzare la sua capacità e dei suoi Stati membri di integrare un approccio alla salute basato sui diritti umani;
  • promuovere il diritto alla salute nel diritto internazionale e nei processi di sviluppo internazionale;
  • sostenere diritti umani connessi alla salute, incluso il diritto alla salute.

Affrontare i bisogni e i diritti delle persone nelle diverse fasi del corso della vita richiede secondo l’Oms un approccio globale nel più ampio contesto della promozione dei diritti umani, della parità di genere e dell'equità.

In quanto tale, l'Oms promuove un quadro conciso e unificante che si basa su approcci in materia di genere, equità e diritti umani per generare soluzioni più accurate e solide per le disuguaglianze sanitarie.

La natura integrata del framework è un'opportunità per costruire su basi e complementarità tra questi approcci per creare un approccio coeso ed efficiente per promuovere la salute e il benessere per tutti.

Dal punto di vista della qualità, la scheda Oms sottolinea sette regole che devono caratterizzare i servizi che devono essere approvati scientificamente e dal punto di vista clinico.

La qualità

La qualità è un componente chiave di Universal Health Coverage e include l'esperienza e la percezione dell'assistenza sanitaria.

I servizi sanitari di qualità dovrebbero essere:

  • Sicuri: evitare lesioni alle persone a cui è destinata la cura;
  • Efficaci: fornire servizi sanitari basati sull'evidenza a coloro che ne hanno bisogno;
  • Incentrati sulle persone: fornire assistenza che risponda alle preferenze, ai bisogni e ai valori individuali;
  • Tempestivi: riduzione dei tempi di attesa e talvolta dei ritardi dannosi.
  • Equi: fornire assistenza che non varia in termini di qualità in base al genere, all'etnia, alla posizione geografica e allo status socio-economico;
  • Integrati: fornire assistenza che rende disponibile l'intera gamma di servizi sanitari per tutto il corso della vita;
  • Efficienti: massimizzare il beneficio delle risorse disponibili ed evitare sprechi.

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Antitumor activity and safety of the PARP inhibitor rucaparib in patients with high-grade ovarian carcinoma and a germline or somatic BRCA1 or BRCA2 mutation: Study 10 and ARIEL2

Si tratta di una analisi integrata dei dati di due studi - lo studio 10 (fase I/II) e lo studio ARIEL2 (fase II) - che hanno dimostrato l'attività antitumorale di rucaparib, un inibitore di PARP1-2 e 3, nelle pazienti affette da carcinoma recidivato di alto grado ovarico, delle tube o peritoneale primitivo.
La popolazione inclusa nella presente analisi comprende pazienti trattate con rucaparib, pretrattate con almeno due precedenti linee chemioterapiche di cui due a base di platino e portatrici di mutazione a carico dei geni BRCA1/2 (germinale nello studio 10; germinale o somatica nello studio ARIEL2). I dati di efficacia mostrano un tasso di ORR del 53,8%, rappresentato nel 45,3% dei casi da risposte parziali e nell’8,5% da risposte complete, con una durata media della risposta di 9,2 mesi. Il trattamento è gravato da una tossicità accettabile, costituita soprattutto da anemia, astenia e nausea. L'efficacia è maggiore nelle pazienti platino-sensibili (ORR 65%) ed indipendente dal tipo di mutazione (BRCA 1 vs 2; somatica vs germinale). Sulla scorta dei dati di efficacia questo nuovo inibitore di PARP è stato approvato con procedura accelerata nel dicembre 2016 dalla FDA per il trattamento delle pazienti con carcinoma ovarico BRCA mutato pretrattate con due o più linee chemioterapiche, andandosi così ad aggiungere ad olaparib, già approvato nella stessa popolazione, ma in pazienti pretrattate con almeno tre linee terapeutiche; mentre in Europa non esiste ancora questa indicazione. Sebbene non esistano dati di confronto diretto tra i diversi inibitori di PARP e si tratti ancora di dati estrapolati da studi di fase precoce, l'analisi effettuata è molto promettente per lo sviluppo futuro del rucaparib. Bisognerà aspettare i risultati dello studio randomizzato di fase III ARIEL4 per avere la conferma definitiva del beneficio di una terapia target in questa fase avanzata di malattia.


Amit M. Oza, Anna V. Tinker, Ana Oaknin, Ronnie Shapira-Frommer, Iain A. McNeish, Elizabeth M. Swisher, Isabelle Ray-Coquard, Katherine Bell-McGuinn, Robert L. Coleman, David M. O'Malley, Alexandra Leary, Lee-may Chen, Diane Provencher, Ling Ma, James D. Brenton, Gottfried E. Konecny, Cesar M. Castro, Heidi Giordano, Rebecca S. Kristeleit

Gynecologic Oncology, November 2017

Link all'abstract

 


Antitumor activity and safety of the PARP inhibitor rucaparib in patients with high-grade ovarian carcinoma and a germline or somatic BRCA1 or BRCA2 mutation: Integrated analysis of data from Study 10 and ARIEL2

 

 

 

Copyright © 2017 The Authors. Published by Elsevier Inc

carcinoma ovarico

Il paziente terminale in terapia intensiva. Chi decide che cosa fare

La differenza tra sedazione palliativa e suicidio assistito

Da CORRIERE DELLA SERA del 6-12-2017

Domande & Risposte

1 Come si muore oggi in Italia? Come viene gestito un paziente terminale in terapia intensiva?
«Nel nostro Paese c'è un atteggiamento molto cauto nella sospensione dei supporti vitali in rianimazione - risponde Alberto Giannini, direttore della terapia intensiva pediatrica della clinica De Marchi di Milano. Secondo uno studio la decisione di limitare i trattamenti viene presa nel 60% delle morti, ma in concreto nella metà di questi casi si tratta solo della rinuncia a praticare la rianimazione cardio-polmonare. La vera e propria sospensione del supporti avviene nel 17% dei casi e il loro mancato avvio in un altro 17%, mentre in Europa, in media, il 73% delle morti in terapia intensiva è preceduto da una scelta in uno dei due sensi».

2 Che cosa si intende per supporti vitali?
«In terapia intensiva ventilazione e somministrazione di farmaci vasoattivi per la circolazione, quindi sostegno a cuore, polmoni e reni. Il problema dell'idratazione e dell'alimentazione non riguarda in genere queste situazioni».

3 Si cerca di ricostruire la volontà del malato? Viene coinvolta la famiglia?
«Uno studio pubblicato su Jama ("Journal of American Medical Association”) mostra che questa tendenza cala progressivamente scendendo dal Nord al Sud del continente. E noi siamo a Sud».

4 Si può dire che c'è troppa «aggressività» terapeutica nei confronti dei malati terminali in terapia Intensiva?
«Negli ultimi 20 anni è stato fatto un grosso lavoro che ha migliorato la situazione - sottolinea Martin Langher, già direttore del dipartimento di terapia intensiva dell'Istituto del Tumori di Milano —. Abbiamo imparato a essere meno inutilmente aggressivi. Credo che si possa dire che oggi si muoia meglio e, in generale, si pratichino di più le terapie palliative».

5 Si parla spesso di sedazione palliativa, ma cosa significa esattamente?
«La sedazione vuole togliere la sofferenza e utilizza farmaci diversi da quelli dell'eutanasia o del suicidio assistito. E diversa è anche la tempistica. In media il paziente sedato vive più a lungo, intorno ai tre giorni, mentre nel suicidio e nell'eutanasia la morte è immediata» spiega Giada Lonati, direttore scientifico di Vidas.

6 E’ sufficientemente diffusa in Italia la pratica delle cure palliative?
«Molto di più rispetto a 10 o 20 anni fa — risponde Luca Moroni, presidente della Federadone Italiana Cure Palliative — ma nel nostro Paese si muore ancora troppo in ospedale. Nei casi acuti è comprensibile ma bisognerebbe aumentare la possibilità di vivere gli ultimi tempi della vita in un ambiente più consono. I passi avanti ci sono stati: oggi gli hospice in Italia sono circa 270 contro i 6 del 1999. Ma c'è ancora troppa poca possibilità dl assistenza domiciliare. Inoltre, continuano a essere assistiti con cure palliative prevalentemente i malati oncologici, mentre il 60% di quelli che ne avrebbero bisogno non lo sono. E anche fra gli oncologici solo il 30% le riceve».

7 Ci sono differenze fra le regioni italiane?
«Per le cure palliative ci sono e sono molto forti - continua Moroni -. Se regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Sicilia si sono mosse, altre sono in ritardo. E’ giusto ragionare sulle opportunità di scelta relativamente al fine vita, ma queste opportunità devono prevedere l'opzione delle cure palliative, su tutto il territorio nazionale».

8 Qual è la mancanza più grave relativamente al «morire bene» nel nostro Paese?
«La poca informazione e la poca consapevolezza della possibilità dl scegliere - conferma Giada Lonati -. Siamo poco educati a pensare al limite. Così quando ce lo troviamo di fronte siamo impreparati. Si tende a pensare che alla fine della vita tutti chiedano eutanasia o suicidio assistito, in realtà quello che la maggior parte delle persone chiede è di esser accompagnato, che ci sia qualcuno che letteralmente, "cammini con lui", non lo lasci solo nel suo percorso e si faccia carico delle sue sofferenze fisiche ed esistenziali. In questi casi la sedazione diventa una possibilità per lenirle».

di Luigi Ripamonti

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Tumore al seno, pazienti con forma metastatica chiedono la 'Giornata nazionale'

Maggiore ascolto e supporto a chi è coinvolta nella malattia cronica: spesso perdono il lavoro e affrontano il calvario nell'ombra. Più consapevolezza sui percorsi terapeutici

Da la Repubblica.it del 5-12-2017

NEL 2017 in Italia sono stati stimati 50.500 nuovi casi di tumore alla mammella infiltranti, cioè maligni. E quasi una donna su due con tumore, lo ha proprio in questa sede. È questa la situazione attuale del nostro Paese, fotografata da Lucia Mangone, presidente Associazione italiana registro tumori. Delle oltre 50mila donne che ogni anno in Italia si ammalano di tumore al seno, circa il 6% ha una malattia con metastasi già al momento della diagnosi: circa 3mila pazienti, ovvero 7 nuovi casi al giorno. Se si aggiunge il numero di donne nelle quali il tumore diventa metastatico nel corso degli anni si arriva a un totale di circa 35mila pazienti che oggi in Italia convivono con la malattia, un piccolo esercito destinato a diventare sempre più numeroso e che oggi chiede l’istituzione di una Giornata nazionale dedicata, per uscire dall'isolamento e ricevere il riconoscimento della pubblica opinione.

LE PAZIENTI CHIEDONO LA GIORNATA DEDICATA ALLA MALATTIA

"Vorremmo ritrovarci tutte qui il 13 ottobre 2018 a celebrare la Giornata: sarebbe un primo passo concreto da parte delle Istituzioni, per favorire il superamento dei pregiudizi e la creazione di un atteggiamento di apertura e solidarietà verso queste donne che già devono affrontare un percorso faticoso e spesso drammatico" commenta Rosanna D'Antona, presidente di Europa donna Italia, il movimento che rappresenta i diritti delle donne nella prevenzione e cura del tumore al seno che rivolge l'appello alle parlamentari durante l'incontro organizzato su iniziativa della senatrice Laura Bianconi con l'auspicio che, così come in Usa, anche in Italia venga istituita una Giornata dedicata al tumore al seno metastatico.

"È fondamentale aumentare l’attenzione sul tumore al seno metastatico, - dice Laura Bianconi, senatrice della XII Commissione igiene e sanità - perché è bene ricordare che il cancro alla mammella resta la prima causa di mortalità tra le patologie oncologiche nelle donne. E nel caso di tumore al seno metastatico una maggiore sensibilità istituzionale e sociale diventa un fattore decisivo, visto che una diagnosi fatta in tempi rapidi può garantire un orizzonte di cure più vario ed efficace, migliorando sensibilmente il dato di sopravvivenza e la qualità di vita. In tal senso, ad ottobre presentai una mozione per estendere le campagne di screening e incrementare la conoscenza e la consapevolezza delle donne verso il carcinoma mammario, anche attraverso la promozione da parte dello Stato di opportune linee guida. Ritengo che questa è la strada da percorrere, e sarebbe auspicabile che nel volgere di questa legislatura dal Parlamento giungesse un intervento istituzionale forte e significativo unito all’istituzione di una Giornata nazionale".

Sempre sul tema della Giornata, interviene anche Emilia De Biasi, presidente della Commissione igiene e sanità: "Bisogna fare uscire dal silenzio e dalla vergogna le donne con tumore al seno metastatico, perché la loro è una patologia cronica che può e deve essere curata in modo appropriato. Una malattia con la quale le donne non devono solo sopravvivere ma vivere, e per la quale occorrono precise linee guida nazionali. Penso che la richiesta dell'istituzione di una Giornata dedicata a questa patologia possa essere inserita nella mozione presentata da Bianconi e che in tante di noi abbiamo sottoscritto".

QUALI SONO GLI ALTRI OBIETTIVI DA PERSEGUIRE

I centri di senologia, le cosiddette Breast Unit, in molti casi possono salvare la vita: la cura del tumore del seno in queste unità specializzate riduce infatti la mortalità del 18%, perché è più alta l'adesione alle linee guida, migliore l'esperienza degli specialisti ed è garantito un approccio multidisciplinare. A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo i centri che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno, ma in Italia, delle 449 strutture ospedaliere che eseguono più di 10 interventi chirurgici per questa neoplasia, solo 123 (27%) presentano volumi di attività superiori a 150 annui. Tra gli obiettivi, dunque, emerge la piena realizzazione di queste Unità e una maggiore uniformità nel Paese: "È necessaria una formazione specifica del medico di medicina generale sulle necessità specifiche della paziente metastatica - fa notare Paola Boldrini, componente della Commissione Affari sociali e sanità - insieme all'effettiva diffusione delle Breast Unit in tutte le Regioni". Un altro punto importante è l'accesso alle cure: "L'impegno personale che voglio assumermi è quello di ottenere il rispetto delle garanzie costituzionali - dichiara la Francesca Puglisi, membro della VII Commissione Istruzione pubblica e beni culturali - perché tutte le pazienti in tutta Italia vedano riconosciuto il proprio diritto a un uguale accesso alle cure".

Di Sara Pero

AIOM: 'Al via la seconda edizione del festival della prevenzione in oncologia'

Da la Repubblica del 5-12-2017

Molti studi scientifici hanno dimostrato che il 40% dei tumori può essere evitato con uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta), ma ancora pochi italiani seguono queste regole: il 22.3% fuma (11,7 milioni di persone), il 45,1% della popolazione è in eccesso di peso (35,3% in sovrappeso, 9,8% obeso), il 23% degli uomini e il 9% delle donne consumano alcol in modo eccessivo, 23 milioni e 524 mila persone (39,9% della popolazione di 3 anni e più) non praticano sport né attività fisica nel tempo libero. Per questo l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) con la Fondazione AIOM lancia, sul modello dei festival della letteratura, la seconda edizione del 'Festival della prevenzione e innovazione in oncologia' che partirà nel 2018 con un tour in 20 città, realizzato grazie a un educational grant di Bristol-Myers Squibb.

"L'obiettivo - sottolinea Stefania Gori, presidente nazionale AIOM - è spiegare agli italiani il nuovo corso dell'oncologia, che spazia dai corretti stili di vita agli screening, alle armi innovative come l'immuno-oncologia e le terapie a target molecolare, fino alla riabilitazione e al reinserimento nel mondo del lavoro. Grazie ai passi in avanti sul piano della prevenzione e dei trattamenti, non si deve più parlare di male incurabile. E i cittadini devono conoscere gli importanti risultati raggiunti dalle ricerche scientifiche".

La prima edizione del "Festival della prevenzione e innovazione in oncologia" ha riscosso un grande successo, toccando 16 città da dicembre 2016 a maggio 2017. Bastano alcuni numeri per comprendere l'impatto di questa iniziativa: 196mila le persone raggiunte, 123mila gli opuscoli diffusi, 51mila i sondaggi raccolti, 50 i testimoniai del mondo dello sport e dello spettacolo coinvolti". Fra te attività "collaterali" del Festival, 87 incontri con le scuole. 79 tavole rotonde, 9 spettacoli di intrattenimento, 6 passeggiate della salute, 4 convegni. Sono state coinvolte direttamente 25 strutture ospedaliere di oncologia (298 oncologi e medici di varie specialità) e 44 associazioni di pazienti.

Un motorhome, cioè un pullman, sarà allestito nelle Piazze delle città coinvolte dove gli oncologi dell'AIOM forniranno informazioni e consigli sulla prevenzione, sull'innovazione terapeutica e sui progressi nella ricerca in campo oncologico.

 

Pagina realizzata grazie al contributo incondizionato di Bristol-Myers Squibb

'L'intervento è tra un anno'. Obesi in coda se non perdono peso

In Gran Bretagna

da la Repubblica Salute del 5-12-2017

Lo avevano detto e lo stanno facendo. Gli obesi (ma insieme a loro ci sono e ci saranno anche i fumatori) scivoleranno in fondo alle liste di attesa per gli interventi chirurgici programmabili. Dodici mesi di penalità, se non saranno in grado di dimagrire di almeno il 10% del loro peso. Parliamo di Gran Bretagna, che ha i numeri più alti di obesi con indice di massa corporea (Bmi) sopra 30 di tutta l'Europa occidentale: il 26,9% di tutta la popolazione. Numeri in effetti molto alti e allarmanti.

Qualche anno fa aveva provocato grande polemica la notizia di escludere i fumatori dalle liste d'attesa dei trapianti. Come si fa in altri paesi, del resto, anche per gli alcolisti. La domanda è scontata: è etico? E, soprattutto, davvero la restrizione all'accesso delle cure può spingere le persone ad avere più a cuore la propria salute, come sostengono i fautori della cosa? Certo, è vero che i pazienti con peso maggiore avrebbero peggiori risultati per alcuni interventi, a cominciare dalle protesi agli arti, che costano molto. E, considerati i bilanci sempre più risicati, il sistema sanitario vorrebbe evitare di "sprecare" interventi. Ma si può penalizzarli in questo modo solo perché troppo grassi?

L'Aso, l'Associazione britannica che si occupa dello studio dell'obesità, grida ovviamente alla discriminazione. Ma la decisione del comitato congiunto delle Valli dell'Hertfordshire (contea non lontano da Londra) è presa. Il peso sarà discriminante nell'accesso alle cure non urgenti. «Sfortunatamente la composizione corporea, misurata con il Bmi, viene comunemente utilizzata senza considerare complessivamente un individuo - spiega l'Aso - e questa decisione non fa che aumentare lo stigma nei confronti di questi pazienti. La cui malattia è causata da una complessa interazione di fattori tra cui genetica, famiglia, circostanze sociali e ambientali».

di Anna Rita Cillis

Mattarella a favore di politiche più efficaci per garantire i diritti delle persone con disabilità

Per il capo dello Stato bisogna mettere in campo un maggior numero di interventi a sostegno della disabilità con più ricerca scientifica ed impegno sociale

Da RAINEWS.it del 3-12-2017

I disabili italiani sono certamente una categoria di persone trascurata, sola e con i pochi diritti a sostegno della disabilità, riconosciuti nel nostro ordinamento, difficilmente fruibili, come moltisperimentano ogni giorno sulla propria pelle.
Il 3 dicembre, dall'anno 1981, si celebra la Giornata Internazionale delle persone con disabilità che è nata per lottare contro le discriminazioni di qualsiasi genere verso i portatori di questa situazione.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in questa giornata, ha lanciato un monito contro tutte le barriere fisiche, a partire da quelle architettoniche, ma contro principalmente quelle sociali: le più subdole, equivoche e difficili da smontare e superare.

Il capo dello Stato ha accentrato l'attenzione sui fondi a disposizione per l'assistenza, la ricerca scientifica e l'impegno politico per sostenere i portatori di handicap. "Garantire alle persone con disabilità la fruizione dei loro diritti in modo pieno in tutto il paese è la consegna che ci viene affidata nella giornata odierna. In questo percorso, prioritari sono la ricerca scientifica a favore della disabilità e l'impegno a rendere accessibili i nostri spazi pubblici" ha sostenuto in un messaggio.
"L'abbattimento delle barriere di ogni tipo è premessa all'esercizio di molti diritti ed è, inoltre, condizione per sfidare e superare i nostri limiti. Una società degna deve, infatti, saper mettere le persone con disabilità nelle condizioni di acquisire gli strumenti per una vita indipendente, un'esistenza dove i bisogni possano essere soddisfatti, le potenzialità espresse e la libertà di scelta incoraggiata".

Oltre al presidente Mattarella tutto il vertice dello Stato ha manifestato la sua solidarietà ed incoraggiamento alle persone disabili.

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha voluto mostrare il suo sostegno, anche lui con un messaggio: "La disabilità deve assumere un ruolo centrale nell'agenda politica della prossima legislatura e che non deve essere mai sacrificata sull'altare dei tagli alla spesa".

Le misure approvate nella legislatura
In questa legislatura, intanto, sono state approvate una serie di misure come l'incremento del fondo per la vita indipendente, la legge delega sull'inclusione scolastica, l'aggiornamento del Nomenclatore Tariffario delle protesi per i disabili (cioè il documento che periodicamente viene emanato ed aggiornato dal Ministero della Salute che determina la tipologia e le modalità di fornitura di protesi ed ausili a carico del Servizio Sanitario Nazionale), i Lea (cioè i Livelli essenziali di assistenza che sono le prestazioni e i servizi che il SSN deve fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro il pagamento di un ticket), il 'Dopo di Noi' e la norma contenuta nella Legge di Bilancio che istituirà il 'Care Giver' (con care giver si intende un familiare assistente cioè chi presta assistenza ad un familiare malato, ndr) con la dotazione di un fondo di 60 milioni.

di Tiziana di Giovannandrea

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UK. Assistenza sanitaria verso il razionamento. Quale futuro per il NHS?

Probabilmente verrà presentato, in termini potenzialmente dolorosi, quali saranno per i cittadini le conseguenze del sottofinanziamento del NHS, dato il budget prefissato dal Governo per il 2018. Se crolla il NHS il Governo dei tory è fortemente in discussione, Stevens però non se la sente di bleffare con il diritto alla salute e perciò combatterà fino in fondo una battaglia difficilissima, l’augurio è che vinca per la salute del popolo inglese

Da Quotidianosanità.it del 3-12-2017

Giovedì prossimo si affronterà il modo con cui il servizio sanitario potrà fornire le prestazioni vista la delusione sulla quantità di finanziamento immesso nel bilancio dal Governo questo mese. L'amministratore delegato di NHS England, Simon Stevens, ha avvertito che i servizi chiave avrebbero subito un grave contraccolpo. Il consiglio di amministrazione di NHS England, che gestisce il servizio sanitario in Inghilterra, farà una riunione presso la sua sede a Skipton House a Elephant & Castle, nel sud di Londra. Il consiglio di amministrazione di NHS England è formato da 15 persone: nove amministratori non esecutivi e sei direttori esecutivi. Il presidente è il professor Sir Malcolm Grant. Il punto chiave all'ordine del giorno è: "Pianificazione per il 2018/19 alla luce del budget".

Perché è così significativo? Perché il NHS England ha chiarito già mercoledì scorso che era molto scontento del budget, che il cancelliere Philip Hammond aveva appena depositato avendo assegnato al NHS molto meno denaro per il 2018-19 del previsto. L'amministratore delegato di NHS England, Simon Stevens, aveva chiarito, con un discorso provocatorio ma di alto profilo, che il servizio sanitario nazionale aveva bisogno di un aumento di bilancio di 4 miliardi di sterline. Ma il cancelliere ha assegnato appena 1,6 miliardi di sterline, come parte di 2,8 miliardi di sterline in più che dovrebbe assegnare tra ora e il 2019-20. I ministri sono convinti che si sia trattato di un buon accordo, data la consistenza delle finanze pubbliche. Ma Stevens ha chiarito che era molto impressionato perchè: "I fondi extra che il cancelliere ha trovato per il servizio sanitario nazionale sono benvenuti e contribuiranno in qualche modo a colmare il divario di finanziamento ampiamente accertato. Tuttavia, non possiamo più evitare il difficile dibattito su ciò che è possibile fornire ai pazienti con i soldi disponibili".

Il consiglio dell'NHS England dovrà affrontare questa discussione."Inoltre, il professor Sir Bruce Keogh, il direttore sanitario nazionale del NHS, ha anche affermato che: " il deficit di finanziamento del NHS, costringerà a definire con chiarezza ciò che il pubblico può o non può aspettarsi dal NHS. Le liste di attesa più lunghe sono inevitabili".

Cosa significano in realtà queste affermazioni? Molti sono ormai convinti che giovedì l'NHS England presenterà, in termini potenzialmente dolorosi ciò che sarà l'impatto del sottofinanziamento del NHS, dato il budget prefissato dal Governo per il 2018. Ciò potrebbe includere: maggiori ritardi nell'accesso al trattamento, in particolare le operazioni non urgenti in ospedale; maggiore razionamento di farmaci, di alcune forme di chirurgia e di altri trattamenti; nonché che il NHS non garantisce più i tempi di attesa massimi per particolari tipi di trattamento, come quattro ore per l'assistenza A & E, 18 settimane per le operazioni programmate e 62 giorni per il trattamento del cancro.

L'incontro della prossima settimana è significativo perché fino a poco tempo fa Stevens ha sostenuto, con alcune riserve, l'opinione del governo secondo cui il servizio sanitario nazionale può diventare più efficiente e continuare il suo buon lavoro con i finanziamenti che i ministri hanno previsto. Ma Stevens dopo averci provato e riprovato ad efficientare tutto il possibile non lo dice più.

Era abbastanza chiaro nel suo discorso all'inizio di questo mese che il servizio sanitario nazionale era già altamente efficiente, ma ormai con 30 miliardi di sterline in meno del necessario per svolgere correttamente il proprio lavoro è sull’orlo del collasso.

Organismi indipendenti esperti, tra cui l'Office for Budget Responsibility, sostengono che il NHS dovrà ricevere più di 20 miliardi di sterline entro la fine di questo parlamento nel 2022, oltre agli 8 miliardi di sterline in più previsti nell'ambito dei piani attuali. L'Istituto per gli studi fiscali e i principali think tank per la salute concordano ampiamente.

Stevens ha dichiarato alla conferenza annuale di NHS Providers, che rappresenta i trust ospedalieri in Inghilterra: "Ora qualcuno potrebbe dire che stiamo spendendo meno della media europea. Ma non possono essere la spesa sanitaria greca o quella portoghese il punto di riferimento per la Gran Bretagna. Se invece pensiamo che la Gran Bretagna moderna dovrebbe assomigliare più alla Germania o alla Francia o alla Svezia, allora stiamo sottofinanziando il nostro servizio sanitario di £ 20bn - £ 30bn all'anno".

"Voglio essere chiaro: il governo ha sostenuto giustamente il servizio sanitario nazionale in tempi difficili". "Ha protetto il budget NHS subito dopo il crollo finanziario e ha finanziato una crescita modesta da allora." Il budget NHS è aumentato di circa l'1% all'anno ogni anno dal 2010, ma questo è molto meno del suo tasso di crescita storico di quasi il 4% all'anno.

Tuttavia, Stevens ha poi aggiunto: "Ma il tasso di crescita è destinato a scendere il prossimo anno e l'anno successivo". Ai sensi dei piani di finanziamento governativi, al momento la spesa procapite della popolazione in Inghilterra sulla salute è destinata a scendere nel 2018-19 - anno che comprende il 70esimo compleanno del NHS, che cade il 5 luglio del prossimo anno. Infine ha concluso dicendo: "Dopo sette anni di costrizione comprensibile, ma senza precedenti, sull'attuale prospettiva di bilancio, il Servizio sanitario nazionale non può più fare tutto ciò che gli viene chiesto". Secondo Stevens, i piani di finanziamento del governo significano che i servizi NHS non otterranno gli aumenti nel numero di infermieri e altro personale di cui hanno bisogno e che i servizi chiave sarebbero "ridimensionati e arretrerebbero", nonostante la crescente domanda di assistenza.

Le liste di persone in attesa di un'operazione crescerebbero da 4,1 milioni a 5 milioni entro il 2021. I ministri sono molto arrabbiati con Stevens e ritengono che sia" senza precedenti, che un dirigente nazionale NHS, dica apertamente che è impossibile raggiungere gli obiettivi ed essere così apertamente ai ferri corti con il governo ".

Il discorso di Stevens e la nuova attenzione per evidenziare gli effetti dannosi del "sottofinanziamento" del NHS hanno suscitato rabbia, sospetto e paura tra i ministri, i consulenti e i dipendenti pubblici. C'è una tensione senza precedenti tra il NNS e il governo. Tuttavia, il Governo di Theresa May non può licenziare Stevens, che è nel suo ruolo da aprile 2014, anche se lo volesse. Solo il consiglio dell'NHS dell'Inghilterra può farlo per la legge che regola il ruolo del Direttore generale del NHS, e non è probabile che ciò accada, perché il grido di allarme di Stevens è generale e il popolo inglese sa che il suo NHS non lo protegge più come prima.

Se crolla il NHS il Governo dei tory è fortemente in discussione, Stevens però non se la sente di bleffare con il diritto alla salute dei cittadini e perciò combatterà fino in fondo una battaglia difficilissima, l’augurio è che vinca per la salute del popolo inglese e per ciò che rappresenta nel mondo il modello universalistico del NHS.

Grazia Labate
Ricercatore in economia sanitaria, già sottosegretario alla Sanità

Usa. Con la riforma del fisco passa anche emendamento che cancella obbligo assicurazione sanitaria previsto dall’Obamacare

I repubblicani hanno inserito un emendamento nella riforma del fisco votata in questi giorni al Senato che elimina l'obbligatorietà di un'assicurazione sanitaria, un passaggio verso l'obiettivo di smantellare dell'Affordable care act (Aca). Il rischio, anticipato negli scorsi mesi dall'Ufficio per il Bilancio del Congresso, è che 13 milioni di persone potrebbero perdere la loro copertura sanitaria entro il 2027. Gli Stati più a rischio sarebbero proprio quelli che hanno votato per Trump nel 2016

Da Quotidianosanità.it del 3-12-2017

L'approvazione della riforma fiscale da parte del Senato Usa, è stata presentata dal presidente Donald Trump come "il più grande taglio delle tasse nella storia". Ma anche per l'Obamacare cambierà qualcosa a seguito di un emendamento repubblicano alla legge che elimina l'obbligatorietà di un'assicurazione sanitaria, un passaggio verso l'obiettivo di smantellare dell'Affordable care act (Aca), dell'amministrazione Obama.

Il rischio, anticipato negli scorsi mesi dall'Ufficio per il Bilancio del Congresso, è che 13 milioni di persone potrebbero perdere la loro copertura sanitaria entro il 2027. Queste ripercussioni, secondo alcuni analisti politici, potrebbero colpire più duramente quegli stati che hanno votato per Trump nel 2016. Alaska, Iowa, Missouri, Nebraska, Nevada e Wyoming sono stati identificati come gli stati a rischio da un'indagine del LA Times.

Il disegno di legge deve ancora essere approvato alla Camera dei rappresentanti che è comunque controllata dal Partito repubblicano. Non si attendono quindi grandi sorprese, data la forte impopolarità dell'Obamacare tra la maggioranza repubblicana. Intanto, però, un gruppo di repubblicani moderati sta pianificando un disegno di legge bipartisan con l'obiettivo di stabilizzare i mercati assicurativi in caso di rottamazione dell'Aca. Non sono da escludersi in tal senso possibili conflitti con gli intransigenti GOP anti-Obamacare.

'Amore' contro il cancro, Alleanza del Sud frena i viaggi della speranza

Da AdnKronos.com del 2-12-2017

Sanità del Sud alla riscossa, per garantire cure anticancro 'doc' e abbattere il fenomeno dei viaggi della speranza. Arginare la fuga dei malati verso Nord è l'obiettivo di 'Amore', Alleanza mediterranea oncologica in rete, nata per volontà dei 3 principali Istituti oncologici del Mezzogiorno: l'Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli, l'Istituto tumori di Bari Irccs Giovanni Paolo II e il Centro di riferimento oncologico della Basilicata Crob di Rionero in Vulture (Potenza).

I loro direttori generali Attilio Bianchi, Antonio Delvino e Nicolò Cugno hanno firmato il 29 novembre a Bari la prima convenzione interregionale Campania-Puglia-Basilicata. L'obiettivo è "tracciare la rotta per un nuovo modello di sanità in grado di coniugare i canoni di buona amministrazione con i bisogni assistenziali in continua evoluzione".

Nove i punti dell'intesa: creare una Rete interregionale di Istituti oncologici che, attraverso una collaborazione sistematica, il confronto e lo scambio di competenze ed expertise, assicuri il costante miglioramento della qualità, dell'appropriatezza e dell'efficacia delle cure e dei servizi erogati; avviare un percorso per la costituzione di una Fondazione; definire una piattaforma tecnologica comune per raccogliere in maniera omogenea dati clinici e gestionali a sostegno della ricerca e della costruzione di un sistema comune di indicatori da utilizzare per la valutazione dell'efficienza; realizzare progetti di formazione e ricerca preclinica e/o clinica in vari settori correlati all'oncologia.

Ancora: promuovere modelli organizzativi innovativi incentrati sull'etica clinica, la clinical governance, la condivisione delle policy, l'appropriatezza e l'economicità delle risorse; condividere i principi ispiratori dei Pdta (Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali); sviluppare attività comuni nell'ambito della ricerca sanitaria e biomedica; realizzare progetti estero-finanziati, a valere in particolare su Fondi comunitari; intraprendere un percorso sinergico per l'accreditamento a Comprehensive Cancer Center per ciascuna delle parti.

"La nascita di questa alleanza - commenta Bianchi - rappresenta una svolta per il nostro Istituto, ma più in generale per la sanità del Sud Italia. Siamo sicuri che la sinergia tra competenze scientifiche porterà non solo allo scambio di informazioni e conoscenze, e quindi a nuove progettualità, ma a ridurre la migrazioni di pazienti verso le regioni del Nord".

Nella battaglia al tabacco in campo anche James Bond

Da CORRIERE DELLA SERA del 3-12-2017

 

II professor Marco Aloisio, chirurgo toracico all'Humanitas e presidente della sezione provinciale di Milano della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori), ha voluto rispondere alla lettrice Paola Peretti che due settimane fa in questa rubrica si chiedeva angosciata cosa si può fare per convincere i tanti ragazzini che vede fumare all'uscita dalle scuole, a smettere. O, meglio ancora, a nemmeno incominciare.

Scrive dunque il professore Aloisio che la Lilt si occupa attivamente di questo grande problema perché (nella sua lettera la frase è in neretto) «il fumo rimane la più grande minaccia a livello mondiale per la salute». Il primo intervento — di tipo giocoso — denominato «Agenti ooSigarette», riguarda le elementari della città e della provincia di Milano, ed è condotto da educatori formati in scuole di teatro che periodicamente incontrano gli alunni delle classi quarte e delle quinte. L'ambizione di questo lavoro abbastanza capillare è far crescere una intera generazione di non fumatori. E soltanto nel corso di quest'anno tredicimila bambini delle elementari sono diventati «Agenti ooSigarette».

Il secondo intervento, ben più difficile, tenta di coinvolgere gli adolescenti delle scuole secondarie che già fumano o hanno una gran voglia di cominciare, e sono purtroppo numerosissimi come faceva per l'appunto notare la signora Peretti. «Dall'ultima indagine Doxa che abbiamo commissionato in occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco, lo scorso 31 maggio scrive ancora il professore Aloisio — è emerso che il 25 per cento dei giovani milanesi tra i 15 e i 24 anni è fumatore, e che il sessantasette per cento non ha alcuna intenzione di smettere. Con gli adolescenti è difficile ottenere qualche risultato se ci si limita a ripetere che il fumo è dannoso; per fare breccia presso di loro occorre proporre un ragionamento più ampio sull'educazione alla salute e a un corretto stile di vita (non dimentichiamoci, per esempio, dell'alcol, del cibo spazzatura e, naturalmente, degli stupefacenti). Ragionamento che la Lilt affronta in incontri con psicologi, sociologi e pubblicitari che dialogano con i ragazzi sull'importanza di essere liberi dalle dipendenze. Ma la differenza — sottolinea ancora il professore —la fa soprattutto il buon esempio di noi adulti, genitori, insegnanti, educatori che per primi dovremmo adottare stili di vita salutari».

Le indicazioni del dottor Aloisio — che nel suo lavoro vede tutti i giorni i gravissimi danni causati dal tabacco al corpo umano — offrono a genitori ed educatori una possibile traccia da seguire per evitare che i figli adolescenti si mettano a fumare illudendosi che una sigaretta tra le dita lasci intendere di essere grandi e liberi.

Senza, però, dimenticare l'ultima osservazione del chirurgo riguardante l'esempio: che può essere salvifico oppure micidiale, a seconda.

ibossi@corriere.it

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Tumore, nuove strategie per migliorare la tutela dei pazienti

Il 5% della popolazione italiana ha il cancro e le stime segnalano che il 60% dei malati sopravvive a 5 anni e più. Adesso però diverse Associazioni chiedono percorsi assistenziali per colmare il divario che c'è tra le diverse regioni

Da la Repubblica.it del 1-12-2017

Il cancro rappresenta la principale malattia a livello mondiale, come emerge dai dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), e in Italia a conviverci sono oltre 3 milioni di persone, il 5% della popolazione. Fra queste 369mila sono nuovi casi diagnosticati. Benché il tasso di sopravvivenza cresca ogni anno – il 60% di chi ha il tumore, infatti, raggiunge e supera i 5 anni - rimangono delle disparità nel trattamento tra le Regioni. Da questo punto è partita l'iniziativa di Salute donna onlus che, con 17 associazioni di pazienti, ha presentato il progetto "La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere". La proposta è quella di un Accordo di legislatura che arriverà sui tavoli di tutti i partiti che si presenteranno alle prossime elezioni legislative e regionali e sarà oggetto di discussione e di confronto con tutti gli attori del sistema salute.

"L'Accordo di legislatura vuole essere una sorta di programma politico sulle patologie oncologiche - spiega Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna Onlus, l'Associazione pazienti che coordina il progetto 'La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere' - dalle Reti Oncologiche alle Breast Unit, dallo psico-oncologo al Centro di assistenza e servizi, dal programma 'Guadagnare Salute' sugli stili di vita alla lotta alle fake news, il paziente oncologico è oggi al centro di un universo che necessita di politiche attente e dedicate. Come Associazioni pazienti vigileremo affinché tutto ciò avvenga nel rispetto dei vincoli e della sostenibilità del nostro Sistema sanitario".

I PUNTI DELL'ACCORDO DI LEGISLATURA

I 15 punti dell’Accordo affrontano temi fondamentali, quali il Piano oncologico nazionale (scaduto nel 2016 e non ancora rinnovato), le Reti oncologiche, i Registri tumori, le Breast Unit, i Pdta (percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali) e il Team multidisciplinare nella gestione a 360° del paziente oncologico: "Questo Accordo contiene elementi di dibattito che sono costanti nell'universo dell'oncologia, ma ha il pregio della sintesi e della chiarezza negli obiettivi - spiega Paolo Marchetti, direttore U.O.C. oncologia medica presso l'ospedale Sant'Andrea di Roma - . I percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali, ad esempio, sono stati approvati in molte Regioni" ma si tratta spesso di strutture che non sempre assolvono alla loro 'missione'. Questo per una serie di ragioni, spiega Marchetti, come "la mancanza di un soggetto dedicato all'applicazione pratica delle decisioni del 'percorso', l'estrema frammentazione dei sistemi informatici, che rende pressoché impossibile ottenere una reale e qualificata attività d’integrazione delle informazioni, inficiando il risultato della discussione interdisciplinare. Tutto questo si può decisamente migliorare".

Tra gli altri punti presi in considerazione dall'Accordo ci sono: i Centri accoglienza e servizi, il fondo per i farmaci oncologici innovativi, i test diagnostici e l'accesso agli studi clinici, la psico-oncologia, le campagne di comunicazione sugli screening oncologici e gli stili di vita, fino all'annoso fenomeno delle fake news.

L'INDAGINE SULLA PRESA IN CARICO DEL PAZIENTE ONCOLOGICO

Nel corso dell'iniziativa, è stata presentata un'indagine che fotografa lo stato dell'arte della presa in carico e cura del paziente oncologico e onco-ematologico nella Regione Puglia, grazie al contributo di 25 oncologi e 12 ematologi responsabili delle Unità di oncologia ed ematologia regionali negli ospedali e nelle AA.SS.LL pugliesi.

"Dalle risposte emerge un quadro complessivo certamente incoraggiante, per la presenza di Gruppi Multidisciplinari di Patologia attivi in numerosi Centri", dichiara Vito Lorusso, direttore U.O.C. oncologia medica, Istituto Tumori G. Paolo II di Bari, che aggiunge: "Esiste un'offerta oncologica giudicata di buon livello su tutto il territorio, con alcuni aspetti che potrebbero essere perfezionati. L'istituzione della struttura organizzativa di coordinamento dell’attività dei Centri oncologici avrà un impatto positivo sia attraverso l'implementazione dei Gruppi multidisciplinari, sia soprattutto di Pdta con valenza regionale".

L'indagine svolta in Puglia sarà replicata in altre Regioni d'Italia proprio per sottolineare le disparità di trattamento e individuare strategie per eliminarle. Il filo rosso sarà sempre quello delle Reti oncologiche ed ematologiche – ad oggi attuate compiutamente solo in 6 Regioni (Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Valle d'Aosta, Umbria) – che richiederanno nel corso della prossima legislatura un'attenzione molto particolare e un impegno realmente costante.

Di Sara Pero

La sarcopenia è associata a una peggior qualità della vita e alla depressione nei pazienti con cancro avanzato

Recentemente, l'uso di metodi standardizzati per la valutazione della composizione corporea, tra i quali la tomografia computerizzata, ha facilitato la comprensione della reale prevalenza della cachessia neoplastica. La cachessia è un quadro sindromico con un’incidenza pari al 50-80% nei pazienti affetti da malattia oncologica ed è responsabile della morte di almeno il 20% di essi. L'eziologia è multifattoriale e complessa, mediata in parte da citochine pro-infiammatorie e da fattori specifici derivanti dal tumore che, per mezzo delle proteine della fase acuta comportano un’importante perdita del muscolo scheletrico anche in presenza di un'adeguata assunzione di cibo e di normali livelli di insulina. La caratteristica fenotipica più rilevante della cachessia è appunto la perdita di massa muscolare (sarcopenia) con comparsa o progressivo peggioramento di astenia, stanchezza, alterazione della funzione fisica, riduzione della tolleranza ai trattamenti, compromissione della qualità della vita e riduzione della sopravvivenza. La sarcopenia può essere presente nel 20-70% dei casi secondo il tipo di tumore. Ci sono prove evidenti che la sarcopenia aumenta il rischio di tossicità per molti farmaci chemioterapici. In questo studio gli autori hanno dimostrato ancora una volta come la sarcopenia, valutata con scansioni di tomografia assiale acquisita nell'ambito delle valutazioni cliniche di routine, sia altamente diffusa nei pazienti con neodiagnosi di malattia neoplastica avanzata. In particolare, gli autori hanno confermato come lo stato cachettico del paziente e, in particolar modo, la sarcopenia sia associata a una peggior qualità della vita e depressione rispetto ai pazienti oncologici non sarcopenici. Questi risultati evidenziano l'importanza di un costante assetto morfologico e nutrizionale nei pazienti oncologici alla diagnosi e durante terapie ‘disease-oriented’. Lo studio inoltre sottolinea come la sarcopenia sia un reale problema nella popolazione oncologica, troppo spesso non valutato o misinterpretato in un contesto di ‘cluster symptoms’ e quindi meritevole di studi clinici dedicati ad ampliare le conoscenze e a sviluppare adeguate strategie di diagnosi e prevenzione del fenomeno.


Ryan D. Nipp, Georg Fuchsc, Areej El-Jawahria, Julia Mariod, Fabian M. Troscheld, Joseph A. Greere, Emily R. Gallaghera, Vicki A. Jacksonf, Avinash Kambadakoned, Theodore S. Hongb, Jennifer S. Temela,[Link] and Florian J. Fintelmann

The Oncologist, September 21, 2017

Link all'abstract

Sarcopenia Is Associated with Quality of Life and Depression in Patients with Advanced Cancer

 

 

© AlphaMed Press 2017

 

 

 

cachessia neoplastica

Povertà sanitaria, uno su tre non va dal medico

Da il venerdì di Repubblica del 1-12-2017

Ci continuano a dire che siamo usciti dalla crisi economica degli ultimi anni, eppure la povertà  assoluta in Italia continua a crescere: è arrivata a colpire quasi 5 milioni di persone, il 6,3 per cento della popolazione. E così aumenta anche la povertà sanitaria»: il numero delle persone che non possono permettersi farmaci e visite mediche, neanche pagando solo il ticket.

Chi è benestante spende in media 695 euro l'anno per curarsi, 13 euro in più dell'anno scorso; gli indigenti solo 106, ovvero 14 euro in meno del 2016 (dati Istat). E anche fra coloro che non sono poveri in senso stretto, una persona su tre è costretta a rinunciare almeno una volta l'anno (spesso di più) a visite mediche ed esami.

Questo emerge dal Rapporto 2017 - Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci, promosso dalla Fondazione Banco Farmaceutico, onlus che raccoglie medicinali donati e li affida agli enti assistenziali perché li dispensino a chi ne ha bisogno. A un'utenza che sta cambiando: se da una lato diminuiscono gli anziani (sui quali si concentra il nostro welfare), dall'altro aumentano gli stranieri, ma anche i minorenni - per la maggior parte italiani - che rappresentano il 21,6 degli assistiti. A ricevere oltre un milione di confezioni di farmaci, quest'anno, sono stati 1.772 enti, che a loro volta li hanno distribuiti a oltre

580 mila persone (il 12 per cento dei poveri assoluti). Il che vuol dire una media di due confezioni a testa: un aiuto spesso insufficiente, che va incrementato. Così come il numero delle persone assistite: aiutare il 12 per cento degli indigenti non basta. A fare donazioni al Banco Farmaceutico sono soprattutto le aziende che i farmaci li producono.

Ma anche farmacie e cittadini sono fondamentali: oggi 29 punti vendita aiutano a recuperare i medicinali ancora validi acquistati dalle famiglie e non utilizzati. E 3.851 partecipano alla Giornata di raccolta farmaci, in febbraio, quando il pubblico è invitato ad acquistare medicine da donare (lo hanno fatto 300 mila persone). Ora il Banco chiede a nuove farmacie e altri cittadini di aderire fin da ora. E cerca volontari che aiutino nella raccolta. Info: bancofarmaceutico.org.

Antonella Barina

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Tumore del colon: assumere fibre allunga la vita anche dopo la diagnosi

Un’alimentazione ricca di fibre aiuta a prevenire il tumore del colon. Ora uno studio dell'Harvard Medical School mostra che può avere un impatto anche sulla sopravvivenza

Da la Repubblica.it del 30-11-2017

Sapevamo che un’alimentazione ricca di fibre aiuta a prevenire il cancro del colon. Ora sappiamo che l’assunzione costante di cereali integrali, verdura, legumi e ortaggi riduce anche la mortalità di chi un tumore l’ha già avuto. Insomma, che un introito adeguato di fibre agisce anche sulla storia della malattia, oltre che sul rischio di ammalarsi. Infatti, secondo uno studio pubblicato sul Jama Oncology, un'alimentazione ad alto contenuto di fibre vegetali si associa a una mortalità più bassa dopo la diagnosi.

Più esattamente a ogni 5 grammi in più di fibre al giorno corrisponderebbe il 22% di probabilità in meno di morire a causa della patologia, e una riduzione del 16% dei decessi per altre cause, diverse dal tumore. In particolare sarebbero associate ai migliori risultati di sopravvivenza le fibre dei cereali integrali (33% in meno delle probabilità di morire per cancro, 22% in meno per altri motivi).

Lo studio. Gli autori della ricerca – epidemiologi, oncologi e nutrizionisti di diversi centri guidati dall'Harvard Medical School di Boston (Usa) – hanno seguito per 8 anni le storie cliniche e gli stili di vita di oltre 1500 uomini e donne, mediamente di 68 anni e con cancro del colon non metastatico, sottoponendoli periodicamente a questionari sia sulla quantità di fibre totali assunte che sulle fonti. “Si tratta di un lavoro molto interessante, che appartiene all’insieme di studi, sempre più numerosi, che documentano quanto modificare gli stili di vita, e quindi anche la dieta, si associ a risultati di sopravvivenza. È il primo studio che valuta su un campione così ampio non il rischio di ammalarsi in rapporto all’alimentazione, ma l’associazione che c’è tra alimentazione, in questo caso introito di fibre, ed evoluzione della malattia”, dice Paolo Marchetti, direttore dell’Oncologia Medica all'Ospedale Sant’Andrea di Roma.

Perché il microbiota conta.Spesso – riprende l’oncologo – chi ha già avuto un tumore, dopo l’intervento e le cure riprende lo stile di vita di prima della diagnosi. C’è anche chi riprende a fumare, tanto per dire, e naturalmente chi ricomincia a mangiare in maniera non salutare. Invece le abitudini sbagliate non solo agiscono sul rischio di ammalarsi, ma anche su quello di riammalarsi, inoltre riducono l’efficacia delle terapie. A questo proposito è stato chiaramente dimostrato che avere un microbiota intestinale integro (il microbiota è la comunità dei microrganismi che popolano il nostro apparato digerente, la cui composizione viene modificata dall’alimentazione, ndr) migliora l’efficacia degli immunoterapici. Noi siamo tutt’uno con quello che mangiamo, e in genere con i nostri stili di vita”.

Non è mai troppo tardi per cambiare abitudini. Un altro punto importante che il nuovo studio ha messo in evidenza è che non è mai troppo tardi per cambiare abitudini. “È così”, sottolinea Marchetti: “Infatti, ad aver avuto benefici in termini di sopravvivenza dall’assunzione di fibre è stato non soltanto chi già prima di ammalarsi ne consumava molte e ha continuato a farlo dopo, ma anche chi ha cominciato ad assumerne in dosi adeguate dopo la diagnosi. Questo vuol dire che modificare il proprio stile di vita funziona sempre. Peraltro, i numeri sono alti: una buona alimentazione adottata dopo il tumore abbatte anche del 30 per cento la mortalità dovuta al cancro. È il caso dei cereali integrali”.

Non sottovalutare l'effetto preventivo. “Ora – continua il medico – se cambiare le abitudini alimentari è così importante per chi un tumore l’ha già avuto o ce l’ha, come indica questo lavoro, pensiamo a quanto può esserlo per chi invece non si è mai ammalato, cioè per prevenire la malattia oncologica”.

I meccanismi non sono noti. Sui meccanismi molecolari alla base del vantaggio di sopravvivenza che le fibre conferiscono a chi ha avuto una diagnosi di cancro del colon non abbiamo certezze. Né, sembrerebbe, ipotesi. Samantha Hendren, ricercatore e chirurgo del colon-retto all’Università del Michigan di Ann Arbor commenta a Reuter: “Mentre è possibile che le fibre abbiano effetti positivi sul metabolismo e quindi proteggano dall’ammalarsi di cancro (…), la ragione per cui chi già è affetto vivrebbe più a lungo non è chiara”.

Di Tina Simoniello

Tumori: i 15 punti per migliorare la gestione dei pazienti oncologici

Presentato un accordo di legislatura fra 17 associazioni pazienti e la politica nazionale e regionale che si configura come un vero e proprio programma politico a supporto dell’oncologia

Da LiberoQuotidiano.it del 30-11-2017

Ogni giorno nel nostro paese mille persone ricevono una diagnosi di tumore maligno. Solo nel 2017 sono stati stimati 369 mila nuovi casi di cancro e i dati parlano di oltre 3 milioni e 300 mila persone che convivono con una patologia oncologica, il 5 per cento della popolazione italiana.

Migliorare la vita di questi cittadini con una presa in carico efficiente in tutte le regioni tenendo conto della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn) è l’obiettivo del nuovo accordo di legislatura presentato negli scorsi giorni a Roma. Stipulato tra le 17 associazioni pazienti aderenti al progetto ‘La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere’ e i politici nazionali e regionali che oggi fanno parte degli intergruppi parlamentari e consiliari del progetto, l’accordo delinea in 15 punti un percorso assistenziale ideale per i pazienti oncologici e onco-ematologici ed è finalizzato a ottimizzare la loro migliore presa in carico e cura.

“L’accordo di legislatura vuole essere una sorta di programma politico sulle patologie oncologiche - dichiara Annamaria Mancuso, presidente di Salute donna onlus, l’associazione pazienti che coordina il progetto - dalle reti oncologiche alle breast unit, dallo psico-oncologo al centro di assistenza e servizi, dal programma ‘Guadagnare salute’ sugli stili di vita alla lotta alle fake news, il paziente oncologico è oggi al centro di un universo che necessita di politiche attente e dedicate. Come associazioni pazienti vigileremo affinché tutto ciò avvenga nel rispetto dei vincoli e della sostenibilità del nostro Ssn”. Il documento sarà presto fatto pervenire sui tavoli di tutti i partiti che si presenteranno alle prossime elezioni legislative e regionali e sarà oggetto di discussione e di confronto con tutti gli attori del sistema salute.

“Questo accordo contiene elementi di dibattito che sono costanti nell’universo dell’oncologia, ma ha il pregio della sintesi e della chiarezza negli obiettivi - ha dichiarato Paolo Marchetti, ordinario di oncologia medica e direttore dell’unità operativa complessa di oncologia medica presso l’ospedale Sant’Andrea di Roma – i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta), ad esempio, sono stati approvati in molte regioni; tuttavia nella loro attuazione molto spesso si esauriscono in una definizione di mandato più che in una identificazione concreta di trattamento.

Ciò per una serie di ragioni: l’assenza della figura dell’oncology case manager, che sarebbe meglio definire care manager, cioè un soggetto dedicato all’applicazione pratica delle decisioni del Pdta, l’estrema frammentazione dei sistemi informatici, che rende pressoché impossibile ottenere una reale e qualificata attività d’integrazione delle informazioni, inficiando il risultato della discussione interdisciplinare. Tutto questo si può decisamente migliorare”.

Secondo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il cancro è la principale malattia a livello mondiale con 14,2 milioni di nuovi casi nel 2012 e una proiezione di oltre 21,6 milioni del 2030. Secondo il rapporto dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e Associazione italiana dei registri tumori (Artum) le 5 neoplasie più frequenti nel 2017 sono quelle del colon-retto (53 mila nuovi casi), seno (51mila), polmone (41.800), prostata (34.800) e vescica (27 mila). Il tasso di sopravvivenza cresce ogni anno e oggi oltre il 60 per cento dei pazienti ha una sopravvivenza che raggiunge e può superare i 5 anni. Permangono purtroppo sul territorio nazionale notevoli disparità di trattamento dovute alle diverse gestioni delle singole regioni, che determinano tempi e qualità della prestazione profondamente diversi. In questa prospettiva la presa in carico del paziente è un momento strategico e può segnare la qualità del percorso terapeutico.

I 15 punti dell’Accordo trattano temi fondamentali, quali il Piano oncologico nazionale (scaduto nel 2016 e non ancora rinnovato), le reti oncologiche, i registri tumori, le breast unit, i pdta e il team multidisciplinare nella gestione a 360° del paziente oncologico. E ancora: i centri accoglienza e servizi, il fondo per i farmaci oncologici innovativi, i test diagnostici e l’accesso agli studi clinici, la psico-oncologia e le disparità regionali di accesso alle cure, le campagne di comunicazione sugli screening oncologici e gli stili di vita, fino all’annoso fenomeno delle fake news. (MATILDE SCUDERI)

Legge di Bilancio, niente tassa sul fumo per finanziare le cure oncologiche

Ritirato l’emendamento che avrebbe aumentato l’accisa sui tabacchi. La quinta commissione del Senato ha concluso stanotte l’esame della manovra, approdata oggi in Aula

Da ABOUTPHARMA.com del 29-11-2017

Niente tassa di scopo sulle sigarette per finanziare le cure oncologiche. L’emendamento ad hoc alla legge di Bilancio è stato ritirato. L’aumento delle accise sui tabacchi resta dunque fuori dal testo della manovra, licenziato stanotte dalla Commissione Bilancio del Senato e approdato stamattina nell’Aula di

Palazzo Madama. Solo un con un intervento della Camera dei deputati la proposta potrebbe tornare in pista, ma l’ipotesi appare improbabile.

L’emendamento, condiviso da tutta la Commissione Igiene e Sanità del Senato, proponeva di aumentare la tassazione dei tabacchi per ricavare un extra-gettito di circa 600 milioni di euro. Risorse da ripartire tra il fondo per i farmaci oncologici innovativi (500 milioni) e il potenziamento delle rete di cure palliative e terapie del dolore (100 milioni) soprattutto in ambito pediatrico.

“Ho ritirato l’emendamento sulle accise sul tabacco, che peraltro aveva parere contrario del Governo, e mi auguro che la Camera in seconda lettura possa trovare le risorse indispensabili al Servizio sanitario nazionale”, ha spiegato la presidente della Commissione Sanità del Senato, Emilia Grazia De Biasi. Il Pd ha infatti ritirato tutti gli emendamenti sulla sanità, con l’impegno del Governo a trattare i nodi più spinosi a Montecitorio, dove la manovra deve ancora essere esaminata.

In passato, la proposta di una tassa di scopo sul fumo era avanzata dalla comunità scientifica e in particolare dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Un’idea condivisa da molte associazioni di pazienti e sostenuta dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Fino ad oggi gli appelli sono rimasti inascoltati.

Niente tassa sul tabacco per aiutare l'oncologia: un'occasione persa

Da CORRIERE DELLA SERA del 30-11-2017

La «tassa sul tabacco» per finanziare il fondo per i farmaci innovativi oncologici e le cure palliative, che era stata approvata all'unanimità con un emendamento della commissione Sanità del Senato, è stata ritirata. Il gettito previsto avrebbe dovuto coprire i 500 milioni del Fondo per le cure oncologiche, liberando così queste risorse, o almeno parte di esse, per altre necessità del Servizio sanitario nazionale.

Ufficialmente l'emendamento è stato ritirato dopo un parere del governo che sottolineava come non avrebbe realizzato l'incremento di gettito stimato. Può essere. Forse la debolezza dell'iniziativa consisteva nel non aver quantificato esattamente di quanto sarebbe stato necessario aumentare le accise. Detto questo rimane amaro constatare come non sia andata a buon fine un'iniziativa che non avrebbe potuto in ogni caso essere derubricata a banale gabella moralista, punitiva per i fumatori.

L'aumento del prezzo delle sigarette è stato più volte richiesto dall'Organizzazione mondiale di Sanità, che ha da poco ricordato come aumentare il costo del tabacco sia una misura efficace per far risparmiare agli Stati «miliardi di dollari e salvare milioni di vite».

L'Italia è uno dei Paesi industrializzati dove il fumo viene tassato meno, ed è un errore perché è stato dimostrato che aumentandone il prezzo il consumo si riduce e con esso non solo il cancro al polmone ma anche quelli del pancreas, del colon, della vescica e i tumori testa-collo. Per non parlare dei danni da fumo passivo, specie per la salute dei bambini.

Un prelievo sul costo di un pacchetto di sigarette oltre a rappresentare un disincentivo diretto al loro consumo e a contribuire a coprire i costi sempre più alti dei farmaci contro i tumori, sarebbe stato un segnale importante di continuità per il nostro Paese, che con la legge Sirchia si è posto all’avanguardia nel mondo in merito al fumo nei locali pubblici.

Peccato: un’occasione persa. Speriamo ci sia ancora modo per rimediare.

di Luigi Ripamonti

Rassegna stampa quotidiana

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Un accordo di legislatura per i pazienti oncologici

Da Healthdesk.it del 29-11-2017

Quindici punti che dettano le priorità di politica sanitaria per rispondere ai bisogni assistenziali dei pazienti oncologici e onco-ematologici.

È un vero e proprio accordo di legislatura quello presentato oggi dalle associazioni dei pazienti aderenti al progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” e i politici nazionali e regionali che oggi fanno parte degli Intergruppi parlamentari e consiliari del progetto.

«L’accordo di legislatura vuole essere una sorta di programma politico sulle patologie oncologiche», ha spiegato Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna Onlus, l’associazione pazienti che coordina il progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”. «Dalle Reti Oncologiche alle Breast Unit, dallo psico-oncologo al Centro di Assistenza e Servizi, dal programma “Guadagnare Salute” sugli stili di vita alla lotta alle fake news, il paziente oncologico è oggi al centro di un universo che necessita di politiche attente e dedicate. Come associazioni dei pazienti vigileremo affinché tutto ciò avvenga nel rispetto dei vincoli e della sostenibilità del nostro sistema sanitario».

Il documento sarà presto fatto pervenire sui tavoli di tutti i partiti che si presenteranno alle prossime elezioni legislative e regionali e sarà oggetto di discussione e di confronto con tutti gli attori del sistema salute.

«Questo accordo contiene elementi di dibattito che sono costanti nell’universo dell’oncologia, ma ha il pregio della sintesi e della chiarezza negli obiettivi», dichiara Paolo Marchetti, professore ordinario di Oncologia Medica, Direttore U.O.C. Oncologia Medica presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma.

«I PDTA, ad esempio, sono stati approvati in molte Regioni; tuttavia nella loro attuazione molto spesso si esauriscono in una definizione di mandato più che in una identificazione concreta di trattamento. Ciò per una serie di ragioni: l’assenza della figura dell’Oncology Case Manager, che sarebbe meglio definire Care Manager, cioè un soggetto dedicato all’applicazione pratica delle decisioni del PDTA, l’estrema frammentazione dei sistemi informatici, che rende pressoché impossibile ottenere una reale e qualificata attività d’integrazione delle informazioni, inficiando il risultato della discussione interdisciplinare. Tutto questo si può decisamente migliorare».

I 15 punti dell’Accordo trattano temi fondamentali, quali il Piano Oncologico Nazionale (scaduto nel 2016 e non ancora rinnovato), le Reti Oncologiche, i Registri Tumori, le Breast Unit, i PDTA e il Team multidisciplinare nella gestione a 360° del paziente oncologico. E ancora: i Centri Accoglienza e Servizi, il fondo per i farmaci oncologici innovativi, i test diagnostici e l’accesso agli studi clinici, la psico-oncologia, le campagne di comunicazione sugli screening oncologici e gli stili di vita, fino all’annoso fenomeno delle fake news.

«Questo accordo è un manifesto di politica sanitaria», ha detto Ruggero De Maria, direttore dell’Istituto di Patologia Generale dell’Università Cattolica di Roma e Presidente di Alleanza Contro il Cancro. «Nei limiti della sostenibilità del sistema può davvero costituire un programma ambizioso ma realizzabile».

'Farmaci, molecole 3D e modelli fisici: le nostre sfide di ragazze in laboratorio'

Da LA STAMPA del 29-11-2017

Chi l'ha detto che scienza non fa rima con donna? Anche se sono ancora i maschi a farla da padrone, la situazione sta cambiando. Una risalita che non deve, però, fare abbassare la guardia contro il pregiudizio che considera le donne «meno portate» verso materie come biologia e matematica.

Per smontare lo stereotipo sono nate nel mondo diverse iniziative. Una è «For Girls in Science» - in anteprima in Italia -, promossa da L'Oréal Italia e dal Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Obiettivo? Favorire la vocazione alle carriere scientifiche delle ragazze (e anche dei ragazzi) a partire dalle scuole superiori attraverso l'incontro con scienziate giovani ma già affermate e i loro racconti in prima persona.

Le statistiche svelano che in Italia la partecipazione femminile a percorsi formativi di tipo «Stem» (l'ormai famoso acronimo per «science, technology, engineering, mathematics») è nettamente inferiore rispetto a quella maschile. Sul totale degli iscritti al primo anno delle scuole di secondo grado negli istituti tecnici del settore tecnologico la percentuale femminile è appena del 16,3%. Non solo. Prendendo come riferimento i corsi di laurea nell'anno accademico 2014/2015, si registra una massiccia presenza femminile - ben il 75%- nell'area umanistica. Presenza che si affievolisce nell'ambito scientifico, raggiungendo il minimo storico - il 31%- nell'area di ingegneria e tecnologia.

Una differenza di genere che affonda le radici a livello culturale. «Se avessi dato retta alle voci e non al mio talento, oggi non sarei una scienziata. Ecco perché oggi siamo qui per raccontare che non bisogna avere paura del proprio valore», ha raccontato Carlotta Terruzzi, 24 anni: biologa all’Università di Milano Bicoccae ricercatrice all'Ifom nel settore degli inibitori farmacologi, è stata una delle testimonial dell'evento organizzato ieri al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Per il 70% degli italiani, infatti, le donne non sarebbero idonee a ricoprire posizioni scientifiche di alto livello.

Eppure di motivi per sostenerle ce ne sono molti. «Basta studiare un po' di storia della medicina per accorgersi che portano una firma femminile, per esempio, la scoperta del virus dell'Hiv e del gene Brca che predispone al tumore al seno o, nel campo dell'astrofisica, l'individuazione dell'idrogeno e dell'elio quali componenti-base delle stelle», ha spiegato dal palco Caterina Mogno, 25 anni, fisica dell'Università di Padova e impegnata nello sviluppo di modelli matematici per stimare l'impatto dei veicoli autonomi sull'ambiente. E tuttavia - ed è il dato più significativo - le donne, nel mondo, non rappresentano che il 25% dei dottori in scienze, meno del 30% delle ricercatrici e solo il 3% dei Nobel scientifici.

Come invertire la tendenza? L'Oréal ha le idee chiare e la parola d'ordine è «testimonianza»: dal 2014 oltre 170 giovani scienziate sono state reclutate come ambasciatrici per raccontare la bellezza della scienza alle ragazze delle scuole medie e superiori. Da ieri, con il primo incontro milanese, è arrivato il momento dell'Italia. «L'unico modo per convincerle a intraprendere una carriera scientifica - ha sottolineato Maria Enrica di Pietro, 31 anni, ricercatrice di chimica al Karlsruhe Institute of Technology in Germania e specializzata nell'indagine strutturale delle molecole - è raccontare l'esperienza di chi è riuscito: le nostre storie rappresentano la testimonianza più bella per infondere coraggio a tutte».

Daniele Banfi

La spesa per welfare e sanità è destinata a crescere ancora

Da Il Sole24 ORE FOCUS del 29-11-2017

«Ogni persona ha il diritto di accedere tempestivamente a un'assistenza sanitaria preventiva e terapeutica di buona qualità e a costi accessibili».

È questo l'impegno che hanno assunto il 17 novembre, a Goteborg, i leader europei con l'approvazione della Carta Ue dei diritti sociali, che al punto sedici pone l'attenzione sull'Assistenza sanitaria. Sullo stesso piano si pone la scelta del Governo italiano di misurare l'andamento dell'economia, andando al di là del Pil e inserendo – primo in Europa e nel G7 – 12 indicatori di benessere equo e sostenibile, quattro dei quali nella legge di bilancio. Dei dodici, tre hanno impatto sulla salute pubblica: le emissioni di CO2 e di altri gas clima alteranti, la speranza di vita in buona salute alla nascita e l'eccesso di peso.

Ciò diviene ancor più importante in questa fase, nella quale tutti gli indicatori e gli osservatori ci dicono che la crescita economica c'è, è una realtà. Ma una crescita che non si occupasse della qualità del modello economico sociale e lasciasse fuori gioco troppe persone che prospettiva può avere? Non rinunciamo, perciò, a pensare a un'economia capace di ridurre le disuguaglianze, sostenere la crescita e puntare ad una equa redistribuzione delle risorse. È in questo contesto che deve inserirsi una riflessione sul nostro sistema sanitario, che pure è uno dei migliori del mondo.

Da un lato, va ricordato che rispetto alla media europea la nostra spesa sociale è più contenuta. Questo divario si riduce se rapportato al Pil: l'Italia è al 9,4% contro il 10,4% dell'Europa Occidentale, ma assume contorni preoccupanti se confrontato con i ritmi di crescita. Negli ultimi 10anni la spesa sanitaria pubblica italiana è cresciuta dell’1% medio annuo contro il 3,8% degli altri Paesi dell'Europa Occidentale. Dall'altro lato, sappiamo che la spesa di welfare, e sanitaria è destinata a crescere. Lo dimostrano le nostre curve demografiche e i dati sull'aspettativa di vita: in Italia, gli uomini vivono in media più di 8o anni, quota che sale a quasi 85 anni per le donne. E’ un dato positivo, ma che impone anche una riflessione profonda sulle scelte di sanità pubblica, sempre più orientate al modello del long term care.

Si impone, a questo punto, una domanda decisiva: lo Stato sarà in grado di far fronte, da solo, a questa crescente domanda di welfare, mantenendone la qualità e la universalità? No! E non serve continuare a difendere un universalismo di facciata dietro al quale si celano profonde diseguaglianze e livelli decrescenti di assistenza.

Cosa possiamo fare per trasformare questo problema in un'occasione?

La prima strada è dare vita a un nuovo paradigma interpretativo che assuma l'invecchiamento della popolazione come una risorsa e non come un problema. Ciò è possibile grazie alla diffusione dell'idea di Silver Economy, l'insieme di servizi e di prodotti (non solo sanitari) destinati alla platea degli over 5o che Merrill Linch nel 2014 zstimava valesse 7mila miliardi di dollari all'anno.

Una seconda strada è di tipo fiscale. Abbiamo visto che ci sono margini di miglioramento dei costi che non sono tagli di servizi, anzi il contrario. È applicabile lo stesso principio alla fiscalità? E’possibile cioè ripensare alla riforma della fiscalità secondo principi di redistribuzione sociale. Che rapporto c'è tra il sistema di esenzioni e il reddito? Faccio un esempio. Non si favorisce un benessere equo e sostenibile se chi vive con una pensione sociale, e chi ha una condizione economicamente agiata hanno le stesse detrazioni? O, di fronte al ticket (salvo, ovviamente, gli incapienti)? Resta, a 50 anni, sempre valido l'insegnamento di don Milani, per il quale: «fare parti uguali tra disuguali» non è giustizia!

Ed è anche diseconomico.

Una terza strada è la condivisione. Lo Stato italiano deve essere in grado di siglare un nuovo Patto sociale con icittadini, basato sulla compartecipazione tra pubblico e privato. Penso algrande mondo del Terzo settore e all'attenzione legislativa che, finalmente, c'è. Penso al welfare aziendale o ai Fondi sanitari integrativi, frutto della contrattazione collettiva che lo Stato deve mettere in condizione di intercettare la massa consistente di quei 36 miliardi l'anno di spesa privata. Vanno in questa direzione gli incentivi fiscali previsti nella legge di bilancio 2017.

Siamo di fronte ad una sfida affascinante, che, come succede in ogni passaggio d'epoca passa attraverso una capacità di vision ee di innovazione. Il traguardo del benessere equo e sostenibile promosso dalle Nazioni Unite trova nella sanità uno dei suoi principali banchi di prova. L'Italia parte avvantaggiata. Ciò aumenta le nostre responsabilità ed il nostro impegno.

Sottosegretario al ministero dell'Economia

Pier Paolo Baretta

L'Italia non fa figli: meno 100 mila. Il caso bonus bebè

I dati Istat: il primo parto avviene dopo i 32 anni. Dentro il matrimonio il 70% delle nascite

Da CORRIERE DELLA SERA del 29-11-2017

Meno 107.142 neonati. Persi in otto anni. Tutti italiani. Neanche mezzo milione di bambini nati nel 2016 (473.438), di cui oltre centomila hanno almeno un genitore straniero. L'Italia non è un Paese con figli. Non aiuta le donne, non aiuta le famiglie e quindi nascono meno bambini. E quei pochi che arrivano sono destinati ad essere figli unici con mamma e papà non più giovanissimi. Impietosa ancora una volta la fotografia del nostro Paese fatta dall'Istat nella sua analisi sulla «Natalità e fecondità della popolazione residente». Un calcolo che ha rilevato le nascite nel nostro Paese dal 2008 al 2016 e che evidenzia una curva sempre più in discesa. Anche quella dei bimbi nati da genitori stranieri: 70 mila lo scorso anno, erano oltre 78 mila appena 6 anni fa.

«Le donne italiane in età riproduttiva — spiega l'analisi — sono sempre meno numerose e mostrano una propensione decrescente ad aver figli». Una scelta? Solo per pochissime, evidenzia l'Istat: «L'incidenza più alta delle donne che dichiarano che l'avere figli non rientra nel proprio progetto di vita si registra tra le 40-44enni (2,8%) e tra le più giovani (2,3% per le 18-24enni)». Si tratta però di «un fenomeno molto contenuto nel nostro Paese» dove «a determinare l'aumento della quota di donne senza figli sono più gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti familiari».

Colpa soprattutto della crisi economica, da cui tutto è partito, ma non solo. Adele Menniti, dell'Istituto di ricerche sulle popolazioni (Irpps) del Cnr: «L'Italia ha un problema di conciliazione della vita lavorativa con la genitorialità, mancano politiche di sostegno, strutture, ma anche un aiuto maggiore da parte del partner e una cultura più baby friendly: se si uniscono tutti questi tasselli si spiegano le difficoltà, oltre alle politiche bisogna sradicare una cultura, è un'impresa difficile».

Si esce più tardi di casa («difficoltà per i giovani nell'ingresso del mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso, difficoltà nel mercato delle abitazioni»...), ci si sposa molto meno e in età più adulta e il primo figlio nasce sempre più tardi.

I dati: dal 2008 al 2014 i matrimoni sono passati da 246.613 a 189.765. Sono risaliti solo negli ultimi anni fino a superare le 200 mila celebrazioni nel 2016 (203.258). Ma sale anche l'età media delle nozze: 34,9 per gli uomini, 31,9 per le donne. Quindi si diventa genitori più tardi: «Primi figli passati dai 283.922 del 2008 ai 227.412 del 2016». Ma, secondo l'lstat, in Italia ancora il 70% delle nascite è all'interno del matrimonio. Sono in crescita però i nati da genitori non sposati: 141.757 nel 2016, oltre duemila in più rispetto all'anno prima. «Il loro peso relativo è più che triplicato rispetto al 1995 e raggiunge il 29% nel 2016». Anche sui figli ci sono poi «due Italie» con donne senza bambini al Nord (1 su 4) e al Centro (1 su 5) e 1 su 3 con un solo figlio. Diversa la situazione al Sud, dove, pur in aumento le donne senza figli, «il modello con due bambini resta maggioritario: 57,1% al Sud e 55,1% nelle Isole».

E gli stranieri? Hanno avuto più figli degli italiani ma meno rispetto agli anni scorsi: poco più di 100 mila nel 2016. Sofia e Francesco anche nel 2016 sono stati i nomi più scelti dagli italiani, seguiti da Alessandro e Aurora. Sofia è piaciuto anche per le bimbe straniere, seguito da Sara, mentre per i maschietti Adam e Rayan hanno preceduto Youssef e David.

Claudia Voltattorni

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Influenza. Regno Unito leader nelle vaccinazioni nel 2015, col 71% degli over 65. Italia ferma al 48%, in regresso di quasi il 10% dal 2010

Tuttavia in Italia il tasso per centomila abitanti di mortalità per influenza è nella media Ue allo 0,40, contro il picco massimo del Liechtenstein al 7,40. In Italia record di medici (ma in diminuzione) dedicati alle malattie respiratorie: sono 3.400 in valore assoluto, ma per centomila abitanti l'Italia scende all'ottavo posto in classifica con poco più di 5,5 e il record spetta alla Grecia con 16,9 medici per centomila abitanti. Il report dell'Eurostat

Da Quotidianosanità.it del 27-11-2017

Gli Stati membri dell'UE hanno una serie di politiche diverse sulla vaccinazione del pubblico in generale, che sono spesso rivolte agli anziani. Una delle malattie per le quali esiste una vaccinazione è l'influenza, che colpisce soprattutto le persone in inverno.

Vi sono notevoli differenze tra gli Stati membri nelle vaccinazioni contro l'influenza: nel 2015 oltre i due terzi delle persone di età pari o superiore a 65 anni sono stati vaccinate nei Paesi Bassi (67%) e nel Regno Unito (71%), mentre circa il 2% è stato vaccinato in Lettonia, Bulgaria ed Estonia.

In Italia il dato Eurostat si ferma al 48,65%, con una riduzione netta rispetto ai risultati 2007: circa nove anni prima il tasso di vaccinazione degli over 65 nel nostro Paese era del 66,63%, ma è andato via via riducendosi fino a raggiungere quello regitrato attualmente da Eurostat.

Eurostat inserisce il dato sulle vaccinazione negli over 65 in un contesto più ampio in cui tratta dei decessi per patologie dell’apparto respiratorio.
Nel 2014 ci sono stati quasi 382 m ila decessi nell'Ue-28 a causa di malattie dell'apparato respiratorio, pari al 7,7% di tutti i decessi.

Analizzando il dato riferito all’influenza per centomila abitanti, l’Italia è in media Ue con lo 0,40 di decessi mentre all’estremo più alto c’è il Liechtenstein con il 7,40 e al più basso la Polonia con lo 0,05 per centomila abitanti.

Si potrebbe sostenere, secondo Eurostat, che molti dei decessi e alcuni dei costi associati alle epidemie influenzali potrebbero essere evitati attraverso una più ampia diffusione delle vaccinazioni influenzali. Tra gli Stati membri dell'Ue ci sono una serie di politiche diverse per rendere i vaccini disponibili al pubblico in generale e spesso sono specificamente mirati a gruppi di persone anziane.

Vedendo l'adozione di vaccini contro l'influenza tra persone di età pari o superiore a 65 anni secondo Eurostat è sorprendente che nella maggior parte degli Stati membri dell'Ue per i quali sono disponibili dati vi è stata una quota notevolmente inferiore degli anziani vaccinati contro l'influenza nel 2015 di quanto non fosse nel 2010. Le differenze maggiori (almeno 10,0 punti percentuali) sono state registrate in  Germania, Italia, Croazia e Slovacchia.

Grecia (2009-2014), Finlandia, Lituania, Portogallo, Lettonia ed Estonia sono stati gli unici Stati membri a registrare una percentuale più elevata di persone di 65 anni e più che sono state vaccinate contro l'influenza nel 2015 rispetto al 2010. Questo è stato anche il caso in Norvegia e in Serbia.

Ci sono anche notevoli differenze tra gli Stati membri dell'Ue in relazione al consumo complessivo di vaccini contro l'influenza, con oltre due terzi degli anziani vaccinati nei Paesi Bassi (66,8%) e nel Regno Unito (71,1%), mentre meno di 10 % della popolazione anziana è stata vaccinata in Polonia (2009-2014), Lettonia, Bulgaria (2008-2014) ed Estonia.

In tutta l'Ue nel 2015 (dati 2014 per il Belgio, nessun dato recente per Grecia o Paesi Bassi), i pazienti ricoverati con malattie dell'apparato respiratorio (codici di classificazione internazionale delle malattie (ICD) J00-J99) hanno trascorso un totale di 48,3 milioni di giorni in ospedale. Di gran lunga il numero più alto di giorni di ricoveri è stato speso negli ospedali tedeschi (21,9% del totale Ue), mentre il Regno Unito (13,6%), l'Italia (11,8%) e la Francia (10,2%) erano gli unici altri Stati membri dell'UE Stati a registrare azioni a due cifre.

Eurostat nelle sue statistiche analizza anche il numero di medici dedicati alle patologie respiratorie ogni 100mila abitanti nei vari Stati.
Nel 2015, nei 26 Stati membri d ell'Ue ce ne erano 23 mila per i quali sono disponibili dati (dati 2014 per Danimarca, Finlandia e Svezia, dati 2013 per la Repubblica Ceca, nessun dato per Ungheria e Slovacchia).

Il numero complessivo più elevato di medici specialisti in medicina respiratoria è stato registrato in Italia (3,4 mila), seguito da Francia (3,0 mila) e Regno Unito (2,7 mila). I medici della medicina respiratoria rappresentavano il 3,5% di tutti i professionisti specialisti in Grecia e il 2,9% in Romania - le percentuali più alte in tutti gli Stati membri per i quali sono disponibili dati, mentre rappresentavano l'1,0% di tutti i professionisti specializzati o meno in Croazia, Slovenia e Svezia (dati 2014).

Ma per centomila abitanti l'Italia scende all'ottavo posto in classifica con poco più di 5,5 e il record spetta alla Grecia con 16,9 medici per centomila abitanti.
E in generale c’erano tra 2,5 e 6,1 medici della medici na respiratoria ogni 100.000 abitanti in tutti gli Stati membri dell'Ue per i quali sono disponibili dati, con la Grecia (16,9 medici della medicina respiratoria ogni 100.000 abitanti), la Lituania (7,7 ogni 100. 000) e Bulgaria (7,2 per 100.000) al di sopra di questo intervallo, mentre Svezia (dati 2014), Irlanda e Slovenia erano al di sotto di questo.

Tra il 2010 e il 2015 il numero di questi medici per 100.000 abitanti è aumentato nella maggior parte degli Stati membri dell'Ue per i quali sono disponibili dati. Ci sono tuttavia quattro Stati membri in cui il numero di medici specialisti in medicina respiratoria è diminuito - Irlanda, Finlandia (2010-2014), Italia (2009-2015) e Lettonia; questo è stato anche il caso in Serbia (2010-2014) e nell'ex Repubblica iugoslava di Macedonia.

 

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Superticket, il taglio sarà mini. Soldi a chi cura i malati in casa

In arrivo un fondo ad hoc per chi presta assistenza ai familiari prossimi.
Disponibili 60 milioni ma ne servirebbero almeno 100 per il primo anno.
Mdp: "Troppo pochi"

Da la Repubblica del 28-11-2017

L'abolizione del superticket è un miraggio. Ci sono solo un po' di soldi per toglierlo ad alcuni cittadini non esenti ma in difficoltà economiche e forse non in tutto il Paese. Sono 60 i milioni messi insieme da Governo e maggioranza, cioè circa il 10% del valore totale della tassa sulle prestazioni sanitarie ambulatoriali. Quella che doveva essere un'operazione destinata a tenere ancorato Mdp alla maggioranza, esce piuttosto ridimensionata dopo la verifica delle disponibilità in cassa. L'emendamento che prevede il fondo di 60 milioni sarà votato oggi alla commissione Bilancio del Senato, come annunciato dal capogruppo Pd Giorgio Santini. La cifra teoricamente potrebbe aumentare un po' alla Camera.

«I tagli al superticket permessi da quel denaro non bastano, ma vedremo e valuteremo la misura quando ce la presenteranno - dice Maria Cecilia Guerra, presidente del gruppo Art.1-Mdp in Senato - Abbiamo calcolato che per l'abolizione sono necessari 5-600 milioni. Il superticket rende più care le prestazioni ambulatoriali pubbliche e spinge verso il privato i cittadini non esenti, cioè i ceti medi. Questo depaupera lo stesso servizio pubblico». Sempre da Mdp, la senatrice Lucrezia Ricchiuti dice che i 60 milioni sono «un po' poco a fronte degli annunci che si sono susseguiti negli ultimi giorni».

AI ministero della Salute hanno pronti da tempo una serie di piani da mettere in atto proprio nel caso in cui non si fossero trovate risorse sufficienti all'abolizione. In realtà si contava di avere per il primo anno almeno 100-200 milioni. La cifra a disposizione è molto più bassa e andrà deciso cosa fare. Un'idea è quella di suddividerla proporzionalmente tra le Regioni, così che queste intervengano sul superticket togliendolo ad alcune categorie di persone. La tassa, però, non viene solo applicata in modo diverso sul territorio nazionale, perché alcune Regioni aggiungono 10 euro al ticket ordinario e altre modulano il contributo extra in base al reddito, ma riguarda anche categorie di cittadini diverse a seconda della zona. Ad esempio ci sono realtà del Centro-Nord dove già oggi i giovani che non hanno mai lavorato sono esentati. Altrove invece pagano. Per questo una seconda ipotesi è quella di dare i fondi solo ad alcune Regioni, per rendere le esenzioni dal superticket più omogenee. Ma al ministero si è pensato anche a una misura per tutelare certe categorie di donne che hanno bisogno di determinate prestazioni sanitarie. «Le coperture per l'abolizione mancano - spiega la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin - Ma la volontà di cancellare il superticket da parte nostra c'è sempre stata. Intanto cominciamo a ridurlo, più avanti vedremo come».

Dopo pensioni e web tax (che potrebbe essere oggetto di ulteriori modifiche alla Camera) ieri la commissione Bilancio del Senato ha superato gli ultimi scogli. Oltre al superticket resta aperto il rifinanziamento del bonus bebè: l'accordo politico dovrebbe portare a 185 milioni per 2018 e dimezzare, rispetto alla proposta iniziale, a 400 milioni il biennio 2019-2010. Oggi questi due ultimi nodi e domani l'approdo in Aula.

Nel frattempo continua l'approvazione di finanziamenti importanti come 160 milioni per i cosiddetti "caregiver", cioè coloro che si prendono cura di una persona malata o disabile: ora ci sono le risorse per il testo, ancora da approvare, depositato in commissione Lavoro sempre Senato. Non si arrestano norme che fanno discutere: come il ripristino di indennità e rimborsi per 65 componenti del Cnel, abolite nel 2015, in vista del referendum costituzionale che avrebbe dovuto cancellare l'ente. Arrivano anche 2 milioni per le manifestazioni di Carnevale nei prossimi tre anni, risorse per l'istituto degli Innocenti di Firenze, Expo Dubai, sconti fiscali per le Fondazioni bancarie che provvedono agli immigrati.

Michele Bocci
Roberto Petrini

Tumori: 35 linee guida AIOM per curare al meglio i pazienti

Da la Repubblica del 28-11-2017

In più di 40 anni di storia AIOM (Associazione Italiana di Oncologa Medica) he scelto 18 presidenti e 22 Deettivi nazonali. Oggi, profondi cambiamenti legislativi verficatisi nei corso del 2017 ci fanno entrare in una nuova fase della vita d AIOM in cui l'elaborazione di Linee Guida diventa elemento caratterizzante della nostra società scientifica.

Le Linee Guida rappresentano uno degli elementi principali della medicina basata sull'evidenza: sono lo strumento con cui vengono trasferite nella pratica clinica le conoscenze prodotte dalla ricerca, sintetizzando le migliori prove di efficacia disponibili.

Scopo delle Linee Guida è produrre raccomandazioni per la pratica clinica attraverso un processo sistematico e trasparente. In questo modo è possibile migliorare i livelli di appropriatezza, standardizzare la pratica clinica, offrire al paziente sull'intero territoro nazionale le migliori cure e garantire un riferimento basato sull'evidenza per le Istituzoni nazionali e regionali, per gli organismi regolatori o i “payers”. Nel 2017 AIOM ha prodotto 35 Linee Guida multidisciplinari con metodologia SIGN o GRADE (disponbili nel sito www.aiom.it) altra loro caratteristica è il continuo e costante aggiornamento e il coinvolgimento di oltre 30 società scientifiche ed oltre 500 professionisti nella loro elaborazione.

Tra i cambiamenti legislativi di questo anno ricordiamo la legge Gelli-Bianco del marzo 2017 e il DM Lorenzin dell'agosto 2017.

La legge Gelli-Bianco relativa alla sicurezza delle cure e del paziente e alla responsabilità professionale dei medici ha attributo un ruolo determinante alle Linee Guida e ll'art. 5 ndica come durante l'esercizio della  loro attività “gli esercenti le professioni sanitarie si attengono alle raccomandazioni previste dalle linee guida elaborate da… società scientifiche… iscritte in apposito elenco istituto e regolamentato con decreto del Ministero della Salute”. Questo ha riflessi anche sulla responsabilità professionale del medico, che viene ad essere in alcuni casi 'tutelato' purché abbia seguito Lnee Guida riconosciute (sempre che le stesse siano “adeguate alla specificità del singolo caso"). Il Decreto del Ministro Lorenzin del 2 agosto 2017, istituendo questo elenco e stabilendo i requisiti che le società scientifiche devono possedere ai fini dell’iscrizione, ha determinato anche la modifica dello statuto di AIOM per poter esplicitare questi requisiti, peraltro già in possesso dela nostra società scientifica.

AIOM è stata la prima società scientifica a richiedere l'iscrizione a tale elenco presso il Ministero della Salute.

AIOM dal 2017 ha deciso di includere i pazienti nello sviluppo delle Linee Guida. Questo coinvolgimento rappresenta l'impegno di AIOM nel rendere questi documenti ancorapiù coerenti con il punto di vista e i bisogni dei pazienti. Obiettivo primo di una società scientifica.

Stefania Gori
Presidente Nazionale AIOM

Mattarella: 'Violenza sulle donne una grave violazione dei diritti'

Da Il Sole24 ORE del 26-11-2017

Manifestazioni in tutta Italia, ieri, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. «Siamo di fronte a un fenomeno oscuro e incomprensibile, ad episodi ricorrenti di gravissime violazioni dei diritti umani», ha sottolineato il capo dello Stato Sergio Mattarella. «Non basta denunciare gli episodi di violenza, cosa indispensabile e prioritaria, ma bisogna impegnarsi a rimuovere le cause e le condizioni», ha spiegato. «L'Italia civile si unisce per dire basta alla vergogna della violenza sulle donne», è stato il messaggio del premier Paolo Gentiloni. A Roma la manifestazione più imponente con la partecipazione, secondo le organizzatrici ("Non una di meno") di 150mila persone. Slogan femministi ma anche un pacchetto di richieste preciso è arrivato dal corteo. In questa manifestazione romana - è lo stesso account twitter delle promotrici a riferirlo - presente anche un cartello con su scritto «poliziotti stupratori». Secondo quanto si è appreso, era affisso a un furgone. Le forze dell'ordine hanno identificato alcune partecipanti, anche in relazione a questo cartello esposto. Diversi gli attacchi scanditi dalle manifestanti che hanno preso di mira dal governo alla religione. Clima diverso alla Camera dove la presidente Laura Boldrini ha ospitato un evento con 1.3oo donne. Messaggi contro la violenza sulle donne anche dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, dalla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e dalla ministra della Salute, Beatrice Lorenzin. Intanto dal Parlamento ieri è arrivato il via libera all'unanimità al fondo per gli orfani di femminicidio, con una dotazione di due milioni e mezzo l'anno per il 2018-2020. Mentre la Chiesa, con il cardinale Gianfranco Ravasi, ha fatto autocritica («credo che l'educazione e la Chiesa stessa debba fare un esame di conoscenza», ha detto), ma allo stesso tempo ha invitato - così monsignor Vincenzo Paglia a non risolvere la questione mettendo in contrapposizione uomini e donne.

Rassegna stampa quotidiana

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Ca ovarico, Ema approva niraparib per le donne con recidiva

La Commissione Europea ha approvato l'immissione in commercio di niraparib come monoterapia per il trattamento di mantenimento di pazienti adulte con carcinoma ovarico epiteliale sieroso, carcinoma delle tube di Falloppio o carcinoma peritoneale primario, di grado elevato, recidivato, sensibile al platino, che stiano rispondendo (risposta completa o parziale) alla chemioterapia a base di platino. Niraparib è il primo inibitore della poli ADP-ribosio polimerasi (PARP) 1 e 2 approvato in Europa che non richiede test per verificare la presenza di mutazioni del gene BRCA o di altri biomarcatori

Da Pharmastar.it del 23-11-2017

La Commissione Europea ha approvato l’immissione in commercio di niraparib come monoterapia per il trattamento di mantenimento di pazienti adulte con carcinoma ovarico epiteliale sieroso, carcinoma delle tube di Falloppio o carcinoma peritoneale primario, di grado elevato, recidivato, sensibile al platino, che stiano rispondendo (risposta completa o parziale) alla chemioterapia a base di platino. Niraparib è il primo inibitore della poli ADP-ribosio polimerasi (PARP) 1 e 2 approvato in Europa che non richiede test per verificare la presenza di mutazioni del gene BRCA o di altri biomarcatori.

“L’approvazione odierna di niraparib rappresenta un importante passo in avanti per la comunità del carcinoma ovarico – ha affermato la prof.ssa Nicoletta Colombo, Direttore della Divisione di ginecologia oncologica medica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Infatti, nonostante la chemioterapia a base di platino si sia dimostrata valida, la sua efficacia sfortunatamente diminuisce nel tempo e la sopravvivenza libera da progressione di solito si riduce dopo ogni trattamento di chemioterapia a base di platino. Un farmaco come niraparib ora fornisce un’opportunità per aumentare la sopravvivenza libera da progressione in seguito alla terapia a base di platino e avrà dunque un profondo impatto sulle donne e sulle loro famiglie”.

L’approvazione di niraparib da parte della Commissione Europea si è basata su dati del rigoroso studio internazionale di fase 3 ENGOT-OV16/NOVA, uno studio controllato con placebo in doppio cieco su 553 pazienti con recidiva di carcinoma ovarico che avevano ricevuto una risposta completa o parziale nel loro più recente trattamento di chemioterapia a base di platino. L’obiettivo primario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS).

Approssimativamente due terzi delle partecipanti allo studio non presentavano mutazioni germinali del gene BRCA. La progressione di malattia nello studio NOVA è stata determinata attraverso una revisione centralizzata in cieco, rigorosa ed imparziale, in grado di rilevare la prima progressione clinica o radiologica.
Niraparib ha aumentato significativamente la sopravvivenza libera da progressione in pazienti con e senza mutazioni germinali del gene BRCA rispetto al gruppo di controllo. Il trattamento con niraparib ha ridotto il rischio di progressione della malattia o decesso del 73% in pazienti con mutazioni germinali del gene BRCA (HR 0.26) e del 55% in pazienti senza mutazioni germinali del gene BRCA (HR 0.45). Il beneficio è stato simile nelle pazienti arruolate nello studio in risposta parziale o completa.

“Con l’introduzione di niraparib, il trattamento delle donne con carcinoma ovarico migliorerà notevolmente – ha sottolineato il prof. Sandro Pignata, Direttore Oncologia Medica Uro-Ginecologica all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘Pascale’ di Napoli -. Le pazienti e i loro medici avranno ora a disposizione un’ulteriore opzione da utilizzare in seguito al responso della chemioterapia, indipendentemente dalla presenza di mutazioni BRCA. L’alternativa precedente per la maggior parte delle pazienti consisteva in un periodo di osservazione e attesa, senza la possibilità di poter controllare in maniera attiva la propria malattia”.

La dose iniziale approvata di niraparib è di 300 milligrammi una volta al giorno. Come da riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP), per le pazienti che pesano meno di 58 chilogrammi, si può prendere in considerazione una dose iniziale di 200 milligrammi al giorno. La dose di niraparib più comunemente somministrata nel corso dello studio clinico NOVA a seguito di una modifica del dosaggio è stata di 200 milligrammi una volta al giorno. Analisi successive dello studio NOVA hanno indicato che la modifica individuale della dose ha mantenuto l’efficacia e ridotto l’insorgenza di eventi avversi.

I più comuni eventi avversi di grado 3 e 4 di niraparib hanno incluso trombocitopenia (34%), anemia (25%), neutropenia (20%) e ipertensione (8%). A seguito della modifica della dose in base alla tollerabilità individuale, l’incidenza di trombocitopenia di grado 3 e 4 è stata bassa, approssimativamente dell’1% dopo il terzo mese. La maggior parte degli eventi avversi ematologici sono stati risolti con una modifica della dose e l’interruzione della terapia per trombocitopenia, neutropenia e anemia è avvenuta rispettivamente nel 3%, 2% e 1% delle pazienti.

“Accogliamo con soddisfazione la decisione della commissione Europea di approvare niraparib per donne con carcinoma ovarico ricorrente – ha spiegato la dott.ssa Nicoletta Cerana, presidente di ACTO onlus (Alleanza contro il Tumore Ovarico) -. Questa decisione avrà un impatto reale e significativo sulle vite delle donne, fornendo loro una nuova opzione di trattamento e una maggiore scelta. A livello globale, mancano trattamenti efficaci per il carcinoma ovarico, dunque questa si rivela un’aggiunta fondamentale”.

Lo studio clinico niraparib ENGOT-OV16/NOVA

ENGOT-OV16/NOVA è stato uno studio internazionale di Fase 3 di niraparib randomizzato controllato in doppio cieco in 553 pazienti con recidiva di carcinoma ovarico in risposta al più recente trattamento di chemioterapia a base di platino. Le pazienti sono state inserite in una delle due coorti indipendenti a seconda della presenza o meno di mutazioni germinali del gene BRCA. Una coorte includeva pazienti portatrici di mutazioni germinali del gene BRCA (gBRCAmut) e l’altra coorte includeva pazienti non portatrici di mutazioni germinali del gene BRCA (non-gBRCAmut) e pazienti con tumori HRD-positivi (con deficit della ricombinazione omologa) e HRD-negativi (senza deficit della ricombinazione omologa).
All’interno di ciascuna coorte, le pazienti, randomizzate in rapporto 2:1, hanno ricevuto niraparib o placebo e sono state trattate in maniera continuativa fino alla progressione della malattia con placebo o 300 milligrammi di niraparib, con dosi di tre compresse da 100 grammi una volta al giorno.

L’obiettivo primario di questo studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS). Gli obiettivi secondari comprendevano i Patients Reported Outcomes (PROs), la lunghezza dell’intervallo libero da chemioterapia, la PFS 2, la sopravvivenza generale e altre valutazioni della sicurezza e tollerabilità.

Fra le pazienti portatrici di mutazioni germinali del gene BRCA, il gruppo trattato con niraparib ha raggiunto con successo la significatività statistica rispetto al gruppo di controllo per l’obiettivo primario della sopravvivenza libera da progressione (PFS), con un HR di 0.26 (95% CI, 0.173-0.410). La sopravvivenza mediana libera da progressione delle pazienti trattate con niraparib è stata di 21.0 mesi, rispetto ai 5,5 mesi del gruppo di controllo (p<0,0001).

Niraparib ha inoltre mostrato significatività statistica per le pazienti della coorte senza mutazione germinale del gene BRCA. In questa coorte, il gruppo trattato con niraparib ha raggiunto con successo la significatività statistica rispetto al gruppo di controllo per l’obiettivo primario della sopravvivenza libera da progressione (PFS), con un HR di 0.45 (95% CI, 0.338-0.607). La sopravvivenza libera da progressione mediana per le pazienti trattate con niraparib è stata di 9.3 mesi, rispetto ai 3.9 mesi del gruppo di controllo (p<0.0001).

L’analisi degli obiettivi secondari, incluso l’intervallo libero da chemioterapia, il tempo al primo trattamento successivo e la sopravvivenza libera da progressione 2 (PFS 2), sono stati tutti statisticamente significativi a favore del gruppo trattato con niraparib rispetto al gruppo di controllo sia nella coorte gBRCAmut che in quella non-gBRCAmut. I risultati dei Patients Reported Outcomes (PROs), ottenuti attraverso questionari validati, hanno indicato che le pazienti trattate con niraparib non hanno riportato differenze rispetto al gruppo di controllo nei parametri associati alla qualità di vita.

I risultati completi dello studio ENGOT-OV16/NOVA sono stati presentati in dettaglio al Congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) l’8 ottobre del 2016 a Copenaghen dal Dr. Mansoor Raza Mirza, M.D., Medical Director della Nordic Society of Gynecologic Oncology (NSGO) e Principal Investigator. Questi dati sono stati simultaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Il carcinoma ovarico in Italia

Il carcinoma ovarico è un tumore femminile raro ma altamente letale, rappresentando una delle più frequenti cause di morte oncologica nelle donne. In Italia nel 2017 sono stimate circa 5.200 nuove diagnosi di tumore dell’ovaio, con una vasta maggioranza di pazienti identificate con una malattia ormai in fase avanzata (III-IV stadio) . Il carcinoma ovarico colpisce approssimativamente 1.5 persone ogni 10.000 in Italia. Secondo le stime AIRTUM, il tumore dell’ovaio rappresenta circa il 3% delle neoplasie femminili e nel 2014 (Istat, ultimo anno disponibile) è stato responsabile di 3.130 decessi, attestandosi tra le cinque cause più frequenti di morte legata al cancro nelle donne giovani (0-49 anni) e adulte (50-69 anni).

Nonostante alte percentuali iniziali di risposta alla chemioterapia a base di platino, approssimativamente l’85% delle donne con carcinoma ovarico in stadio avanzato ha una recidiva della malattia dopo il trattamento di prima linea. L’efficacia della chemioterapia, inoltre, diminuisce con il passare del tempo.

Niraparib

Niraparib è un inibitore orale, somministrato una volta al giorno, della poli ADP-ribosio polimerasi (PARP) 1 e 2, indicato nell’Unione Europea come monoterapia di mantenimento nelle pazienti adulte con recidiva platino-sensibile di cancro ovarico epiteliale sieroso ad alto grado, carcinoma delle tube di Falloppio o carcinoma peritoneale primitivo in risposta completa o parziale a chemioterapia a base di platino. Negli studi preclinici, niraparib si concentra sul tumore in relazione al plasma, fornendo un’inibizione duratura superiore al 90% della PARP 1 e 2 e un prolungato effetto antitumorale.

Commissione Ue. Dopo tante bocciature finalmente una promozione dall’Europa: in salute siamo tra i migliori. Ma persiste troppa disparità legata alle condizioni economiche

La Commissione UE ha presentato oggi lo stato di salute dei sistemi sanitari del continente. E all'Italia, nonostante le difficoltà economiche, si riconosce di aver riformato e ampliato il pacchetto delle prestazioni sanitarie nazionali. Inoltre, sottolinea la UE, Il governo centrale sta promuovendo una ricentralizzazione dei finanziamenti e sta progettando un nuovo sistema che consenta di ripartire le risorse tra le regioni in modo da offrire a tutti i residenti la stessa qualità e quantità di servizi

Da Quotidianosanità.it del 23-11-2017

Dopo la pubblicazione del rapporto Ocse e i dati Eurostat sugli indicatori sulla salute sostenibile, a tirare le somme è la Commissione Ue che ha appena pubblicato i profili sanitari dei 28 paesi presentati oggi in conferenza stampa dal Commissario per la Salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis.

"Spendere solo il 3% dei nostri bilanci sanitari per la prevenzione, rispetto all'80% per la cura delle malattie, è semplicemente troppo poco - ha detto il commissario UE -. È indispensabile un accesso migliore all'assistenza sanitaria di base, in modo che il pronto soccorso non sia la prima struttura cui si rivolgono i cittadini. È inoltre indispensabile che la promozione della salute e la prevenzione delle malattie siano al centro di ogni settore d'intervento in modo da migliorare la salute della popolazione e ridurre la pressione sui sistemi sanitari. Queste sono solo alcune delle indicazioni che scaturiscono dalla relazione 'Lo stato della salute nell'UE' del 2017.

Mettendo a disposizione dati e approfondimenti esaurienti intendiamo sostenere le autorità sanitarie nazionali nel far fronte alle criticità e nell'adottare le scelte giuste in ambito strategico e negli investimenti. Mi auguro che faranno buon uso del nostro lavoro".

Per quanto riguarda l’Italia, una volta tanto, dopo le quasi costanti bocciature dei nostri conti, dalla Commisione UE arriva una promozione: in salute il nostro sistema fa rilevare tra i migliori risultati del continente. La scheda dedicata al nostro Paese infatti sottolinea che la speranza di vita degli italiani è tra le più alte d’Europa, sebbene si riscontrino disparità a livello regionale e socioeconomico. Nonostante i vincoli di bilancio, l’Italia è riuscita a riformare e ampliare il pacchetto delle prestazioni sanitarie nazionali. Il governo centrale sta promuovendo inoltre una ricentralizzazione dei finanziamenti e sta progettando un nuovo sistema che consenta di ripartire le risorse tra le regioni per raggiungere l’ambizioso obiettivo di offrire a tutti i residenti l’accesso al pacchetto di prestazioni ampliato.

Stato di salute
La speranza di vita alla nascita in Italia ha raggiunto 82,7 anni nel 2015, contro i 79,9 anni del 2000, ponendo il paese al secondo posto nell’Unione europea dopo la Spagna. L’allungamento della speranza di vita si deve soprattutto alla riduzione della mortalità per malattie cardiovascolari. Permangono tuttavia notevoli disparità legate al sesso e alle condizioni socioeconomiche.

Fattori di rischio
Nel 2014 in Italia la percentuale degli adulti che fumavano tabacco quotidianamente era del 20%, appena al di sotto della media UE e in calo rispetto al 25 % del 2000. Anche il consumo di alcol per adulto è sceso e si colloca ampiamente al di sotto della media UE; la percentuale di adulti che dichiara un consumo di alcolici elevato e regolare è molto più bassa che nella maggior parte degli Stati membri. Per contro, si è riscontrato un aumento dei problemi di sovrappeso e obesità infantile, con una diffusione ormai superiore alla media UE.

Spesa sanitaria
Nel 2015 in Italia la spesa sanitaria pro capite, 2.502 euro, era inferiore del 10 % rispetto alla media UE di 2.797 euro. La spesa sanitaria corrisponde al 9,1 % del PIL, anche in questo caso al di sotto della media UE del 9,9 %. Sebbene una serie di servizi di base siano gratuiti, le spese direttamente a carico dei pazienti sono relativamente elevate (23 % del totale, contro una media UE del 15 % nel 2015) e riguardano soprattutto i farmaci e le cure odontoiatriche.

Prestazioni del sistema sanitario
Efficacia: in Italia la mortalità evitabile rimane tra le più basse dell’Unione, il che fa supporre una buona efficacia del sistema sanitario nel trattamento dei pazienti con malattie potenzialmente letali.

Accesso: il servizio sanitario nazionale italiano copre automaticamente tutti i cittadini e i residenti stranieri. Nell’accesso alle prestazioni sanitarie, tuttavia, si riscontrano notevoli variazioni in base alle regioni e alla fascia di reddito.

Resilienza: nel 2001 l’Italia ha avviato un profondo processo di decentramento in ambito sanitario, trasferendo alle regioni competenze di natura fiscale, finanziaria e gestionale. In particolare, i trasferimenti di fondi dal governo centrale alle regioni sono stati sostituiti da imposte regionali sulle attività e da un fondo di solidarietà nazionale finanziato con il ricavato delle imposte sul valore aggiunto. In varie regioni tuttavia sono state riscontrate carenze di fondi e di servizi dovute principalmente a scarse capacità gestionali e a una produttività insufficiente, che a loro volta hanno avuto ripercussioni negative sulla qualità percepita dell’assistenza, con la conseguente richiesta di una (ri)centralizzazione del sistema. Il risultato è stato il crearsi di un notevole disavanzo nel settore sanitario nella metà delle regioni. Anche a seguito della crisi economica del 2009, il governo centrale ha imposto l’attuazione di piani di rientro regionali nelle aree con il deficit più elevato, che si sono dimostrati efficaci nella riduzione del disavanzo.

La maggior parte degli italiani, spiega la scheda, si dichiara in buona salute. Due terzi della popolazione italiana dichiara di godere di buona salute, pressoché in linea con la media dell’Unione europea. La percezione della propria salute è diversa nei gruppi ad alto e a basso reddito, ma il divario è minore rispetto a quanto osservato in altri paesi: il 73 % dei cittadini che rientrano nel quintile con il reddito più elevato ritiene di godere di buona salute, contro il 64 % dei cittadini del quintile con il reddito più basso.

Nell’ultimo decennio la forza lavoro del settore sanitario ha riportato una crescita costante. Il rapporto medici/cittadini (3,8 medici ogni mille abitanti) sia al di sopra della media dell’Unione (3,6). Per contro, gli infermieri sono relativamente pochi (6,1 ogni mille abitanti, contro una media UE di 8,4). Ne consegue un rapporto di infermieri per medico (1,5) tra i più bassi dell’Unione europea (la cui media è di 2,3). Al momento, in Italia si sta potenziando il ruolo degli infermieri, soprattutto ai fini della gestione dell’assistenza dei pazienti con malattie croniche e dell’introduzione di gruppi professionali guidati da infermieri nell’assistenza sanitaria di base.

Le conclusioni della Commissione sottolineano che il sistema sanitario italiano ha contribuito notevolmente al miglioramento della salute dei cittadini e all’allungamento della speranza di vita.

Tuttavia nella fascia di reddito più bassa la percentuale di cittadini che segnalano bisogni sanitari non soddisfatti per motivi economici è particolarmente elevata, lasciando supporre marcate disparità nell’accesso all’assistenza. Vari gruppi vulnerabili sono comunque esenti dal pagamento dei ticket sanitari. A seguito della ripresa economica degli ultimi anni, nel 2016 i Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale sono stati rivisti e ampliati, ma vi sono perplessità in merito alla capacità finanziaria delle regioni di erogare le prestazioni incluse nei nuovi LEA, a cui devono poter accedere tutti i residenti in Italia.

La ripartizione dei fondi solleva dubbi circa la capacità delle regioni più povere di finanziare l’accesso a tali servizi senza alzare le imposte regionali (o creare deficit) e il rischio è un aumento dei bisogni sanitari non soddisfatti e delle spese sanitarie a diretto carico dei pazienti.

Nonostante l’impegno per migliorare l’efficienza della spesa farmaceutica, i farmaci generici costituiscono ancora una piccola percentuale del volume complessivo dei medicinali oggetto di prescrizione medica. Recenti provvedimenti promuovono la prescrizione dei generici, imponendo ai medici di base di indicare esplicitamente nella ricetta i principi attivi, agevolando così la sostituzione.

Analisi generale
La Commissione Ue a livello generale sottolinea che solo ripensando i sistemi sanitari si potrà garantire che rimangano adatti allo scopo e forniscano cure centrate sul paziente.

Cinque le conclusioni trasversali a tutti i paesi del Rapporto:

  • la promozione della salute e la prevenzione delle malattie apron o la strada a un sistema sanitario più efficace ed efficiente. A parte gli investimenti squilibrati nella prevenzione, è necessario affrontare le disuguaglianze sociali, come illustrato dalle differenze nello screening del cancro o dall'attività fisica tra persone con reddito e istruzione più alti e bassi;
  • una forte assistenza primaria guida in modo efficiente i pazienti attraverso il sistema sanitario e aiuta a evitare spese inutili. Il 27% va in pronto soccorso a causa di cure primarie inadeguate. Solo 14 paesi dell'UE richiedono l'assistenza primaria per la consultazione di uno specialista; 9 paesi hanno incentivi finanziari per i rinvii;
  • l'assistenza integrata garantisce che un paziente riceva assistenza congiunta. Evita la situazione che vediamo attualmente in quasi tutti i paesi dell'UE, dove l'assistenza è frammentata e i pazienti devono farsi strada attraverso un labirinto di strutture di assistenza;
  • la pianificazione e la previsione della forza lavo ro proattiva sulla salute rendono i sistemi sanitari resilienti alle evoluzioni future. L'UE ha 18 milioni di operatori sanitari e altri 1,8 milioni di posti di lavoro saranno creati entro il 2025. Le autorità sanitarie devono preparare la propria forza lavoro ai cambiamenti futuri: invecchiamento della popolazione e multimorbidità, necessità di politiche di assunzione sane, nuove competenze e innovazione tecnica;
  • i pazienti dovrebbero essere al centro della prossima generazione di dati sulla salute migliori per politiche e pratiche. La trasformazione digitale della salute e dell'assistenza aiuta a catturare i risultati del mondo reale e le esperienze che contano per i pazienti, con un grande potenziale per rafforzare l'efficacia dei sistemi sanitari.

I 28 profili di salute per paese, il rapporto di accompagnamento e ulteriori informazioni di base possono essere letti a questo link.

Legge di Bilancio. Accantonati emendamenti su fumo e superticket. Bocciature per ripristino trattamento accessorio della dirigenza sanitaria ed il rimborso per gli ex specializzandi

Questo l'esito dei lavori di ieri in Commissione Bilancio al Senato. Ancora rinviata la decisione sull'emendamento che punta a variare la tassazione dei tabacchi per ottenere un gettito di 600 mln da investire su alcune misure per la sanità. Brutte notizie per il personale: quanto anticipato ieri sui contratti, viene bocciato il ripristino del trattamento accessorio per la dirigenza sanitaria e ritirato l'emendamento che puntava a modificare il tetto di spesa per il personale degli Enti del Ssn

Da Quotidianosanità.it del 23-11-2017

Resta in stand by l'emendamento della Commissione Sanità sul fumo con il quale si punta a variare la tassazione dei tabacchi per ottenere un gettito di 600 mln da investire su alcune misure per la sanità. La Commissione Bilancio nella seduta di ieri ha infatti deciso di accantonare l'emendamento. Continuano invece ad arrivare brutte notizie per il personale. Dopo quanto anticipato ieri sui contratti, viene bocciato il ripristino del trattamento accessorio per la dirigenza sanitaria e ritirato l'emendamento che puntava a modificare il tetto di spesa per il personale degli Enti del Ssn.

Accantonato anche l'emendamento che punta ad esonerare dal pagamento del superticket gli assistiti con una retribuzione lorda annua che non supera i 35.000 euro. Per tutti gli altri si propone invece un pagamento proporzionale alla classe di reddito di appartenenza. Restano ancora in pista le misure per la stabilizzazione dei precari, la 'piramide' del ricercatore e le misure per il rilancio della farmacia dei servizi.

In mattinata è poi arrivato il via libera all'inserimento del bonus bebè in manovra, la misura verrà rifinanziata per i prossimi 3 anni.

Di seguito l'elenco degli emendamenti accantonati, ritirati e respinti dalla Commissione Bilancio.

Emendamenti accantonati

Comma 1 (Payback). La de termina Aifa con il riepilogo avente ad oggetto il ripiano dell'eventuale superamento del tetto della spesa farmaceutica territoriale e del tetto della spesa farmaceutica ospedaliera per l'anno 2016 a carico di ogni singola azienda dovrà essere adottata entro 20 e non più 30 giorni.

La determina Aifa per il ripiano dell’eventuale superamento del tetto della spesa farmaceutica territoriale e ospedaliera individua il payback spettante a ciascuna Regione e costituisce titolo per riscrizione nel bilancio della Regione della quota di payback spettante.

L ’Aifa, entro 80 giorni dall’entrate in vigore della legge, adotta una determina riepilogativa degli importi a carico di ciascuna azienda farmaceutica titolare di Aic per ciascuno degli anni 2013, 2014, 2015 e comunica al Mef ed al Ministero della Salute per ciascuno degli anni gli importi a carico delle aziende spettanti a ciascuna regione. Questa determina costituirà titolo per l’iscrizione nel bilancio di ciascuna regione della quota di payback spettante per ciascuno degli anni 2013, 2014, 2015, e per l’effettuazione delle regolazioni di conguaglio sulle iscrizioni in bilancio già effettuate. (Gruppo PD) – Emendamento 41.2

Comma 11-bis (Depressione post partum). Istituzione di un servizio in via sperimentale, finanziato con 3 mln di euro per gli anni 2018, 2019 e 2020, a partire dall’organizzazione dei consultori e attraverso modelli di integrazione multiprofessionali e multidisciplinari degli operatori coinvolti, in riferimento alla valutazione del rischio e della successiva presa in carico della donna con depressione post partum. (Gruppo PD) – Emendamento 41.52

Comma 11-bis (Tariffe assistenza ospedaliera). Le tariffe massime delle strutture che erogano assistenza ospedaliera per acuti, assistenza ospedaliera di riabilitazione e di lungodegenza post acuzie e di assistenza specialistica ambulatoriale, nonché le tariffe delle prestazioni relative all’assistenza protesica costituiscono riferimento per la valutazione di congruità delle risorse a carico del Ssn, quali principi di coordinamento della finanza pubblica, fino al 31 dicembre 2018. Il Ministro della salute, d’intesa con il Mef, individua con proprio decreto, entro il 28 febbraio 2018, le tariffe massime relative alle sole prestazioni incluse per la prima volta nei Lea dal Dpcm del 12 gennaio 2017. (D’Anna, Barani Ala) – Emendamento 41.55

Comma 11-bis (Regioni in Piano di rientro). Al fine di garantire un adeguato livello di erogazione dei Lea di assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro e commissariate, qualora negli ultimi due esercizi siano stati accertati, con modalità previste dai Piani di rientro, risultati di bilancio positivi, gli obiettivi-economico finanziari possono essere conseguiti, a decorrere dal 1 gennaio 2017, su altre aree della spesa sanitaria, fermo restando l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio. (D’Anna, Barani Ala) – Emendamento 41.57

Comma 11-bis (Estensione requisiti concorso stabilizzazione). Per la dirigenza medica e sanitaria, il personale delle professioni infermieristiche, tecnico sanitarie, della riabilitazione, della prevenzione e della professione ostetrica del Ssn, continuano ad applicarsi le disposizioni prevista dalla legge di Stabilità 2016 sul ricorso a forme di lavoro flessibile da parte delle Regioni e le procedure concorsuali per le stabilizzazioni. La partecipazione ai concorsi per la stabilizzazione dei precari viene estesa anche al personale che abbia maturato alla data di pubblicazione del bando almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, con contratti a tempo determinato, con contratti di collaborazione coordinata e continuativa o con altre forme di lavoro per gli Enti del Ssn.

Queste disposizioni si applicano al personale delle professioni infermieristiche, tecnico sanitarie, della riabilitazione, della prevenzione e della professione ostetrica del Ssn, compreso quello che garantisce servizi essenziali con modalità di fornitura di servizio da almeno 5 anni presso l’amministrazione che indice procedure concorsuali, nonché al personale delle amministrazioni finanziate da Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca, anche quando lo stesso abbia maturato il periodo di 3 anni di lavoro negli ultimi 8 anni rispettivamente presso diverse amministrazioni del Ssn o presso diversi enti o istituzioni di ricerca. (Gruppo PD) – Emendamento 41.59 (Testo 2)

Comma 11-bis (Farmaci omeopatici). Entro il 31 gennaio 2018, il Ministero della salute, sentita l’Aifa, con proprio decreto individua le tariffe relative ai medicinali omeopatici che hanno espletato la procedura per il rilascio dell’Aic. Gli importi sono stabiliti in misura non superiore al 10% delle somme indicate dall’allegato 1 del decreto del Ministero della Salute 6 dicembre 2016. (Romani, Bencini Idv) – Emendamento 41.60

Comma 11-bis (Fondi integrativi del Ssn). Presso il Ministero della Salute sono istituiti: l'anagrafe dei fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale, alla quale devono iscriversi sia i fondi vigilati dallo Stato che quelli sottoposti a vigilanza regionale. Con decreto interministeriale, da adottarsi entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge, vengono definiti i requisiti di trasparenza che devono essere posseduti dai fondi iscritti all'anagrafe dei fondi integrativi del Ssn. Con Dpcm adottato in sede di Conferenza Stato Regioni si disciplina l'intervento regionale in tema di assistenza sanitaria e sociale integrativa al fine di assicurarne l'effettiva integrazione con i servizi sanitari e assistenziali regionali. (Santini PD) - Emendamento 41.71

Art. 41-bis (Piramide ricercatore). Per il personale della ricerca sanitaria viene istituito un percorso distinto in due aree: area "ricercatore", per il personale chiamato a svolgere direttamente attività di ricerca, e area "professionalità della ricerca" per il personale chiamato a svolgere attività di supporto tecnico amministrativo alle attività delle direzioni scientifiche e alle corrispondenti funzioni degli istituti zooprofilattici sperimentali ed è articolato su 3 livelli: a) Personale di ricerca; b) Personale di ricerca esperto; c) Personale di ricerca senior.

Al primo livello del percorso si accede con i requisiti, i titoli e le procedure concorsuali definiti, per le diverse aree e professionalità, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge, con accordo sancito in Conferenza Stato Regioni, su proposta del Ministro della Salute, di concerto con il Ministro della PA e dell'Economia, recepito con Dpcm.

Gli istituti possono bandire le procedure concorsuali previa verifica della disponibilità finanziaria. I vincitori sono immessi in servizio, come personale di ricerca con contratti di lavoro subordinato a tempo determinato della durata, rispettivamente, per il personale dell'area "ricercatore" di 10 anni, con la possibilità di un solo rinnovo per la durata massima di ulteriori 5 anni e, per il personale dell'area "professionalità della ricerca", di 6 anni, con possibilità di un solo rinnovvo per la durata massima di ulteriori 3 anni. Al termine del percorso di sviluppo professionale e previa valutazione positiva, il personale di ricerca, su richiesta, può accedere al ruolo del Ssn compatibilmente con la disponibilità della relativa posizione nella dotazione organica dell'ente.

Il personale assunto è soggetto a valutazione annuale e a valutazione di idoneità per il passaggio al livello successivo. Anche il passaggio tra livelli è subordinato alla preventiva verifica da parte dell'istituto della necessaria disponibilità finanziaria. È ammessa la mobilità tra istituti, con il mantenimento del livello e dell'anzianità di servizio maturati.

Per l'area "ricercatore" la permanenza nel livello iniziale non può essere inferiore a 5 e superiore a 7 anni e, nel livello "esperto", inferiore a 3 e superiore a 5 anni. La permanenza nel livello "senior" può protrarsi fino al completamento del periodo complessivo di 15 anni.

La valutazione positiva conseguita dopo almeno 2 anni di permanenza nel livello "senior" dell'area "professionalità della ricerca" consente a domanda, previa verifica dei requisiti richiesti dalle disposizioni vigenti, l'immissione nei ruoli nei corrispondenti profili del Ssn.

Per valorizzare i giovani e favorire il rientro dell'estero delle alte professionalità, gli istituto possono inquadrare di diritto nel livello iniziale dell'area "ricercatore" i "Princiapal Ivestigator" vincitori di bandi pubblici competitivi nazionali e nel livello "esperto" i "Principal investigator" vincitori di bandi pubblici europei, con perdita del beneficio in caso di mancato completamento, con valutazione positiva, del progetto di ricerca. Gli Istituti possono, inoltre, utilizzare fino al 5% delle disponibilità finanziarie per stipulare, nella medesima area, contratti di lavoro subordinato a tempo determinato con ricercatori residenti all'estero, la cui produzione scientifica soddisfi i parametri del livello "esperto" o "senior".

Con il personale in servizio presso gli istituti alla data 31 dicembre 2017, assunto a seguito di procedura selettiva con le forme contrattuali flessibili, che abbia maturato un'anzianità di servizio di almeno 3 anni negli ultimi 5, è stipulato il contratto di lavoro subordinato per la durata di 10 anni con eventuale rinnovo per ulteriori 5 anni per il personale dell'area "ricercatore" e di 6 anni con eventuale rinnovo di ulteriori 3 anni per il personale dell'area "professionalità della ricerca".

Gli oneri derivanti da questo articolo sono stati stimati in 42 mln, per la copertura si propone di attingere al Fondo esigenze indifferibili. (Lai PD) - Emendamento 41.78

Art. 41-bis (Tassazione agevolata prestazioni aggiuntive personale sanitario). In via sperimentale per il  2018-2019, nel limite di spesa massimo di 50 mln di euro annui, alle prestazioni aggiuntive richieste dalle Asl al personale sanitario, finalizzate alla riduzione delle liste d’attesa, si applicano le disposizioni previste in materia di tassazione agevolata e decontribuzione. (Gruppo PD) – Emendamento 41.0.6

Art. 41-bis (Talassemie e delle emoglobinopatie). Viene istituito il Registro nazionale delle talassemie e delle emoglobinopatie. (Gruppo PD) – Emendamento 41.0.26 (Testo 2)

Art. 41-bis (Accise tabacchi). A decorrere dal 2018 le variazioni sulla tassazione dei tabacchi sono stabilite in maniera tale da assicurare un gettito ulteriore su base annua non inferiore a 600 mln. Di questi, 500 mln saranno destinati al finanziamento del Fondo per i farmaci innovativi oncologici. In questo modo le risorse pari a 500 mln già vincolate a copertura del suddetto Fondo potranno essere liberate e confluire nel finanziamento del fabbisogno standard del Ssn per ulteriori scopi. I rimanenti 100 mln verranno utilizzati per il potenziamento delle reti di terapia del dolore e delle cure palliative. (Gruppo PD) – Emendamento 41.0.36

Art. 41-bis (Superticket). Gli assistiti che hanno una retribuzione lorda annua che non supera i 35.000 euro sono esclusi dal contributo del superticket. Per tutti gli assistiti il pagamento è proporzionale alla classe di reddito di appartenenza. (Romani, Bencini Idv) – Emendamento 41.0.40

Art. 41-bis (Farmacia dei servizi). In materia di nuovi servizi erogati dalle farmacie si prevedono forme di remunerazione da parte del Ssn nell’ambito delle disponibilità finanziarie dello stesso.

Principi e criteri per la remunerazione dovranno essere definiti dall’accordo collettivo nazionale. Gli accordi di livello regionale, negli ambiti delle disponibilità dei Ssr, dovranno individuare sulla base dell’accordo collettivo nazionale, le disponibilità alla remunerazione ed i tempi di pagamento. Gli accordi regionali dovranno inoltre stabilire i requisiti minimi di idoneità dei locali all’interno dei quali saranno erogate le prestazioni. Le prestazioni assistenziali erogate dalle farmacie al di fuori delle disponibilità finanziarie delle regioni, sono a carico del cittadino che le ha richieste. (Mandelli, D’Ambrosio Lettieri FI-Dit) – Emendamento 41.0.48 (Testo 2)

Art. 41-bis (Fondo per la remunerazione dei nuovi servizi in farmacia). Viene istituito il Fondo per l’attuazione della farmacia dei servizi, volto a favorire i nuovi servizi erogati dalle farmacie nell’ambito del Ssn, con particolare riferimento ai servizi finalizzati a favorire l’aderenza alla terapia da parte dei malati cronici. Il Fondo viene assegnato alle Regioni in proporzione alla popolazione residente ed è finalizzato in via esclusiva e diretta a finanziare i servizi resi dalle farmacie sulla base dei principi e criteri stabiliti dall’accordo collettivo nazionale.

Per il finanziamento è stanziata per gli anni 2018/2020 la somma di euro a valere sul fondo per gli interventi strutturali di politica economica che viene ridotto di 30 mln annui per il triennio 2018/2020. Le somme non utilizzate nella singola annualità andranno ad incrementare il finanziamento del fondo per l’anno successivo.

Nelle more del rinnovo dell’accordo collettivo nazionale le Regioni potranno utilizzare il Fondo sulla base degli accordi stipulati con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative delle farmacie pubbliche e private. (Mandelli, D’Ambrosio Lettieri FI-Dit) – Emendamento 41.0.51 (Testo 2)

Art. 41-bis (Società di capitali in farmacia). Le società di capitali proprietarie di farmacie private, con capitale maggioritario di soci non farmacisti, versano all’Enpaf un contributo pari al 2% del fatturato annuo, senza diritto di rivalsa, con esclusione di quello derivante da prestazioni rese in favore del Ssn. Il contributo è versato all’Enpaf annualmente entro il 30 settembre dell’anno successivo alla chiusura dell’esercizio. (Mandelli, D’Ambrosio Lettieri FI-Dit) – Emendamento 41.0.52

Articolo 41-bis (Contributo in favore della ricerca). Al fine di sostenere l’attività di ricerca sul genoma del pancreas alla Fondazione italiana per la ricerca sulle malattie del pancreas è attribuito un contributo di 500.000 euro a decorrere dal 2018. (Bonfrisco, Valentini Fl-Pd) – Emendamento 41.0.53 (Testo 2)

Emendamento ritirato e proposto come Ordine del Giorno

Comma 11-bis (Psico-oncologo). Per garantire il supporto psicologico alle donne con tumore al seno metastatico, su tutto il territorio nazionale, in via sperimentale per l'anno 2018-2020, è autorizzata l'assunzione per ogni Uoc di Oncologia medica, di uno psico-oncologo, nel limite di spesa massima di 17 mln per ciascuno degli anni dal 2018 al 2020. Per le coperture si dovrà attingere al Fondo esigenze indifferibili. (Aiello, Bianconi AP) - Emendamento 41.74

Emendamento ritirato

Art. 41-bis (Modifica tetto di spesa personale Enti Ssn). Fermo restando il rispetto degli obblighi delle Regioni agli obiettivi di finanza pubblica e di quanto previsto per gli enti del Ssn, le parole “diminuito dell’1,4%” sono soppresse. (Gruppo PD) – Emendamento 41.0.20

Emendamenti bocciati

Articolo 41-bis (Istituti zooprofilattici sperimentali). Gli Izs a decorrere dal 1 gennaio 2018, hanno la facoltà di incrementare il monte orario settimanale dei contratti di lavoro degli specialisti ambulatoriali veterinari assunti a tempo indeterminato con rapporto di lavoro convenzionato, fino ad un massimo di 5 volte, nel rispetto del massimale orario previsto dall'accordo collettivo nazionale e del limite di spesa annuo di 2 mln.

All'onere derivante dall'applicazione della norma calcolato in 2 mln si provvede tramite corrispo ndente riduzione del Fondo per esigenze indifferibili. (Marinello, Viceconte AP) - Emendamento 41.0.19

Art. 41-bis (Ripristino trattamento accessorio della dirigenza sanitaria). Le limitazioni al salario accessorio dei dirigenti sanitari cessano di avere efficacia, senza recupero degli arretrati, al 31 dicembre 2017. (Gruppo PD) – Emendamento 41.0.21

Art. 41-bis (Rimborsi ex specializzandi). Ai medici ammessi alle scuole di specializzazione in medicina negli anni 1978/1979 e specializzati dall'anno accademico 1982/1983 all'anno 1991/1992, che alla data di entrata in vigore della legge, abbiano presentato domanda giudiziale o abbiano interrotto i termini di prescrizione, la Presidenza del Consiglio dei Ministri corrisponde, per tutta la durata del corso di specializzazione, a titolo forfettario, una remunerazione annua omnicomprensiva di 11.000 euro.

Nel caso in cui i soggetti abbiano beneficiato di sentenze passate in giudicato con le quali sia stato riconosciuto il diritto a remunerazione superiore, deve essere loro corrisposta una somma pari a quella stabilita dalle sentenze medesime.

In alternativa e sulla base di una scelta individuale ai medici ammessi alle scuole di specializzazione in medicina negli anni 1978/1979 e specializzati dall'anno accademico 1982/1983 all'anno 1991/1992, il diritto alla corresponsione della remunerazione può essere tramutato in periodi di contribuzione figurativa.

Ai medici ammessi alle scuole di specializzazione in medicina dagli anni 1992/1993 agli anni 2005/2006 che alla data di entrata in vigore della legge, abbiano presentato domanda giudiziale o abbiano interrotto i termini di prescrizione la Presidenza del Consiglio dei Ministri corrisponde, a titolo forfettario, un indennizzo omnicomprensivo di 10.000 euro per ogni anno del corso di specializzazione frequentato in ragione della durata legale dello stesso. (Aiello, Bianconi AP) - Emendamento 41.0.22 (Testo 2)

Giovanni Rodriquez

 

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Studio randomizzato per valutare l’efficacia dell’esercizio fisico in termini di miglioramento della funzione cognitiva nelle donne sopravvissute al tumore al seno

Molto interessante questo studio randomizzato pubblicato su Cancer, condotto nel setting delle donne precedentemente operate per un tumore della mammella. Oggetto del quesito randomizzato non era l'efficacia di una terapia farmacologica, ma l'efficacia dell'esercizio fisico, in termini di miglioramento della funzione cognitiva. Nel dettaglio, le donne assegnate al braccio sperimentale si sottoponevano ad un programma di esercizio fisico di 12 settimane, per poi misurare i cambiamenti nella funzione cognitiva misurata in maniera oggettiva mediante il Cognitive Toolbox dei National Institutes of Health e, in maniera soggettiva, mediante il Patient-Reported Outcomes Measurement Information System. Lo studio ha visto la partecipazione di un numero limitato di pazienti (87 in tutto, assegnate in rapporto 1:1 al braccio sperimentale o al braccio di controllo). Mediamente, le donne partecipanti erano state operate al seno 2 anni e mezzo prima. Formalmente, non è stata documentata una differenza statisticamente significativa nell'auto-valutazione della funzione cognitiva, ma in varie scale si è osservata una differenza a favore del gruppo che era stato assegnato all'esercizio fisico. In particolare, il vantaggio sembra essere maggiore nelle donne che erano state operate da minor tempo, suggerendo l'importanza di una raccomandazione precoce a svolgere esercizio fisico dopo una diagnosi di tumore della mammella sottoposto a trattamenti potenzialmente curativi. La American Cancer Society (nella sezione Treatment & Support) raccomanda che i "cancer survivors" pratichino regolarmente esercizio fisico, evitino l'inattività e ritornino alla normale attività quotidiana quanto prima possibile dopo la diagnosi, puntino a svolgere almeno 150 minuti di esercizio fisico alla settimana, includendo esercizio "intenso" almeno 2 volte a settimana.


Hartman, S. J., Nelson, S. H., Myers, E., Natarajan, L., Sears, D. D., Palmer, B. W., Weiner, L. S., Parker, B. A. and Patterson

Cancer, 2017 September 19

Link all'abstract

Randomized controlled trial of increasing physical activity on objectively measured and self-reported cognitive functioning among breast cancer survivors: The memory & motion study

 

Cancer 2017. © 2017 American Cancer Society.

neoplasia della mammella

Da endovena a sottocute: la “piccola” innovazione che fa bene al paziente e al servizio sanitario

Da Healthdesk.it del 22-11-2017

Cosa cambia quando un farmaco fino a ieri somministrato endovena da personale ospedaliero diventa disponibile in formulazione sottocutanea?

È a questo quesito che ha cercato di rispondere un Report di Health Technology Assessment prodotto da ALTEMS - Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

L’avvento di nuove formulazioni che consentono l’utilizzo di un farmaco tramite una nuova via di somministrazione è in genere considerata un’innovazione di poco conto. Invece, il report, realizzato con il sostegno di Roche, mostra che le ricadute di una simile trasformazione sulla qualità di vita del paziente sul sistema sanitario (in termini organizzativi, economici e sociali) sono enormi.

Lo fa analizzando oltre 3.000 questionari compilati dai pazienti e da più di 60 centri ospedalieri coinvolti in tutta Italia e riferendosi al caso del trattamento del carcinoma mammario e del linfoma non Hodgkin, patologie molto diffuse e per cui si sono rese recentemente disponibili formulazioni sottocutanee dei farmaci trastuzumab e rituximab.

Ebbene, secondo il report, l’adozione delle cosiddette terapie brevi consente di ottenere efficienza organizzativa e operativa dei day-hospital, con dimezzamento del tempo impiegato da infermieri e farmacisti, e risparmi economici che si concretizzano in costi sociali evitati pari a oltre 60 milioni di euro complessivi (31,5 milioni di euro in oncoematologia e 30 milioni di euro in oncologia).

Non minore l’impatto sui pazienti: il rapporto ha stimato infatti che le nuove formulazioni consentono una riduzione dei tempi di attesa in ospedale del 34% e in generale del 50% la permanenza nel dayhospital.

«Il cambiamento delle vie di somministrazione dei due anticorpi monoclonali non modifica i livelli di efficacia e sicurezza già molto elevati in questi farmaci», dice Americo Cicchetti, direttore di ALTEMS e docente di Organizzazione Aziendale Facoltà di Economia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Ma il passaggio dalla somministrazione endovena a quella sottocute rappresenta una vera e propria rivoluzione sotto il profilo organizzativo e riduce i costi dell’assistenza. Ma a beneficiare di più sono proprio i pazienti con un significativo miglioramento della loro qualità di vita».

Cosa significhi concretamente il passaggio dall’uno all’altro regime lo racconta Vito Antonio Delvino, direttore generale dell’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” IRCCS di Bari. «Quello che cambia in modo clamoroso è il tempo che impiegano gli operatori sanitari a preparare il farmaco prima e ad assistere il paziente poi», ha commentato. «Una somministrazione sottocutanea che dura 5 minuti si traduce in 5 ore in meno di lavoro per infermieri, medici e farmacisti per ciascun paziente, tempo che può essere dedicato all’ottimizzazione delle risorse. La breve permanenza in ospedale comporta minor impegno per il paziente e il suo accompagnatore. A questo si aggiunge la maggior compliance del paziente al trattamento».

Legge Bilancio. Si lavora su emendamenti sanità: sul tavolo superticket e ricercatori. Ma il rinnovo dei contratti rischia di restare fuori dalla ‘partita’. Almeno in Commissione Bilancio

Tutto dipenderà dall'emendamento della Commissione Sanità sul fumo che potrebbe assicurare 600 mln in più al Ssn. Se questo dovesse essere bocciato in Commissione Bilancio, non ci saranno risorse per la sanità. In caso contrario, i proventi, stante a quanto abbiamo raccolto da fonti della maggioranza, andrebbero a finanziare ritocchi al superticket (meno esoso o più esenzioni), la cosiddetta "piramide dei ricercatori" e il bonus bebè. Per i contratti non resterebbe nulla, anche perché, ci hanno detto, almeno fino ad ora, "in Commissione Bilancio di questa opportunità non se n'è proprio parlato"

Da Quotidianosanità.it del 22-11-2017

Ha preso il via oggi l’esame degli emendamenti alla legge di Bilancio in V Commissione al Senato. Tra gli argomenti trattati, come dichiarato oggi ai giornalisti dal presidente della Commissione Bilancio Giorgio Tonini (Pd), ci sono anche possibili interventi sulla sanità da finanziare con i proventi delle risorse derivanti dall’emendamento della Commissione Sanità che propone di variare la tassazione dei tabacchi in modo da assicurare un gettito di almeno 600 milioni di euro su base annua destinato a finanziare le cure palliative per 100 milioni e i farmaci oncologici innovativi per 500.

Tuttavia, dato che il Fondo per gli innovativi oncologici (in tutto 500 milioni annui) è già finanziato in modo strutturale con una quota vincolata del Fondo sanitario stabilita dalla legge di Bilancio dell'anno scorso, quei 500 milioni in più derivanti dalle tasse sul fumo potrebbero andare a finanziare altre poste sanitarie, a partire dai contratti per il personale, come auspicato dalla prima firmataria di quell'emendamento la presidente della Commisione Sanità De Biasi. Ma, sempre che quell'emendamento passi, le cose andranno effettivamente così?

Chiederselo è lecito, soprattutto dopo le dichiarazioni, piuttosto vaghe in proposito, dello stesso Tonini che sempre conversando con la stampa ha detto che potrebbero essere destinate "al superticket, agli oncologici o alle liste d'attesa", senza mai citare il contratto.

Per capire come stanno le cose abbiamo a nostra volta sentito altre fonti parlamentari della maggioranza che ci hanno confermato come al momento le strade percorribili siano in realtà ben delineate.

Prima ipotesi: se l’emendamento sul fumo dovesse essere bocciato dal Mef per il timore di una possibile riduzione del gettito dovuta ad un calo degli acquisti delle sigarette per l’aumento del loro costo, a quel punto per la sanità la partita della legge di Bilancio finirebbe così. Non ci sono, infatti, risorse aggiuntive da destinare a possibili interventi.

Seconda ipotesi: se l’emendamento della XII Commissione fosse accolto, a quel punto il ‘tesoretto’ sarebbe utilizzato per due obiettivi, il progressivo superamento del superticket ed il finanziamento della ‘piramide’ del ricercatore. Le risorse per abolire il superticket del tutto in realtà non ci sono, perché servirebbero circa 700/800 milioni. Ma si potrebbe ipotizzare una riduzione del suo peso economico sulle tasche dei cittadini o una rimodulazione per fasce di reddito. La misura, tra l’altro, sarebbe necessaria anche per sancire in Parlamento l’alleanza politica tra Pd e Campo Progressista come in qualche modo ha detto ieri a Porta a Porta il segretario del PD Matteo Renzi.

Le risorse che ‘avanzerebbero’ dovrebbero essere poi destinate a quella ‘piramide’ del ricercatore fortemente voluta dalla stessa ministra Lorenzin. A questo si deve poi aggiungere il bonus bebè. Una misura richiesta da Alternativa Popolare sulla quale sempre Renzi ha dato il suo consenso.

E le risorse per il rinnovo dei contratti? Non ci sono, ammettono a questo punto con rammarico le nostre fonti. Ricordiamo che per dare il via al rinnovo, oltre alla quota già accantonata dalle Regioni, lo Stato dovrebbe investire circa 600 milioni. Il rischio che i contratti restino totalmente fuori dalla ‘partita’ è dunque concreto. Tanto più che, al di fuori dei componenti della Commissione Sanità, sembra che nessuno in Commissione Bilancio abbia neanche accennato l’argomento.

Giovanni Rodriquez

L'intervista a Betarice Lorenzin. 'Vaccini, obbligo legittimo. E serve in tutte le regioni'

Respinti i ricorsi del Veneto, il ministro della Salute: tuteliamo i nostri bambini.
“Zaia protesta ancora? Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico”

Da Il Messaggero del 23-11-2017

Tutti respinti i ricorsi della Regione Veneto contro l'obbligatorietà dei vaccini per iscriversi a scuola da O a 16 anni. Così ha deciso la Corte Costituzionale. Le questioni arrivate sui tavoli dei giudici sono state considerate non fondate. Poiché la scelta di proteggere i bambini «mira a tutelare la salute individuale e collettiva fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie». La mancata vaccinazione, comunque, non vorrà dire esclusione degli alunni da scuola. «Verranno inseriti - specifica la Consulta - in classi in cui gli altri sono vaccinati».

I ricorsi sottoposti alla Corte Costituzionale non mettevano in discussione l'efficacia dell'immunizzazione ma la loro obbligatorietà sospesa dal Veneto con una legge del 2007. Che aveva introdotto un sistema di prevenzione delle malattie infettive basato solo sulla persuasione. Questa sentenza potrebbe chiudere il capitolo giudiziario che si è trascinato dietro il decreto. Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, non nasconde il suo entusiasmo.

Ha mai avuto dubbi stilla decisione della Corte?

«Sinceramente no. Nessun timore. Il testo è stato redatto secondo tutti i profili di costituzionalità. Ricordiamo che l'obbligo di vaccinarsi per poter essere iscritto a scuola è decaduto nel 1999. Dal '67 era indispensabile per sedersi al banco. Quella legge è stata ripresa e aggiornata».

Il governatore del Veneto Luca Zaia ha detto che «dal modello fondato sulla libertà di scelta e sul dialogo con le famiglie si è passati alla coercizione». Lei che cosa risponde?

«Che errare è umano ma perseverare è diabolico».

Solo questo? Il Veneto, per esempio, lamentava la lesione del diritto individuale alla salute

«I vaccini sono una conquista della scienza e una delle più importanti misure di prevenzione esistenti. Deve essere chiaro: il decreto protegge la salute dei nostri bambini e di tutta la comunità. Il passaggio da una strategia basata sulla persuasione a un sistema di obbligatorietà dei vaccini "si giustifica alla luce del contesto attuale" hanno spiegato i giudici».

Durante questi mesi lei ha parlato con Luca Zaia?

«Direi che non mi è capitato»

Quindi questo è uno di quei casi in cui l'autonomia regionale in materia di sanità non esiste, vero?

«I virus, come si sa, non hanno confini né bandiere. Viaggiano con estrema facilità, passano da bambino a bambino. E, come abbiamo visto negli ultimi tempi con il morbillo, anche tra gli adulti. Come si fa a ragionare in termini regionali davanti a simili dati di fatto? Per essere certi di tutelare i più piccoli dobbiamo arrivare all'immunità di gregge. Da Nord a Sud senza differenze»

Le associazioni "No Vax" dicono che «non arretreranno»...

«Facciano come credono ma siamo arrivati alla fine di questa vicenda. Adesso non ci sono più appigli di tipo legislativo giuridico per coloro che sono contrari alle vaccinazioni. Sono contenta per le famiglie venete e italiane che hanno davanti a loro una situazione molto più chiara. Non penso proprio che ci siano margini di manovra. La stessa Corte Costituzionale ha dichiarato che la scelta dell'obbligo "spetta al legislatore nazionale". Al Parlamento».

E possibile la disobbedienza civile...

«Sulla pelle dei bambini?»

Le famiglie che diranno ancora "no" che devono aspettarsi?

«La legge di conversione ha modificato il decreto legge riducendo sensibilmente le sanzioni amministrative pecuniarie. E prevedendo in ogni caso che vengano chiamate dalla Asl per un colloquio capace di favorire l'adesione».

Lei parla del diritto dei più piccoli di essere vaccinati, le associazioni che negano la validità della protezione rivendicano il diritto a non immunizzarsi. Ma il diritto, come sempre, è uno solo

«La storia recente ci dimostra che se si abbassa il livello di attenzione le vaccinazioni si riducono e tornano anche le malattie che erano scomparse. Il diritto è solo quello di tutelare tutti. Anche i bambini sotto i tre mesi ancora non protetti e quelli immunodepressi. Un diritto costituzionale alla salute»

Da anni molte questioni legate alla salute pubblica, pensiamo alla vicenda Stamina o alla legge sulla fecondazione assistita smontata dalle sentenze, sono state risolte da un giudice. Questa volta medicina e giustizia sembrano aver dialogato. Che ne pensa?

«Abbiamo lavorato per arrivare a questo dialogo. La creazione di albi di esperti ci ha permesso di trovare un autentico canale di comunicazione tra salute pubblica e diritto. Questi due mondi possono capirsi senza che nessuno perda le proprie specificità».

Carla Massi

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Cancro al seno: rischio di recidive anche dopo 20 anni dalla prima diagnosi. Un nuovo studio suggerisce prolungamento terapia ormonale fino a dieci anni. Ma non in tutti i casi

Una metanalisi internazionale condotta su circa 63mila pazienti dimostra che il rischio di recidiva è del 41% nelle donne a più alto rischio (tipicamente quelle con un tumore di diametro più elevato e con multiple metastasi linfonodali alla diagnosi) nell’arco di 20 anni dalla diagnosi. In questa categoria di pazienti, andrebbe valutato il prolungamento della terapia ormonale fino a 10 anni, discutendone con la paziente rischi e benefici. L'oncologo Pierfranco Conte: "Smentita credenza diffusa che dopo cinque anni non vi sia più rischio"

Da Quotidianosanità.it del 21-11-2017

Il tumore della mammella anche quando sembra debellato, può a volte tornare a colpire, a distanza di molti anni dalla fine delle terapie. Per questo è importante continuare a fare gli esami di follow-up (mammografia, ecografia mammaria e pelvica, visita senologica, marcatori ormonali, ecografia del fegato, ecc) per cogliere eventuali recidive sul nascere. Ma nelle donne a rischio più elevato può essere utile rivedere la durata della terapia ormonale (con tamoxifene o con inibitori delle aromatasi, nel caso delle donne in menopausa) estendendola a 10 anni.

Tipicamente, nelle donne con tumori che esprimono recettori per gli estrogeni (ER+), dopo il trattamento chirurgico, radioterapico e chemioterapico, si prescrive per 5 anni la terapia ormonale con tamoxifene o inibitori delle aromatasi. Questo trattamento si è dimostrato in grado di ridurre in maniera importante il tasso di recidive durante e dopo il trattamento nelle donne con tumore della mammella in stadio iniziale, ER+. Si è pensato da tempo alla possibilità di estendere la durata di questi trattamenti oltre i 5 anni, ma in questa scelta devono essere considerati anche gli effetti indesiderati inerenti alla terapia con anti-estrogeni: non solo sintomi simil-menopausa (vampate e secchezza vaginale), ma anche e soprattutto un possibile peggioramento della qualità dell’osso (osteoporosi).

E’ dunque necessario, prima di prendere la decisione di prolungare il ciclo di terapia oltre i 5 anni, valutarne attentamente i pro (vale la pena? Contribuisce a ridurre effettivamente il tasso di recidive?) e i contro (es. rischio di fratture da osteoporosi). Come anche è necessario valutare e stratificare con attenzione le pazienti per il rischio di recidiva, alla sospensione della terapia ormonale. Un importante passo avanti su quest’ultimo punto, viene da uno studio pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine.

Un gruppo di ricercatori di università inglesi, americane, canadesi e svedesi facenti parte dell’Early Breast Cancer Trialists’ Collaborative Group (EBCTCG) ha cercato di dirimere la questione con una metanalisi di 88 trial comprendenti un totale di circa 63mila donne con tumore della mammella ER+, senza residuo di malattia dopo 5 anni di terapia endocrina. Queste donne sono state seguite per un periodo di 5-20 anni, durante tutto il quale i ricercatori hanno evidenziato comparsa di recidive a tasso costante.

Il rischio di metastasi a distanza è risultato fortemente correlato al diametro del tumore e allo stato dei linfonodi alla diagnosi(stato TN); tra le pazienti con tumore T1 (dimensioni massime < 2 cm), senza coinvolgimento linfonodale (T1N0), il rischio di recidive a distanza era del 13%; in presenza di 1-3 linfonodi coinvolti (T1N1-3), saliva al 20% e al 34% in caso di 4-9 linfonodi metastatici (T1N4-9).

Nelle donne con stadio T2 (dimensioni massime > 2cm ma < 5 cm) iniziale, in assenza di linfonodi (T2N0) il rischio di recidive era del 19%, saliva al 26% nelle T2N(1-3) e al 41% nelle T2N(4-9). Il grado tumorale e il fattore prognostico Ki-67 sono risultati di moderato valore predittivo indipendente di metastasi a distanza, mentre non sono risultati predittivi di recidive a distanza, né lo status dei recettori per il progesterone, né quello dei recettori HER2.

Nel periodo di 5-20 anni, oggetto di questo studio, il rischio assoluto di recidiva a distanza tra le donne con cancro della mammella T1N0 è risultato del 10% per le malattie di basso grado, del 13% per quelle di grado moderato e del 17% per quelle di alto grado; i valori di rischio per qualunque tipo di recidiva o un tumore nella mammella controlaterale erano rispettivamente del 17%, 22% e 26%.

Questi risultati stanno dunque a dimostrare che, dopo i 5 anni canonici di terapia ormonale adiuvante, le recidive di cancro della mammella continuano a fare stabilmente la loro comparsa per tutto l’intervallo di osservazione di questo studio, da 5 a 20 anni. Il rischio di metastasi a distanza appare fortemente correlato con lo stato TN iniziale e va dal 10 al 41%, a seconda dello stato TN e del grado del tumore. “Si tratta di uno studio molto importante - commenta il professor Pierfranco Conte, Ordinario di Oncologia

Medica Università di Padova e direttore Oncologia Medica 2 Istituto Oncologico Veneto di Padova - perché porta l’analisi a lungo termine di numerosi studi clinici che hanno incluso decine di migliaia di pazienti. Lo studio dimostra che in caso di tumore ER+ (che rappresenta circa il 70% di tutte le neoplasie) il rischio di ripresa di malattia si mantiene nel tempo e quindi smentisce del tutto la credenza molto diffusa che, passati i 5 anni, non vi sia più rischio. Rimane invece vero il fa tto che per i tumori tripli negativi e HER2+ il rischio è più elevato nei primi due-quattro anni, mentre dopo i cinque anni dalla diagnosi diventa minimo, tendendo ad azzerarsi.

Qualora il rischio di ripresa di malattia sia elevato, e solo in questi casi, ha dunque senso prolungare la terapia ormonale oltre i 5 anni.
Ma se il rischio di ripresa di malattia è molto basso, come per fortuna succede nella maggioranza delle donne operate per tumore al seno, allora continuare una terapia ormonale oltre i 5 anni può provocare effetti indesiderati a volte superiori ai benefici attesi. Se una donna ha un rischio di ripresa di malattia del 10% all’inizio – prosegue il professor Conte - dopo 5 anni di terapia ormonale il suo rischio si sarà ridotto al 3-4%, talmente basso da essere sostanzialmente analogo a quello della popolazione generale. Quindi in questo caso non ha senso fare un trattamento ormonale che, seppur apparentemente innocuo (una compressa al giorno) è pur sempre un trattamento che aumenta il rischio di osteoporosi, di malattie cardiovascolari, di mialgie e dolori articolari, influendo così sulla qualità di vita della paziente.

Il concetto di rischio è comunque molto individuale – conclude il professor Conte - e il clinico dovrebbe discuterlo ogni volta con la paziente, per apprezzare come lei intende il rischio. Dopo aver fatto 5 anni di terapia ormonale, che riduce del 60% il rischio di ripresa di malattia, qualora rimanga ancora un rischio sufficientemente elevato per il quale il clinico avrebbe sin dall’inizio prescritto al terapia ormonale, l’atteggiamento clinico più corretto è dunque quello di discuterne con la paziente la prosecuzione per altri 5 anni”.

Maria Rita Montebelli

Fumo, alcol e obesità aprono le porte al tumore

Bari/"Cure primarie per il paziente oncologico"

Da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO del 22-11-2017

Dal tumore si può guarire. In ogni caso, una volta diagnosticato, si può convivere cronicizzandolo. La terapia oncologica oggi determina un grado di curabilità superiore a qualche anno fa, consentendo  alle persone colpite di avere una vita attiva e soddisfacente. Si è conclusa l'ottava edizione del congresso sulle «Cure primarie per il paziente onco-logico», organizzato a Bari da C.Lab Meeting- dove si sono riuniti medici, chirurghi, biologi e tecnici di laboratorio. Si è dimostrato come la prevenzione primaria, la lotta al tabagismo, la diffusione degli screening, il progressivo sviluppo e miglioramento  dei percorsi diagnostici e delle prospettive terapeutiche portino sempre di più ad una riduzione di nuovi  casi e globalmente ad un miglioramento nella sopravvivenza.

Ogni giorno 1000 persone, secondo lo studio Aiom-Airtum 2017, scoprono di avere un tumore. Pertanto continua ad essere rilevante la prevenzione primaria. Il fumo, l'alcol e l'eccesso di peso aumentano il rischio di ammalarsi. Quindi l'alimentazione assume un ruolo sempre più importante nella terapia integrativa oncologica. «La cellula tumorale è intelligente: con la chemio terapia si arresta momentaneamente e poi trova la via per riprendere a cascata». Il professor Nicola Marmo, responsabile del reparto oncologico dell'Ospedale San Paolo di Bari, afferma che «tra qualche anno la tradizionale chemio non ci sarà più e sarà sostituita anche dalla terapia che agisce sul sistema immunitario, deputato a difendere l'organismo dalle aggressioni esterne. Quest’ultima non "parla" alla singola cellula tumorale ma al sistema immunitario».

Tale strategia terapeutica ha già dato grandi vantaggi nella lotta a malattie poco curabili come i melanomi, i tumori renali, polmonari e uroteliali. Conoscere la genetica è fondamentale per controlli mirati. Il test genetico è fondamentale. Altro aspetto da non trascurare è la disparità di accesso alle cure.
Eugenio Maiorano, primario dell'Istituto di Anatomia patologica del Policlinico di Bari, spiega che «nonostante sia un dato eterogeneo, ci sono dei dati evidenti che manifestano una più elevata incidenza di neoplasie maligne nella popolazione immigrata».

In crescita il pericolo dei tumori al pancreas: ecco i fattori di rischio

Da Corriere Adriatico.it del 21-11-2017

Aumentano i casi di cancro al pancreas in Italia: in 15 anni sono cresciuti del 59%, dagli 8.602 del 2002 ai 13.700 nel 2017. Fumo, obesità, età e vita sedentaria sono i principali fattori di rischio. In particolare, alle sigarette è riconducibile il 20-30% delle diagnosi fra gli uomini e il 10% fra le donne. E le diverse abitudini alimentari spiegano le forti differenze geografiche nella diffusione di questa neoplasia che al Sud colpisce nettamente meno che al Nord: -25% fra gli uomini e -28% fra le donne. A proteggere il Meridione è il maggiore consumo di frutta e verdura fresche, tipico della dieta mediterranea ancora diffusa nella parte più bassa dello Stivale. A scattare la fotografia è la Fondazione Aiom-Associazione italiana di oncologia medica.

Stile di vita sano
«È fondamentale migliorare il livello di consapevolezza su questa neoplasia e sull’importanza degli stili di vita sani - afferma Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione Aiom - Nel mondo i nuovi casi sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 144.859 nel 2008 a circa 365.000 nel 2017, e si stima che nel 2020 saranno 418 mila. Ogni giorno a livello globale sono mille le nuove diagnosi. Dati che ci spingono a impegnarci di più sia sul fronte della prevenzione che della ricerca».

 Difficile la diagnosi precoce
«A oggi non vi sono metodi per la diagnosi precoce di questa neoplasia molto aggressiva», spiega Giampaolo Tortora, direttore di Oncologia Medica dell’azienda ospedaliera universitaria Integrata di Verona. Ecco perché «solo il 7% dei casi è individuato in stadio iniziale, mentre oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica. Spesso, infatti, sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre malattie. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è dell’8%, superiore rispetto alla media europea (6,9%) e a quella dei Paesi dell’Europa centrale (7,3%) e settentrionale (4,8%), ma decisamente inferiore rispetto ai risultati raggiunti in altre neoplasie frequenti come quelle di seno e prostata».

Le nuove armi
«Nuove armi permettono di ottenere un controllo significativamente prolungato della malattia metastatica - sottolinea lo specialista - e sono caratterizzate da un profilo di tossicità favorevole, per cui possono essere utilizzate anche nei pazienti anziani. In particolare nab-paclitaxel, paclitaxel legato all’albumina e formulato in nanoparticelle, presenta un meccanismo di trasporto innovativo che sfrutta le nanotecnologie. Grazie all’albumina, una proteina già presente nell’organismo umano, il principio attivo riesce a superare la barriera stromale del cancro arrivando fino alla radice del tumore: rallenta così la proliferazione della malattia e a volte può fermarne la crescita».

Occorrono finanziamenti
Rita Vetere, vice presidente di Salute Donna Onlus: «Per migliorare i tassi di sopravvivenza serve una vera e propria chiamata alle armi che vada dalla ricerca alla prevenzione, intesa come attenzione agli stili di vita, fino alle terapie, in stretta collaborazione con le Istituzioni, le altre associazioni e i clinici».

di Piero Lai

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Cancro: quello che le donne non sanno

Il gene di Angelina. Scoprire la mutazione di Brca 1 e 2 rivela il rischio di ammalarsi al seno e all'ovaio. Di questa anomali sappiamo tutto. E perciò i tumori possono essere combattuti. Ma non si fa: la senatrice a vita lancia l'allarme

Da la Repubblica Salute del 21-11-2017

Di alcune patologie la scienza ha già scoperto tutto o quasi. Ha trovato la causa e la strada diagnostica, di sorveglianza, offrendo il meglio della prevenzione oggi possibile. Ne è esempio una forma di tumore al seno e all'ovaio, a cui si può essere geneticamente predisposti, e che può manifestarsi nella nonna, magari nella mamma, oppure in una zia e/o in una sorella, più facilmente in età precoce e anche bilateralmente. In questi casi si deve alzare l'allerta e rivolgersi al medico di base, al ginecologo, al senologo o al radiologo. Un terzo circa di questi casi "ereditari" è dovuto a una mutazione in uno dei due geni Brca1 o Brca2. Individuati negli anni '90, se mutati impediscono la corretta riparazione del Dna e, negli anni, possono causare il tumore. Un figlio o una figlia che non abbiano ereditato dal genitore il gene Brca mutato avranno la loro discendenza "libera" da quella mutazione. Oggi che queste forme familiari sono note, che fare?

Prima di tutto una consulenza genetica. Deve essere il genetista (e nessun altro) a stabilire o escludere l'appropriatezza della prescrizione del test genetico, in base al quadro familiare, e a interpretare l'eventuale mutazione individuata e i conseguenti rischi di malattia. La risposta può essere difficile per una donna e la sua famiglia. Ecco perché ci si avvale di un supporto multidisciplinare, anche psicologico, oltre che informativo. In caso di test positivo, infatti, vi sono considerazioni e opportunità: una mutazione del gene Brca1 o Brca2 (che è ereditabile sia dalla madre sia dal padre) aumenta sensibilmente il rischio di ammalarsi di tumore al seno e/o all'ovaio. Non si tratta di "certezza", è bene ribadirlo, ma di maggior rischio di sviluppare un tumore. Può suonare come una sentenza. Non lo è. Oggi, una volta identificata la presenza della mutazione in una famiglia, analizzando come caso indice chi si è ammalato in età più precoce, si procede offrendo il test a tutti i famigliari. Angelina Jolie, la cui famiglia presentava diversi casi di tumore al seno e all'ovaio, sostenuta da una adeguata consulenza medica, ha deciso (opportunamente) di affrontare il test genetico che ha evidenziato la sua positività per Brca1. Ha quindi scelto per la rimozione di seno e ovaie, azzerando (quasi) totalmente gli effetti potenzialmente negativi di quella mutazione sulla sua vita.

Non è l'unica possibilità. La sorveglianza intensiva è un'altra misura di prevenzione nelle donne sane con mutazione Brca. In questo caso si mira alla diagnosi precoce, attualmente possibile per la maggior parte dei tumori al seno, ma non per l'ovaio. Si tratta di un percorso garantito in alcune regioni, dove vi sono ospedali che ogni sei mesi accolgono la paziente per gli accertamenti diagnostici, rinnovando l'appuntamento per il resto della sua vita.

Il blocco, paradossalmente, è ancora a livello psicologico e culturale. Troppi, infatti, i pregiudizi, i vecchi tabù, i rifiuti, le incomprensioni, a cui le donne con mutazione Brca possono andare incontro. Qualsiasi leggerezza è inaccettabile, perché rischia di condannare donne con familiarità, che possono invece continuare una vita appagante. Ed è da primitivi la sufficienza (di cui continuiamo ad avere testimonianze) di fronte alla meditata e sofferta scelta di una donna con mutazione Brca di affrontare una chirurgia preventiva dell'ovaio e/o del seno. Se a questo associamo le intollerabili distanze tra le politiche sanitarie regionali, capiamo quanto male si sta facendo a tante mamme, mogli, sorelle, figlie e figli. Viviamo in un paese in cui, mentre in alcune regioni, come l'Emilia Romagna (prima ad attivare un percorso ad hoc, seguita poi da Lombardia e Liguria), l'individuazione del rischio oncologico e l'accesso al test per donne con familiarità è un diritto garantito in ospedali dotati di unità che fanno la presa in carico addirittura in regime di esenzione, in altre (la maggior parte) questo non c'è e le donne devono anche affrontare l'ignoranza o il sarcasmo di chi, inqualificabile se è anche "medico ma ignorante", arriva a dirti che "del Brca non ci si deve preoccupare", che "non puoi rimuovere le ovaie alla tua giovane età" o che "la mastectomia preventiva la si fa solo su donne esaurite".

Si devono mettere "in sicurezza" le donne con mutazione Brca. Sono diversi i parlamentari a voler portare la questione all'attenzione pubblica. L'identificazione delle famiglie a rischio è già nel Piano nazionale della prevenzione 2014-2018 del ministero della Salute. Bisogna offrire loro ciò che la scienza sa, affinché una donna (e la sua famiglia) possa decidere se sia più dannosa la conoscenza di una situazione potenzialmente negativa, oppure l'ignoranza. Far finta di niente per risparmiare sulla prevenzione è una strategia miope che aumenta anche i costi globali della sanità regionale.

Da anni e da più parti si chiedono interventi per uniformare le pratiche nazionali d'indagine, prevenzione e gestione delle donne con mutazione Brca. Si chiedono centri specializzati con percorsi dedicati in grado di accoglierle, oltre a una campagna di informazione nazionale che, insieme agli specialisti, aiuti le famiglie a valutare le opzioni e scongiurare la paura. Nessuna donna con familiarità al tumore al seno e all'ovaio, in nessun angolo del paese, messa di fronte alla scoperta di essere Brca positiva deve sentirsi abbandonata. Ci sono figli con mamme da salvare.

di Elena Cattaneo
Docente aria Statale di Milano
e Senatrice a vita

Europa: chi sale e chi scende nella spesa sanitaria

Da Il Sole24 ORE Sanità del 21-11-2017

La Sanità e la Protezione Sociale rappresentano le componenti principali della spesa pubblica totale nei maggiori Paesi europei. Nel 2015 la spesa in, Protezione sociale in Paesi quali Italia, Germania, Francia e Regno Unito rappresenta circa il 40% della spesa pubblica; una quota importante e spiegata principalmente dalla voce di spesa "Pensioni" che, a causa delle dinamiche demografiche (aumento della popolazione anziana), è in continua crescita. La quota di spesa in sanità varia dal 14% dell'Italia e della Francia al 18% del Regno Unito. In Italia, rispetto al 2010, l'incidenza della Sanità sulla spesa pubblica complessiva è diminuita di un punto percentuale, al contrario di quanto accaduto in Germania (in cui è aumentata dal 15% al 16%), nel Regno Unito (dal 16% al 18%) e in Francia (stabile al 14%). Nel 2015 nell'Ue-I4, l'incidenza della spesa sanitaria sulla spesa pubblica totale è stata mediamente pari al 14,7%. In Italia l'incidenza è pari al 14,1%, leggermente superiore a quella registrata nel 2014, ma inferiore alla media europea (con un divario di 0,6 punti percentuali). Oltre a presentare l'incidenza maggiore di spesa sanitaria totale sul Pil, la Germania è il Paese con il più elevato livello di spesa sanitaria totale pro capite a parità di potere di acquisto (5.015 euro), seguita da Irlanda (4.994 euro) e Svezia (4.958 euro). In Italia è di poco superiore alla soglia dei 3.000 euro. La componente pubblica della spesa sanitaria pro capite, nei Paesi Ue-I4, risulta mediamente pari a 3.066 euro a parità di potere d'acquisto. L'Ita-lia presenta un livello di crescita della spesa pubblica in sanità molto più basso. Questo è imputabile, prevalentemente, alle politiche di contenimento della spesa e alle continue revisioni al ribasso della stessa da parte del decisore pubblico. Dal 2010 al 2016, la spesa pubblica in sanità si è ridotta a un tasso medio annuo pari allo 0,1% in Italia, mentre è aumentata nel Regno Unito (+5,1%), in Germania (+3,9%) e in Francia (+2,3%). Nel nostra Paese, la tendenza si è invertita dopo il 2013, con incremento medio annuo dello 0,9% fino al 2016. L'Italia presenta un importante gap di spesa sanitaria pubblica rispetto ai principali Paesi europei. Nel 2016 il gap è pari a 1.942 euro rispetto alla Germania, che spende ogni anno 4.241 euro (46% in più dell'Italia). Rimane elevato anche il gap di spesa rispetto alla Francia e al Regno Unito, che spendono rispettivamente il 30% e il 23% in più rispetto all'Italia. Cresce il divario tra la spesa pro capite Ue-14 e quella italiana, che passa da 748 euro nel 2015 a 767 euro nel 2016 (divario pari al 25%). Se l'Italia continuasse a destinare il 6,7% del Pil alla sanità, il gap di spesa registrato oggi tra Italia e i principali Paesi europei aumenterebbe. Secondo tali stime, la spesa pubblica sanitaria pro capite sarebbe pari a 2.661 euro in Italia, e il divario di spesa sarebbe pari al 47% rispetto alla Germania, al 34% rispetto alla Francia, al 26% rispetto al Regno Unito e al 24% rispetto alla media europea.

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Agenzia europea del farmaco. Oggi la scelta della sede dell'Ema. Si ritirano due città, Milano spera

Da LA STAMPA del 20-11-2017

Questa sera sapremo se la corsa di Milano per ospitare la sede dell'Agenzia europea del farmaco (Ema) che lascerà Londra dopo la Brexit, sarà coronata dal successo. L'ultima parola, con un sistema di voto complesso con punteggi a scalare (3,2,1 in base alle preferenze) a tre turni con eliminazione progressiva dei Paesi che prendono meno consensi, spetterà ai 27 ministri degli Affari europei riuniti a Bruxelles. Per l'Italia ci sarà il sottosegretario Sandro Gozi. Si sceglierà prima la sede di Ema - le candidature sono 19 - e poi quella dell'Eba (Autorità bancaria europea) - 8 città in lizza. Secondo fonti vicine al dossier Ema, Malta ha ritirato la sua candidatura e questo avrebbe un effetto positivo per Milano poiché i voti maltesi dovrebbero confluire sull'Italia. Data in uscita anche l'Irlanda. L'Italia, sempre secondo le fonti, potrebbe ottenere un paio di voti dai Paesi Baltici. I «bookmakers» danno Amsterdam favorita.

Quando le parole possono curare: terza edizione del Premio 'Federica le parole della vita'

Presentato a Verona il concorso letterario nazionale di Fondazione AIOM che giunge alla sua terza edizione. La dott.ssa Stefania Gori (Presidente AIOM e ideatrice dell’iniziativa): “Questo concorso è un momento di speranza nella lotta contro questa malattia”.

Verona, 7 novembre 2017 – «Le parole possono curare». È con questo slogan che è stata presentata a Verona la terza edizione del «Premio Federica. Le parole della vita», iniziativa nata tre anni fa e intitolata a Federica Troisi, giovane veronese scomparsa nel 2013 dopo aver affrontato con coraggio la sua battaglia contro il cancro. Il concorso e il suo regolamento sono stati presentati in un incontro con la stampa presso il Comune di Verona, presente l’Assessore alla Cultura, Avv. Francesca Briani.

Foto presentazione

«Accanto alla chemio e radioterapia, alle nuove tecniche chirurgiche, ai farmaci innovativi - sottolinea il dott. Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione Aiom e Direttore Sanitario dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar - l’effetto della “terapia della parola” può essere fondamentale».

«Questo concorso è un momento di speranza nella lotta contro questa malattia», aggiunge la dott.ssa Stefania Gori, direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e Presidente di Aiom, che promuove l’evento. «Perché, è vero, il tumore è la seconda causa di morte, ma è anche vero che dal 2012 i casi non aumentano, abbiamo raggiunto una sorta di stasi. Mentre aumentano i casi di chi sopravvive a cinque anni da una diagnosi. Ed è giusto ripeterlo: di cancro si può guarire».

Da oggi fino al 15 marzo 2018 sarà possibile inviare le produzioni letterarie a premioletterariofederica@fondazioneaiom.it scegliendo tra una composizione narrativa (racconto, testimonianza, diario, fiaba, lunga da un minimo di 1 a un massimo di 10 cartelle) o poetica (da un minimo di 1 ad un massimo di 5 poesie). Il concorso, la cui partecipazione è gratuita, è suddiviso in due sezioni: una è riservata ai pazienti oncologici, l’altra invece è riservata ai familiari di pazienti oncologici e ad operatori professionali del settore oncologico (scarica qui il regolamento e la domanda di partecipazione).

Le produzioni letterarie saranno esaminate da una giuria appositamente nominata e coordinata da Fondazione AIOM.

In occasione della presentazione è stato proiettato anche uno short film della seconda edizione del concorso e presentato il libro che raccoglie le poesie e i racconti dei vincitori del concorso 2017.

La cerimonia di premiazione di “Federica - le Parole della Vita” sarà il 20 maggio 2018 a Verona al Palazzo della Gran Guardia.

 

 

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Il tumore al pancreas. Un nemico silenzioso difficile da individuare

Solo 7 casi su 100 diagnosticati nella fase iniziale

Da NAZIONE-Carlino-GIORNO del 19-11-2017

Il tumore del pancreas è un nemico silenzioso. La patologia in fase precoce non presenta sintomi specifici e questo rende la diagnosi difficile e fa sì che la malattia venga scoperta nella maggior parte dei casi in uno stadio già avanzato. Come se non bastasse, le caratteristiche intrinseche della malattia compromettono l'efficacia di molti trattamenti. La difficoltà nel trattare il tumore, infatti, è dovuta alla presenza di un tessuto fibroso che, racchiudendo le cellule tumorali, le rende particolarmente resistenti ai farmaci. Come possiamo, allora, abbassare il rischio di cancro del pancreas? Come accade per la maggior parte dei tumori, con la prevenzione primaria. Secondo l'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), «la corretta assunzione di alimenti, in pratica la dieta mediterranea, associata a uno stile di vita attivo, costituisce la base della prevenzione oncologica». «In Italia — spiega Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM — negli ultimi 15 anni i casi di tumore del pancreas sono aumentati del 59% (erano 8.602 nel 2002, oggi sono 13.700). Fumo, obesità, età e sedentarietà rappresentano i principali fattori di rischio». «A oggi — afferma Giampaolo Tortora, direttore Oncologia Medica A.O. Universitaria di Verona — non ci sono metodi per la diagnosi precoce. Solo il 7% dei casi infatti è individuato in stadio iniziale. Spesso sintomi come il calo di peso, mal di schiena, dolore allo stomaco e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie. Tutto ciò ritarda la diagnosi e l'intervento». All'orizzonte, la personalizzazione dei trattamenti. Alcuni nuovi chemioterapici impiegano le nanotecnologie per un controllo della malattia metastatica. In particolare un farmaco legato in nanoparticelle all'albumina sta dando risultati positivi con profilo di tossicità favorevole.

I trattamenti del tumore del pancreas possono essere chirurgici, chemioterapici e radioterapici con possibili combinazioni messe a punto caso per caso. La scelta delle modalità di trattamento dipende dal tipo istologico e dallo stadio del tumore, oltre che dall'età e dalle condizioni generali del paziente. Nei casi operabili, la chirurgia è la terapia d'elezione.

«Ma non è accettabile — afferma Massimo Falconi, direttore del Centro del Pancreas dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e docente ordinario all'università Vita-Salute di Milano — che alcuni pazienti siano operati in centri che svolgono uno o due interventi l'anno. La chirurgia pancreatica è estremamente complessa. Ci vuole competenza e buona esperienza».

Professore, i pazienti sono tutti operabili?
«No. Meno del 20% dei pazienti è, purtroppo, candidabile a un intervento con intento curativo, con una sopravvivenza a 5 anni intorno al 20-30%. E numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze sono più alti nei centri che eseguono raramente questo tipo di operazioni».

Ci può dare cifre?
«Un'analisi dei dati raccolti dal ministero della Salute mostra che nel nostro Paese, in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire 5 volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza. Nel dettaglio, la mortalità è stata del 12,4% negli ospedali che eseguono 1-5 interventi all'anno, del 7,8% in quelli che ne svolgono 6-13, del 5,9% in quelli che ne eseguono 14-51, e solo del 2,6% nei due centri con maggiore esperienza (Ospedale San Raffaele di Milano e Policlinico G.B. Rossi di Verona) che effettuano, a testa, più di 300 resezioni pancreatiche all'anno».

Ma allora cosa fare?
«Dovrebbero essere individuate strutture di riferimento certificate sulla base di chiari parametri: quantità, qualità, valutazione puntuale dei risultati clinici. La decisione di procedere all'intervento chirurgico non può essere, poi, affidata al solo chirurgo, ma deve essere condivisa dall'interno di un team multidisciplinare: radiologo, endoscopista-gastroenterologo, patologo, oncologo/radioterapista».

Trapianto di pancreas. È opportuno nei casi di tumore?
«Non è un'opzione in questa malattia. Il trapianto allogenico (da altro individuo) richiede inflitti una terapia immunosoppressiva che è assolutamente controindicata per una malattia già di per sé così aggressiva. Può essere, invece, un'opzione la possibilità di un autotrapianto di insule pancreatiche, qualora si sia costretti ad asportare l'intero pancreas, ma una parte di esso sia libero da malattia. È una procedura estremamente complessa che viene eseguita qui in San Raffaele. Lo scopo è di evitare il diabete postoperatorio, che rappresenta la regola se si asporta l'intero pancreas».

In ambito chirurgico, la ricerca sta aprendo nuovi orizzonti?  
«Direi che sono due i grandi ambiti della ricerca in chirurgia. Da un lato si sta cercando di passare a tecniche mininvasive per ridurre l'impatto sull’organismo. Il secondo aspetto riguarda invece la nostra capacità di selezionare i candidati alla chirurgia secondo parametri biologici legati alla malattia. In altre parole la scelta di procedere o meno a un intervento così complesso deve essere modulata sulla base di parametri che ci diano la misura dell'aggressività della malattia stessa. Alcuni parametri sono già noti, altri meno. Nei centri di riferimento la ricerca sta guardando con speranza al campionamento preoperatorio della malattia e alla biologia molecolare quali possibili mezzi per ottenere queste risposte».

Un consiglio per tutti?
«Innanzitutto seguire corretti stili di vita. Nel contempo, la gente non si deve allarmare inutilmente per sintomatologie che devono essere riconosciute unicamente dai medici competenti. Una sola eccezione va fatta per i casi di familiarità: se in una famiglia ci sono stati due o più casi di cancro del pancreas o se un parente si è ammalato prima dei 50 anni, i familiari potrebbero usufruire di uno screening genetico e trarre giovamento da un eventuale programma di prevenzione il cui valore è, comunque, ancora oggetto di indagine».

Di Maurizio Maria Fossati

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Farmaci. Italia prima in Europa per utilizzo di biosimilari

L'Italia conta il 5% nel fatturato mondiale del biotech. La sostenibilità di questi farmaci? Secondo il presidente di Farmindustria gran parte del problema verrebbe superato con un adeguato riallocamento delle risorse, mentre bisogna ancora lavorare per evitare scollamento tra mondo accademico e industria

Da Quotidianosanità.it del 17-11-2017

L'Italia è il primo Paese europeo per vendite e consumi di farmaci biosimilari: il Bel Paese registra, infatti, il 27% del totale delle vendite nei 7 Paesi Top europei (Svezia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia e Belgio) e anche i consumi pro-capite risultano superiori. Un primato che assume ancor più rilievo se si pensa che “il 28% di tutti gli investimento in ricerca e sviluppo che vengono fatti dall'Europa è nel settore healthcare, e il 90% è di imprese biofarmaceutiche”, sottolinea il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, durante la presentazione dei risultati del Rapporto Farmindustria-E&Y sulle biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2017, oggi a Roma.

I numeri del biotech in Italia
L'Italia conta il 5% nel fatturato mondiale del biotech. Rispetto alla farmaceutica in generale, nel nostro Paese il biotech pesa per il 29% rispetto alla media mondiale del 24%. Ci sono 209 aziende che operano nel settore e investono quasi 700 mln di euro all'anno nella ricerca e sviluppo di queste molecole innovative, dando lavoro a quasi 4 mila dipendenti. Tutto questo ha portato “a rendere disponibili sul mercato italiano, per i nostri pazienti, 233 molecole innovative”, sottolinea Fabrizio De Simone, di Italian Life Sciences (EY).

Il biotech è diffuso su 17 regioni. Ma a fare da traino sono in tre: Lombardia, Lazio e Toscana. La presenza nazionale è importante: 52 impianti di produzione, di cui 32 nelle tre regioni virtuose, e 35 centri di ricerca di cui 25 sempre dislocate tra Lombardia, Lazio e Toscana.

Dove si concentra, e che risultati sta portando questo investimento annuo?
“Ci sono oggi 282 progetti biotech in fase di sviluppo di cui il 59% sono già in fase II e III - spiega De Simone - Si focalizzano principalmente su alcune aree terapeutiche chiave: oncologia e sistema immunitario sono l'area principale, seguite poi dalle malattie infettive, dal sistema gastrointestinale e dal sistema nervoso, più altre aree meno rilevanti da un punto di vista numerico. L'80% dei farmaci resi disponibili, invece, si focalizza soprattutto sulle malattie infettive, l'area oncologica, malattie autoimmuni e le patologie ematiche. Importante il ruolo di questi farmaci anche nella cura e trattamento delle malattie rare. Inoltre, ben 21 farmaci biotech hanno la designazione di farmaco orfano”.

Sostenibilità. Scaccabarozzi: “Non serve il Mille proroghe, i soldi già ci sono”
E con tutti questi farmaci in arrivo, in un contesto in cui il problema della sostenibilità è all'ordine del giorno nel menù del Senato, sorge spontanea la domanda: ma tutta questa innovazione possiamo permettercela? Non ne dubita Scaccabarozzi, il quale ha sottolineato che “le risorse ci sono, si tratta solo di allocarle meglio. Non serve il Mille proroghe”. E l’esempio di cosa intende, lo fa con il farmaco per l'epatite C. “Ogni anno in Italia si spende 1 mld di euro tra costi diretti e indiretti per trattare i malati di epatite C per cirrosi, carcinoma e trapianto di fegato. Bastava inserire il costo del farmaco in quel miliardo che - considerato il fatto che quella terapia è risolutiva - si potesse rendere disponibile il farmaco a più persone. Poi noi guardiamo solo i costi del trattamento del malato, ma ne esistono molti altri, come quelli sociali: basta pensare, ad esempio, alla pensione di invalidità”. E tutto questo riconduce all'eterno tema della governance: “Se si guarda il farmaco come spesa a silos non ci sarà mai la sostenibilità. Ma se inseriamo il farmaco in un percorso terapeutico sì”.

D'altra parte, le terapie innovative sono anche quelle che hanno permesso “dal 2010 ad oggi, una riduzione della spesa oncologica dell'11%”, sottolinea il direttore generale di Farmindustria, Enrica Giorgetti.

Italia “fanalino di coda?”.
Non nel biotech Nel biotech, in Europa, “non siamo un fanalino di coda, come troppo spesso si tende a pensare”, sottolinea Giorgetti che, in quanto portavoce dell'industria farmaceutica italiana in Europa, ha raccolto e riportato alcune testimonianze positive, come quella del presidente dell'Efpia, il quale avrebbe dichiarato che l'Italia ha un contesto per l'innovazione numero uno in Europa. Inoltre, nel contesto generale “molti stabilimenti farmaceutici esteri chiudono in altri Paesi per aprire in Italia”, ricorda Scaccabarozzi.

Le aziende ci sono, bisogna “trattenerle”
Se da una parte la presenza degli stabilimenti esteri in terra nostrana abbonda, è altrettanto vero che tale presenza va tutelata per evitare che le fabbriche vengano spostate in altri Paesi che, dal canto loro, stanno cercando di creare condizioni fiscali favorevoli per attirarle. Basti pensare a Trump, “Noi le fabbriche ce le abbiamo e credo sia un dovere di questo Paese trattenerle dove sono”, afferma Scaccabarozzi. “Si spendono 180 mld di euro all'anno per investimenti nella ricerca nel mondo: quello che dobbiamo fare è potenziare il nostro magnete per attirarli nel nostro Paese”, aggiunge Eugenio Aringhieri, presidente del Gruppo Biotecnologie Farmindutria.

Il technology transfer
Una delle realtà sulle quali lavorare per creare questo ambiente “pro-investimento”, secondo Aringhieri è sicuramente il technology transfer perché “è l'unico strumento per trasformare il valore scientifico in valore economico. Manca il collegamento tra i luoghi dell'innovazione e le aziende farmaceutiche”. Proprio su questo sta cercando di lavorare il consorzio di cui fa parte Farmindustria, ma anche Alisei (Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita) e altre, “l'unico vero consorzio che il Miur abbia, ad oggi, costituito, sul tema. Il trasferimento tecnologico è un mestiere. Dobbiamo costruire un hub di competenza per aiutare i piccoli a creare massa critica per potersi dotare delle giuste competenze, ispirandosi alle eccellenze. Il technology transfer è diventato una priorità e alla fine di questo mese avremo la prima riunione e questo sarà un tema prioritario”, sottolinea Aringhieri.

150 nuovi mestieri non supportati dal mondo accademico
I 4 mila specialisti che lavorano nel biotech hanno per l'83% un titolo di studio di laurea specialistica o superiore. Ma quello che preoccupa è lo “scollamento” tra la formazione e il lavoro. “Abbiamo già 150-160 nuovi mestieri per i quali non troviamo le competenze all'interno del percorso educativo dell'università. Il dialogo tra università e mondo che cambia va anche in questa direzione. Non modificando il percorso educativo si rischia di portar competenze che non servono più”, sottolinea Aringhieri. Giusto, dunque, seguire esempi accademici virtuosi come quelli dell'Emilia Romagna, dove “Bologna, Modena, Ferrara e Parma rappresentano modelli a cui ispirarsi”, conclude.

Attilia Burke

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Biotestamento la svolta di Francesco

Il no all'accanimento terapeutico ora spiana la strada alla legge

Da la Repubblica del 17-11-2017

CITTÀ DEL VATICANO. Un'attenta valutazione del testo di legge fermo in Senato sul fine vita da parte delle gerarchie vaticane c'è stato. E anche se Francesco non si intromette nelle vicende italiane— così il Vaticano — il messaggio da lui inviato a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del convegno internazionale sul "fine vita" mostra, probabilmente non a caso, una sintonia di fondo proprio col testo della legge. In particolare, la richiesta che si sospendano le cure se non proporzionali, che si adotti «un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona», dice di una consapevolezza maggiore della Chiesa sull'accanimento terapeutico e insieme sulla possibilità di ciascun malato di autodeterminarsi. E poi ci sono quelle parole esplicite del Papa sulla necessità di una legislazione che suonano se non come un via libera diretto all'approvazione della legge, senz'altro come una presa di distanza da chi si oppone in nome di una "cattolicità" che cerca scudo e protezione nel Papa stesso: «Anche la legislazione in campo medico e sanitario — ha detto Francesco—richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete». Così, in serata, anche il segretario di Stato Pietro Parolin: «Credo che le parole del Papa possano incidere sul dibattito politico in corso in Italia sul tema del fine vita», ha detto il numero due del Vaticano. Ma, ha voluto in ogni caso ricordare il sostituto Angelo Becciu: quello del Papa «è un discorso a tutto il mondo e questa assemblea di medici era prevista da tanto tempo».

Nessuno cambiamento dei principi della dottrina cattolica, ma una chiara e definita attenzione ai cambiamenti storici quando si tratta di fare le leggi. Lo sforzo messo in campo in commissione Affari sociali della Camera dalla relatrice Donata Lanzi (Pd) e dal presidente Mario Marazziti (Des-Cd) è stato nella sostanza riconosciuto positivo dalle gerarchie, soprattutto per aver portato al risultato non da poco di bloccare gli emendamenti più estremi, fra questi l’ostruzionismo dei politici cattolici di matrice teocon e, insieme, la richiesta di eutanasia attiva proposta in extremis dai 5Stelle. Il risultato — '’no" al suicidio assistito, "no" all'eutanasia, "ne all'abbandono terapeutico, ma “sì" ad umanizzare il morire — è quanto di meglio la Chiesa poteva auspicare, soprattutto su un tema che da decenni divide lo stesso mondo cattolico al suo interno. E anche se le parole del Pontefice sono in scia con quanto parti del Catechismo già affermano — così anche una dichiarazione del 1957 di Pio XII secondo cui «non c'è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili» - il suo intervento mostra una sensibilità nuova: «Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso — ha detto Francesco - equivale a evitare l'accanimento terapeutico» e cioè «a compiere un'azione che ha un significato etico completamente diverso dall'eutanasia».

«Le parole del Papa — spiega non a caso Mario Marazziti —dicono di una dottrina consolidata, ma con un forte accento di umanizzazione». E ancora: «In realtà Francesco indica la strada del 'no" all'abbandono e all'accanimento terapeutico, e del "sì' all'accompagnamento e al rispetto della dignità della vita pur senza mai accelerare la morte». E se esista o meno un riferimento diretto del Papa alla legge, Marazziti spiega: «No. Francesco non entra mai direttamente sulle vicende politiche di un Paese. Ma è indubbio che il suo intervento ricade dentro la stessa sensibilità della legge».

Nei mesi scorsi la Chiesa è stata attendista. Francesco ha incontrato persone, gli sono arrivate informazioni. Un incontro significativo è avvenuto nei mesi scorsi a Barbiana con Michele Gesualdi, l'allievo prediletto di don Lorenzo Milani, malato di Sla, che ha chiesto con forza ai presidenti di Camera e Senato una legge sul fine vita. Mentre in via ufficiale la Santa Sede taceva, su Avvenire venivano ospitati interventi più disperati, molti anche dell'ala cattolica più ostile alla legge, quanti, per intenderci, insieme a Lega e parte dei centristi decisero di mettere oltre tremila emendamenti ostruzionistici sul testo. Lanzi e Marazziti hanno lavorato per far convergere le posizioni contrapposte, per costruire una legge che umanizzasse il morire senza estremismi. ll risultato sembra di fatto aver convinto le gerarchie e ha mostrato come l'opposizione di certi cattolici era più che altro a titolo personale, come il risultato di soli 37 voti contrari al testo finale sembra dimostrare. L'ultimo voto ha bocciato l'emendamento dei 5 Stelle pro eutanasia. Poco prima era stato votato l'emendamento che prevedeva il "si" alla terapia del dolore e alle cure palliative fino alla possibilità di sedazione profonda in prossimità della morte. Un testo che, appunto, trova importanti analogie con le parole del Papa.

di Paolo Rodari

Corsa finale per l'Ema. Il sì tedesco non c'è

Lunedì si decide la sede dell'Agenzia del Farmaco: Milano tra le favorite
Ma il gioco è tutto politico (e Berlino non ci aiuterà)

Da CORRIERE DELLA SERA del 17-11-2017

Qualcosa è stata «lost in translation», nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel a proposito delle chance di Milano come prossima sede dell’Ema, l’Agenzia europea del farmaco. Quelle che erano pure parole di cortesia sono state frettolosamente scambiate per una dichiarazione di sostegno della Germania alla candidatura della città italiana. «Non è così — dicono fonti diplomatiche — il governo di Berlino non ci ha manifestato alcuna intenzione di votarci». Ed è «un peccato — chiosa il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi — che la Germania ritenga Milano la candidata migliore per la nuova Ema, ma poi non la voti al primo turno».

Scontato che al primo giro il rappresentante tedesco abbia come prima scelta Bonn, candidata di bandiera della Repubblica Federale, in realtà neppure al secondo round Milano potrebbe ricevere il voto tedesco. Siamo entrati nella dirittura finale di una battaglia che si annuncia difficile e aperta a qualsiasi esito. Lunedì prossimo a Bruxelles, il Consiglio Affari generali dell’Ue voterà a scrutinio segreto la nuova sede dell’Ema, l’Authority europea responsabile della sicurezza dei medicinali fin qui basata a Londra, scegliendo fra 19 città candidate da altrettanti Paesi membri.

 È un sistema di voto quantomeno bizzarro, quello deciso per l’Ema, nel quale la qualità dei dossier e il merito, che hanno dominato la prima parte della lunga vicenda, rischiano ora di cedere il passo a considerazioni geopolitiche e agli scambi di favore dell’ultima ora. Ogni Paese avrà a disposizione 6 voti, di cui 3 andranno alla sua prima scelta, 2 alla seconda e 1 alla terza. Vince chi riceve 3 voti da almeno 14 Paesi. Altrimenti le tre candidature che avranno ottenuto il maggior numero di voti complessivi andranno al secondo turno, dove ogni Paese avrà 1 voto ciascuno e quindi vince chi ne avrà almeno 14. In caso contrario, terza votazione con ballottaggio finale fra le prime due classificate o fra 3 (o più) in caso di parità.

La posta in palio è altissima. Con i suoi oltre 600 funzionari, il suo potere di controllo e regolazione dell’intera industria farmaceutica europea, l’Ema è perno del mercato unico dei medicinali e catalizzatore della ricerca biomedica. Di più, secondo stime conservative, l’agenzia genera un indotto per la città ospite pari a oltre 1,5 miliardi di euro l’anno.

L’Italia fin qui ha fatto un percorso netto. La candidatura di Milano è stata giudicata quella tecnicamente migliore: rapidità dell’entrata in funzione, accessibilità, scuole, sanità, accesso al mercato del lavoro e servizi sociali per figli e partner dei dipendenti, collegamenti, fattore geografico, su ognuno dei criteri di valutazione la capitale lombarda è risultata al top. Per una volta, abbiamo fatto sistema. Anche il Financial Times e Le Monde hanno riconosciuto che Milano ha messo insieme il miglior dossier del lotto. Mentre i bookmaker londinesi la danno ampiamente favorita. In realtà non basta. «Siamo entrati in un’altra fase, dove prevale la politica», dice Enzo Moavero, l’ex ministro degli Affari Ue che ha coordinato la messa a punto del dossier.

Il vertice europeo che si apre domani a Göteborg sarà teatro di un grande lavorio dietro le quinte. «Sarà una gara durissima, di alleati ne abbiamo tanti e siamo competitivi anche su questo fronte», assicura Gozi, che rappresenterà l’Italia al Consiglio di lunedì. Il nostro governo conta sull’appoggio dei Paesi mediterranei, tutti con proprie candidature di bandiera, che potrebbero puntare su Milano come seconda scelta già al 1° turno, per poi far convergere i loro voti al 2° sulla città italiana. La rivale più agguerrita sembra Bratislava, che fa leva soprattutto sulla rivendicazione geopolitica di un riequilibrio a Est, intorno alla quale potrebbe saldarsi il fronte dei Paesi nordici e orientali.

di Paolo Valentino

Incidenza della tossicità cardiologica associata a capecitabina nel cancro del colon-retto metastatico: un'analisi retrospettiva degli studi CAIRO del DCCG

Nello studio di Kwakman et al. i dati clinici riportati mostrano la prevalenza della tossicità cardiologica nei pazienti sottoposti a trattamento con capecitabina. La tossicità cardiologica indotta da trattamenti a base di fluoropirimidine è ampiamente descritta in letteratura; secondo alcuni dati, la frequenza di queste complicanze può raggiungere il 10% (Frickhofen N, Beck FJ, Jung B, et al. Capecitabine can induce coronary syndrome similar to 5-fluorouracil. Ann Oncol 2002; 13: 797–801). L'interesse dello studio di Kwakman et al. è importante poiché sottolinea la probabile influenza incrementale della cardiotossicità indotta dalla contemporanea somministrazione di farmaci inibitori dell’angiogenesi come il bevacizumab. Nella pratica clinica, è necessario valutare attentamente il paziente in termini di comorbidità ed è spesso necessario saper prevedere come un trattamento chemioterapico possa influire su eventuali patologie cardiache concomitanti. Nella maggior parte dei casi, non è possibile farlo in modo accurato. A tal fine, conoscere la prevalenza della cardiotossicità riportata nei grandi studi con follow up a lungo termine può costituire un valido supporto per prevedere in che misura un determinato trattamento possa influire su eventuali patologie concomitanti.


Kwakman JJ, Simkens LH, Mol L, Kok WE, Koopman M, Punt CJ

European Journal Of Cancer, 2017 May

Link all'abstract

Incidence of capecitabine-related cardiotoxicity in different treatment schedules of metastatic colorectal cancer: A retrospective analysis of the CAIRO studies of the Dutch Colorectal Cancer Group

 

 

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tumori del colon retto

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Sale la povertà sanitaria, una persona su tre costretta a ridurre le cure

Cresce il numero di italiani in difficoltà per curarsi, in particolare la fascia degli under 18. Più richieste donazioni farmaci

Da la Repubblica.it del 16-11-2017

Nella spesa sanitaria si è creato ormai un divario imponente tra i più poveri e il resto della popolazione. Se mediamente una persona consuma 695 euro all’anno per curarsi, tra i più poveri la cifra scende drammaticamente, fino a 106 euro. E l'accesso a visite, esami o medicinali sta diventando un problema anche per gli italiani "non poveri": il 10% di loro, infatti, non può permettersi il ticket per visite mediche ed esami del sangue e il 23% non ha potuto acquistare farmaci. Questo è la fotografia del fenomeno della povertà sanitaria nazionale, fornita dal rapporto annuale dell'Osservatorio donazione farmaci – l'organo scientifico della Fondazione Banco farmaceutico onlus.

I RISULTATI DEL RAPPORTO 2017
In Italia, la povertà sanitaria registra un nuovo aumento: quest’anno la richiesta di medicinali da parte di 1722 enti assistenziali – impegnati ad assistere le persone più in difficoltà - è cresciuta del 9,7% (contro l'8,3% del 2016 e l'1,3% del 2015). Tra i poveri assistiti aumentano gli stranieri (6,3% in più) e gli under 18 (in crescita del 3,2% in un anno), un aumento importante questo visto che i minorenni rappresentano il 21,6% degli utenti. La categoria degli anziani assistiti è invece diminuita rispetto allo scorso anno (-5,2%), costituita prevalentemente da italiani (20,2%, contro il 9,2% di anziani stranieri). Oltre la metà dei beneficiari degli enti assistenziali resta la fascia degli adulti (59% italiani, 68,9% stranieri), che non se la passano per niente bene: secondo un'indagine di Doxa Pharma condotta su un campione rappresentativo di utenti, una persona su tre è stata costretta a rinunciare almeno una volta all’anno all’acquisto di farmaci o all'accesso a visite, terapie o esami – il 16% ha cumulato tutte le tipologie di rinuncia. Rinuncia soprattutto chi ha un titolo di studio basso, chi ha più figli e chi vive al Sud. Ma anche casalinghe, pensionati e specialmente lavoratori atipici.

Quasi la metà di chi ha rinunciato a farmaci, per "effetto domino", ha dovuto ridurre in modo molto consistente anche visite, terapie ed esami. Il rapporto dell'Osservatorio donazione farmaci di quest'anno conferma la necessità di compiere un ulteriore sforzo per sostenere il Ssn, che copre il 62,9% della spesa totale. Secondo l'Osservatorio sui medicinali (OsMed) di Aifa, infatti, le spese farmaceutiche totalmente a carico delle famiglie sono ammontate, nel 2016, a 8 miliardi 165 milioni di euro, ovvero il 37,1% della spesa totale (22 miliardi 58 milioni di euro).

"In una fase storica tanto complicata, caratterizzata dal persistere degli effetti della crisi, il terzo settore e il mondo della solidarietà hanno bisogno di strumenti e competenze sempre più affinati per poter assolvere alla propria vocazione.
L'Osservatorio donazione farmaci, organo di ricerca di Banco farmaceutico, nasce per fornire un contributo di conoscenza a chi si occupa degli ultimi, ovvero gli enti assistenziali. Il nostro contributo è a disposizione delle istituzioni e costituisce per esse un elemento di sostegno – in termini di dati, analisi e previsioni – all'elaborazione delle politiche socio-sanitarie e degli strumenti necessari per soccorrere la popolazione più fragile", afferma Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco farmaceutico onlus.

LA FILIERA DELLE DONAZIONI COORDINATA DAL BANCO FARMACEUTICO
Il Banco farmaceutico da anni si impegna per limitare l'impatto dei fattori socioeconomici sullo stato di salute degli italiani e lo fa devolvendo farmaci a oltre un migliaio di enti assistenziali nazionali, impegnati a fornire farmaci a coloro che sono in povertà assoluta. Dietro c'è una grande filiera di donazione dei farmaci che fa leva sulla collaborazione di numerose aziende farmaceutiche (che garantiscono un approvvigionamento di farmaci per tutto il corso dell'anno), la giornata nazionale del farmaco grazie al contributo dei cittadini e delle farmacie e il recupero di farmaci validi non scaduti. Complessivamente, gli enti aiutati dalla rete del Banco farmaceutico hanno fornito farmaci a oltre 580mila utenti, un numero di assistiti che rispetto all'anno precedente ha fatto un balzo del 4%. Gli utenti assisti però rappresentano soltanto il 12% dei poveri assoluti italiani, percentuale che sale al 21% al Nord.

"A preoccupare ancora di più - sottolineato Mario Melazzini, direttore generale dell'Aifa - è il divario che si è creato tra il livello di spesa media e quello delle persone indigenti. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro ai numeri e alle statistiche ci sono persone e si nascondono disuguaglianze nell'accesso ai farmaci, problemi di aderenza ai trattamenti, scarse informazioni e un generale peggioramento delle condizioni di salute".

di Sara Pero

Agenzia del farmaco, l'Ue decide e la Germania apre su Milano

La sede vale 3 miliardi di indotto. L'endorsement del ministro Gabriel "Dalla seconda votazione la città italiana ha delle buone chance"

Da la Repubblica del 16-11-2017

Per i bookmaker inglesi Milano è la grande favorita, ma la partita è tutt'altro che chiusa. Anzi, lunedì quando i ministri europei inizieranno a votare tutto sarà possibile. In palio c'è l'Ema, l'Agenzia Ue per il farmaco che dopo Brexit lascerà Londra. Vale almeno 3 miliardi all'anno di indotto e sono 19 le città che lottano per ospitare i 900 esperti europei e le loro famiglie. La candidatura milanese tecnicamente è forse la migliore - ci ha lavorato tutto il sistema Italia - comunque non inferiore ad Amsterdam e Copenaghen. E poi c'è Bratislava, dalle infrastrutture inadeguate ma forte per un patto stretto tra Europa dell'Est e Berlino che sostiene l'aspirante slovacca in cambio dei voti di Visegrad per l'Eba, l'altra agenzia (mercati finanziari) destinata a salutare il Regno Unito e che Merkel la vuole impiantare a Francoforte. Anche se ieri il ministro Sigmar Gabriel ha detto: «La mia posizione personale è che Milano sia un'eccellente sede per l'Ema. E credo che abbia buone chance al secondo turno. Al primo turno voteremo Bonn. Poi ne parleremo». Lunedì si inizierà a votare alle cinque. A Bruxelles in sala per l'Italia ci sarà il sottosegretario Sandro Gozi supportato da una task force alla Farnesina e nei momenti più drammatici probabilmente in contatto diretto con Gentiloni. È il sistema di scelta che rende tutto più caotico. Ci saranno tre votazioni segrete. Alla prima ogni paese (al tavolo saranno in 27, fuori gli inglesi) avrà a disposizione tre scelte rispettivamente da tre, due e un punto. Se un candidato incasserà 14 preferenze da tre voti avrà vinto. Improbabile. Quindi le prime tre classificate passaranno al secondo turno, con ogni governo che avrà a disposizione un solo voto. Chi ne prenderà 14 avrà vinto. In caso di stallo si passerà al ballottaggio tra le prime due. Col pareggio, arriverà il lancio della monetina.

Sarà una partita dura, nessuno ha la garanzia di passare al secondo turno, figuriamoci di vincere: si negozia con promesse a tutti i livelli su qualsiasi dossier europeo, internazionale o industriale.

Secondo gli sherpa per accedere alla seconda fase serviranno circa 25 punti. Al momento la mappa del voto dice che Milano dovrebbe incassare tre punti da Cipro, Croazia e Slovenia. Due potrebbero arrivare da Grecia, Malta, Romania e Bulgaria. Forse anche da Ungheria e Svezia. Un voto dovrebbe arrivare da Francia, Portogallo, Spagna, Finlandia, Lituania, Estonia e Lettonia. Se passerà al secondo turno, Milano spera di formare un fronte mediterraneo e tenere quelli del primo round. Bratislava conta sul blocco dell'Est e sulla Germania, che potrebbe imbarcare diversi governi. Ma se Bratislava uscisse Berlino potrebbe appoggiare l'Italia. Forti Stoccolma e Copenaghen, che però rischiano il derby fratricida. Da non sottovalutareVienna. Poi si passerà all'Eba, con Francoforte in pole. Ma i tedeschi, distratti dalle elezioni, hanno cincischiato e ora lavorano per recuperare (le concorrenti sono 6). A Bruxelles si mormora che incassati i favori per l'Ema, alcuni paesi potrebbero tradire Berlino per il gusto di colpire Merkel con Dublino, Lussemburgo e Praga che sperano. Milano sostiene quest'ultima nel tentativo di far saltare il patto Visegrad-Germania su Bratislava. Saranno ore interminabili.

 

Di Alberto D'Argenio
Alessia Gallone

I medici modificano il DNA del paziente. La malattia di Brian curata con la genetica

Stati Uniti, il primo test su un uomo. "Bisogna aspettare tre mesi per sapere se ha funzionato"

Da CORRIERE DELLA SERA del 16-11-2017

Brian Madeux è la speranza di almeno 10 mila persone. Tutte quelle colpite dalla sua stessa malattia, la sindrome di Hunter, che si sviluppa a causa di gravi disturbi del metabolismo. Lunedì 13 novembre i chirurghi del Benioff Children's Hospitai di Oakland, in California, hanno tagliato, corretto e ricucito il Dna di Brian, 44 anni. Un'ardita sperimentazione: modificare il codice, usando una tecnica che sembra una specie di rammendo. La sequenza a elica viene incisa in un punto preciso, poi vengono inseriti miliardi di geni in grado di correggere la vulnerabilità e, infine, il Dna viene come ricomposto.

Il tentativo è della massima importanza scientifica: se riesce sarebbe una svolta per le terapie di manipolazione genetica, anche se, almeno per il momento, il metodo avrebbe effetti solo per un numero limitato di patologie. Ma consentirebbe di curare in modo efficace soprattutto i malati più giovani, nel momento iniziale della sindrome.

Ma la «correzione» del Dna è definitiva. Non si può tornare indietro e non si può rimediare a eventuali errori. È come se la natura concedesse un solo tentativo. Bisognerà aspettare un mese per valutare i primi segnali e tre mesi per ottenere risultati più certi. Quasi 100 giorni in bilico tra l'angoscia e la speranza.

Dieci giorni fa Brian si era fatto fotografare nel suo letto d'ospedale, con la flebo a un braccio, cappellino da baseball. Al suo fianco la fidanzata Marcie Humphrey, protetta da guanti e mascherina, gli tiene la mano. Marcie fa l'infermiera. Lo ha appoggiato, ha condiviso la sua scelta di arrivare fin qui e poi di inoltrarsi, coraggiosamente, nell'ignoto.

I due si sono conosciuti 15 anni fa. Marcie lavorava proprio nel laboratorio del Benioff Children's Hospital che stava già testando questa terapia su cavie animali. A quell'epoca Madeux faceva il cuoco ed era socio di due ristoranti nello Utah. Nei suoi locali arrivavano spesso gli atleti della nazionale americana di sci e altri personaggi popolari. Ma presto ha cominciato a peggiorare: via dal fornelli, dalle tavolate di ospiti allegri. Basta anche con i cavalli, la sua grande passione. I medici gli diagnosticarono la sindrome di Hunter, cioè, in sostanza, la mancanza di un enzima che scompone alcuni tipi di carboidrati. Le sostanze non dissolte si trasformano in cellule che causano disastri in tutto il corpo.

Nel corso degli anni Madeux, che ora vive a Phoenix, in Arizona, si è dovuto sottoporre a 26 operazioni chirurgiche: ernie, infiammazioni ai piedi, alle orecchie, agli occhi, deformazioni alla colonna vertebrale e altro ancora. Un inferno che Brian ha descritto così ai giornali americani: «Il mio destino sembra segnato: entrare In sala operatoria ogni anno per il resto della mia vita. E con cure pesanti tra un intervento e l'altro». Lo scorso anno stava per morire a causa di un attacco di bronchite e di polmonite. Molti altri nelle sue condizioni non arrivano alla vecchiaia; alcuni sono costretti sulla sedia a rotelle.

L'operazione di lunedì è durata tre ore circa, con la partecipazione di sei medici, assistenti e infermieri. Tutti coperti dalla testa ai piedi per ridurre il rischio di trasmettere qualche germe al paziente. Il capo dell'equipe, il dottor Paul Harmatz ha passato l'intera notte all'ospedale per tenere d'occhio il decorso. Tutto bene per ora: è arrivato il momento di tornare a casa, in Arizona, con Marcie.

Prima di partire, Madeux ha parlato con i giornali americani: «Adesso sono nervoso ed eccitato nello stesso tempo.

Vivo la mia scelta come una prova di umiltà. Sono consapevole del rischio che ho accettato. Ma ho aspettato questo momento per tutta la vita. Spero che possa aiutare me e altre persone».

Di Giuseppe Sarcina

Il Balzan premia l'immunoterapia: il più longevo e visionario ramo dell'oncologia

Il prestigioso riconoscimento agli approcci di questa disciplina nella terapia del cancro sviluppati da James P. Allison e Robert D. Schreiber, due scienziati della University of California Berkeley e Washington University School of Medicine Saint Louis

Da la Repubblica.it del 15-11-2017

Anche quest'anno l'immunologia entra nelle discipline riconosciute dal Premio Balzan che decide di assegnare il prestigioso riconoscimento agli "approcci immunologici nella terapia del cancro" sviluppati da James P. Allison e Robert D. Schreiber, due scienziati, rispettivamente, della University of California Berkeley e Washington University School of Medicine Saint Louis. Per capire l'importanza di questi approcci occorre fare un salto indietro di oltre un secolo, giacché il rapporto tra sistema immunitario e cancro è da sempre al centro del pensiero immunologico.

Già nel 1909 uno dei padri dell'immunologia, il medico tedesco, premio Nobel, Paul Ehrlich, aveva ipotizzato che tra le varie funzioni del sistema immunitario vi potesse essere quella di monitorare la produzione cellulare dell'organismo ed eliminare quella porzione di cellule anomale prima della loro manifestazione clinica. Del cancro si sapeva ancora poco e l'idea di 'sorveglianza immunitaria' era lontana, eppure Ehrlich aveva chiaramente intuito i principi generali dell'immunoterapia e già nel 1906 aveva fondato la chemioterapia delle malattie infettive. La sua idea sperimentale partì dai coloranti, e riflettendo sul fatto che i coloranti si legano in modo specifico e colorano selettivamente i tessuti, immaginò di legare a queste sostanze chimiche dei veleni per disporre di "proiettili magici" (magic bullets), ovvero armi tossiche capaci di agire solo sulle cellule malate lasciando intatto l'organismo. Usando come modello sperimentale il batterio della sifilide, dopo anni di lavoro certosino in cui testò 605 differenti colori, Ehrlich trovò che l'agente infettivo veniva colorato e ucciso dal composto 606, il cui nome commerciale sarebbe diventato salvarsan, il primo agente di sintesi chemioterapico e antimicrobico della storia.

Il quadro concettuale di Ehrlich proveniva dai suoi precedenti studi immunologici centrati sulla specificità, simile a quel rapporto esclusivo che c'è tra una chiave e la sua serratura, che regola i rapporti tra gli anticorpi prodotti dalle cellule immunocompetenti e gli antigeni presenti negli agenti infettivi. La vaccinazione introdotta da Jenner negli ultimi anni del Settecento aveva dimostrato che l'organismo umano a seguito dell'inoculazione del vaiolo delle vacche era in grado di creare e memorizzare una riposta difensiva specifica contro l'agente infettivo umano capace di durare anni, tale cioè da immunizzare contro futuri ritorni epidemici.

A queste evidenze circa l'immunità acquisita attivamente, verso la fine dell'Ottocento si aggiunsero le ricerche di von Behring e Kitasato sulla immunità passiva offerta della sieroterapia, che dimostravano come per contrastare il tetano e la difterite si poteva inoculare in una persona a scopo preventivo o terapeutico siero proveniente da altri animali, ad esempio cavalli, che erano già stati immunizzati contro i due agenti infettivi. Sebbene la struttura molecolare degli anticorpi emergerà solo a partire dagli anni Sessanta, già nei primi anni del Novecento si era capito che l'immunità dipenda da sostanze dotate di riconoscimento specifico, memoria, trasferibilità in differenti organismi e che potevano prevenire, talvolta persino curare, diverse malattie infettive.

Non è un caso, quindi, che nello stesso periodo si tentò di usare la risposta anticorpale, ovvero la sieroterapia, contro il cancro. Nel 1895 vi provarono in Francia Héricourt e Richet e in Italia Salvati e de Gaetano che tentarono di trattare diverse forme tumorali con anticorpi anticancro. La comunità scientifica reagì positivamente all'idea, ma dopo poco l'interesse svanì per la pochezza dei risultati ottenuti. Fu necessario arrivare alla metà del Novecento quando dalla trapiantologia emersero le capacità repressive del sistema immunitario verso gli innesti di tessuto canceroso nelle cavie, suggerendo l'esistenza di antigeni specifici del cancro.

Fu l'immunologo australiano, premio Nobel, Frank M. Burnet che nel 1957 - non a caso lo stesso anno in cui propose la teoria della selezione clonale per la produzione anticorpale, che riorientò in chiave darwiniana l'intera immunologia - coniò il termine "sorveglianza immunologica" (immunological surveillance) per descrivere l'ipotesi di un ruolo sentinella di alcune cellule immunitarie (i linfociti) nel riconoscere ed eliminare quella piccola ma costante porzione di tessuti maligni (tumori primari spontanei, diremmo oggi) che proliferano nell'organismo come effetto fisiologico (darwiniano) della mutazione e diversità cellulare. Da quel momento, più o meno sottotraccia, gli studi sull'immunoterapia guadagnarono nuovo interesse.

Negli anni Sessanta e Settanta Lloyd Old e Donald Morton dimostrarono che inoculando in alcuni pazienti oncologici il vaccino BCG contro la tubercolosi, questo riattivava il sistema immune e permetteva una significativa regressione, mentre negli anni Novanta fu l'uso di topi knock-out geneticamente modificati, nei quali cioè venivano represse alcune funzioni immunitarie, a manifestare una costante proliferazione tumorale dando definitivamente prova dell'esistenza della sorveglianza immunologica. Si capì, in particolare, che il ruolo di sentinella e repressore del cancro lo giocavano le cellule cosiddette effettrici, che affrontano e distruggono invasori e cellule alterate, come il linfociti B, T, le natural killer, ma anche - grazie agli studi di Rosenberg - proteine come l'interferone e la perforina capaci di aggredire selettivamente solo i tessuti tumorali.

Qualche anno prima, venne assegnato a Köhler e Milstein il Nobel per la scoperta degli anticorpi monoclonali, ovvero la possibilità di creare in laboratorio anticorpi con specificità per un singolo recettore (monovalenti), tale da poter essere costruiti e diretti verso specifici target cellulari, antigeni tumorali compresi, avverando quasi un secolo dopo la visione di Ehrlich sui proiettili magici. Köhler, oltretutto, svolge le sue ricerche come allievo e collaboratore di Niels Kay Jerne, un altro padre del pensiero immunologico del Novecento, che negli anni Settanta aveva elaborato un ipotesi innovativa, la teoria del network idiotipico, che da un lato ridava dignità, dopo anni di oblio, al ruolo difensivo dell'immunità innata e dall'altro immaginava le cellule del sistema immunitario come una rete interconessa, e in parte autoreattiva, in continua attività per poter sviluppare una costante sorveglianza delle anomalie dell'organismo.

È in questo generale contesto che subentrano le ricerche di Schreiber sull'immunoediting premiate dal Balzan, ovvero sulla capacità del sistema immunitario di riconoscere, attaccare e quindi modificare le cellule tumorali e il loro sviluppo canceroso. Schreiber ha infatti dimostrato che nel rapporto tra sistema immune e cancro si forma una specie di nicchia ecologica simile a quella che si stabilisce tra predatore e preda, dove una forte pressione selettiva può favorire alcune mutazioni che favoriscono continue reciproche modificazioni, momenti di armistizio, nonché mimetismo e fuga della preda. Per rendere queste idee ha ipotizzato la presenza di tre fasi: quella dell'eliminazione o immunosorveglianza, nella quale il sistema immunitario innato e adattativo riconosce e distrugge la maggior parte delle nascenti cellule tumorali; quella dell'equilibrio, dove è sopravvissuta darwinianamente la porzione di popolazione cellulare cancerosa meno immunogenica, quella cioè che è stata capace di sfuggire all'aggressione immunitaria e che continua a selezionare la discendenza più resistente ed evasiva al controllo delle cellule immuncompetenti; e infine quella della "fuga", dove ormai le cellule tumorali sopravvissute sfuggono all'attività di controllo del sistema immune, dove quindi i linfociti T e i macrofagi anziché difendere l'organismo aiutano lo sviluppo e la diffusione dei tumori.

In Italia siamo all'avanguardia su questi studi grazie alle ricerche di Alberto Mantovani che ha identificato il ruolo dei macrofagi come "poliziotti corrotti" capaci nella fase di "fuga" di facilitare il cancro e che sta sviluppando l'immunoterapia grazie alla scoperta di alcuni "ricettori esca" (interleuchina 1 di tipo 2, chemochine e pentraxine) capaci di bloccare i segnali cellulari che favoriscono l'infiammazione che crea la nicchia ecologica utile allo sviluppo tumorale. Una riprova del fatto, controintuitivo, che talvolta il sistema immunitario va frenato, dato che i suoi nemici si sono con esso coevoluti e hanno saputo sfruttare il suo eccesso di zelo (il contesto infiammatorio) per ricavarsi una nicchia in cui mimetizzarsi.

Padri dell'immunologia come Ehrlich, Burnet e Jerne hanno immaginato, senza poter ancora usufruire di dati, un sistema immunitario sempre attivo, capace di sorvegliare un'altrettanto attiva produzione di cellule cancerose. La successiva generazione di immunologi, non meno visionaria, ha invece saputo capovolgere diversi assunti del pensiero immunologico, come l'idea che il sistema immune sia solo in grado di aggredire, anziché talvolta favorire, il cancro, e che per aiutare la sua azione occorra diminuirne l'efficacia. Sorveglianza, selezione, nicchia ecologica, mimetismo ed esca sono dunque i concetti biologici chiave per apprezzare la visionarietà del ramo più longevo, e assieme più innovativo, dell'immunologia. Va riconosciuto al premio Balzan il giusto merito per averlo intuito e premiato.

Di Andrea Grignolio

Rassegna stampa quotidiana

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'Con la nuova chemioterapia si abbassano i rischi di ricadute'

Da LA STAMPA del 15-11-2017

L'oncologa Lucia Del Mastro, direttrice dell'Uos di Terapie Innovative dell'Ospedale San martino di Genova, ha contribuito alla modifica delle linee guida dell'"American Society of Clinical Oncology" sulla cura del carcinoma mammario.

Dottoressa, che cosa avete dimostrato con lo studio del Gruppo Italiano Mammella da lei coordinato?
"Abbiamo dimostrato che, dopo l'intervento chirurgico per tumore della mammella, la chemioterapia a "dose-dense", vale a dire somministrata a intervalli ravvicinati ogni due settimane anziché ogni tre, riduce in maniera significativa il rischio di avere una ripresa di malattia ed aumenta la probabilità di guarigione".

Tracciare un profilo di malattia ad personam è un sogno realizzabile?
"E' già una realtà per alcuni sottotipi di tumore della mammella. Oggi ad esempio trattiamo in maniera completamente diversa i tumori HER2 positivi rispetto agli HER2 negativi. Ci sono farmaci a bersaglio molecolare che vengono utilizzati solo nei tumori in cui quel target è presente. E tale approccio personalizzato ha determinato un netto miglioramento della prognosi. Oggi il carcinoma mammario è tra i tumori con la più elevata percentuale di sopravvivenza a 5 anni: circa il 90%".

Che cosa ci riserverà la ricerca sul tumore al seno?
"Oggi la ricerca è focalizzata su un sottotipo di tumore della mammella, il triplo negativo, per il quale non abbiamo ancora trattamenti specifici. Vari approcci, tra cui l'immunoterapia, sono in corso di valutazione. Un altro campo di ricerca importante riguarda il tentativo di personalizzare il trattamento anche in base al rischio di ripresa di malattia. E c'è sempre maggiore attenzione agli effetti collaterali a lungo termine: si cerca di raggiungere non solo l'obiettivo del 100% di guarigione, ma anche di dare alla paziente le stesse prospettive di chi il tumore non lo ha avuto".

 

Malgrado tutto in Italia si vive più a lungo

L'aspettativa è di 85 anni per le donne e 80 per gli uomini. Gli ultracentenari, che sono 17.000, sono destinati ad aumentare, perché le condizioni degli anziani sono in miglioramento. In Europa solo la Spagna fa meglio. Il record di longevità è di Singapore

Da LA VERITA' del 15-11-2017

Dappertutto nel mondo, in particolare tra coloro che si occupano della salute della popolazione, c'è grande interesse per sapere chi tra gli uomini e le donne vive più a lungo e in migliori condizioni di salute. Nel 1991 prese il via il lavoro del Global burden of diseases, finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, con lo scopo di valutare non solo la spettanza di vita alla nascita e la spettanza di vita a 65 anni, ma anche la qualità della vita attraverso due parametri: il disability adjusted life year (la gravità globale di una malattia) e lo healthy life expectancy (l'indicatore che misura l'aspettativa di vita in buona salute).

CLASSIFICA
In media, nel mondo, la spettanza di vita alla nascita è di 75 anni per le femmine e di 70 anni per i maschi. Sono molto interessanti questi dati nelle varie popolazioni del mondo. Per esempio gli Stati Uniti, che vengono ritenuti il Paese più ricco ed evoluto nell'ambito della medicina e della ricerca, nel 2016 aveva un dato di spettanza di vita alla nascita per le femmine di 81 anni e per i maschi di 76 anni, che come vedremo dopo è inferiore ai risultati ottenuti in Italia e in altri Paesi europei e del mondo. Singapore è effettivamente la nazione con una più alta aspettativa di vita alla nascita per le femmine (86 anni) e per i maschi (81 anni), ma soprattutto ha una qualità di vita senza malattie tra le più alte, cioè 75 anni nelle donne e 72 anni negli uomini. Tornando alla spettanza di vita alla nascita, nel 2016 l'Italia ha fatto registrare risultati eccellenti: 85 anni per le donne e 80 anni per gli uomini. Dati decisamente migliori rispetto ad esempio a quelli della Germania (83 anni per le donne e 78 anni per gli uomini), della Grecia (83 anni per le donne e 78 anni per gli uomini), della Francia (85 anni per le donne e 79 anni per gli uomini), della Svezia (84 anni per le donne e 8o anni per gli uomini) e solo leggermente inferiori a quelli della Spagna (86 anni per le donne e 8o anni per gli uomini). Interessante poi notare che anche il Regno Unito ha dei dati leggermente inferiori all'Italia (83 anni per le donne e 70 anni per gli uomini).

EST EUROPA
Vi è una netta differenza con i dati che si ottengono nell'Europa dell'Est: questo è ancora il frutto dell'esperienza disastrosa del comunismo, con la Russia che nel 2016 fa registrare una spettanza di vita alla nascita di 76 anni per le femmine (quasi dieci anni in meno rispetto all'Italia), e di 65 anni per i maschi (15 anni in meno rispetto all'Italia). I dati dell'Ungheria sono di 79 anni per le donne e di 72 anni per gli uomini, della Slovenia di 84 anni per le donne e di 78 anni per gli uomini. Un altro Paese comunista, Cuba, invece ha dei dati più vicini all'Italia e migliori rispetto alla Russia: 84 anni per le donne e 77 anni per gli uomini. In Cina Paese in cui regna la stessa ideologia, nel 2016 la spettanza di vita alla nascita era di 8o anni per le donne e di 73 anni per gli uomini. In India la situazione è molto peggiore rispetto all'Italia: 7o anni per le donne (15 anni in meno rispetto al dato della Penisola) e 67 anni per gli uomini (13 anni in meno). In Africa la situazione è ovviamente peggiore. In Benin, per esempio, nel 2016 la spettanza di vita alla nascita era di 66 anni per le donne e di 63 anni per gli uomini, in Costa d'Avorio di 62 anni per le donne e di 58 anni per gli uomini, mentre in Nigeria era di 66 anni per le donne e di 64 anni per gli uomini.

FEMMINE PIÙ LONGEVE
Complessivamente, comunque, in tutte le regioni del mondo le femmine vivono più a lungo dei maschi e hanno una qualità di vita migliore rispetto ai maschi. Se andiamo poi a esaminare i dati di spettanza di vita per coloro che hanno raggiunto l'età di 65 anni, vediamo che in Italia le donne sessantacinquenni hanno una vita residua di 22 anni, mentre i maschi una vita residua di 19 anni. In altre parole, se una donna raggiunge i 65 anni, ha una spettanza di vita fino a 87 anni e se un uomo raggiunge i 65 anni ha una spettanza di vita fino a 84 anni. Gli ultracentenari, che oggi sono 17.000 in Italia, aumenteranno velocemente, proprio perché coloro che a 65 anni sono in buone condizioni, senza malattie importanti, e che fanno attività fisica hanno una buona probabilità di arrivare a 90 e poi a 100 anni. Come si può vedere le altre regioni europee hanno più o meno gli stessi dati dell'Italia, ma comunque non superiori. In altre parole possiamo dire che l'Italia si confronta molto favorevolmente con la spettanza di vita, sia alla nascita che a 65 anni, con le nazioni più avanzate dell'Europa dell'Ovest e mantiene il suo vantaggio con l'Europa dell'Est, per esempio la Russia, che ha una spettanza di vita all'età di 65 anni per le donne di 17 anni e per gli uomini soltanto di 13 anni.

ACCIACCHI DELL'ETÀ
In conclusione, la spettanza di vita dell'Italia è a livelli molto avanzati ed è migliorata significativamente negli anni, considerando che nel 1990 lo stesso Global burden of diseases aveva evidenziato una spettanza di vita nelle donne di 8o anni e negli uomini di 74 anni, mentre nel 2006 è salita di 84 anni nelle femmine e di 78 anni nei maschi. C'è stato quindi un miglioramento nel tempo di un parametro molto importante da valutare e che evidenzia una situazione virtuosa: anche quando non si è più in giovane età ci si può aspettare di vivere per altri 20 anni circa. Esiste ovviamente l'altra faccia della medaglia. Perché se è vero che si vive di più, i dati che si riferiscono alla qualità della vita dimostrano che in Italia, come in molti altri Paesi, non sono molto positivi. Un aspetto di cui lo Stato deve farsi carico al più presto perché la tendenza è evidente ed è difficile immaginare un'inversione.

PREVENZIONE
Il bilancio per l'Italia ad ogni modo è molto soddisfacente perché dimostra che il sistema sanitario nazionale è in grado di avere risultati migliori rispetto, ad esempio, ai sistemi americani. Lo specchietto dei dati statunitensi è lì a dimostrarlo in modo evidente. Una spettanza di vita alla nascita inferiore è certamente dovuta ad aspetti noti legati agli stili di vita: alimentazione, attività fisica, obesità, malattie cardio-vascolari, eccetera. D'altra parte il sistema sanitario negli Stati Uniti non permette a molti cittadini di avere quelle possibilità di prevenzione, di diagnosi precoce e di terapie, che hanno invece a loro disposizione i cittadini italiani ed europei.

Di Umberto Tirelli

www.umbertotirelli.it
www.clinicamede.it

Pacchetto di sigarette verso i dieci euro

In Francia per combattere il cancro

Da ITALIA OGGI del 15-11-2017

I francesi sono ancora grandi fumatori. Nonostante il fumo sia la prima causa di cancro che si potrebbe evitare. E che provoca all'incirca 200 morti al giorno, secondo quanto ha riportato Le Figaro. Agnès Buzyn, la ministro francese della salute, ha deciso di aumentare il prezzo del pacchetto di sigarette a 10 euro.

L'aumento sarà graduale di qui al 2020. Nelle intenzioni sarebbe una misura per dissuadere gli amanti del tabacco. E che non è stata applicata agli alcolici. Anche in questo settore la Francia non scherza, con 11,9 litri di alcolici consumati da ciascun francese ogni anno, cioè a dire l'equivalente di 100 litri di vino. Con questi numeri, i francesi sono i primi della classifica dei grandi bevitori secondo l'Ocse (all'incirca una media di 9 litri).

Dunque, i francesi, fumano e bevono e hanno anche il primato di essere i più grandi consumatori di antibiotici, che in Francia vengono prescritti con un tasso superiore del 45% rispetto alla media dei paesi dell'Ocse. Gli antibiotici dovrebbero essere somministrati soltanto in caso di necessità imperativa per evitare lo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Su scala mondiale, secondo quanto ha reso noto l'Ocse, all'incirca 700 mila decessi sono causati ogni anno dalla resistenza agli antimicrobici.

Di Giovanni Galli

Rassegna stampa quotidiana

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Tumore alla prostata, tasso di sopravvivenza aumentato: ecco perché

Da LA STAMPA.it del 15-11-2017

Maggior coinvolgimento in tutte le decisioni relative al proprio percorso terapeutico e più ascolto dei reali bisogni: sono questi gli aspetti più importanti secondo le persone con tumore alla prostata metastatico e i loro urologi.

Lo mostra un’indagine condotta dalla Società Italiana di Urologia (SIU) e presentata in occasione della campagna di sensibilizzazione internazionale Movember, che come ogni anno dedica il mese di novembre alla salute maschile e in particolare all’informazione ed educazione sul tumore prostatico.

I NUMERI DELLA MALATTIA
In Italia, ci sono 484.170 persone affette dal cancro alla prostata, 34800 nuovi casi l’anno e 7.174 decessi. É la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. La buona notizia è che, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più efficaci, c’è stato un aumento del tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, passato dall’88,6% del 2016 al 91% del 2017 (secondo i dati del Rapporto AIOM/AIRTUM «I numeri del cancro in Italia 2017»).

I BENEFICI DI TEAM MULTIDISCPLINARE
L’indagine di SIU ha valutato le aspettative e le necessità dei pazienti. Ciò ha permesso anche di mettere a fuoco quelle che vengono percepite come situazioni problematiche dal malato ma non dall’urologo.

«L’indagine ha coinvolto 22 centri urologici e un totale di 246 pazienti e 96 urologi» spiega Cosimo De Nunzio, dirigente dell’Unità Operativa Complessa di Urologia, Ospedale Sant’Andrea di Roma e membro del board di specialisti che ha condotto l’indagine.

«I dati mostrano che la presenza di team multidisciplinari per un’assistenza a tutto tondo migliora moltissimo la percezione della qualità delle cure da parte dei pazienti».

Il 90% di chi è in cura presso centri dove la multidisciplinarietà è reale è soddisfatto del rapporto con i medici (87%), delle informazioni ricevute (75%), delle visite effettuate (86%), delle cure somministrate

(87%). Dati simili emergono anche dalle medesime domande poste agli urologi. Inoltre, «l’87% dei malati ritiene fondamentale essere coinvolto nella scelta della terapia e questo bisogno è soddisfatto proprio grazie a un cambio di atteggiamento degli urologi, che sempre di più collaborano con gli oncologi e gli altri specialisti per una gestione a 360 gradi di ciascun caso».

Poter parlare con tutti gli specialisti del team interdisciplinare, urologi, oncologi, radiologi e psicologi, significherebbe anche prendere parte più attivamente e consapevolmente al percorso di cura.

LA DIAGNOSI PRECOCE
Dall’indagine emerge anche che poter accedere ai trattamenti più innovativi toglie la paura del tumore: chi è in cura presso i centri che possono prescrivere le terapie più all’avanguardia ha maggiori speranze nel futuro ed è più fiducioso di poter curare la patologia e vivere più a lungo e meglio, nonostante il 50% dei pazienti ritenga che la malattia abbia limitato la propria attività quotidiana.

«Gli uomini non devono mettere la testa sotto la sabbia, ma parlare senza timori del tumore alla prostata prima e dopo un’eventuale diagnosi. Informarsi, sottoporsi alle visite di controllo, prendersi cura della propria salute significa poter arrivare a una diagnosi precoce e quindi avere migliori speranze di guarigione» ha detto Ettore Fumagalli, past president di Europa Uomo. «Una volta diagnosticato il tumore è altrettanto importante non nascondersi perché dal confronto si trae forza e determinazione per combattere la malattia».

 LA PREVENZIONE È ANCORA UNA VOLTA L’ARMA VINCENTE
«Ci sono però dati non proprio confortanti riguardo la tendenza dei maschi italiani a seguire programmi di prevenzione corretti per il tumore prostatico» prosegue Paolo Verze, membro del Comitato scientifico della Fondazione PRO e Ricercatore di Urologia dell’Università Federico II di Napoli.

«Una recente ricerca condotta dalla Fondazione e pubblicata in una prestigiosa rivista internazionale su circa 2.500 uomini provenienti da regioni dell’Italia Meridionale, ha dimostrato che la gran parte dei soggetti effettua semplicemente controlli periodici del PSA, senza però ricorrere ad una visita specialistica o ad approfondimenti diagnostici. Altro dato preoccupante è che circa l’80% del campione era venuto a conoscenza dell’importanza della prevenzione del tumore della prostata grazie a campagne di informazione via web o TV, mentre solo il 18% era stato sollecitato dal proprio medico di fiducia».

A MILANO, LA MARATONA MOVEMEN E VISITE GRATUITE
A Milano, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – LILT Milano organizza per tutto il mese la campagna MOVEMEN con una serie di eventi dedicati agli uomini e ai loro familiari.

«La prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali anche contro il tumore alla prostata e il nostro consiglio è di sottoporsi comunque a visite e controlli periodici non solo in presenza di sintomi – ha detto il professor Marco Alloisio, presidente LILT Milano - Come Lilt Milano, metteremo a disposizione visite urologiche gratuite per tutto il mese di novembre nei nostri Spazi Prevenzione. Il mio appello agli uomini è quello di telefonare per prenotare un appuntamento».

Le altre iniziative di LILT Milano comprendono, un seminario durante il quale saranno presentati gli alimenti da privilegiare e quelli da limitare per mantenersi in salute (13 novembre, «Dalla buona tavola alla buona salute» da Eataly smeraldo, 16 -17.30) e un’intera giornata dedicata allo sport e alla prevenzione (18 novembre, Palasesto, Sesto San Giovanni, dalle ore 11 ore 21) Ingresso e pattinaggio gratuito, esibizioni sportive, laboratori per bambini. Durante la giornata sarà presente un corner informativo LILT.

Infine, il 19 novembre dai Giardini Indro Montanelli (il ritrovo è alle 10.30) è prevista Aviva Movemen

Run, costa non competitiva di 5 km aperta a tutti. L’itinerario che si snoderà all’interno del parco, è alla portata di tutti e ognuno potrà scegliere di correre a velocità differenti ( guidati dai pacer di LILT) o optare per una camminata. Per tutti i partecipanti è previsto un pacco gara con gadget e t-shirt tecnica.

È possibile iscriversi alla corsa con una donazione a partire da 10€ collegandosi a questo sito. Il 100% di quanto raccolto con le iscrizioni alla Aviva MOVEMEN run sarà devoluto alla campagna MOVEMEN dedicata alla prevenzione dei tumori maschili.

di Nicla Panciera

Tumore del pancreas: +59% di nuovi casi in 15 anni in Italia

Il 16 novembre in tutti i 5 continenti si celebra la Quarta Giornata Mondiale dedicata alla neoplasia.

Nel 2017 nel Meridione -25% di diagnosi fra gli uomini e -28% fra le donne rispetto al Nord.
Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM: “Insegniamo ai cittadini gli stili di vita sani”. La mortalità cala nei centri ad alto volume, ma nel nostro Paese meno di 20 ospedali eseguono più di 13 interventi ogni 12 mesi

Milano, 14 novembre 2017 – In quindici anni i casi di tumore del pancreas sono aumentati del 59% nel nostro Paese: nel 2002 erano 8.602, nel 2017 sono 13.700. Fumo, obesità, età e sedentarietà rappresentano i principali fattori di rischio. In particolare alle sigarette è riconducibile il 20-30% delle diagnosi fra gli uomini e il 10% fra le donne. E le diverse abitudini alimentari spiegano le forti differenze geografiche nella diffusione di questa neoplasia che al Sud colpisce nettamente meno rispetto al Nord: - 25% fra gli uomini e -28% fra le donne. Il maggiore consumo di frutta e verdura fresche, tipico della dieta mediterranea ancora molto diffusa nel Meridione, protegge infatti dal rischio di insorgenza di questo tipo di cancro.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni, la Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) aderisce alla Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas. L’evento internazionale si celebra il prossimo 16 novembre ed è promosso da 60 associazioni di pazienti, medici e cittadini di 27 diversi Paesi. Le iniziative che interesseranno la Penisola sono presentate oggi a Milano in una conferenza stampa.

“È fondamentale migliorare il livello di consapevolezza dei cittadini e delle Istituzioni su questa neoplasia e sull’importanza degli stili di vita sani – spiega il dott. Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM -. Nel mondo i nuovi casi sono più che raddoppiati in un decennio passando da 144.859 nel 2008 a circa 365.000 nel 2017 e si stima che nel 2020 saranno 418mila. Ogni giorno a livello globale sono 1.000 le nuove diagnosi. Questi dati ci spingono a impegnarci di più sia sul fronte della prevenzione che della ricerca”.

Il logo della Giornata è un aquilone di color ametista che simboleggia la speranza e la voglia di lottare. Il 16 novembre, nelle piazze centrali di quattro città (Piazza Gae Aulenti a Milano, Piazza Bra a Verona, Piazza di Spagna a Roma e Piazza Dante a Napoli), saranno presenti gli stand delle associazioni dei pazienti, che distribuiranno volantini informativi. È anche previsto un volo di palloncini viola che partirà simultaneamente alle 17 da tutte le piazze coinvolte. I palloncini porteranno legati ai cordoncini pensieri di speranza per il futuro nella lotta contro la malattia raccolti nel corso della giornata dai passanti.

“A oggi non vi sono metodi per la diagnosi precoce di questa neoplasia molto aggressiva – afferma il prof. Giampaolo Tortora, Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona -. Solo il 7% dei casi infatti è individuato in stadio iniziale, oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica. Spesso sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è pari all’8%, superiore rispetto alla media europea (6,9%) e a quella dei Paesi dell’Europa centrale (7,3%) e settentrionale (4,8%), ma decisamente inferiore rispetto ai risultati raggiunti in altre neoplasie frequenti come quelle al seno e alla prostata”. “Nuove armi – continua il prof. Tortora - permettono di ottenere un controllo significativamente prolungato della malattia metastatica, inoltre sono caratterizzate da un profilo di tossicità favorevole, per questo possono essere utilizzate anche nei pazienti anziani. In particolare nab-paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina formulato in nanoparticelle) presenta un meccanismo di trasporto innovativo che sfrutta le nanotecnologie. La molecola, grazie all’albumina, una proteina già presente nell’organismo umano, riesce a superare la barriera stromale del cancro arrivando fino alla radice del tumore: rallenta la proliferazione della malattia e, a volte, può fermarne la crescita”.

Per aumentare le diagnosi precoci e cambiare la storia di questo tumore, è necessario rafforzare la collaborazione tra specialisti. “Non è accettabile che alcuni pazienti siano operati in centri che svolgono uno o due interventi l’anno – sottolinea il prof. Massimo Falconi, Direttore del Centro del Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente ordinario Università Vita-Salute di Milano -. Solo attraverso la giusta competenza si può curare questa patologia. La chirurgia pancreatica è estremamente complessa, infatti meno del 20% dei pazienti è candidabile a un intervento con intento curativo, con una sopravvivenza a 5 anni intorno al 20-30%. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze dopo un intervento sono più alti nei centri che eseguono raramente queste operazioni: ad esempio, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha evidenziato che il tasso di mortalità dopo il più frequente intervento di chirurgia pancreatica (la duodenocefalopancreasectomia) è maggiore nei centri ‘a basso volume’ (mortalità = 16,3%) rispetto a quelli ‘ad alto volume’ (mortalità = 3,8%). In questo studio vengono definiti ad alto volume i centri che eseguono almeno 16 interventi di duodenocefalopancreasectomia all’anno. Anche in Italia è stata confermata la relazione tra esperienza dell’ospedale e rischio operatorio: un’analisi dei dati raccolti dal Ministero della Salute ha mostrato che nel nostro Paese, in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire di 5 volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza”. Questa analisi ha suddiviso gli ospedali italiani in quattro classi, in base al volume di interventi realizzati: la mortalità operatoria si è ridotta in modo progressivo all’aumentare dell’esperienza della struttura. È, infatti, pari al 12,4% negli ospedali che eseguono 1-5 interventi/anno, al 7,8% in quelli che ne svolgono 6-13, al 5,9% in quelli che ne eseguono 14-51, e solo al 2,6% nei due centri con maggiore esperienza (Ospedale San Raffaele di Milano e Policlinico G.B. Rossi di Verona), che effettuano, a testa, più di 350 resezioni pancreatiche all’anno. Va sottolineato che il 75% degli ospedali italiani che realizzano questo intervento rientra nella categoria “a basso volume”, cioè in quella con minore esperienza, mentre sono meno di 20 i centri in Italia che eseguono più di 13 interventi all’anno. “Così come è stato fatto con le Breast Unit – continua il prof. Falconi –, anche per il tumore del pancreas dovrebbero essere individuate strutture di riferimento certificate sulla base di chiari parametri (quantità, qualità e valutazione puntuale dei risultati clinici) e non per autoreferenzialità. Va poi sottolineato che la decisone di procedere all’intervento chirurgico non può essere affidata al solo chirurgo ma deve essere condivisa dall’intero team multidisciplinare che normalmente ruota attorno ai bisogni del malato (radiologo, endoscopista-gastroenterologo, patologo, oncologo/radioterapista). Non raramente una chirurgia poco utile o percorribile alla diagnosi può avere maggiori percentuali di successo se eseguita dopo una chemioterapia cosiddetta neoadiuvante (che precede cioè la chirurgia).” “La Giornata Mondiale è l’occasione per accendere i riflettori su questa forma di tumore – evidenzia Rita Vetere, Vice Presidente Salute Donna Onlus –. Purtroppo per questa patologia è difficile una diagnosi in fase iniziale in quanto la sintomatologia si manifesta tardivamente. L’incidenza è pressoché identica nei due sessi ed inoltre non sono stati individuati fattori predisponenti certi. I pazienti hanno bisogno di cure efficaci che diventano disponibili solo incentivando la ricerca medico-scientifica. Attualmente il carcinoma pancreatico riceve meno del 2% di tutti i finanziamenti per lo studio del cancro in Europa. Per migliorare i bassi tassi di sopravvivenza serve una vera e propria chiamata alle armi che vada dalla ricerca alla prevenzione, intesa come attenzione agli stili di vita, fino alle terapie, in stretta collaborazione con le Istituzioni, le altre Associazioni e i clinici”.

“La nostra azienda è lieta di supportare la Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas – conclude il dott. Federico Pantellini, Direttore Medical Affairs Oncology di Celgene, uno degli sponsor dell’evento internazionale -. Di fronte a un’incidenza di questa neoplasia che sta crescendo fortemente in Italia, è nostro dovere sviluppare farmaci sempre più innovativi ed efficaci in grado di combattere anche le malattie più gravi per offrire una speranza ai pazienti. Celgene è impegnata sia nella ricerca clinica che nella collaborazione con diversi interlocutori coinvolti nella lotta al carcinoma pancreatico, per creare i presupposti a miglioramenti rilevanti nelle varie fasi di questa patologia, dalla prevenzione alla terapia”. Ricordiamo anche il “Celgene Research Award”, una borsa di studio destinata a programmi di ricerca di base volti a chiarire i meccanismi che portano allo sviluppo della malattia. Inoltre Celgene ha supportato il progetto Cooking, Comfort, Care promosso da AIOM e volto a fornire consigli nutrizionali alle persone colpite da tumore del pancreas, con indicazioni per una sana e corretta alimentazione “a misura di paziente”, e ha reso possibile la web app su questa patologia realizzata in collaborazione con AIOM sul Corriere della Sera, in 8 lingue e consultabile da svariati device.

In Italia la Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas è realizzata sotto l’egida della Fondazione AIOM, di Salute Donna, FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), Salute Uomo, Fondazione Nadia Valsecchi, Nastro Viola e My Everest.

Tumore del pancreas: diagnosi aumentate del 59% in 15 anni

Meno malati al Sud rispetto al Nord. A fare la differenza la dieta mediterranea e il consumo di frutta e verdura. Gli esperti della Fondazione Aiom parlano di prevenzione e cura in occasione della Giornata mondiale contro questa neoplasia, che si svolgerà il 16 novembre

Da la Repubblica.it del 14-11-2017

Quasi 60 per cento. È l'aumento dei casi di tumore al pancreas in 15 anni. Per quest'anno, infatti, le stime parlano di 13.700 diagnosi: nel 2002 erano 8.600. Una crescita che per gli esperti si deve ovviamente all'aumento dell'età media della popolazione, ma anche al fumo – a cui è riconducibile il 20-30% dei casi – alla sedentarietà e all'obesità, che sono i maggiori fattori di rischio per questa malattia. L'alimentazione, infatti, sembra giocare un ruolo molto importante e potrebbe spiegare la grande differenza geografica osservata per l'incidenza: al Sud, dove si segue di più la dieta mediterranea e vi è un maggior consumo di verdura e frutta, si registrano meno casi di tumore del pancreas rispetto al Nord: - 25% fra gli uomini e -28% fra le donne.

16 novembre, giornata internazionale sul tumore della prostata. A ricordare l'importanza della prevenzione, attraverso l'alimentazione, l'attività fisica e la lotta al fumo, è la Fondazione Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) che aderisce alla Quarta Giornata mondiale sul tumore del pancreas, evento internazionale che si celebra il prossimo 16 novembre, promosso da 60 associazioni di pazienti, medici e cittadini di 27 diversi paesi. “E' fondamentale migliorare il livello di consapevolezza dei cittadini e delle Istituzioni su questa neoplasia e sull’importanza degli stili di vita sani – spiega Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione Aiom - Nel mondo i nuovi casi sono più che raddoppiati in un decennio passando da 144.859 nel 2008 a circa 365.000 nel 2017 e si stima che nel 2020 saranno 418mila. Ogni giorno a livello globale ci sono mille nuove diagnosi. Questi dati ci spingono a impegnarci di più sia sul fronte della prevenzione che della ricerca”.

Le iniziative in 4 città. Il logo della Giornata è un aquilone di color ametista che simboleggia la speranza e la voglia di lottare. Il 16 novembre, nelle piazze centrali di Milano (Piazza Gae Aulenti), Verona (Piazza Bra), Roma (Piazza di Spagna ) e Napoli (Piazza Dante), saranno presenti gli stand delle associazioni dei pazienti, che distribuiranno volantini informativi, e lanceranno in volo palloncini viola in maniera simultanea alle 17 da tutte le piazze coinvolte. I palloncini porteranno legati ai cordoncini pensieri di speranza per il futuro nella lotta contro la malattia raccolti dai passanti nel corso della giornata .

Impossibile la diagnosi precoce. Il motivo per cui questo tumore è considerato tra i più aggressivi è che non ci sono metodi per la diagnosi precoce: “Solo il 7% dei casi è individuato in stadio iniziale, e oltre la metà viene individuato quando la malattia è già in fase metastatica”, spiega Giampaolo Tortora, direttore di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona: “Anche perché spesso sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie”. Oggi, in Italia, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è pari all’8%, superiore rispetto alla media europea (6,9%) e a quella dei paesi dell’Europa centrale (7,3%) e settentrionale (4,8%), ma decisamente inferiore rispetto ai risultati raggiunti in altre neoplasie frequenti come quelle al seno e alla prostata.

La nuova strategia grazie alle nanotecnologie. “Nuove armi – continua Tortora – permettono di ottenere un controllo significativamente prolungato della malattia metastatica, inoltre sono caratterizzate da un profilo di tossicità favorevole, per questo possono essere utilizzate anche nei pazienti anziani. In particolare nab-paclitaxel, cioè paclitaxel legato all’albumina formulato in nanoparticelle, presenta un meccanismo di trasporto innovativo che sfrutta le nanotecnologie. La molecola, grazie all’albumina, una proteina già presente nell’organismo umano, riesce a superare la barriera stromale del cancro arrivando fino alla radice del tumore: rallenta la proliferazione della malattia e, a volte, può fermarne la crescita”.

Pochi i centri specializzati. Per aumentare le diagnosi precoci e cambiare la storia di questo tumore, è fondamentale rafforzare la collaborazione tra specialisti. “Non è accettabile che alcuni pazienti siano operati in centri che svolgono uno o due interventi l’anno – sottolinea Massimo Falconi, Direttore del Centro del Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente ordinario Università Vita-Salute di Milano: “Solo attraverso la giusta competenza si può curare questa patologia. La chirurgia pancreatica è estremamente complessa, infatti meno del 20% dei pazienti è candidabile a un intervento con intento curativo, con una sopravvivenza a 5 anni intorno al 20-30%. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze dopo un intervento sono più alti nei centri che eseguono raramente queste operazioni: ad esempio, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha evidenziato che il tasso di mortalità dopo il più frequente intervento di chirurgia pancreatica (la duodenocefalopancreasectomia, ndr.) è maggiore nei centri ‘a basso volume’, dove la mortalità del 16,3%, rispetto a quelli ‘ad alto volume’, dove la mortalità è del 3,8%”. Cosa vuol dire ad alto volume? “Almeno 16 interventi di duodenocefalopancreasectomia all’anno.

Una questione di volumi. Il 75% degli ospedali italiani che realizzano questo intervento rientra nella categoria “a basso volume”, cioè in quella con minore esperienza, mentre sono meno di 20 i centri in Italia che eseguono più di 13 interventi all’anno. “Anche in Italia è stata confermata la relazione tra esperienza dell’ospedale e rischio operatorio: un’analisi dei dati raccolti dal Ministero della Salute ha mostrato che nel nostro Paese, in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire 5 volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza”, continua Falconi: “Questa analisi ha suddiviso gli ospedali italiani in quattro classi, in base al volume di interventi realizzati. La mortalità operatoria si è ridotta in modo progressivo all’aumentare dell’esperienza della struttura. È, infatti, pari al 12,4% negli ospedali che eseguono 1-5 interventi/anno, al 7,8% in quelli che ne svolgono 6-13, al 5,9% in quelli che ne eseguono 14-51, e solo al 2,6% nei due centri con maggiore esperienza, che sono l'Ospedale San Raffaele di Milano e Policlinico G.B. Rossi di Verona, che effettuano, ciascuno, più di 350 resezioni pancreatiche all’anno”.

Pancreas Unit. Così come sta accadendo per il tumore al seno con le Breast Unit, anche per il tumore del pancreas dovrebbero essere individuate strutture di riferimento certificate sulla base di chiari parametri: “Come quantità, qualità e valutazione puntuale dei risultati clinici, lasciando da parte l'autoreferenzialità”, sottolinea Falconi: “Va anche detto che la decisione di procedere all’intervento chirurgico non può essere affidata al solo chirurgo, ma deve essere condivisa dall’intero team multidisciplinare che normalmente ruota attorno ai bisogni del malato, quindi insieme a radiologo, endoscopista-gastroenterologo, patologo, oncologo/radioterapista. Non raramente una chirurgia poco utile o percorribile alla diagnosi può avere maggiori percentuali di successo se eseguita dopo una chemioterapia cosiddetta neoadiuvante (che precede cioè la chirurgia, ndr.).”

“La Giornata Mondiale è l’occasione per accendere i riflettori su questa forma di tumore – evidenzia Rita Vetere, Vice Presidente Salute Donna Onlus: “I pazienti hanno bisogno di cure efficaci che diventano disponibili solo incentivando la ricerca medico-scientifica. Attualmente il carcinoma pancreatico riceve meno del 2% di tutti i finanziamenti per lo studio del cancro in Europa. Per migliorare i bassi tassi di sopravvivenza serve una vera e propria chiamata alle armi che vada dalla ricerca alla prevenzione, intesa come attenzione agli stili di vita, fino alle terapie, in stretta collaborazione con le Istituzioni, le altre Associazioni e i clinici”. In Italia la Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas è realizzata sotto l’egida della Fondazione AIOM, di Salute Donna, FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), Salute Uomo, Fondazione Nadia Valsecchi, Nastro Viola e My Everest.

Di Tiziana Moriconi

 

AIOM: “Grande plauso alla Commissione Sanità del Senato, sì alla tassa sul fumo, è una battaglia di civiltà”

L’organismo di Palazzo Madama ha accolto all’unanimità la proposta degli oncologi.
La Presidente Stefania Gori: “Così potremo dare risposte immediate per le cure dei pazienti con tumore”

Milano, 11 novembre 2017 – “Plaudiamo in modo convinto alla decisione della Commissione Sanità del Senato di aumentare la tassazione sul fumo di sigaretta per arrivare così a una cifra complessiva da destinare ai farmaci anticancro innovativi e alle cure palliative pari a 600 milioni di euro. Queste terapie stanno cambiando la storia di molte neoplasie, garantendo ai pazienti la guarigione o sopravvivenze a lungo termine. Si tratta di una scelta importante nella lotta contro i tumori, per dare risposte immediate e garantire l’accesso ai migliori trattamenti per i tutti nostri pazienti”.

Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), esprime profonda soddisfazione per l’emendamento alla legge di bilancio che porta la prima firma della presidente Emilia De Biasi, sottoscritto all’unanimità dalla Commissione Sanità del Senato. Nel 2017 in Italia sono previste 369mila nuove diagnosi di cancro. “Armi efficaci, come la chemioterapia più attiva e meglio tollerata, le terapie a bersaglio molecolare e l’innovazione nel campo dell’immuno-oncologia determinano un allungamento della sopravvivenza con una buona qualità di vita – continua la presidente Gori -. L’incremento del costo delle ‘bionde’ rappresenta una battaglia di civiltà contro il principale fattore di rischio oncologico e per tutelare la salute dei cittadini.  La nostra proposta di aumentare di un centesimo il prezzo di ogni sigaretta ha raccolto consensi trasversali, dai rappresentati delle Istituzioni alle Associazioni dei pazienti, fino al Ministro della Salute, che ringraziamo. Ora ci auguriamo che la decisione della Commissione Sanità del Senato non rimanga solo sulla carta ma diventi operativa a vantaggio di tutti i pazienti e delle loro famiglie”.

Ca ovarico recidivato, meglio non ritardare la chemioterapia a base di platino

Nelle donne che hanno un carcinoma ovarico parzialmente sensibile al platino in progressione non si dovrebbe ritardare la chemioterapia a base di platino a favore di una chemioterapia non a base di platino. È questa la conclusione dello studio MITO-8, uno studio multicentrico internazionale randomizzato, controllato e in aperto, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology

Da PHARMASTAR.it del 12-11-2017

La maggior parte delle pazienti trattate per un carcinoma ovarico vanno in progressione dopo l'intervento chirurgico e la chemioterapia di prima linea a base di platino. Nelle pazienti in progressione, un trattamento successivo con la chemioterapia a base di platino potrebbe essere più efficace se è passato più tempo dal trattamento precedente a base di platino.

"Il tempo trascorso tra l'ultimo trattamento a base di platino e la recidiva indirizza verso una strategia di trattamento basata sulla chemioterapia non a base di platino se l'intervallo libero da platino è inferiore a 6 mesi e su doppiette contenenti platino se l'intervallo libero da platino è superiore a 12 mesi" scrivono gli autori, coordinati da Sandro Pignata, dell'Istituto Nazionale Tumori IRCCS "Fondazione G. Pascale" di

Napoli. Invece, aggiungono i ricercatori, quando l'intervallo libero da platino è compreso tra 6 e 12 mesi non ci sono certezze, per via dei risultati insoddisfacenti ottenuti con il trattamento con doppiette a base di platino".

Nel 1999, i ricercatori hanno sviluppato un'ipotesi secondo la quale il prolungamento dell'intervallo libero da platino con una chemioterapia con un agente singolo non a base dI platino poteva migliorare i risultati, aumentando la sensibilità al platino. Tuttavia, uno studio retrospettivo del 2006, condotto del gruppo cooperativo italiano MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian Cancer), ha suggerito che utilizzare un unico agente non contenente platino non fosse la scelta migliore.

Nel 2008, Pignata e i colleghi hanno quindi avviato lo studio multicentrico MITO-8, per capire se un intervallo prolungato libero da platino ottenuto attraverso l'introduzione di un trattamento non a base di platino potesse migliorare gli outcome nelle donne con un tumore ovarico ricorrente parzialmente sensibile al platino.

I ricercatori hanno assegnato le pazienti in rapporto 1:1 al trattamento standard - la chemioterapia a base di platino al momento della ricaduta seguita da una chemioterapia non a base di platino al momento della ricaduta successiva - o alla terapia sperimentale, cioè la chemioterapia non a base di platino al momento della ricaduta seguita dalla chemioterapia a base di platino al momento della ricaduta successiva.

L'endpoint primario era la sopravvivenza globale (OS), mentre gli endpoint secondari comprendevano la sopravvivenza libera da progressione (PFS) dopo i due trattamenti pianificati (PFS2), la percentuale di risposta complessiva, la tossicità complessiva, la PFS dopo il primo trattamento pianificato (PFS1) e la qualità di vita.

Le pazienti nel braccio assegnato al trattamento sperimentale hanno mostrato un prolungamento dell’intervallo mediano libero da platino dal momento della randomizzazione (7,8 mesi contro 0,01 mesi) e dall'ultima iniezione di platino effettuata prima dell’ingresso nello studio (15,8 mesi contro 8 mesi).

Tuttavia, le pazienti nel braccio sperimentale non hanno dimostrato alcun beneficio di OS rispetto alle pazienti assegnate alla terapia standard (21,8 mesi contro 24,5 mesi; HR 1,38; IC al 95% 0,99-1,94).

Nell’analisi della PFS2 i ricercatori hanno incluso 177 eventi e i risultati hanno dimostrato che la PFS è stata significativamente più breve nel braccio sperimentale (PFS mediana 12,8 mesi contro 16,4 mesi; HR 1,41; IC al 95% 1,04-1,92).

Dopo i 202 eventi inclusi nell'analisi della PFS1, la PFS mediana è risultata di 9 mesi (IC al 95% 7,6-10,4) nel braccio assegnato al trattamento standard e 5 mesi (IC al 95% 4,1-5,9) in quello assegnato al trattamento sperimentale.

La risposta obiettiva secondo i criteri RECIST è stata valutata in 131 pazienti ed è stata ottenuta da 34 donne (il 56%) nel braccio assegnato alla terapia standard e 29 (il 43%) nel braccio assegnato al trattamento sperimentale.

Analogamente, nelle 142 pazienti valutabili secondo criteri del Gynecological Cancer Intergroup, 49 (il 75%) nel braccio assegnato alla terapia standard e 54 (il 70%) nel braccio assegnato al trattamento sperimentale hanno ottenuto una risposta obiettiva.

Inoltre, nel braccio assegnato al trattamento sperimentale i punteggi relativi allo stato di salute globale e alla qualità della vita dopo tre cicli di trattamento sono peggiorati in modo significativo (P = 0,003).

Per quanto riguarda gli eventi avversi, si sono osservate solo lievi differenze fra i due gruppi di trattamento.

Nel braccio assegnato alla terapia standard un maggior numero di pazienti ha manifestato una neutropenia di qualsiasi grado (69,5% contro 55,1%), sintomi muscolo-scheletrici (3,8% contro 0%) e neuropatia (50,5% contro 33,6%), nonché grave nausea (3,8% contro 0%).

"MITO-8 sostiene con forza la raccomandazione che nelle pazienti con un tumore ovarico parzialmente sensibile al platino non si debba ritardare il re-challenge con un trattamento a base di platino in favore di un trattamento non a base di platino" scrivono Pignata e i colleghi nelle conclusioni. Inoltre, aggiungono i ricercatori, "nelle future sperimentazioni di nuovi farmaci in questo setting si dovrebbe utilizzare come braccio di controllo la chemioterapia a base di platino".

di Alessandra Terzaghi


S. Pignata, et al. Randomized Controlled Trial Testing the Efficacy of Platinum-Free Interval Prolongation in Advanced Ovarian Cancer: The MITO-8, MaNGO, BGOG-Ov1, AGO-Ovar2.16, ENGOT-Ov1, GCIG Study.
J Clin Oncol. 2017;doi:10.1200/JCO.2017.73.4293

Ca vulvare, HPV-positività correlata alla sopravvivenza globale e libera da malattia

Le donne che hanno un tumore vulvare risultato positivo per il papillomavirus umano (HPV) potrebbero avere una sopravvivenza superiore rispetto alle donne con lo stesso tumore, ma HPVnegative.A indicarlo è una revisione sistematica e metanalisi pubblicata di recente sull'International Journal of Cancer

Da PHARMASTAR.it del 12-11-2017

Anche se le donne con HPV hanno un rischio maggiore di sviluppare tumori maligni come tumori dell’orofaringe, della cervice uterina, vulvari e vaginali, studi precedenti hanno dimostrato che lo status dell’HPV della paziente può essere un fattore predittivo di sopravvivenza.

Tuttavia, gli studi in cui si è valutata l’influenza dello stato dell’HPV sulla sopravvivenza nelle donne affette da un carcinoma vulvare hanno dato risultati contrastanti e avevano il limite di essere di piccole dimensioni.

Per questo motivo, Christina Loise Rasmussen e altri quattro ricercatori del Danish Cancer Society Research Center di Copenhagen hanno voluto valutare se lo stato dell’HPV influisca sulla sopravvivenza delle donne che hanno sviluppato un carcinoma vulvare, cosa, a loro dire, mai fatta prima.

Per la sua metanalisi, il team danese ha analizzato i risultati di 18 studi nei quali erano state coinvolte 1638 pazienti affette da un carcinoma vulvare e sottoposte al test dell’HPV, di cui 541 erano HPV-positive e 1097 HPV-negative.

In 11 di questi studi, i ricercatori hanno valutato la sopravvivenza globale (OS) a 5 anni delle pazienti con carcinoma vulvare a seconda dello stato dell’HPV. L’HR cumulativo di OS a 5 anni è risultato pari a 0,61 (IC al 95% 0,48-0,77; P < 0,001); i risultati di 8 studi, di cui cinque hanno mostrato HR significativamente superiori, hanno suggerito che le donne HPV-positive avevano tassi di OS di 5 anni superiori rispetto alle donne HPV-negative.

Inoltre, in sette studi si è valutato l'effetto dello stato dell’HPV sulla sopravvivenza libera da malattia (DFS) a 5 anni e si è trovato un HR pari a 0,75 (IC al 95% 0,57-1,00; P = 0,049).

Gli autori concludono che questi "risultati aumentano la conoscenza della storia naturale dei tumori vulvari ed evidenziano un possibile valore clinico del test dell’HPV nelle donne con tumori vulvari ai fini della pianificazione della strategia di gestione e di follow-up ottimale", ma aggiungono che "servono studi più ampi che siano in grado di tener conto di altri fattori prognostici per fornire ulteriori prove".

di Alessandra Terzaghi


C.L. Rasmussen, et al. Does HPV status influence survival after vulvar cancer? Inter J Canc.2017; doi: 10.1002/ijc.31139

Lorenzin: “Quando siamo arrivati al Governo si parlava di dissesto del Ssn. Oggi abbiamo curato 100mila persone malate di Epatite C, e diamo gratis i farmaci più innovativi contro il cancro

"Centomila italiani malati di epatite C sono stati curati, grazie all'accesso alle cure innovative che garantiamo anche ai malati di cancro, con modalità che non hanno eguali in Europa e nel Mondo". Lo ha sottolineato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, durante la conferenza programmatica di Alternativa popolare svoltai ieri a Roma rimarcando in conclusione che "Il Ssn è un valore e non un costo"

Da Quotidianosanità.it del 12-11-2017

"Quando siamo arrivati - ha detto ieri il ministro della Salute Beatrice Lorenzin al convengo del suo partito a Roma - si parlava di dissesto, di fallimento del Sistema sanitario nazionale, oggi si parla di manutenzione e di nuove sfide globali e abbiamo gli strumenti per affrontarle. Nel -2% del Pil c'era anche il crac sanitario, più della metà delle regioni italiane erano in deficit, noi abbiamo fatto il Patto per la salute" e "siamo riusciti grazie allo stanziamento di due fondi speciali a garantire l'accesso alle terapie innovative agli italiani".

"Noi - ha sottolineato - abbiamo curato, al momento 100mila malati di epatite C che altrimenti sarebbero morti". "Abbiamo stanziato risorse per curare i malati di epatite C e per garantire l'accesso alle cure ai malati di cancro, garantendo terapie innovative che non ci sono in altri paesi europei, metà dei Paesi europei, quelli piccoli, stanno chiedendo a me e a Mario Melazzini di aiutarli ad avere farmaci che nel loro Paese non ci sono".

Il Sistema sanitario nazionale "è un valore non un costo”, ha aggiunto. "Abbiamo riformato il Servizio sanitario nazionale", ha rivendicato il ministro, aggiungendo: "Ancora ieri l'Ocse per l'ennesima volta ha confermato che il nostro è un sistema resiliente che ha saputo mettere in campo le azioni per resistere alla grande crisi economica che ha sconvolto i sistemi di welfare occidentali. Siamo un grande sistema universalistico è un valore per l'Italia, metterlo al centro non è un costo ma un grandissimo investimento sociale, culturale e democratico e che ha tenuto come un collante frange di popolazione".

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I batteri dell’intestino incidono sull'efficacia dell’immunoterapia

Perché la stessa terapia funziona su un paziente e su un altro no? Potrebbe dipendere dal microbioma

Da Healthdesk del 9-11-2017

Due pazienti, stesso tipo di tumore, stessa cura. Per uno funziona e per l’altro no. Perché? Quando si tratta di immunoterapia, la risposta potrebbe trovarsi nell’intestino dei pazienti. O, più precisamente, nel microbioma intestinale che con il sistema immunitario, è risaputo, è legato a filo doppio. Una ricca flora batterica, popolata da batteri “buoni” può amplificare gli effetti dell’immunoterapia: il paziente che presenta queste caratteristiche trarrà maggiore giovamento dalla terapia. Al contrario, nel paziente con un microbioma dalla scarsa biodiversità e decimato da terapie antibiotiche i risultati dell’immunoterapia faticheranno ad arrivare. I due casi, microbioma “forte” e microbioma “debole”, e la loro interazione con le terapie immuno-oncologiche sono rispettivamente al centro di due studi pubblicati su Science.

Che, con prove opposte, giungono alla stessa conclusione: i batteri intestinali possono determinare il successo o l’insuccesso dei trattamenti antitumorali.

E la notizia non giunge del tutto inaspettata. Prima della doppia uscita su Science erano già stati pubblicati due studi che attribuivano ai microorganismi un ruolo chiave per la riuscita di una terapia oncologica. Uno di questi è firmato dai ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine e associa la composizione della flora batterica intestinale alle reazioni avverse della chemioterapia per il cancro del colon-retto. L’altra ricerca “accusa” alcuni batteri presenti nel tumore del pancreas di opporre resistenza alla chemioterapia.

Ma torniamo ai risultati dei nuovi studi di Science, guardati con molta attenzione dagli oncologi che prescrivono l’immunoterapia ai loro pazienti.

Tra questi c’è Matthew Krummel, professore di patologia alla University of California di San Francisco, che ha lavorato allo sviluppo del farmaco immunoterapico per il melanoma, ipilimumab (nome commerciale Yervoy):

«Questi studi contribuiscono a rispondere a una fondamentale questione che noi tutti ci poniamo: qual è la grande differenza tra persone che rispondono alla terapia e quelle che non rispondono?».

I ricercatori dell’Anderson Center dell’Università del Texas, autori del primo studio su Science, hanno raccolto, prima e dopo la terapia, campioni di microbi dalla bocca e dalle feci dei pazienti sottoposti a immunoterapia anti-Pd1, la terapia che spinge gli anticorpi del sistema immunitario contro un target specifico (il checkpoint Pd1, la proteina che frena il sistema immunitario). Gli scienziati hanno anche analizzato ricorrendo alla biopsia i campioni di tessuti dei pazienti prima e dopo la terapia. Completato il trattamento, i pazienti sono stati divisi in due categorie: quelli che hanno risposto alla terapia e quelli che non hanno risposto (“rispondenti” e “non rispondenti”).

Su ognuno di loro è stata fatta l’analisi genetica del microbioma. I campioni prelevati dalla bocca non hanno mostrato alcun dato significativo, mentre le analisi dei campioni fecali sono state rivelatrici di una differenza sostanziale. I risultati dei 30 pazienti che hanno risposto alla terapia e quelli dei 13 che non hanno avuto gli stessi benefici raccontano storie completamente differenti.

I pazienti con una ricca biodiversità batterica nel tratto digestivo erano quelli che avevano ottenuto vantaggi superiori dalla terapia. E per vantaggi intendiamo anni di vita in più vissuti bene (in linguaggio tecnico: sopravvivenza libera da progressione, Pfs).

«Ciò che abbiamo trovato - scrivono i ricercatori - è impressionante: c’erano sostanziali differenze nella composizione del microbioma tra chi ha risposto e chi non ha risposto alla terapia». A fare la differenza sembrerebbe il Faecalibacterium della famiglia delle Clostridiaceae. La sua presenza nella flora batterica è infatti associata a una maggiore densità di linfociti T, le cellule immunitarie incaricate di attaccare il tumore.

Il secondo studio di Science ha preso in esame lo stesso tipo di terapia ( inibizione di Pd1), ma ha coinvolto pazienti con cancro del rene e del polmone. I ricercatori francesi del Gustave Roussy Cancer Center hanno in un certo senso consegnato la prova del 9 sul ruolo dei batteri nelle immunoterapie: i pazienti che avevano assunto antibiotici recentemente con un conseguente impoverimento della biodiversità batterica intestinale mostravano tassi di sopravvivenza inferiori rispetto a quelli che non avevano seguito alcuna terapia antibiotica.

Una volta compreso che i batteri possono fare il bello e il cattivo tempo nell’immunoterapia, la domanda viene spontanea, ed è la stessa ricercatrice che ha guidato il primo studio a chiederselo: possiamo costruire su misura il microbioma perfetto nei pazienti con tumore? Quello con la flora batterica più adatta alla riuscita della terapia? Jennifer Wargo, ricercatrice dell’Anderson Cancer Center, sa che la possibilità esiste e che merita di essere indagata. Sa anche però che alterare la flora batterica è un processo delicato dai possibili effetti collaterali. Deve essere fatto in sicurezza da personale esperto. Guai al fai da te. «Devono essere presi in considerazione molti fattori - spiega Wargo - per sapere come cambiare nel modo migliore il microbioma. Quando si tratta di ottimizzare le terapie per il cancro i trattamenti dovranno essere fortemente personalizzati e basati sull’aspetto con cui già si presenta il microbioma del paziente. Non sarà una questione facile da ‘un batterio, un farmaco’».

Invecchiare bene, risorsa per i conti pubblici

Università cattolica e Fondazione Ferrero studiano i benefici per il sistema sanitario e previdenziale

da Avvenire del 10-11-2017

Si sa che l’Italia è un paese di anziani: e lo sarà sempre di più. Basta guardare i numeri per capirlo. Gli ultimi dati Ocse dicono che nel 2050 ci saranno 74 persone al di sopra dei 65 anni per ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni (rispetto al 38% di oggi). Saremo così uno degli stati più "vecchi" assieme a Giappone e Spagna. Un record che rende necessario un innalzamento dell’età pensionabile, dal 2019 sarà spostata a 67 anni e via via si procederà con l’adeguamento all’aspettativa di vita che oggi supera gli 85 anni, ha ricadute considerevoli in termini di spesa sanitaria e sociale.

Gli anziani però, più che un problema, potrebbero rappresentare una risorsa. A patto che invecchino bene, tutelando la propria salute a 360 gradi. Serve un cambio di prospettiva, vale a dire la possibilità di fare dell’invecchiamento della popolazione un modo per tutelare la salute e al tempo stesso i conti pubblici. Anziani con meno malattie croniche e disabilità renderebbero maggiormente sostenibili i sistemi sanitari e previdenziali.

Rischi e opportunità dell’aumento della longevità della popolazione sono al centro delle tre giornate di studio – ieri, oggi e domani - promosse dalla Fondazione Ferrero di Alba nell’ambito di un accordo quadro stipulato con l’Università Cattolica, dal titolo «Invecchiamento di successo 2017: ageing opportunities». Alla tre giorni, cui interverrà anche il rettore Franco Anelli, prenderanno parte i docenti dell’Ateneo Lorenzo Morelli, Roberto Zoboli, Walter Ricciardi (attualmente alla guida dell’Istituto superiore di Sanità), Roberto Bernabei, Claudio Lucifora. Quest’ultimo terrà una relazione su invecchiamento, pensionamento e domanda di servizi sanitari utilizzando le informazioni tratte dalla Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe e confrontando l’esperienza di diversi paesi europei.

Secondo il professor Lucifora il pensionamento incide significativamente sulle decisioni di investimento in salute e prevenzione degli individui. Anche perché dopo la pensione i soggetti si recano di più dal medico e, indipendentemente dalle proprie condizioni di salute, «si curano di più». C’è da dire che l’aumento risulta più pronunciato per quei lavoratori che avevano ritmi molto intensi, orari di lavoro prolungati e, più in generale, «poco tempo» per curarsi. Questo effetto è trainato principalmente dagli uomini, mentre le donne presentano una maggiore consuetudine e regolarità nel ricorso ai servizi sanitari sia prima sia dopo il pensionamento. L’università Cattolica ha condiviso con la Fondazione Ferrero l’interesse per l’active and healthy ageing stipulando, nell’ottobre 2016, un accordo quadro di collaborazione negli ambiti della ricerca e della formazione, di cui è espressione l’evento di Alba «Invecchiamento di successo 2017: ageing opportunities».

Di Cinzia Arena

La sopravvivenza libera da metastasi è un endpoint surrogato di sopravvivenza globale nei soggetti con carcinoma della prostata localizzato

La sopravvivenza libera da metastasi e/o da malattia è un endpoint surrogato di sopravvivenza globale in soggetti affetti da carcinoma della prostata localizzato. Questa evidenza risulta indipendente dal tipo di trattamento locale, sia esso chirurgico o radioterapico, e dalla terapia adiuvante ricevuta. L’analisi è stata condotta su oltre 28mila pazienti arruolati in 28 trial con un follow-up mediano di 10 anni. La rilevanza clinica di questo studio sta nel fatto che, per una patologia caratterizzata da una mortalità cancro-specifica a 10 anni del 15%, l’insorgenza della metastasi può essere considerata un endpoint surrogato potenzialmente acquisibile in tempi di osservazione più brevi rispetto alla sopravvivenza globale. Questa acquisizione potrebbe consentire una validazione dell’utilizzo di una terapia adiuvante innovativa potenzialmente più vantaggiosa con un periodo di osservazione decisamente più breve.


Xie W, Regan MM, Buyse M, Halabi S, Kantoff PW, Sartor O, Soule H, Clarke NW, Collette L, Dignam JJ, Fizazi K, Paruleker WR, Sandler HM,mSydes MR, Tombal B, Williams SG, Sweeney CJ; ICECaP Working Group

Journal Of Clinical Oncology, 2017 September 20

Link all'abstract

 

Metastasis-Free Survival Is a Strong Surrogate of Overall Survival in Localized Prostate Cancer

carcinoma prostatico

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Vaticano, il Papa blocca la vendita delle sigarette

Stop dal 2018. Burke: nessun profitto è legittimo se c'è rischio per la salute

Da IL MATTINO del 10-11-2017

CITTÀ DEL VATICANO Papa Francesco no smoking. Prima che per rispetto all'ambiente o alla salute dei monsignori, la svolta annunciata da Bergoglio è di natura etica. Lo Stato della Città del Vaticano non farà più business con la vendita di tabacchi. Dall'anno prossimo sarà proibito distribuire nei punti di spaccio all'interno al Vaticano articoli di tabaccheria, dalle «bionde» di qualsiasi marca, al tabacco da pipa, ai sigari Toscani o ai costosissimi Cohiba cubani che vengono fatti arrivare direttamente dalle fabbriche dell'Avana. Sicuramente un brutto colpo per tanti tabagisti che varcavano il confine di Sant'Anna o incaricavano qualche amico monsignore di fare la scorta di sigarette a prezzi inferiori di quelli italiani visto che non sono gravate dalle imposte dei Monopoli di Stato.

Ma Papa Francesco «ha deciso che il Vaticano terminerà la vendita di sigarette ai propri dipendenti a partire dal 2018», così ieri il direttore della sala stampa vaticana Greg Burke. «La Santa Sede - ha aggiunto - non può contribuire ad un esercizio che danneggia chiaramente la salute delle persone.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità - ricorda Burke - ogni anno il fumo è la causa di oltre sette milioni di morti in tutto il mondo. Nonostante le sigarette vendute ai dipendenti e pensionati del Vaticano ad un prezzo scontato siano fonte di reddito per la Santa Sede, nessun profitto può essere legittimo se mette a rischio la vita delle persone».

I vescovi di tutto il mondo, quando vengono a Roma, prima di ripartire non mancano di fare tappa al magazzino dove un angolo è riservato al reparto tabaccheria per comprare gadget da riportare agli amici.

Se le sigarette non saranno più disponibili in compenso potranno ancora comprare vini e alcolici, visto che sugli scaffali del Papa è possibile trovare gli Armagnac migliori, champagne millesimati, bottiglie di Barolo o Amarone d'annata assieme a più dozzinali vini da messa. Il settore solitamente è gettonatissimo e ogni anno, a chiusura di bilancio, il Governatorato che gestisce la remunerativa attività, può registrare utili in costante crescita. Naturalmente l'aspetto venale del commercio non ha neutralizzato le resistenze di Papa Francesco. «Quello spaccio deve chiudere».

Fare acquisti in Vaticano non è facile: possono accedervi solo i possessori di una apposita tessera nominale che viene rilasciata ai membri Corpo Diplomatico, ai dipendenti e ai pensionati della Santa Sede, agli istituti religiosi. Naturalmente vi è anche un tetto per gli acquisti. Ogni tessera può acquistare massimo cinque stecche al mese ma spesso gli addetti chiudono un occhio e fanno eccezioni. Almeno per i tabagisti incalliti.

Pensare che il fumo, quando fu scoperto dai conquistadores spagnoli, veniva visto come qualcosa di satanico. I sacerdoti dei Maya e degli Atzechi soffiavano il fumo verso il Sole e la Luna per comunicare con le divinità. In una cronaca il frate domenicano Bartolomeo de Las Casas, scriveva: «Gli indiani mischiano il fiato con un'erba chiamata tabago e soffiano come dannati». A proposito di sigarette, quando Papa Luciani fu eletto, si fermò in serata a cenare con i cardinali. Quando arrivarono ai dolci, un cardinale americano chiese il permesso di fumare. Ci fu un po' di silenzio e Luciani disse: «Eminenza, Lei può fumare, con una condizione: il fumo deve essere bianco!».

Di Franca Giansoldati

Visite mediche, uno studio analizza i tempi. Troppo veloci in metà popolazione mondiale

Da Doctor 33 del 10-11-2017

Le visite dal medico di medicina generale durano meno di 5 minuti per metà della popolazione mondiale e vanno da un minimo di 48 secondi in Bangladesh a oltre 22 minuti in Svezia. Lo rivela uno studio condotto su dati mondiali (67 paesi, ma l'Italia non è tra questi) e pubblicato sulla rivista Bmj Open. Lo studio è importante perché la durata delle visite dal medico di base è considerata un indicatore della qualità dell'assistenza sanitaria sottolinea il responsabile della ricerca Greg Irving della University of Cambridge. Visite con tempi ridotti sono state associate a esiti di salute peggiori per i pazienti e rischio di esaurimento per i medici. Proprio ora che la richiesta di cure primarie aumenta a livello globale, la lunghezza delle visite sta divenendo un problema pressante. Per studiare l'impatto potenziale su pazienti e sistema sanitario della lunghezza delle visite dal medico, gli esperti britannici hanno utilizzato dati da 178 studi relativi a 67 paesi e un totale di oltre 28,5 milioni di visite.
Sono emerse molte discrepanze tra paesi: per metà della popolazione mondiale (abitanti in 15 paesi) le visite durano meno di 5 minuti; un tempo minimo che di certo non può permettere di fare molto di più che la prescrizione di farmaci e l'indirizzamento del paziente verso cure specialistiche. Ecco il quadro europeo, fornito da Irving: si va da un minimo dell'Austria (5 minuti) a salire - ad esempio Germania 7,6 minuti, Gran Bretagna (9,22), Danimarca (10), Olanda (10,2), Spagna (10,4), Malta (14), Lussemburgo (15), Francia (16), Svizzera (17), Finlandia (17,9), Bulgaria (20), Svezia (22,5).

Inverno 2017. Arriva Michigan

Il virus stagionale è stato isolato negli States. Ha lo stesso ceppo della pandemia del 2009 ma è già pronto il vaccino per combatterlo

Da Repubblica del 9-11-2017

Verrà dal Michigan, oltre che da Hong Kong e da Brisbane, l'influenza 2017-2018.
A/H1N1/Michigan, così si chiama per esteso il virus di tipo A per la prima volta isolato in un laboratorio dello Stato americano che gli dà il nome, è infatti la variante antigenica del virus influenzale che sta circolando di più a livello globale. Ma varianti, ceppi e nomi a parte, cosa possiamo aspettarci dall'influenza 2017? Quali saranno i sintomi con i quali dovremo fare i conti? «Non si può prevedere con certezza la natura della malattia: nessuno può farlo e bisognerebbe guardarsi da chi lo fa», spiega Caterina Rizzo, epidemiologa e coordinatrice della Sorveglianza integrata influenza dell'Istituto Superiore di Sanità. «Possiamo dire che generalmente i virus A-H1N1, com'è il Michigan e come quello della pandemia del 2009, danno complicanze anche nei giovani adulti senza condizioni di rischio particolari. Al contrario degli A-H3N2, che preferiscono colpire gli anziani con patologie concomitanti. La stagione influenzale passata è stata dominata da un virus A/H3N2, il ceppo A/California».

Le sentinelle della rete
Ma se prevedere la natura dell'influenza che verrà non è possibile «quello che invece si può fare e facciamo è una 'intensa attività di sorveglianza», riprende l'epidemiologa. «Già dalla metà di ottobre abbiamo cominciato a raccogliere dati sul modo in cui evolve la stagione influenzale allo scopo di rafforzare le raccomandazioni utili alla prevenzione della malattia e delle complicanze». In Italia la sorveglianza dell'influenza stagionale è affidata a lnfluNet http://www.iss.it/iflu/ una rete di istituzioni e di medici sentinella, di famiglia e pediatri distribuiti sul territorio e coordinata dal ministero della Salute  in collaborazione anche con ISS. «Le sentinelle», spiega Rizzo, «intercettano le sindromi simil-influenzali, che arrivano prima dell'influenza vera e propria, e ne comunicano a livello centrale numeri, sintomi, età dei pazienti, gravità, eccetera… In questo modo riusciamo in anticipo a farci un'idea della malattia, dell'intensità, della fascia che predilige. Attraverso il numero di ricoveri ne valutiamo la severità, e dai tamponi faringei praticati su una quota di casi capiamo quali sono virus che circolano. La sorveglianza ci permette poi di monitorare la copertura e l'efficacia del vaccino».

I tre colpevoli
«L'influenza è provocata da tre ceppi di virus A-H3N2 e A-H1N 1 e un B. In genere è uno solo di questi virus a circolare, al massimo due», riprende l'epidemiologa, «ma è uno a prevalere. Lo scorso anno l'influenza ha provocato 68 decessi e 162 casi gravi. Questi dati si riferiscono ai soli casi di influenza accertati in laboratorio. Misurando le morti provocate da altre patologie che non si sarebbero verificate se le vittime non si fossero ammalate di influenza siamo a 8000. Ma l'arma per difendersi c'è: il vaccino».

Come proteggersi
Attualmente in Italia sono disponibili vaccini antinfluenzali trivalenti che contengono due virus di tipo A (HIN1 e H3N2 ) e un virus di tipo B, poi un quadrivalente che contiene i due virus A e due virus di tipo B. L'efficacia dipende soprattutto dal match, cioè da quanto corrispondono i virus circolanti e quelli contenuti nel preparato. La cui composizione è stabilita ogni anno dall'Oms sulla base delle informazioni sui ceppi virali circolanti e sull'andamento delle malattie simil-influenzali raccolti dal Global Influenza Surveillance Network. Nel vaccino di quest'anno la novità rispetto all'anno scorso è l'A/H1N1/Michigan. Le altre due varianti, e cioè la A/Hong Kong (un A/H3N2) e il B/Brisbane (un virus di tipo B), erano già nel vaccino 2016/2017.
«Per ottenere il massimo della protezione l'ideale è vaccinarsi entro la fine di novembre», conclude Rizzo, «ma anche farlo dopo dà benefici».

di Tina Simoniello

Non solo prevenzione. Una dieta ricca di fibre aumenta la sopravvivenza dei pazienti con tumore dell'intestino

Bastano 5 grammi di fibre in più al giorno per ridurre del 25% la probabilità di morire per cancro

Da Healthdesk.it dell'8-11-2017

Le fibre fanno bene all’intestino. Non solo prevengono il cancro ma allungano la vita a chi il cancro ce l’ha. Aggiungendo 5 grammi di fibre al giorno, i pazienti con tumore del colon non metastico possono ridurre del 25 per cento la probabilità di morire a causa del tumore. È quanto sostiene uno studio dell’Harvard Medical School pubblicato su Jama Oncology che per la prima volta valuta l’impatto dell’alimentazione ricca di fibre sulla prognosi della malattia e non sulla prevenzione.

«Ciò che si mangia dopo la diagnosi - afferma Andrew Chan a capo dello studio - può fare la differenza. Esiste la possibilità che aumentando l’apporto di fibre si possa effettivamente ridurre il rischio di morire di cancro e forse anche di altre malattie».

I ricercatori hanno analizzato i dati di più di 1.500 uomini e donne che avevano partecipato a due ampi studi sulla salute della popolazione americana, il Nurses' Health Study e l’Health Professionals Follow-up Study. Tutte le persone reclutate avevano ricevuto una diagnosi di cancro del colon o del retto senza metastasi.

I ricercatori hanno monitorato, attraverso alcuni questionari, le abitudini alimentari dei pazienti nel periodo successivo alla diagnosi tenendo sotto controllo soprattutto la quantità di fibre assunta. Le informazioni sono state poi confrontate con il numero di decessi per cancro o per altre cause avvenuti in un periodo di osservazione di otto anni: in totale sono morti 773 partecipanti, di cui 174 per cancro del colon retto.

I pazienti che dopo la diagnosi avevano introdotto nella loro dieta un maggior numero di fibre vivevano più a lungo. Per la precisione, ogni 5 grammi in più di fibre al giorno era associata a una riduzione della mortalità del 18 per cento per cancro del colon-retto e del 14 per cento per tutte le cause. A contribuire maggiormente all’aumento della sopravvivenza dei pazienti sembrerebbero in particolare le fibre contenute nei cereali integrali. Le fibre delle verdure contribuiscono a una riduzione della mortalità in generale, ma non in particolare per il cancro del colon. E a sorpresa la frutta non ha mostrato alcun vantaggio per i pazienti. Neanche gli integratori hanno effetti paragonabili a quelli delle fibre contenute nelle farine non raffinate.

Ma perché le fibre sono così salutari? I loro poteri benefici risiedono soprattutto nella capacità di controllare l’insulina e nel ridurre l’infiammazione.

«Le fibre contenute negli alimenti - spiega Andrew Chan, professore di gastroenterologia al Massachusetts General Hospital di Boston - mantengono in movimento il sistema gastrointestinale, aiutano il mantenimento del peso, aumentano la sensazione di sazietà, combattono il cancro e alimentano miliardi di microbi benefici che vivono nell’intestino».

Alla luce dei risultati ottenuti, i ricercatori non possono fare a meno di chiedere agli oncologi una maggiore attenzione alle diete dei pazienti per assicurarsi di introdurre nell’alimentazione dei sopravvissuti al cancro del colon retto una quantità sufficiente di fibre.

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Tumore alla prostata, come evitare impotenza e incontinenza

Uno studio indica che se il cancro è a basso rischio la sorveglianza attiva può essere l’opzione migliore. Negli altri casi la scelta è fra la chirurgia e la radioterapia

Da CORRIERE DELLA SERA.it dell'8-11-2016

Gli addetti ai lavori aspettavano gli esiti dello studio Protect (dall’inglese Prostate Testing for Cancer and Treatment) da anni. La sperimentazione ha coinvolto 82.429 uomini di età compresa fra i 50 e i 69 anni che avevano fatto un test del Psa (Antigene Prostatico Specifico) tra il 1999 e il 2009 e ha confrontato i risultati ottenuti con i due approcci curativi per il trattamento del cancro alla prostata localizzato: chirurgia e radioterapia. «Le due strategie danno risultati eguali sul piano dell’efficacia, ma il loro effetto sulla qualità della vita dei pazienti è molto diverso» spiega Riccardo Valdagni, direttore del Programma Prostata e Radioterapia Oncologica 1 all’Istituto Nazionale Tumori (Int) di Milano, commentando i risultati dello studio, pubblicati sul New England Journal of Medicine. In media i partecipanti sono stati seguiti per 10 anni e la mortalità dei pazienti con tumore alla prostata in classe di rischio basso e intermedio è stata inferiore all’1%, a prescindere dal tipo di percorso terapeutico seguito.

Qualità della vita
I ricercatori hanno anche valutato problemi urinari, intestinali, sessuali e la qualità della vita generale dei 1.643 partecipanti che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma. «A 6 anni dalle cure — precisa Valdagni, che è anche presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) —, il 17% dei malati sottoposti a prostatectomia radicale doveva ricorrere ad assorbenti per l’incontinenza, contro il 4% di quelli sottoposti a radioterapia. Per quanto riguarda la capacità di mantenere un’erezione sufficiente a un rapporto sessuale le percentuali erano del 17% dopo chirurgia e del 27% dopo trattamento radiante. La funzionalità intestinale e i disagi legati alla presenza di sangue nelle feci erano invece peggiori nei soggetti trattati con la radioterapia».

Che fare dopo una diagnosi
Che fare, allora, a fronte di una diagnosi di carcinoma prostatico? «Quello alla prostata è il tipo di cancro più frequente tra i maschi a partire dai 50 anni di età — risponde Giario Conti, segretario nazionale SIUrO e primario di Urologia al Sant’Anna di Como —. In Italia si registrano circa 35mila nuovi casi ogni anno. E se la mortalità è in calo dal Duemila (oggi 8 pazienti su 10 superano la malattia), è fondamentale che le terapie vengano personalizzate sul singolo paziente in base al tipo di neoplasia, alla sua aggressività, al rischio che la malattia peggiori. E soprattutto alle preferenze della persona sui possibili effetti collaterali». Non esiste, insomma, una risposta universale valida per tutti i malati su quale sia il trattamento migliore. Più di un terzo degli italiani che ogni anno devono fare i conti con questa neoplasia (oltre 10mila su 35mila nuovi casi) soffre di una forma indolente, cioè poco aggressiva, localizzata alla prostata e di dimensioni ridotte. «Sono questi i casi nei quali ha un ruolo la sorveglianza attiva, che prevede di monitorare la malattia attraverso esami specifici e controlli periodici, in alternativa alle terapie radicali e ai loro effetti collaterali — aggiunge Valdagni, che con i colleghi dell’Int ha appena pubblicato un articolo scientifico sulla più ampia casistica italiana di pazienti seguiti per 11 anni come “sorvegliati speciali” —. Con importanti vantaggi per il benessere degli uomini e risparmi economici per il Servizio Sanitario Nazionale. Il presupposto su cui si basa questa strategia è che l’evoluzione dei tumori a basso rischio sia assente o così lenta (e solo locale, senza metastasi) da poter evitare o rinviare il trattamento. Se la malattia cambia siamo in grado di intervenire tempestivamente».

Gli esami
Anche in Italia sono in crescita i pazienti seguiti con questa strategia, riconosciuta da anni nelle più importanti linee guida internazionali, e le statistiche mondiali fugano i dubbi sul possibile effetto “ansiogeno” dei continui controlli: negli oltre 900 pazienti trattati all’Istituto Nazionale dei Tumori milanese, solo l’1% degli uomini ha abbandonato il protocollo per via di un disagio psicologico. «La volontà e le preferenze dei diretti interessati — sottolinea Valdagni — hanno un ruolo centrale nella cura di questo tumore, così come nella prevenzione. Come hanno ribadito lo scorso marzo gli esperti della Task Force di Prevenzione americana, ogni uomo dai 40 ai 50 anni dovrebbe parlare del test del Psa con il proprio medico o specialista. La decisione se fare o meno questo esame del sangue (che misura l’antigene prostatico specifico ed è in grado di segnalare anomalie della prostata, tra le quali anche eventuali tumori) dev’essere individuale e ragionata. È fondamentale che gli interessati siano informati dei possibili risultati, dei pro e dei contro». «Il Psa può essere utile— conclude l’oncologo dell’istituto dei Tumori di Milano — , ma si deve tenere presente che causa un’anticipazione della diagnosi di tutti i tumori della prostata, aggressivi e indolenti. E, in caso di cancro, il malato deve essere informato correttamente di tutte le opzioni disponibili nel suo caso».

Novembre, il mese della prevenzione maschile
Movember (da “Moustache”, parola inglese per baffi, e “November”) è un evento annuale che si svolge nel corso del mese di novembre: durante questo periodo gli uomini che vi aderiscono (i Mo bro) si fanno crescere dei baffi per raccogliere fondi e diffondere consapevolezza sul carcinoma della prostata.

Sensibilizzare gli uomini sull’importanza di sottoporsi a controlli per arrivare prima nella lotta contro il cancro alla prostata è anche l’obiettivo della nuova campagna Movemen che la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori - LILT Milano lancia a novembre: un invito agli uomini affinché inizino ad occuparsi un po’ di più anche della loro salute. Diverse le iniziative organizzate nell’ambito della campagna: visite gratuite, seminari di sensibilizzazione, lezioni di cucina salutare e anche una marcia non competitiva, l’Aviva

Movemen Run (domenica 19 novembre alle ore 11), per sottolineare che muoversi fa sempre bene, ma soprattutto è fondamentale se parliamo di prevenzione oncologica.

di Vera Martinella

La richiesta di Ema: una sede adeguata in tempi brevi

"Evitare interruzioni del lavoro". L'esigenza dell'Agenzia favorisce Milano. Il 20 la decisione

Da CORRIERE DELLA SERA Milano dell'8-11-2017

Silenzio, parla Ema. A meno di due settimane dal voto che sancirà la nuova sede dell'Agenzia del farmaco, l'European Medicines Agency affida a una nota le sue esigenze in vista del trasferimento. «Spostare una grande organizzazione come l'Ema in una nuova sede è un'impresa impegnativa In qualsiasi circostanza — sottolinea Ema —. È resa ancor più complessa dall'ambizioso calendario determinato dal ritiro del Regno Unito dall'Unione Europea il 30 marzo 2019. Una collaborazione efficace tra l'Ema e il nuovo paese ospitante sulla base degli impegni assunti è essenziale per il successo del trasferimento in una nuova sede e la continuità nell'attività di Ema. Creando un'adeguata struttura di governance comune per guidare e sorvegliare questo impegnativo progetto, Ema e il nuovo paese ospitante lanceranno la loro collaborazione».

Come si legge, la prima preoccupazione e «il tema più urgente» per Ema riguarda il fatto che la città ospitante sia in grado di fornire una sede adeguata in tempi brevi per evitare interruzioni nel lavoro dell'Agenzia. «Molti passaggi amministrativi — continua Ema — devono essere fatti prima che il lavoro sul nuovo edificio possa iniziare. Ad esempio, i piani di costruzione di Ema devono essere approvati dalle autorità locali, dal consiglio di amministrazione di Ema e dall'autorità di bilancio dell’Ue. Questo processo richiede tra i sei e gli otto mesi. L'adattamento da solo di un edificio che soddisfa i requisiti di Ema dovrebbe durare tra i 12 e i 15 mesi. A causa del calendario stretto, Ema, insieme alle istituzioni europee e al nuovo paese ospitante, dovrà esplorare soluzioni funzionali per accelerare i processi di approvazione e consentire il lavoro da svolgere in parallelo, piuttosto che in sequenza».

Milano, da questo punto di vista, ha tutte le carte in regola, avendo messo sul piatto il Pirellone. Altre città date per favorite come Amsterdam, invece, devono costruire la nuova sede partendo da zero. Stessa situazione di Bratislava. Copenaghen offre due torri che però devono essere riadattate, mentre Vienna ha diverse ipotesi che però non incontrano tutti i requisiti chiesti da Ema. Il 20 novembre, il responso. 

M.Gian

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Registro tumori. Il Veneto è primo per copertura

Nel 2013 trentamila nuovi carcinomi: fra gli uomini prevalenza di cancro alla prostata, fra le donne al seno

Da IL GAZZETTINO dell'8-11-2017

VENEZIA Con una copertura di 4.689.057 persone, pari al 96% della popolazione regionale (la media nazionale è ferma al 62), il Registro tumori del Veneto (Rtv) non ha eguali in tutta Italia e distanzia persino i risultati raggiunti in materia dalla Città metropolitana di Milano. Il dato è stato reso noto ieri a Venezia, insieme a quelli sui nuovi casi di tumore maligno diagnosticati nel 2013 (29.359: 15.373 maschi e 13.986 femmine, con un tasso grezzo d'incidenza di 627,7 ogni 100.000 persone nel primo caso e di 581,9 nel secondo). Per le graduatorie 2014, invece, occorrerà aspettare dicembre 2018. Mentre da gennaio dell'anno prossimo la copertura dei residenti nel Veneto avrà raggiunto il 100%, in un quadro d'insieme dove sono previste integrazioni con il fascicolo sanitario elettronico e le cartelle cliniche oncologiche informatizzate. E tra gli obiettivi più a lungo termine, anche la geo-referenziazione di tutte le patologie. «In una regione come la nostra, dove non esiste tetto per la spesa oncologica (ad oggi circa 1 miliardo di euro dei 9 destinati al settore, ndr), non poteva mancare tra le varie eccellenze un Registro tumori efficiente e supporto scientifico fondamentale per la clinica, la cura e situazioni impreviste come il caso dei Pfas - ha precisato l'assessore alla Sanità, Luca Coletto - E' stato proprio uno studio Rtv a smentire i "professionisti della bufala" escludendo una maggiore incidenza tumorale nell'area inquinata».

I DATI
Contenuti e approfondimenti sul Registro sono stati affidati a Domenico Mantoan, direttore generale della sanità veneta, e al professor Massimo Rugge dell'Università di Padova, coordinatore Rtv. Che, oltre a presentare la nuova versione del portale web, hanno spiegato che riguardo all'incidenza delle singole neoplasie, «i dati mostrano per i maschi una prevalenza di tumori alla prostata (21%), seguiti da colon-retto (13%), (12%) e vescica (10%). Mentre nelle donne, prevalente è il tumore al seno (31%), seguito da colon-retto (11%), utero e polmone (entrambi al 6%)». «Questo tipo di Censimento - hanno aggiunto Rugge e i suoi tecnici - è di grandissima complessità, perché incrocia una miriade di fonti e situazioni. Deve valutare caso per caso gli esiti delle indagini anatomo-patologiche, nonché riorganizzare e interpretare correttamente tutti gli aspetti epidemiologici. Per questo il dato riferito al 2013 non deve stupire: per effettuare nel merito una rilevazione veramente ponderata, tre o quattro anni di tempo sono nella norma». E i 200.000 residenti ancora mancanti all'appello? «Il residuo si riferisce ai referti di anatomia patologica prodotti fino alla seconda metà del 2016 e non ancora codificati - ha concluso Rugge - Il completamento è previsto per la prima metà del 2018. Resta inteso però che passare dal 53% di persone censite nel 2015 all'attuale 96% è già un risultato eccezionale. Per non dire unico, rispetto agli altri 45 registri tumori attivi nel nostro Paese».

di Vettor Maria Corsetti

Ema, scatta il conto alla rovescia

Peserà la scelta della Germania, in corsa per l'Eba. Decisione il 20 novembre

 Da Il Sole24 ORE del 7-11-2017

Non solo salute e cambiamenti climatici. Dietro le quinte del G7 di Milano - che ha visto riuniti per due giorni i ministri del settore di Italia, Francia, Germania, Usa, Giappone, Regno Unito e Canada - si è parlato ancora della candidatura milanese per ospitare la sede dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco che dovrà lasciare Londra dopo la Brexit.

Due le questioni sul tavolo emerse in questi giorni. Secondo considerazioni uscite proprio dagli ambienti della stessa Authority europea, Milano avrebbe la sede più idonea anche nel confronto con le altre capitali del Vecchio continente che si sono candidate e che, come il capoluogo lombardo, godono di un buon dossier in fatto di trasporti, logistica, qualità della vita.

Il confronto tra 5 sedi
Il confronto di questi ultimi giorni ai vertici dell’Ema, relativamente alla possibilità di dare immediata continuità al lavoro dei 900 funzionari dell’agenzia, riguarda Milano, Copenaghen, Amsterdam, Barcellona e Vienna, considerate sia dalla Commissione europea sia dalla stessa Agenzia del farmaco le cinque città più adeguate dal punto di vista tecnico. Nuove valutazioni ufficiose emergerebbero: Milano ha la possibilità di ospitare subito l’Ema nel Grattacielo Pirelli, di proprietà pubblica, con utilizzo gratuito almeno per i primi anni; Copenaghen offre una postazione con molti uffici dislocati fra loro, all’interno di un ampio complesso di edifici, fatto che, secondo i vertici dell'agenzia, non garantirebbe perfetti standard di sicurezza proprio per via della dispersività; Amsterdam propone di costruire una struttura nuova all’avanguardia, allettante dal punto di vista tecnologico ma che rischia di allungare i tempi della piena operatività dell’Ema; Barcellona, che pure avrebbe una sede già pronta come Milano, potrebbe non avere sufficiente spazio per tutte le attività; infine Vienna dà due possibilità, senza aver ancora sciolto i dubbi, anche se una sede risulterebbe già inadeguata. Tutto questo farebbe pensare che la città italiana sia favorita. «Siamo in tensione perché il 20 novembre si deciderà il ricollocamento di Ema. Posso dire che tutti stanno facendo quello che c’è da fare», dice il sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Il ruolo della Germania
Nelle trattative che in questa due giorni milanese sono proseguite, portate avanti dalla ministra alla Salute Beatrice Lorenzin, è emerso anche il ruolo fondamentale che avrà la Germania, che presenta una sua candidata per l’Ema, la città di Bonn, ma che al tempo stesso punterebbe con più forza sull’ottenimento della nuova sede dell’Eba, l’agenzia bancaria che dovrà anch’essa trasferirsi a seguito della Brexit.

La questione è delicata: la Germania potrebbe decidere di sostenere una città del Vecchio continente, tra cui appunto Milano, o preferirà spostarsi su Bratislava per assicurarsi il sostegno dei paesi dell’Est sul fronte dell’Eba?

Di questi ultimi solo la Repubblica Ceca ha presentato candidatura per l’agenzia bancaria. L’Ungheria invece non ha presentato alcuna candidatura, insieme alle repubbliche Baltiche Estonia, Lettonia, Lituania e insieme a Slovenia e Cipro. La posizione di questi paesi senza candidature diventa importante già al primo turno di voto del 20 novembre, quando ogni paese cercherà di passare la selezione del Consiglio europeo degli Affari generali per arrivare tra le prime tre della votazione successiva, che avverrà sempre lo stesso giorno. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni si è augurato che «si attivi anche Silvio Berlusconi per parlare con la cancelliera tedesca Merkel».

«Sull’Ema a Milano sono ottimista perché vedo il grande lavoro che si sta facendo a livello diplomatico» dice il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, a margine del G7. «Adesso che sono stati pubblicati tutti i dossier - aggiunge - direi che Milano non può non avere l’Ema. Milano è la sede ideale e speriamo che non si facciano giochini geopolitici».

«I milanesi possono essere ottimisti, ognuno deve esserlo»: così il direttore dell’Ema, Guido Rasi.

Di Sara Monaci

FDA approva un nuovo farmaco per il trattamento del linfoma mantellare negli adulti

Clicca qui per leggere la notizia sul sito ufficiale dell'AIFA (Pillole dal Mondo n. 1311)

La statunitense Food and Drug Administration (FDA) ha approvato acalabrutinib (Calquence), un inibitore tirosin chinasico,  per il trattamento del linfoma mantellare, pretrattato, degli adulti.

“Il linfoma mantellare è un tumore particolarmente aggressivo”, ha affermato Richard Pazdur, direttore dell’Ufficio dei prodotti per Ematologia e Oncologia del Centro per la ricerca e valutazione dei farmaci dell’FDA e del Centro oncologico di eccellenza presso la stessa Agenzia. “Per i pazienti che non hanno risposto al trattamento o hanno recidivato, acalabrutinib fornisce una nuova opzione terapeutica (…)”.

Negli Stati Uniti, secondo le stime del National Cancer Institute, rappresenta il 3-10% di tutti i casi di linfoma non-Hodgkin.

Per acalabrutinib l’FDA è ricorsa al percorso di approvazione accelerata, basandosi sui dati provenienti da un trial a braccio singolo che ha incluso 124 pazienti con linfoma mantellare che avevano già ricevuto almeno un trattamento e che ha evidenziato un 40% risposta completa ed un  41% di risposta parziale.

Gli effetti collaterali più frequenti del farmaco includono mal di testa, diarrea, ecchimosi, affaticamento e dolore muscolare, anemia, trombocitopenia e neutropenia. Tra quelli gravi, invece, emorragie, infezioni e fibrillazione atriale. In alcuni pazienti sono insorti tumori secondari. E’ controindicato nelle donne durante il periodo dell’ allattamento.

L’FDA ha designato acalabrutinib terapia innovativa e farmaco orfano, approvandolo con “Priority Review”.

 

Legge Gelli: se il medico ha seguito le linee guida vengono meno i carichi penali

Resta aperta la possibilità del risarcimento civile

Da Il Sole24 ORE Sanità del 7-11-2017

Ormai parlare di colpa medica è quasi improprio. Perché la legge Gelli-Bianco del marzo 2017 ha introdotto una causa di non punibilità del medico che, a determinate condizioni, scatta indipendentemente dal grado della colpa.

Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 50078/2017 della Quarta sezione penale con la quale è stata annullata la condanna per lesioni colpose emessa nei confronti di un medico agli effetti penali, mentre resta aperta la possibilità del risarcimento civile.

Al professionista erano state imputate le conseguenze di un intervento di lifting facciale che avevano condotto a un'estesa zona di insensibilità.

La Cassazione ricorda che il nuovo articolo 590-sexies del Codice penale ha cancellato la depenalizzazione della colpa lieve prevista dalla precedente legge Balduzzi. Non esiste quindi più, pertanto, un problema di grado della colpa, con l'eccezione di quei casi in cui la legge Balduzzi si configura come norma più favorevole da applicare a quei casi caratterizzati da negligenza o imprudenza.

La riforma, avverte la Cassazione, prende in considerazione solo le situazioni che si possono ricondurre all'imperizia, considerate non punibili neppure nell'ipotesi di colpa grave.

E’ degna di considerazione, riconosce la sentenza, l'obiezione per cui in presenza di colpa grave sarebbe molto difficile ipotizzare le condizioni di impunità del medico.

Tuttavia, ribadisce la Cassazione, alla colpa grave non può più essere attribuito un peso diverso rispetto a quella lieve, visto che sono entrambe comprese nell'area di applicazione della nuova causa di non punibilità; inoltre, è chiara intenzione della riforma favorire la posizione del medico, riducendo gli spazi per la sua possibile responsabilità penale, conservando invece la responsabilità civile.

Si introduce così una causa di non punibilità per imperizia, la cui operatività è subordinata al rispetto da parte del medico delle linee guida oppure, in assenza di queste, delle buone pratiche clinico assistenziali e che queste raccomandazioni siano adeguate alla specificità del caso concreto.

Una rinuncia alla sanzione che è fondata sulla volontà della legge di non mortificare l'iniziativa del professionista con la paura di ingiuste rappresaglie «mandandolo esente da punizione per mera valutazione di opportunità politico criminale, al fine di restituire al medico una serenità operativa così da prevenire il fenomeno della cosiddetta medicina difensiva».

«In questa prospettiva - osserva la pronuncia -, l'unica ipotesi di permanente rilevanza penale della imperizia sanitaria può essere individuata nell'assecondamento di linee guida che siano inadeguate al caso concreto; mentre non vi sono dubbi sulla non punibilità del medico che, seguendo le linee guida adeguate e pertinenti pur tuttavia sia incorso in una "imperita" applicazione di queste».

di Giovanni Negri

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Ema a Milano. Lorenzin: 'Si tratta a tutto spiano, anche al G7'

“La Germania ha la sua candidatura Ma noi non molliamo. Spero che Milano la sfanghi”, ha detto ieri il ministro a Milano in occasione del G7 che si apre stamattina

Da Quotidianosanità.it del 5-11-2017

"Stiamo facendo una grande pubblicità di questa città ma stiamo facendo soprattutto trattative a tutto spiano con gli altri Paesi" per convincerli che Milano è la sede adatta per l'Ema, l'agenzia europea del farmaco. Così ha spiegato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin che si trova in città per il G7 della sanità.

Anche il vertice dei 7 grandi sarà un'occasione per parlare con Francia e Germania "ma non vi dico - ha detto il ministro - i termini, altrimenti sarei una pessima giocatrice. E' evidente che la Germania ha una sua candidatura ma noi stiamo cercando di convincere. Milano ha tutte le carte per ospitare Ema e lo ha dimostrato". "Spero – ha concluso - che Milano la sfanghi".

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G7 della Salute, stretta finale su Ema

"Agenzia del farmaco, l'Italia ce la sta mettendo tutta". Lorenzin: pressing su Francia e Germania

Da CORRIERE DELLA SERA Milano del 5-11-2017

La «lotteria» dell'Ema entra nella sua fase finale. Mancano 15 giorni al voto del 20 novembre quando i 27 Stati membri della Ue decideranno in quale delle 19 città candidate dovrà traslocare l'Agenzia del farmaco. Milano si prepara alla battaglia e non è un caso che il governo ha indicato proprio il capoluogo lombardo per ospitare il G7 della Salute che apre i suoi battenti oggi. Non solo una vetrina per la città, ma come dice il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, anche «un'occasione per parlare con Francia e Germania».

Il «Sistema Paese» si sta muovendo all'unisono. Esattamente come per Expo. Bilaterali, incontri, trattative, business community che si muove parallelamente alle istituzioni. Sono giorni frenetici.

«Stiamo facendo una grande pubblicità di questa città, ma soprattutto stiamo facendo trattative a tutto spiano con gli altri Paesi. Io spero che Milano la sfanghi» dice Lorenzin.

«Tutto il sistema Italia si sta muovendo nelle sue varie parti facendo un'unica partita che è quella per Milano. In questo mese - continua il ministro - abbiamo avuto contatti con tutti i Paesi, sia con quelli non candidati sia con quelli candidati per Eba e per Ema: stiamo lavorando sulla parte prettamente politica e negoziale perché per la parte tecnica Milano ha centrato tutti i requisiti richiesti». Nessuno si nasconde che si tratti di una partita complicatissima dove le ragioni geopolitiche sovrastano quelle tecniche: «L'Italia ce la sta mettendo tutta - conclude Lorenzin -. Le chance le abbiamo. La competizione, si sa, è durissima, ma siamo in partita». Una partita che non conosce soste: «Penso che non ci siano azioni risolutive o decisive -ha detto il sindaco Beppe Sala, impegnato ieri al Global Nutrition Summit - ma c'è un lavoro continuo che va fatto e anche questo del G7 è un momento per mostrare come Milano reagisce bene».

Un «lavoro» destinato soprattutto a superare la prima fase del voto, quella cruciale e anche quella più a rischio. Le città favorite restano Amsterdam, Copenaghen, Milano e in parte Vienna e Bratislava. Durante la prima delle due o tre votazioni, ogni Paese avrà a disposizione tre voti per designare la città preferita, due per la seconda e tre per la terza. Se una delle atta candidate riceverà 14 voti di «prima fascia» (ossia il pacchetto di 3 voti) si porterà a casa Ema. Altrimenti le tre città più votate passeranno al secondo turno. Ed è proprio su questa prima fase che si appuntano i timori di giochetti di strategia politica che potrebbero penalizzare Milano grazie a blocchi di Paesi che si indirizzano unilateralmente su una delle avversarie del capoluogo lombardo. C'è il blocco dei Paesi del Nord divisi però tra le candidature di Amsterdam e Copenaghen. C'è il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che punterebbero direttamente su Bratislava o indirettamente su Vienna. Ci sono però anche i Paesi Baltici, Estonia, Lettonia, Lituania che non hanno una propria candidatura e su cui l'Italia e Milano stanno lavorando intensamente. Non c'è invece, per ora, un blocco dei Paesi del Sud Europa, impegnata a votare le proprie città al primo turno. Ma quello che potrebbe apparire come uno svantaggio, potrebbe riguardare anche le altre favorite perché ben 19 Stati su 27 hanno presentato una loro candidatura: Amsterdam (Paesi Bassi), Atene (Grecia), Barcellona (Spagna), Bonn (Germania), Bratislava (Slovacchia), Bruxelles (Belgio), Bucarest (Romania), Copenaghen (Danimarca), Dublino (Irlanda), Helsinki (Finlandia), Lilla (Francia), Milano (Italia), Porto (Portogallo), Sofia (Bulgaria), Stoccolma (Svezia), Malta (Malta), Vienna (Austria), Varsavia (Polonia), Zagabria (Croazia). Al secondo turno, ogni Paese avrà un voto a disposizione. Se nessuna delle tre città rimaste in lizza raggiungerà la maggioranza di 14, le prime due più votate passano al terzo turno. Chi ottiene 14 voti vince. In caso di pareggio, come nelle sfide internazionali di calcio di tanti anni fa, si ricorrerà al sorteggio. Tutte le votazioni si terranno nella giornata del 20 novembre. Ma c'è ancora un aspetto da chiarire. Quanto tempo deve passare tra un voto e l'altro? C'è chi lo vorrebbe uno dietro l'altro per evitare che i tempi morti servano per trattative poco trasparenti dell'ultimo minuto.

di Maurizio Giannettasio

Pressing su Ema a Milano al G7 Salute

Effetto Brexit. La ministra Lorenzin: anche il tema della nuova sede dell'Agenzia europea del farmaco al centro del vertice

Da Il Sole24 ORE del 5-11-2017

L’Italia incrementa il pressing sugli altri Paesi europei per riuscire a portare a Milano la sede dell’Ema, l’Agenzia del farmaco che lascerà Londra dopo la Brexit. La candidatura di Milano, secondo ambienti vicini all’Unione Europea, appare sempre più forte per alcuni fattori pratici strategici: sede già pronta, disponibilità a ospitare i figli dei funzionari nelle scuole internazionali (ci sono circa 600 ragazzi che dovranno proseguire qui gli studi) e ampia capacità ricettiva per gli eventi che l’autorità organizza ogni anno.

La diplomazia a lavoro
L’incognita tuttavia è sempre data dallo stesso tema già noto: ci sarà un voto segreto, il 20 novembre, da parte del Consiglio europeo Affari generali, dove le relazioni istituzionali, gli scambi fra paesi, i rapporti fra politici potrebbero giocare un ruolo fondamentale, ancora più di quanto non lo giochi il dossier di candidatura. Il negoziato sull’Agenzia del farmaco potrebbe dunque spostarsi su altri temi.

Dalle trattative con Germania e con i paesi Baltici potrebbe arrivare qualche certezza in più per l’Italia. Ieri la ministra alla Salute Beatrice Lorenzin, a Milano per presentare il G7 della Salute che inizia oggi e proseguirà domani, ha trattato la questione: «Stiamo facendo una grande pubblicità di questa città ma stiamo facendo soprattutto trattative a tutto spiano con gli altri Paesi per convincerli che Milano è la sede adatta per l’Ema».

Poi ha spiegato il lavoro di “lobby” che verrà fatto anche nelle sale del G7, a cui parteciperanno non solo Paesi Ue ma anche Stati Uniti d’America, Giappone, Canada.

C’è l’incognita della Germania, come sottolinea la stessa ministra: «Anche il vertice dei 7 grandi sarà un’occasione per parlare con Francia e Germania, ma non dico – ha detto il ministro – i termini, altrimenti sarei una pessima giocatrice. È evidente che la Germania ha una sua candidatura ma noi stiamo cercando di convincerla. Milano ha tutte le carte per ospitare Ema e lo ha dimostrato».

Infine la considerazione politica: «Gli altri competitor sono forti ma l’Italia la sta giocando tutta questa partita politica e stiamo facendo sistema, cosa a cui gli italiani non sono abituati, invece è una chiave di successo. Tutto il sistema Italia è ingaggiato e si sta muovendo nelle sue varie parti. In questo mese abbiamo avuto contatti con tutti i Paesi, sia quelli non candidati sia con quelli candidati per Eba e per Ema. Stiamo lavorando sulla parte prettamente politica e negoziale perché per la parte tecnica Milano ha centrato tutti i requisiti richiesti».

Per il governo italiano c’è anche la necessità di rivolgersi ai paesi Baltici, che potrebbero essere fondamentali per avere il voto già al primo turno. Nei prossimi giorni ci saranno quindi una serie di incontri in Lituana e Lettonia, nei confronti delle quali il mondo delle imprese si sta organizzando a sua volta con meeting bilaterali di settore.

Alla presentazione del G7 ha parlato anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala, impegnato in prima linea nella candidatura per l’Ema. «Non perderò occasione in questi giorni per sottolineare la nostra grande volontà rispetto a Ema. Penso – ha aggiunto – che non ci siano azioni risolutive o decisive ma c’è un lavoro continuo che va fatto e anche questo del G7 – ha concluso – è un momento per mostrare come Milano reagisce bene».

Il G7 Salute di Milano
Milano è intanto pronta a ospitare il G7 Salute: oggi e domani al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci si riuniranno i ministri del settore di Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. In programma oggi la discussione in plenaria sui cambiamenti climatici; domani si parlerà invece di salute delle donne e degli adolescenti. Per Milano sarà un’occasione-vetrina per la candidatura all’Ema.

Sarà massiccia la presenza delle forze dell’ordine che gestiranno mobilità e sicurezza nei luoghi toccati dalla manifestazione (previsti 600 agenti).

Di Sara Monaci

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G7 della Salute, Milano si prepara

Da LEGGO Milano del 2-11-2017

Milano si prepara ad ospitare il G7 della Salute: domenica e lunedì arrivano in città i ministri di Canda, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. A far gli onori di casa e a presiedere il vertice, ospitato al Museo della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, in via San Vittore 21, sarà la ministra italiana della Salute Beatrice Lorenzin. Ci saranno anche il commissario Ue alla Salute e i direttori di Oms, Fao, Oie, Ocse ed Efsa.

Al centro della discussione sarà il tema dell'impatto dei fattori climatici ed ambientali sulla salute, in programma domenica pomeriggio. Lunedì mattina invece si tratterà di salute delle donne e degli adolescenti. Nel pomeriggio si chiude con il tema della resistenza antimicrobica.

Milano si metterà in vetrina, a due settimane dalla decisione della Ue (il 20 novembre) sulla città che ospiterà l'agenzia del Farmaco sfrattata da Londra post Brexit. L'arrivo delle delegazioni estere è previsto dalle 12 di domenica. I lavori inizieranno alle 13,30 e si protrarranno sino alle 18. Fuori dalle sessioni del vertice per i ministri è prevista una visita a Palazzo Reale, per ammirare i capolavori del Caravaggio. La Sala delle Cariatidi ospiterà anche la cena di gala.

Palazzo Reale - dove oltre a Caravaggio sono in corso le mostre di Toulouse-Lautrec, Incantesimi e Salvatore Sciarrino - resterà aperto alle visite, ma per sicurezza è previsto il controllo attraverso metal detector a portale, che rallenterà i flussi. La priorità sarà data ai visitatori con la prenotazione.

Di Giammarco Oberto

Il via del Senato appeso a un filo

Da la Repubblica del 2-11-2017

ROMA. La legge sul biotestamento, impantanata al Senato da mesi, è arrivata a un punto di svolta. A sbloccare la situazione è stata la relatrice del ddl Emilia De Biasi (Pd) che una settimana fa si è dimessa dall'incarico per aggirare gli oltre tremila emendamenti presentati in commissione Sanità dai contrari alla legge, e cioè gli alfaniani di Ap, Lega e Forza Italia. Ora toccherà ai capigruppo, e soprattutto al Pd, decidere quando e se portare la legge in aula. A chiedere un'accelerazione è stata anche la presidente dei senatori di Mdp Maria Cecilia Guerra, che ne ha chiesto la calendarizzazione immediata. Ma la strada resta ancora in salita. Tra la pausa per le elezioni siciliane e l'imminente avvio della sessione di bilancio, il Senato sarà impegnato fino a fine novembre. Dopo di che resteranno una ventina di giorni utili prima delle vacanze di Natale per discutere tutti i provvedimenti che nel frattempo si sono accumulati, tra cui anche lo ius soli. Il capogruppo dem Luigi Zanda, durante la dichiarazione di voto sulla legge elettorale, ha avanzato l'ipotesi di mettere la fiducia sulla riforma della cittadinanza. Ma una tale possibilità sembra invece esclusa per il fine vita. Tuttavia in aula in numeri per l'approvazione ci sono, perché a sostenere la legge, oltre a Mdp, sono schierati anche i 35 senatori del M5s. (monica rubino)

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Un operatore sanitario che fuma è la morte della prevenzione e dell’educazione sanitaria

Lettere al direttore

Da Quotidianosanità.it del 2-11-2017

Gentile Direttore,

fumare fa male, lo si è capito sin dai tempi di Re Giacomo I (“A Counterblaste to Tobacco” - 1604). Fa ammalare e fa morire, senza alcun beneficio esclusivo in cambio. Non ci sono più dubbi. Il tabacco fa solo bene a chi lo produce. La dipendenza da fumo e surrogati fa solo bene a chi ne fa commercio.

È un vizio inutile e dannoso. L’invito a smettere da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è perentorio.

La TFI (Tobacco Free Initiative) delinea con chiarezza le raccomandazioni da seguire:

  • I governi e i parlamenti devono favorire il cambiamento sociale e ambientale tramite la legislazione sanitaria.
  • I sistemi sanitari devono incoraggiare e sostenere i tabagisti nello sforzo di smettere.
  • La comunità scientifica deve promuovere lo scambio e la diffusione della conoscenza sulla pericolosità del tabagismo.

Come operatore sanitario, mi ritrovo ad adempiere il secondo punto. Nel confronto col paziente che accusa evidenti danni da fumo, chiarisco subito la necessità di smettere.

Il mio invito a tali pazienti è “L’ultima sigaretta? C’è già stata. Ora che è qui e soffre, ne approfitti per smettere: ha tutto da guadagnare, lei e chi le sta attorno. Nessun medicinale le restituirà anni di vita bruciati. Smettere, sì.”

Ma questo mio accorato ragionamento cozza subito con una triste evidenza: molti, troppi operatori sanitari fumano. E i pazienti se ne accorgono appena escono a prendere una boccata d’aria (o di fumo).

Se per un sanitario fumare è contraddittorio, farlo in servizio è diseducativo.

Persino in oncologia e in pneumologia ho incontrato colleghi accaniti fumatori...e ho detto tutto!

Questa è la morte dell’educazione alla salute. È la morte della prevenzione.

Un operatore sanitario che fuma perde di credibilità e fa perdere la fiducia al paziente, minando sul nascere l’alleanza terapeutica. Alleanza che si riduce a questo: “...mi fa accendere, dottore?”

Ivan Favarin
Infermiere

Ddl Lorenzin, primo traguardo

Via libera dalla Camera all'omnibus sanitario che passa al Senato per l'ok definitivo

 Da Il Sole24 ORE Sanità del 31-10-2017

L'articolo 4 «ammorbidito» 
La quadra sulle istanze avanzate dai medici è stata trovata sul filo di lana grazie a un pugno di emendamenti espressi dalla maggioranza, che ammorbidiscono, salvando i principi di fondo, le misure volte a garantire il ricambio generazionale nella rappresentanza, intradotte in Commissione. Sul tetto ai mandati, per esempio, resta il paletto ma non è più «retroattivo»: ovvero si può essere rieletti nella stessa carica consecutivamente una sola volta (c'è quindi un limite di due mandati consecutivi poi dopo una pausa ci si può eventualmente ricandidare), ma la misura non vale più in sede di prima applicazione (il capoverso che estendeva la misura anche in sede di Prima applicazione è stato soppresso). Il che significa, a rigor di logica, che un attuale vertice di un ordine professionale, anche se è in carica da due mandati consecutivi può ricandidarsi per lo stesso mandato prevedibilmente altre due volte. Insomma il ricambio generazionale può attendere e slitta di qualche anno.

Si rivedono le modalità del voto telematico, che diventa facoltativo. Riguardo il collegio dei revisori (altro nodo del contendere), questo non è più composto da tre componenti e un supplente iscritti nel registro dei revisori legali ma nella nuova formulazione l'obbligo di iscrizione al registro c'è solo per il presidente del collegio. Gli altri due membri, di cui uno supplente sono eletti tra gli iscritti agli albi. E la pax fu, o forse solo tregua.

«Finalmente dopo quattro anni questo Ddl che porta il mio nome - dichiara la ministra della Salute Beatrice Lorenzin - è stato approvato anche alla Camera. E’ un Ddl molto importante perché affronta alcune questioni vitali per la sanità ma anche per la ricerca scientifica nel nostro Paese». Si prende in esame, ha spiegato, «la questione della sperimentazione clinica ma anche della medicina di genere e si affrontano temi molto sentiti che riguardano l'abusivismo sanitario. C'è anche il rafforzamento delle norme penali contro chi compie abusi nelle residenze di anziani o disabili». E poi «c'è una parte molto significativa del Ddl che dopo 70 anni riorganizza gli ordini professionali e riconosce nuove professioni sanitarie».

Profondo l’intervento sulla ricerca
Nel rispetto delle norme della Unione europea - tra cui la disciplina del regolamento 536/2014 - e degli standard internazionali per l'etica nella ricerca medica sugli esseri umani (Dichiarazione di Helsinki) il provvedimento fissa i principi direttivi per la revisione delle norme sui trial clinici.

In particolare i decreti delegati dovranno individuare i requisiti dei centri autorizzati alla conduzione delle sperimentazioni cliniche dalla fase l alla fase IV, con particolare attenzione, nella fase IV, al coinvolgimento delle associazioni dei rappresentanti dei pazienti nella definizione dei protocolli di ricerca soprattutto per le malattie rare.

Positivo il commento di Mario Melazzini, Dg dell'Aifa che ha definito l'approvazione del Ddl Loirenzin, un'ottima notizia per il mondo della sanità e della ricerca. «Il provvedimento introduce delle novità fondamentali - continua Melazzini - attese da anni, che hanno il merito di allineare il Paese con il resto d'Europa e con le realtà più avanzate a livello mondiale in materia di sperimentazioni cliniche. La creazione di un centro di coordinamento dei comitati etici presso Aifa, la razionalizzazione e riduzione di quelli esistenti e l'introduzione di procedure standard sono elementi di assoluta innovazione. Con questa normativa si mettono a disposizione del sistema della ricerca pubblica e privata delle nuove armi per competere alla pari a livello internazionale e produrre ricerca di qualità sempre più elevata creando valore aggiunto per i pazienti e per tutta la filiera della ricerca».

Dimezzati i comitati etici
Viene istituito presso l'Aifa un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche con funzioni di coordinamento e indirizzo. Il Centro vigilerà sull'attività degli stessi comitati territoriali, proponendone la soppressione in caso di mancato rispetto dei termini previsti dalle normative europee.

Si dimezza il numero dei Comitati etici territoriali (ora un centinaio) prevedendone un massimo di 40, almeno uno per Regione.

Saranno poi individuati tre comitati a valenza nazionale, dì cui uno dedicato alla sperimentazione in ambito pediatrico. L'Aifa infine individuerà una tariffa unica a carico del promotore della sperimentazione, da applicare in modo uniforme sull'intero territorio nazionale.

Brevettabilità dei progetti no profit
Con riferimento ai contratti per le sperimentazioni, sono previsti meccanismi di compensazione o di partecipazione agli eventuali utili derivanti dalla commercializzazione dei risultati delle ricerche o delle sperimentazioni effettuate in centri pubblici di ricerca, attraverso l'individuazione di apposite percentuali e delle modalità di assegnazione delle stesse, da riconoscersi per la parte prevalente ai medesimi centri di ricerca e per la restante parte ai fondi per la ricerca gestiti dal ministero della salute, laddove non sia prevista, nei predetti contratti, una diversa modalità di remunerazione o di compensazione.

Un piano per la medicina di genere
Prevista la predisposizione di un piano volto alla diffusione della medicina attenta alle differenze maschio-femmina. Il Piano, emanato entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento, avvalendosi del Centro nazionale di riferimento della medicina di genere dell'Istituto superiore di sanità, intende garantire la qualità e l'appropriatezza delle prestazioni erogate dal Sistema sanitario in modo omogeneo sul territorio nazionale, attraverso la divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie inerenti alla ricerca, alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura basate sulle differenze derivanti dal sesso.

Nuovi ordini per le professioni sanitarie
Oltre agli ordini professionali esistenti dei medici-chirurghi, dei veterinari e dei farmacisti, si aggiungono gli ordini dei biologi e delle professioni infermieristiche, della professione di ostetrica e dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.

Il Consiglio nazionale dei Chimici si trasforma nella Federazione nazionale degli Ordini dei chimici e dei fisici. Sono professioni sanitarie anche il biologo e lo psicologo. Prevista l'istituzione, presso l'ordine degli ingegneri, dell'elenco nazionale certificato degli ingegneri biomedici e clinici.

E tra le nuove professioni in lista d'attesa osteopati e chiropratici sono in pole position per il riconoscimento. «Si tratta di un importante risultato - dichiara Paola Sciomachen, presidente del Roi - verso il riconoscimento della professione sanitaria. Continuiamo a lavorare perché, anche in Italia, come negli altri Paesi d'Europa, l'osteopatia abbia la propria autonomia e identità, a tutela dei milioni di italiani che ogni anno si rivolgono alle cure omeopatiche».

Una cornice aperta per le professioni del futuro
Stabilito un percorso certo e oggettivo per l'individuazione di nuove professioni sanitarie. Il riconoscimento per quelle che non trovano rispondenza in professioni già riconosciute e il cui esercizio deve essere valido su tutto il territorio nazionale, può avvenire in sede di recepimento di direttive comunitarie, per iniziativa dello Stato o delle Regioni, ma ora anche su iniziativa "dal basso" da parte delle associazioni professionali più rappresentative che potranno inviare istanza motivata al ministero della Salute, che entro i successivi sei mesi, dovrà pronunciarsi. Una valutazione tecnica sarà effettuata dal Css. Miur e Salute individueranno i percorsi formativi e le equipollenze.

Più gravi i reati commessi contro le persone ricoverate
Diventa un'aggravante comune nei delitti non colposi, l'aver commesso il fatto in danno di persone ricoverate presso strutture sanitarie o presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche e private, ovvero strutture socio-educative.

Di Rosanna Magnano

La rilevanza clinica della classificazione molecolare del carcinoma gastrico individuata dal progetto The Cancer Genome Atlas

L’avvento delle tecniche di analisi dei profili di espressione genica ha scardinato il modo tradizionale di concepire la classificazione delle neoplasie. Non fa eccezione il carcinoma gastrico, per il quale nel 2014, grazie al lavoro del progetto The Cancer Genome Atlas (TCGA), sono stati individuati 4 sottogruppi molecolari (sottotipo EBV, sottotipo con instabilità dei microsatelliti, sottotipo con instabilità cromosomica, sottotipo genomicamente stabile) ognuno con peculiarità clinico-patologiche e molecolari.

A chiarire meglio la rilevanza clinica di questa classificazione molecolare ha contribuito il lavoro pubblicato recentemente sulla rivista Clinical Cancer Research, frutto di uno sforzo congiunto tra ricercatori coreani e statunitensi. Utilizzando i dati dei profili di espressione dei pazienti inclusi nella corte analizzata nel lavoro del 2014 dal TCGA, gli autori hanno costruito un modello di predizione del sottogruppo basato sull’analisi di un set ristretto di geni “sottotipo-specifico” che potesse rendere più facile, rapida ed economica l’applicazione su larga scala. Successivamente, grazie a questo modello, il valore prognostico e predittivo della classificazione molecolare è stato valutato su una coorte di 267 pazienti con carcinoma gastrico sottoposti ad intervento di gastrectomia (di cui 155 hanno successivamente ricevuto un regime chemioterapico adiuvante) trattati presso l’MD Anderson Cancer Center di Houston ed i risultati sono stati validati su un’ulteriore coorte di 432 pazienti trattati presso il Samsung Medical Center di Seoul.

In entrambe le coorti, il sottogruppo associato alla peggior prognosi è risultato quello genomicamente stabile, sia in termini di sopravvivenza libera da recidiva (RFS) che di sopravvivenza globale, mentre il sottogruppo associato alla prognosi migliore è risultato quello correlato ad EBV. Il sottogruppo con instabilità dei micro satelliti e quello con instabilità cromosomica hanno dimostrato di possedere una prognosi intermedia. Per quanto riguarda il ruolo predittivo della classificazione molecolare, l’analisi sui pazienti della corte dell’MD Anderson che hanno ricevuto chemioterapia adiuvante, ha mostrato come il sottogruppo che più beneficia di tale trattamento sia quello caratterizzato dall’instabilità cromosomica (con una RFS a 3 anni del 58,7% per chi ha ricevuto un regime adiuvante vs 33,7% per chi non l’ha ricevuto, con un valore di HR per recidiva per chi ha ricevuto chemioterapia di 0,39). Nessun beneficio dal trattamento sistemico adiuvante è stato osservato nei pazienti del sottogruppo con stabilità genomica. Inoltre, basandosi sui dati emersi dall’analisi dei dati delle due coorti di pazienti, gli autori hanno sviluppato un modello di valutazione integrata del rischio di recidiva che tiene conto delle caratteristiche di espressione genica della neoplasia.


Bo Hwa Sohn, Jun-Eul Hwang, Hee-Jin Jang, Hyun-Sung Lee, Sang Cheul Oh, Jae-Jun Shim, Keun-Wook Lee, Eui Hyun Kim, Sun Young Yim, Sang Ho Lee, Jae-Ho Cheong,Woojin Jeong, Jae Yong Cho, Joohee Kim, Jungsoo Chae, Jeeyun Lee,Won Ki Kang, Sung Kim, Sung Hoon Noh, Jaffer A. Ajani, and Ju-Seog Lee

Clinical Cancer Research, July 26, 2017

Link all'abstract

 

 

 

Clinical Significance of Four Molecular Subtypes of Gastric Cancer Identified by The Cancer Genome Atlas Project

 

©2017 American Association for Cancer Research

Più terapie=meno pensioni di invalidità

Da la Repubblica Salute del 31-10-2017

Dice Farmindustria che spendiamo per comprare medicine il 29% in meno della media dell'Europa a sette. Eppure, a noi sembra di spendere tanto. Prendiamo la storia del costo esorbitante dei farmaci oncologici. Nell'intervista che ha concesso a Rsalute, il direttore dell'Aifa, Mario Melazzini, ha detto che i 4,5 miliardi che spendiamo per questo ogni anno sono tutti necessari fino all'ultimo euro. E oggi, a dargli ragione, arriva un calcolo dell'Inps, presentato al congresso degli oncologi appena concluso a Roma. Mentre la sensazione del cronista è quella del disagio di fronte ai tanti, troppi, soldi che passano per le mani di questi dottori sulle ali della paura per il grande male, ecco spuntare una diapositiva; l'Inps certifica che tra il 2009 e il 2015 sono stati risparmiati quasi 300 milioni l'anno per pensioni di invalidità; con una curva della spesa che si inabissa per i malati di tumori della mammella e del colon, di cui si muore sempre meno anche grazie ai farmaci innovativi. Un nuovo tassello. Che dimostra che il governo della spesa deve tener conto di tutti i costi (magari anche quelli umani, dei care giver, del mancato reddito). Una governance che fa acqua da tutte le parti, e così c'è bisogno dei fondi straordinari, come quei 500 milioni per gli oncologici, un tesoretto a cui accedere, a prescindere. E se provassimo a farne a meno? A governare bene il flusso dei soldi? Magari scopriremmo che li spendiamo bene, a prescindere.

Di Daniela Minerva

Rassegna stampa quotidiana

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Stefania Gori, prima donna al vertice degli oncologi italiani

Al XIX Congresso Nazionale Aiom che si è chiuso ieri a Roma si è rinnovato il Consiglio Direttivo della Società con la nomina del nuovo presidente. Giordano Beretta è il Presidente Eletto

Da la Repubblica.it del 30-10-2017

E’ la prima donna al vertice dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e ha ben chiari gli obiettivi che intende raggiungere durante il suo mandato. Stefania Gori, direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar–Verona, è entrata in carica come Presidente Nazionale sabato sera, al termine del XIX Congresso della Società scientifica a Roma. Dopo aver lavorato nell'Oncologia medica di Perugia, dirige dal 2013 il Dipartimento oncologico della struttura sanitaria veronese e dal 2007 è componente del Consiglio direttivo nazionale Aiom.

Sette obiettivi. “Negli ultimi dieci anni abbiamo ottenuto risultati che inizialmente sembravano irraggiungibili – afferma la Presidente Stefania Gori che annuncia sette obiettivi della società scientifica per i prossimi anni. “In primo luogo punteremo a ridurre il carico di malattia tumorale, puntando ad un accesso sempre più ampio alle nuove terapie per tutti i pazienti su tutto il territorio. Poi vogliamo aumentare il confronto e la collaborazione con le Istituzioni Sanitarie, identificare in maniera sempre più chiara e condivisa con la Società Europea di Oncologia il profilo dell’oncologo medico e rafforzare la posizione dell’oncologia all’interno di un Servizio Sanitario Nazionale che sta cambiando attraverso l’implementazione delle Reti Oncologiche Regionali”. Tra gli obiettivi anche il supporto alla ricerca oncologica no profit e un’adeguata informazione ai pazienti e ai cittadini attraverso il sito Aiom e quello della sua Fondazione ma anche tramite i media e i social. “Infine, vogliamo rafforzare la collaborazione con le altre società scientifiche nazionali e internazionali, con CIPOMO (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), COMU (Collegio Oncologi Medici Universitari) e con le Aziende”.

Mille oncologhe. “Voglio anche intensificare e valorizzare il contributo delle colleghe – aggiunge la Presidente Gori. Le oncologhe nell’Aiom sono oltre mille, eppure è la prima volta che una donna diventa presidente della nostra società scientifica. È un fatto significativo”.

Il direttivo. Al suo fianco, Stefania Gori avrà Giordano Beretta come Presidente Eletto, Roberto Bordonaro come Segretario Nazionale e Saverio Cinieri riconfermato Tesoriere. Il Consiglio Direttivo Nazionale 2017/2019 è composto da: Giuseppe Procopio, Nicla La Verde, Sergio Bracarda, Silvia Novello, Antonio Russo, Giuseppe Aprile, Lucia Del Mastro, Daniele Farci.

L’unione fa la forza. Un impegno importante e prioritario sarà con gli oltre 2.500 soci che rappresentano la vera forza di Aiom, e con i coordinatori regionali: con tutti loro andrà aumentato il confronto e la collaborazione. “Ringrazio tutti i soci per avermi dato la possibilità di ricoprire questa importante carica – afferma il Presidente eletto Giordano Beretta. Aiom è la mia storia, la mia casa. Mi impegnerò per garantire la crescita costante della nostra società scientifica e supportare la Presidente nel suo mandato”.

Di Irma D’Aria

Aiom, Stefania Gori è la prima presidente donna degli oncologi italiani

Da DIRE.it del 29-10-2017

ROMA – Passaggio di consegne all’interno dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica: alla presidenza di Carmine Pinto succede Stefania Gori, oncologa di Negrar (Verona).
Dopo aver lavorato nell’Oncologia medica di Perugia, Gori dirige dal 2013 il Dipartimento oncologico della struttura sanitaria veronese e dal 2007 è componente del Consiglio direttivo nazionale Aiom.
Con lei sono stati eletti Roberto Bordonaro come segretario nazionale e Saverio Cinieri come tesoriere.
Il direttivo nazionale AIOM è ora composto da Giuseppe Procopio, Nicla La Verde, Sergio Bracarda, Silvia Novello, Antonio Russo, Giuseppe Aprile, Lucia del Mastro e Daniele Falci.

GLI OBIETTIVI DELLA NUOVA PRESIDENTE
Obiettivi prioritari della presidenza Gori saranno: “Ridurre il carico di malattia tumorale puntando ad un ampio accesso alle nuove terapie; incremento del confronto con le istituzioni sanitarie; identificazione sempre più chiara del profilo dell’oncologo; incremento e sostegno della ricerca oncologica no profit e rafforzamento della collaborazione con le altre società scientifiche”.
Primo presidente donna degli oncologi italiani, Stefania Gori rimarrà in carica fino al 2019. L’assemblea degli oncologi italiani ha già eletto il presidente del periodo 2019-2021: sarà Giordano Beretta, direttore dell’oncologia dell’Humanitas.

Cancro. Il 42% dei costi per i farmaci ad alto costo va al tumore al seno, seguito da quelli al colon retto, polmone e prostata. Ma i costi standard per terapia non ne tengono conto

Il dato emerso nel corso del congresso Aiom. Oggi – sottolineano gli oncologi - viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard. In realtà bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata. Anche perché i costi dei farmaci oncologici hanno un peso rilevante nella spesa delle oncologie italiane, con valori diversi per trattamento da 2.276,1 euro a 380,3 euro

Da Quotidianosanità.it del 29-10-2017

“È necessario modificare i criteri con cui distribuire a livello nazionale, regionale e aziendale le risorse per coprire le uscite derivanti dalle terapie anticancro. Sono i cosiddetti costi standard, fondamentali per definire le modalità di finanziamento dei reparti di oncologia”, l’idea è emersa ieri in un dibattito nel corso del Congresso nazionale Aiom in corso a Roma.

“Oggi – sottolineano gli oncologi - viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard”.

“In realtà – fanno notare ancora i medici - bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata”.

Anche perché i costi dei farmaci oncologici hanno un peso rilevante nella spesa delle oncologie italiane, con valori diversi per trattamento da 2.276,1 euro a 380,3 euro.

Il 42% delle uscite totali per le terapie ad alto costo (sottoposte a registrazione AIFA) è indirizzato al tumore del seno, seguito dal colon-retto (13%), dal polmone (13%) e dalla prostata (7%), cioè dalle quattro neoplasie più frequenti.

Tutti dati che emergono da una ricerca realizzata dalla stessa Aiom insieme al Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri e dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) e presentata sempre nel corso del Congresso in corso a Roma.

Lo studio è in assoluto il terzo in Europa per dimensione del campione: ha preso in esame 7.660 pazienti, seguiti da 10 Oncologie nel 2015. Complessivamente, sono state analizzate 64.868 sedute (chemioterapia, immunoterapia ecc), per un costo totale pari a 75.814.416 euro. Sulla base delle diverse caratteristiche e tipologie di pazienti, si sono evidenziate chiare differenze: il 42% delle sedute è costituito dalle terapie ad alto costo, il 57% da quelle a basso costo, l’1% dalle sperimentazioni.

“Questo studio – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM – indica chiaramente la necessità di assegnare le risorse sulla base delle caratteristiche dei pazienti, cioè della patologia trattata, superando gli elementi amministrativi a cui rispondono gli attuali criteri. È necessario quindi procedere alla applicazione reale dei costi standard che sono strumenti di fondamentale importanza nella valutazione della spesa, assicurando la sostenibilità del sistema sanitario, e per garantire equità nella distribuzione delle risorse. Consentono inoltre di sapere se si spende troppo e perché, o se vi è carenza di risorse, oltre a consentire di formulare e monitorare i budget. I costi standard non hanno un contenuto ‘ragioneristico’, ma devono essere uno strumento di indirizzo strategico”.

La ricerca ha inoltre evidenziato come una parte considerevole delle spese sostenute per l’effettuazione dei trattamenti non sia legata al farmaco: le altre voci (costi per personale medico, dispositivi sanitari, laboratorio, radiologia, consulenze e, più in generale, della struttura) rappresentano il 20% del totale nel caso delle terapie ad alto costo e addirittura il 92% per quelle a basso costo.

“Un caso emblematico è rappresentato dalla chemioterapia – sottolinea Evaristo Maiello, direttore Oncologia di Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo –. Per questo trattamento quando somministrato in regime ambulatoriale o di day hospital, viene riconosciuta una tariffa che varia nelle diverse Regioni, ma nessuna riesce in realtà a coprire gli effettivi costi del personale, dell’ammortamento delle apparecchiature e quelli generali della struttura. In particolare, se si analizzano le chemioterapie a basso costo, si nota come vengano erogate quasi gratuitamente. Vi sono ad esempio chemioterapie che durano ore e che richiedono la continua presenza degli infermieri, per cui la conoscenza e l’analisi degli aspetti organizzativi sono fondamentali per la determinazione dei costi standard e per stabilire nuovi criteri per coprire le spese dell’assistenza”. Nel 2017 in Italia sono stimati 369.000 nuovi casi di tumore: la sopravvivenza a 5 anni fra le donne raggiunge il 63%, fra gli uomini il 54%.

“Siamo consapevoli - afferma Mario Alberto Clerico, presidente CIPOMO – che la gestione dei costi rappresenti una priorità e noi siamo pronti a fare la nostra parte. Per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, la parola d’ordine è appropriatezza. Anche nel settore oncologico si deve procedere all’eliminazione di spese improprie, per rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi e migliorare l’assistenza garantita ai cittadini. Va però ricordato che in Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, anche se abbiamo a disposizione meno fondi. La definizione di nuovi criteri nella distribuzione delle risorse è quindi un passaggio fondamentale”.

Nella ricerca la rilevazione dei costi standard dei farmaci si è basata sui dati di 10 reparti di oncologia. Per gli altri fattori produttivi (medici, altro personale e servizi), la ricerca si è avvalsa della rilevazione dei costi standard di 17 Oncologie incluse nel N.I.San.

“Nel 2011 a livello internazionale è stato stabilito il Clinical Costing come metodologia di riferimento per la determinazione dei costi standard in sanità – evidenzia Alberto Pasdera, coordinatore scientifico N.I.San. -. E nella ricerca abbiamo utilizzato questo sistema che ha dimostrato di essere il più preciso e, soprattutto, il più adatto per collegare i costi effettivi con quelli standard. Il calcolo dei costi effettivi è di fatto una ‘scala gestionale’: non è possibile determinare i costi per indicazione terapeutica (ad es. tumore del seno o del colon retto) senza prima conoscere i costi dei servizi erogati ai singoli pazienti trattati (le sedute), e non è possibile determinare i costi dei servizi senza disporre dei costi per prestazione (ad esempio per le infusioni chemioterapiche) che compongono un servizio”.

Già nel 2010 l’AIOM aveva pubblicato un’indagine sui costi standard per DRG in oncologia, cioè sulle tariffe per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera, da cui era emersa una ‘sottotariffazione’ dei ricoveri (differenza tra tariffazione e costi reali) pari al 28%.

Un’altra indagine condotta nel 2015 ha evidenziato un ulteriore incremento di questa differenza che ha raggiunto il 78%. “I farmaci antineoplastici – continua Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM - rappresentano nel nostro Paese la prima categoria terapeutica con un costo di quasi 4,5 miliardi di euro nel 2016, anche se la voce maggiore di spesa per l’assistenza oncologica non è rappresentata dai farmaci”.

“Oggi più che mai vi è il bisogno di terapie innovative e di migliori modelli gestionali che le rendano accessibili - conclude Maurizio de Cicco, Presidente e Amministratore Delegato di Roche –. Siamo felici di poter collaborare con la comunità oncologica per assicurare un impiego appropriato dei farmaci, coscienti che la sostenibilità del sistema sia anche nostra responsabilità. Auspichiamo che la nuova governance affronti temi quali la valutazione di nuovi modelli di finanziamento, come gli accordi di rimborso in base agli outcome, fino a nuovi modi per la raccolta dei dati e la misurazione dei risultati”.

 

Per prima volta una donna presidente oncologi

Stefania Gori, 8 obiettivi e un messaggio da lanciare a donne

Da ANSA.it del 28-10-2017

Si chiama Stefania Gori ed e' la prima presidente donna degli oncologi italiani. Responsabile dell'Oncologia dell'Ospedale Sacro cuore di Negrar (Verona), da oggi sara' a capo dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), che conta circa 3mila professionisti iscritti ed ha una storia di 44 anni. Una prima presidente donna, proclamata oggi ufficialmente al XIX Congresso nazionale Aiom in corso a Roma, che per il prossimo biennio del suo mandato si pone 8 obiettivi prioritari ed un messaggio chiaro e di incoraggiamento da rivolgere alle colleghe donne. 'Sono tanti i passi avanti fatti in questi anni dall'oncologia - afferma Gori - e tante le nuove problematiche, a partire dalla sostenibilita' economica per l'arrivo di farmaci sempre piu' innovativi'. Tanto e' stato fatto, rileva, ma tanto ci sara' da fare. Otto sono pero' gli obiettivi prioritari nell'agenda della prima presidente Aiom: 'La riduzione del carico della malattia tumorale, puntando ad un accesso sempre piu' ampio alle nuove terapie per tutti i pazienti su tutto il territorio. Punto poi ad un maggiore confronto con le istituzioni sanitarie; ad identificare in modo sempre piu' chiaro il profilo dell'oncologo medico; a rafforzare la posizione dell'oncologia nel Sistema sanitario nazionale'. Ed ancora: 'Credo sia fondamentale – sottolinea - anche supportare la ricerca oncologica no-profit ed assicurare una maggiore informazione ai cittadini. Nella mia agenda altro obiettivo e' inoltre realizzare una maggiore collaborazione con le altre societa' scientifiche ed intensificare i rapporti tra le realta' Aiom a livello regionale e centrale'. Ma cosa significa essere la prima donna a presiedere l'associazione? 'Le oncologhe nell'Aiom sono oltre mille - afferma - eppure e' la prima volta che una donna diventa presidente.

E' un fatto significativo, legato alla constatazione che il mondo dell'oncologia italiano e' stato da sempre all'insegna di un certo maschilismo, ed anche oggi sono tante le oncologhe ma pochissime quelle con ruoli dirigenziali'. Il messaggio, sottolinea, 'e' dunque quello di incitare le donne a concorrere ed aspirare anche a ruoli di maggiore responsabilita', perche' hanno le competenze e le capacita' necessarie. Serve una grande tenacia, ma soprattutto e' necessario crederci'. Infatti, rileva, 'spesso il problema e' piu' delle donne che degli uomini: di come ci poniamo nei confronti della carriera, sentendoci in vari casi 'inadeguate''. C'e' poi il 'freno' della famiglia e dei figli: 'Molto spesso si pensa che siano incompatibili con un percorso lavorativo di

responsabilita'. Ma non e' necessariamente cosi''. Quello che serve davvero, conclude Gori, 'ed a cui dobbiamo mirare, e' un profondo cambiamento di mentalita''. (ANSA).

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Che cosa si può fare per la prevenzione e la cura del tumore al colon?

Da CORRIERE DELLA SERA del 29-10-2017

Mia madre, fumatrice e da molti anni in sovrappeso, è stata da poco operata per un tumore al colon, fortunatamente ancora all’inizio, per cui sembra che tutto volga al meglio. I medici ci hanno più volte ribadito l’importanza della prevenzione e di convincerla a cambiare il suo stile di vita anche ora. Ma perché si parla così poco del fatto che si può fare concretamente qualcosa per evitare d’ammalarsi? Quanto alle terapie, i farmaci più efficaci e innovativi sono disponibili davvero in modo uguale in tutta Italia?

Rispondono Carmine Pinto, past president, e Stefania Gori, neo presidente dell’Associazione Italiana Oncologia Medica

Il tumore del colon-retto è la neoplasia più frequente, con circa 53mila nuovi casi stimati nel nostro Paese nel 2017. La prevenzione primaria (stili di vita corretti) e secondaria (adesione ai programmi di screening) sono le armi più importanti per combatterlo. Circa l’80% dei carcinomi del colon-retto insorge a partire da lesioni precancerose. Gli stili di vita scorretti e la familiarità sono fattori di aumento del rischio. Tra i primi spiccano fattori dietetici quali il consumo di carni rosse e di insaccati, farine e zuccheri raffinati, il sovrappeso e la ridotta attività fisica, il fumo di sigaretta e l’eccesso di alcool. Una protezione è conferita dal consumo di frutta e verdura e carboidrati non raffinati. Senza dimenticare il controllo del peso, anche con una costante attività fisica.

È fondamentale inoltre l’adesione ai programmi di screening. Il test utilizzato è la ricerca del sangue occulto fecale, che viene offerto alla popolazione fra i 50 e i 69 anni con cadenza biennale. In caso di positività, l’esame di approfondimento è la colonscopia. Il programma di screening per i tumori colo-rettali è quello più recentemente implementato in Italia (e in Europa). A livello nazionale, fino al 2005 le esperienze di screening colo-rettale erano sporadiche, ma in seguito hanno avuto ampia diffusione.

L’incremento è stato notevole, passando da una copertura di poco più del 10% nel 2005 a quasi il 75% nel 2015. Sono stati invitati allo screening quasi 5 milioni e mezzo di cittadini, tra i 50 e i 69 anni nel 2015. Rispetto all’anno precedente, c’è stato un forte aumento (quasi 500 mila inviti in più).

L’efficacia di questi programmi è tanto maggiore quanto più elevata è l’adesione all’invito. Il dato del 2015 non è, però, del tutto soddisfacente: solo il 43% degli invitati ha aderito, con notevoli differenze fra Nord (53%), Centro (36%) e Sud (25%). Serve ancora molto impegno su questo fronte. Lo screening, con la possibilità di individuare precursori che possono essere asportati per via endoscopica o tumori in fase iniziale e quindi suscettibili di una chirurgia curativa, ha un rilevante impatto nel ridurre la mortalità per questa patologia neoplastica. Nel nostro Paese per i pazienti con carcinoma del colon-retto la sopravvivenza, per tutti gli stadi, a 5 anni dalla diagnosi, è più alta rispetto alla media europea (66% contro il 57%). Importanti risultati sono stati raggiunti anche nei trattamenti per la fase avanzata, che si basano sull’integrazione di farmaci chemioterapici con le terapie biologiche e, in alcuni casi, con la chirurgia e la radioterapia. Nella malattia avanzata con i regimi di terapia a disposizione si possono superare i 30 mesi di sopravvivenza contro i 12 di qualche decennio fa. Questi risultati sono stati raggiunti anche perché abbiamo a disposizione rilevanti innovazioni: la caratterizzazione molecolare con la determinazione delle mutazioni dei geni RAS e BRAF che possono permettere di selezionare i pazienti per il trattamento con farmaci anti-EGFR, la disponibilità di farmaci anti-angiogenetici e l’introduzione di farmaci orali di prima e seconda generazione che favoriscono l’adesione alle terapie.

Inoltre per i pazienti con metastasi epatiche già operabili alla diagnosi o diventate operabili dopo chemioterapia, si può ottenere nel 25% dei casi dopo resezione una sopravvivenza libera da malattia a 5 anni/guarigione. L’intera strategia nel controllo dei tumori del colon-retto sta producendo importanti miglioramenti in guarigioni e sopravvivenza, anche se persistono ancora criticità in alcune regioni del nostro Paese.

Il problema non riguarda solo i farmaci e la sostenibilità economica, per questo l’Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha condiviso con le Istituzioni il Fondo per i farmaci anticancro innovativi anche per il 2018, ma soprattutto la realizzazione di percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (dagli screening, alle terapie, alla riabilitazione) con la presa in carico del singolo paziente nell’ambito della rete oncologica regionale.

La prima presidente degli oncologi italiani

Stefana Gori, eletta a Roma

Da Il Sole24 ORE del 29-10-2017

Si chiama Stefania Gori ed è la prima presidente donna degli oncologi italiani. Responsabile dell'Oncologia dell'Ospedale Sacro cuore di Negrar (Verona), da ieri è a capo dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), che conta circa 3mila professionisti iscritti. Una prima presidente donna, proclamata ieri al XIX Congresso nazionale a Roma, che per il prossimo biennio del suo mandato si pone 8 obiettivi prioritari. La sua elezione è un messaggio di incoraggiamento alle colleghe donne. «Le donne», ha detto Gori «devono concorrere ed aspirare anche a ruoli di maggiore responsabilità, perché hanno le competenze e le capacità necessarie. Serve tenacia, ma soprattutto è necessario crederci».

Oncologa, donne con tumore all'ovaio facciano test 'Jolie'

Per gene Brca. 'Più possibilità cure. Cruciale pure per figlie'

Da ANSA.it del 28-10-2017

"Tutte le donne colpite da tumore all'ovaio facciano il test per la mutazione del gene Brca e lo richiedano al proprio oncologo, perché è fondamentale per loro stesse ma anche per le loro figlie". E' un appello chiaro quello che la presidente eletta dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Stefania Gori, lancia dal congresso dell'associazione in corso a Roma.

Un appello a fronte di un dato: oggi, è stimato che solo 1 paziente su 3 con questo tipo di neoplasia si sottoponga a tale test genetico, anche noto come 'Test Jolie' dal caso dell'attrice Angelina Jolie che, presentando la mutazione, ha deciso di rimuovere le ovaie.

"Solo per il 2017 - spiega Gori - in Italia sono previsti circa 5.200 nuovi casi di questa neoplasia insidiosa e particolarmente grave, perché spesso non ha sintomi evidenti e la diagnosi nella gran parte dei casi avviene ormai in fase avanzata". Tuttavia la Ricerca ha fatto notevoli progressi ed oggi, contro questa forma di tumore, sono disponibili farmaci innovativi che si sono dimostrati capaci di aumentare la sopravvivenza delle pazienti, ma solo in quelle che presentano appunto la mutazione del gene Brca, ovvero circa il 20-25% del totale dei casi.

Quindi, afferma Gori, "fare il test significa poter avere una importante possibilità di cura in più". Ma non solo: "La presenza della mutazione dei geni Brca1 e Brca2 - chiarisce l'esperta - può favorire l'insorgenza del cancro all'ovaio e al seno. Quindi, se una donna colpita da tumore all'ovaio ha questa mutazione, sarà opportuno fare il test anche, ad esempio, alle sue figlie sane. Se anche loro presentassero tale mutazione, dal momento che il tumore all'ovaio è una malattia influenzata da fattori ereditari, si potrebbe eventualmente ed in alcuni casi procedere alla rimozione delle ovaie e delle tube. Una misura preventiva che riduce fino all'85% il rischio di ammalarsi di cancro all'ovaio". Il test "può essere erogato gratuitamente - ricorda Gori - alle donne con questa neoplasia". Fare il test è "fondamentale", sottolinea anche Nicoletta Colombo, direttore della Divisione di ginecologia oncologica dell'Istituto europeo di oncologia di Milano, e "può fare la differenza non solo per le pazienti ma anche per le donne delle loro famiglie". Su tutto, resta però la necessità di aumentare l'informazione tra le donne su questo tipo di tumore, spesso ancora poco conosciuto. Per questo, annuncia Gori, "l'Aiom sta valutando l'avvio di una campagna informativa ad hoc".

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Risultati delle elezioni per il rinnovo delle cariche associative AIOM

In occasione del XIX Congresso Nazionale AIOM  si sono concluse  le  votazioni per il rinnovo delle cariche associative AIOM: Consiglio Direttivo Nazionale,  Consigli Direttivi Regionali, Working Group Giovani, Working Group Nursing e Working Group Coordinatori di Ricerca.

 

La proclamazione dei neo-eletti e la cerimonia di insediamento del nuovo Consiglio Direttivo Nazionale si è tenuta durante l’Assemblea dei Soci convocata nell’ Auditorium della sede congressuale: Stefania Gori, prima presidente donna nella storia dell’AIOM, avrà al suo fianco per il mandato 2017-19 Giordano Beretta come Presidente Eletto (518 voti), Roberto Bordonaro come Segretario Nazionale (443 voti) e Saverio Cinieri nelle vesti di Tesoriere (594 voti).

Il Direttivo Nazionale sarà composto anche da Giuseppe Aprile, Sergio Bracarda, Lucia Del Mastro, Daniele Farci, Nicla La Verde, Silvia Novello, Giuseppe Procopio, Antonio Russo.

Alla votazione per il rinnovo del Consiglio Direttivo Nazionale ha preso parte il 67,95 % dei soci aventi diritto.

Il seggio elettorale online si è chiuso alle ore 18:30 di sabato 28 ottobre 2017 e i risultati completi sono ora disponibili nell’area riservata ai Soci.

Roma, 29 ottobre 2017
Prima riunione tra nuovo direttivo nazionale AIOM 2017-19 e coordinatori regionali

Il ruolo dell’interazione sociale durante le sedute di chemioterapia nella sopravvivenza e nell’andamento della malattia

L’interazione sociale durante la somministrazione della chemioterapia potrebbe avere un impatto significativo sull’andamento della malattia e sull’aspettativa di vita dei pazienti oncologici: questa affermazione provocatoria è il messaggio principale di un interessante lavoro recentemente pubblicato su Network Science, e ripreso da alcuni siti di informazione scientifica. Lo studio, recentemente pubblicato, è stato condotto su 4.691 pazienti, che avevano ricevuto chemioterapia tra il 2000 e il 2009 presso due centri britannici, nei quali era possibile ricostruire l'informazione sul tempo esatto trascorso nelle stanze di somministrazione della chemioterapia, documentando quindi la presenza contemporanea di diversi pazienti nella medesima stanza. L'età mediana era pari a 60 anni; il 44% dei soggetti era di sesso maschile; il 24% dei pazienti inseriti nello studio aveva un tumore della mammella, il 9% un tumore del polmone, ed erano rappresentati tutti i principali tumori solidi. I risultati hanno documentato che la probabilità di sopravvivenza a 5 anni è maggiore per i pazienti che abbiano condiviso parte significativa del loro tempo in ospedale, durante la somministrazione della chemioterapia, con altri pazienti che siano poi sopravvissuti per almeno 5 anni. Nel dettaglio, la probabilità di decesso entro i 5 anni è risultata pari al 72% per i pazienti che avevano passato più tempo con soggetti poi deceduti prima dei 5 anni, pari al 68% per coloro che avevano interagito con soggetti vivi a 5 anni, e pari al 69,5% per i soggetti che avevano ricevuto la chemioterapia “isolati” rispetto agli altri pazienti. Jeff Lienert, primo autore del lavoro, ha sottolineato che vari aspetti del comportamento delle persone sono “modellati” da quello che hanno intorno, e fa anche notare che "una differenza di due punti percentuali può sembrare piccola, ma su grandi numeri rappresenta una differenza potenzialmente importante.” Il risultato dello studio è sicuramente provocatorio, anche se Lienert e coautori non accompagnano la descrizione dei risultati con una spiegazione convincente. Un’ipotesi è che la differenza nell’outcome possa essere collegata all'influenza dell'interazione sociale sulla risposta allo stress: in situazioni stressanti, quale la somministrazione della chemioterapia, avviene il rilascio di adrenalina e altri ormoni, e l’interazione sociale durante quei momenti può modulare tali reazioni ormonali, con conseguenze non note sulla biologia del tumore e sulla risposta al trattamento.


Jeffrey Lienert, Christopher Steven Marcum, John Finney, Felix Reed-Tsochas, Laura Koehly

Network Science, July 12, 2017

Link all'abstract

 

Social influence on 5-year survival in a longitudinal chemotherapy ward co-presence network

 

 

© Cambridge University Press 2017

Una revisione sistematica sull'utilizzo di terapia ormonale e trattamento radioterapico di salvataggio nella recidiva del tumore alla prostata

Una percentuale variabile tra il 15 e il 40% dei pazienti sottoposti a prostatectomia radicale va incontro a recidiva biochimica entro i primi 5 anni. Sulla base dei dati di letteratura disponibili è ad oggi difficile stabilire quali tra questi pazienti debbano ricevere un trattamento radioterapico di salvataggio esclusivo, quali una terapia combinata (radioterapia ed ormonoterapia) o la sola terapia ormonale. La revisione sistematica pubblicata da Spratt e colleghi su European Urology ha sintetizzato i dati ottenuti da due studi clinici randomizzati di fase III che hanno confrontato l’efficacia della radioterapia di salvataggio da sola o in associazione alla terapia ormonale: RTOG 9601 e GETUG-AFU 16. Nello studio RTOG-9601, 761 pazienti sono stati randomizzati a ricevere radioterapia di salvataggio sulla loggia prostatica da sola o in associazione a terapia anti-androgenica (bicalutamide 150 mg/die per 24 mesi). I 743 pazienti arruolati nello studio GETUG-AFU 16 sono invece stati randomizzati a ricevere radioterapia di salvataggio in associazione o meno a LHRH-analogo (goserelina 10,8 mg ogni 12 settimane per 6 mesi). Lo studio RTOG 9601 ha dimostrato un vantaggio in sopravvivenza globale a favore dell’associazione di radio- ed ormonoterapia rispetto alla sola radioterapia, con un beneficio assoluto del 5%. Lo studio GETUG-AFU 16 ha invece riportato un vantaggio in termini di sopravvivenza libera da progressione ma non di sopravvivenza globale. Entrambi i trial hanno individuato dei sottogruppi di pazienti che hanno maggiormente beneficiato del trattamento ormonale, ed in particolare pazienti con valori di PSA pre-trattamento più elevati, maggior valore di Gleason score e interessamento dei margini chirurgici. Sulla base di questi fattori prognostici gli autori della revisione sistematica hanno costruito e proposto un algoritmo terapeutico. La revisione sistematica mette in evidenza come non tutti i pazienti beneficino dell’aggiunta della terapia ormonale alla tradizionale radioterapia di salvataggio. La selezione dei pazienti da avviare a ciascun tipo di trattamento deve pertanto tener conto di fattori prognostici legati alla neoplasia (PSA, Gleason score, margini di resezione), caratteristiche del paziente (aspettativa di vita, comorbilità) e tossicità attesa dai trattamenti. Rimane inoltre da definire quale sia la terapia ormonale da utilizzare e quale la durata ottimale del trattamento. Per rispondere a queste domande si attendono i risultati dei trial clinici RADICALS e NRG GU-006.


Spratt DE, Dess RT, Zumsteg ZS, Lin DW, Tran PT, Morgan TM, Antonarakis ES, Nguyen PL, Ryan CJ, Sandler HM, Cooperberg MR, Posadas E, Feng FY

Eurpean Urology, July 14, 2017

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A Systematic Review and Framework for the Use of Hormone Therapy with Salvage Radiation Therapy for Recurrent Prostate Cancer

 

 

Copyright © 2017 European Association of Urology. Published by Elsevier B.V. All rights reserved

carcinoma prostatico

L’impatto della Scala ESAS (Edmonton Symptom Assessment Scale) sul trattamento e sulla sopravvivenza dei pazienti con neoplasia polmonare avanzata

Circa 25 anni fa Eduardo Bruera introduceva nella pratica clinica l’ESAS (Edmonton Symptom Assessment Scale) pubblicando un lavoro sul Journal of Palliative Care (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1714502) su una nuova modalità di rilevazione dei sintomi direttamente dal paziente o dallo stesso con l’aiuto di un caregiver, di una infermiera o di un medico, due volte al giorno all’interno della Sua unità di cure palliative. Il questionario si presentava in maniera molto semplice: 9 items (pain, activity, nausea, depression, anxiety, drowsiness, appetite, sensation of well-being) con intensità valutabile secondo VAS (Visual Analogue Scale). Se nel 1991 lo studio rappresentava un valido strumento per la rilevazione dei sintomi e del distress del paziente in un setting puramente palliativo, circa 25 anni dopo, in tempi di personalized medicine e di patient reported outcomes, l’esperienza riportata nel lavoro in analisi dimostra come lo stesso semplice questionario, calato nella pratica clinica oncologica nei pazienti che ricevono trattamenti disease-oriented, non solo correla in maniera importante con il performance status del paziente (ECOG) ma acquisisce un valore predittivo sia sull’impatto dei trattamenti chemioterapici sistemici, sia sulla sopravvivenza globale. Pur con i limiti legati a un’esperienza monoistituzionale retrospettiva in una coorte relativamente limitata e molto eterogenea di pazienti, tutti affetti da neoplasia polmonare avanzata, lo studio è interessante in quanto suggerisce l'introduzione di un valido strumento all’interno della nostra pratica clinica, facilmente eseguibile (nello studio l’ESAS è stato valutato unicamente al momento della prima visita), ripetibile e validato contribuendo al miglioramento della qualità assistenziale e dell’assessment globale dei nostri pazienti.


McGee SF, Zhang T, Jonker H, Laurie SA, Goss G, Nicholas G, Albaimani K, Wheatley-Price P

Clinical Lung Cancer, June 7,  2017

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The impact of baseline Edmonton Symptom Assessment Scale scores on treatment and survival in patients with advanced non-small cell lung cancer

 

 

Copyright © 2017 Elsevier Inc

L'esposizione al fumo passivo nei pazienti sopravvissuti a tumore residenti negli Stati Uniti: 1999-2012

Più di 7.000 casi di tumore polmonare ogni anno sono da correlarsi al fumo passivo negli Stati Uniti. Questo studio valuta caratteristiche socio-demografiche e cliniche tra pazienti sopravviventi a patologia tumorale, non fumatori ma esposti a fumo passivo. Sebbene sia stato registrato un decremento dell’esposizione statunitense a fumo passivo nell’ultima decade, questo resta un problema che necessita di strategie di comunicazione e interventi mirati. La valutazione viene effettuata su 686 persone in età superiore ai 20 anni con pregressa patologia tumorale. Queste persone vengono intervistate e poi sottoposte a visita medica e prelievo ematochimico. L’esposizione a fumo passivo viene definita sulla base di livelli di cotinina sierica compresa fra 0,05 e 10 ng/ml. La condizione di esposizione a fumo passivo viene quindi correlata con diverse variabili socio-demografiche e cliniche. Viene riportata una riduzione dell’esposizione a fumo passivo dal 39,61% nel 1991-2000 al 15,68% nel 2011-2012, sebbene restino presenti alcune variabili maggiormente associate ad una condizione di maggior esposizione a fumo passivo (quali la povertà, la razza nera, il livello di educazione). Purtroppo l’esposizione a fumo passivo in pazienti con storia pregressa di malattia tumorale è risultata esattamente sovrapponibile a quella nella popolazione generale statunitense e questo ovviamente è un dato preoccupante se si pensa a quanto questo possa influire sulle aspettative di vita e sulla possibilità di ricaduta di malattia per queste persone che dovrebbero poter beneficiare di maggior tutela e magari di una regolamentazione ancora più stretta di quella già in essere per la popolazione generale.


Akinboro O, Olorunfemi O, Basak P, Phillips E, Pomerantz D, Bernhardt B, Gucalp R, Jesmajian S, Ostroff JS.

Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, June 22, 2017

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Secondhand Smoke Exposure Among Community-Dwelling Adult Cancer Survivors in the United States

 

©2017 American Association for Cancer Research

La terapia corticosteoidea per la gestione di nausea e vomito non correlati a chemioterapia, radioterapia o chirurgia nei pazienti adulti

La nausea e vomito non legate a trattamenti oncologici attivi (chirurgia, chemioterapia e radioterapia) rappresenta uno dei sintomi più comuni e spesso sottostimati nella malattia oncologica avanzata, con una prevalenza stimata fino al 70% e con un forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti. La terapia corticosteoidea rappresenta uno dei più comuni rimedi per molti sintomi nella malattia avanzata come dolore, nausea, anoressia e fatigue con un meccanismo d’azione ancora oggi poco definito. L’obiettivo dei revisori di Cochrane è stato quello di verificare le evidenze disponibili in letteratura in merito all’effetto della terapia con corticosteroidi sulla nausea e vomito non legate a trattamenti disease-oriented. Sono stati analizzati tre studi per un totale di 451 pazienti. Due studi confrontavano desametasone verso placebo e uno verso terapia medica di supporto comprendente metoclopramide, clorpromazina, tropisetron e corticosteroidi, con una durata variabile dai 7 ai 14 giorni. Le conclusioni della revisione possono essere riassunte con tre punti sostanziali evidenziati dagli stessi autori: in primo luogo la bassa qualità e lo scarso numero di evidenze riportate in letteratura sull’argomento, la non specificità riguardo al tipo di neoplasia considerata (es. tumori del distretto addomino-pelvico verso tumori della testa e del collo), la sostanziale tollerabilità del trattamento con una bassa incidenza di effetti collaterali e con un'efficacia accettabile ma non statisticamente significativa relativamente allo studio in analisi. L’utilizzo di revisioni sistematiche in tema di palliative care rappresenta un impegno importante finalizzato alla costruzione di studi clinici dedicati soprattutto per rispondere in maniera evidente a pratiche cliniche routinarie ma che spesso non trovano un valido supporto nella letteratura scientifica. L’analisi delle revisioni e delle problematiche emerse nel corso dell’analisi dei dati possono rappresentare un validissimo mezzo per l’utilizzo di misure di outcome e di endpoint validati e standardizzati al fine di produrre studi clinici qualitativamente validi e di reale supporto alla pratica clinica di tutti i giorni.


Vayne-Bossert P, Haywood A, Good P, Khan S, Rickett K, Hardy JR

Cochrane, July 3, 2017

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Corticosteroids for the management of nausea and vomiting not related to chemotherapy, radiotherapy, or surgery in adult cancer patients

 

 

Copyright © 2017 The Cochrane Collaboration

 

 

Il rapporto tra accademia e industria tra conflitto d'interessi e collaborazione sulla ricerca preclinica e clinica sul cancro

Mace Rothenberg e David Johnson, in questo editoriale pubblicato su JAMA Oncology, sottolineano che una collaborazione produttiva tra l'accademia e l'industria è critica nella lotta contro i tumori, ma si basa su un riconoscimento reciproco degli interessi e degli obiettivi prioritari di ciascuna delle parti, nella consapevolezza che tali interessi e tali obiettivi non sono identici. Gli autori, partendo da alcuni esempi di fruttuosa collaborazione tra la ricerca accademica e l'impegno dell'industria farmaceutica, ci ricordano l'importanza di riconoscere le differenti dimensioni dei conflitti di interesse: finanziari, relativi alla proprietà dei dati, relativi alle diverse priorità. L'appello, non retorico, degli autori è che sia l'industria che l'accademia rimangano sostanzialmente "patient-focused". Quanto più le differenze tra le posizioni saranno riconosciute reciprocamente, maggiore sarà la trasparenza e maggiore la velocità con la quale i progressi saranno trasferiti nella clinica.


Mace L. Rothenberg, MD; David H. Johnson, MD

JAMA Oncology, July 6, 2017

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Conflict of Interest, Conflicting Interests, and Effective Collaboration Between Academia and Industry on Preclinical and Clinical Cancer Research

 

© 2017 American Medical Association. All Rights Reserved

 

 

Ridurre l’incertezza: fattori predittivi di ridotta sopravvivenza e precoce interruzione della chemioterapia nelle pazienti con recidiva platino resistente di carcinoma ovarico

Lo studio si propone di rispondere ad un quesito fondamentale nel trattamento delle pazienti con recidiva platino resistente di carcinoma ovarico e cioè quali siano le pazienti che ne possono beneficiare e per quali invece l’aspettativa di sopravvivenza è talmente breve che le terapie palliative rappresentano la migliore scelta terapeutica. Ottocento pazienti con recidiva platino-resistente di carcinoma ovarico sono state valutate prima dell’inizio della chemioterapia con i questionari di qualità di vita EORTC QLQ-C30/QLQ-OV28. Partire con bassi punteggi sulle scale di stato di salute globale (GHS), funzioni di ruolo (RF), e funzioni fisiche (PF), e con alti punteggi di sintomi addominali/gastrointestinali (AGIS) era associato ad una possibilità più elevata di sospendere entro 8 settimane la chemioterapia e di morire entro 30 gg dall’inizio del trattamento chemioterapico e questi parametri rimanevano significativi in analisi multivariata anche quando aggiustati per altri fattori clinico-patologici. La maggior parte delle pazienti che sospendevano il trattamento avevano un performance status 0-1 a significare che questo parametro, ben più noto e utilizzato, non è un fattore predittivo attendibile della precoce sospensione della chemioterapia. Lo studio fornisce uno straordinario strumento decisionale per il clinico anche rispetto al counseling con la paziente e la famiglia circa l’effettuazione della chemioterapia palliativa nella recidiva platino-resistente di carcinoma ovarico.


Roncolato FT, Joly F, O'Connell R, Lanceley A, Hilpert F, Buizen L, Okamoto A, Aotani E, Pignata S, Donnellan P, Oza A, Avall-Lundqvist E, Berek JS, Heitz F, Feeney A, Berton-Rigaud D, Stockler MR, King M, Friedlander M; GCIG Symptom Benefit group

The Oncologist, June 8, 2017

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Reducing Uncertainty: Predictors of Stopping Chemotherapy Early and Shortened Survival Time in Platinum Resistant/Refractory Ovarian Cancer-The GCIG Symptom Benefit Study

carcinoma ovarico

Sono disponibili le relazioni del I Corso per Formatori di Cargiver in Oncologia

Mentre è in corso di stampa il manuale di informazione e formazione rivolto ai caregiver in oncologia, a cura di Fondazione AIOM, si rendono ora disponibili le relazioni dell'evento tenutosi a Milano il 30 marzo 2017, in formato pdf.

Tossicità e attività di Pembrolizumab nel trattamento del carcinoma dell’endometrio

Lo studio riporta i dati di 24 pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato e metastatico con espressione di PD-L1 > 1% trattate con pembrolizumab 10 mg/kg ogni 2 settimane nell’ambito del protocollo KEYNOTE 028. La popolazione era pesantemente pretrattata (62,5%) avendo ricevuto almeno 2 precedenti linee di trattamento per malattia metastatica. In questa popolazione, è stata riportata una proporzione di risposte obiettive al trattamento pari al 13,0% con il 13,5% di prolungate stabilizzazioni di malattia, suggerendo una interessante attività del farmaco in questo tumore. La tossicità è stata molto contenuta con fatigue, febbre, prurito e anoressia come eventi avversi più frequenti. L’immunoterapia sembra una strategia promettente nei tumori dell’endometrio particolarmente in quelli con elevata instabilità genomica e quindi i casi con mutazione di POLE e gli MSI.


Ott PA, Bang YJ, Berton-Rigaud D, Elez E, Pishvaian MJ, Rugo HS, Puzanov I, Mehnert JM, Aung KL, Lopez J, Carrigan M, Saraf S, Chen M, Soria JC

Journal of Clinical Oncology, May 10, 2017

 

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Safety and Antitumor Activity of Pembrolizumab in Advanced Programmed Death Ligand 1-Positive Endometrial Cancer: Results From the KEYNOTE-028 Study

I cluster di sintomi durante il trattamento chemioterapico e il loro impatto sulla qualità della vita

La gestione dei sintomi nei pazienti in corso di trattamento chemioterapico per la malattia avanzata rappresenta la sfida più importante per gli oncologi, in quanto rappresenta una condizione necessaria per l’aderenza ai trattamenti e soprattutto per una buona qualità di vita. Spesso i sintomi possono essere riconducibili alla malattia, spesso possono essere causati dai trattamenti oncologici e spesso possono verificarsi entrambi le situazioni. I cluster symptoms non sono altro che un complesso di sintomi interconnessi che si verificano contemporaneamente con un impatto negativo sulla sopravvivenza come già dimostrato da numerosi studi. È importante quindi inquadrare tutti gli aspetti causali legati alla sintomatologia del paziente e imparare a gestirla nella misura più efficace, soprattutto durante un trattamento chemioterapico. In questo lavoro gli autori hanno condotto un’analisi descrittiva dei principali cluster sintomatologici sviluppati in corso di chemioterapia verificandone l’effettivo impatto sulle attività quotidiane e sulla qualità di vita dei pazienti, misurata mediante questionari dedicati. Sono stati identificati 4 symptom clusters: emotional, nausea and vomiting/appetite/taste change, fatigue/cognitive, other ( skin/mucosa, dyspnea/ pain/constipation/neuropathy/sleep disturbance). Tutti e quattro i cluster identificati esercitano un impatto negativo sulla qualità di vita dei pazienti. Sicuramente l’identificazione di cluster specifici rappresenta un aiuto importante nel miglioramento dell’assistenza ai pazienti soprattutto garantendo un intervento mirato o prevenendo lo sviluppo di un determinato cluster, una volta note le potenziali cause di sviluppo. Lo studio tuttavia presenta le limitazioni legate di una cross sectional analysis effettuata su una coorte ristretta di pazienti (300) demograficamente molto eterogenea sia per età (range: 25-80) sia per tipo di patologia oncologica che per tipo di trattamento chemioterapico ricevuto. In aggiunta, parte degli strumenti utilizzati per l’identificazione dei clusters manca di una validazione scientificamente riconosciuta. Serviranno quindi studi metodologicamente più elevati a conferma di questa esperienza, che comunque rimane valida ed aggiunge sicuramente un piccolo tassello nel percorso evolutivo delle cure simultanee in oncologia.


Sun Young Rha, Jiyeon Lee

Supportive Care in Cancer, May 2017

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Symptom clusters during palliative chemotherapy and their influence on functioning and quality of life

 

 

© 2017 Springer International Publishing AG. Part of Springer Nature.

La percezione dei pazienti e dei medici sull’importanza dell’esercizio fisico nell’approccio alla malattia e alla terapia

L’importanza dell’esercizio fisico nel paziente oncologico è ben documentata sia durante che dopo il trattamento. L’esercizio ha un impatto fisico e psicologico sull’approccio alla malattia e alla terapia, ma non è chiaramente definita una precisa raccomandazione su come integrare l’attività fisica nel trattamento. Gli autori sottolineano come i pazienti e i medici percepiscano l’importanza dell’esercizio fisico, pur essendo i clinici poco propensi a “prescriverlo” regolarmente. Attraverso un focus group vengono intervistati 20 pazienti con differenti patologie tumorali, in età uguale o superiore ai 45 anni (di cui 10 affetti da patologia oncologica metastatica e 10 con malattia in stadio precoce dopo trattamento adiuvante), e 9 medici. Dai pazienti emerge una preferenza per esercizi fattibili a casa poiché questi meglio si adattano alla loro condizione, quadro clinico e necessità. Allo stesso modo preferiscono che l’indicazione all’attività fisica venga dal proprio medico, di cui si fidano e che perfettamente conosce la loro malattia. Da parte medica emerge invece una difficoltà a suggerire essi stessi l’attività fisica, soprattutto a pazienti fragili e con comorbidità. La buona predisposizione all’esercizio fisico è la stessa nel paziente metastatico e in quello radicalmente operato. Partendo da questi dati gli autori suggeriscono la programmazione di percorsi di cura che comprendano l’attività fisica, guidati dai clinici, da psicologi e personal trainer con l’obiettivo di personalizzare al massimo questo tipo di intervento. In questa pubblicazione emerge ancora una volta il divario fra quanto, come oncologi, riteniamo essere importante e quello che mettiamo effettivamente in pratica nell’attività quotidiana. Il lavoro non poteva che concludersi con l’ennesima raccomandazione a disegnare studi volti ad identificare le migliori strategie di implementazione dell’esercizio fisico nell’approccio terapeutico al paziente oncologico unitamente alla definizione di programmi educazionali per una corretta formazione dell’oncologo anche in questo contesto.


Agnes Smaradottir, MD, Angela L. Smith, MA, Andrew J. Borgert, PhD and Kurt R. Oettel, MD

JNCCN, 2017 May

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Are We on the Same Page? Patient and Provider Perceptions About Exercise in Cancer Care: A Focus Group Study

 

 

Copyright © 2017 by Journal of the National Comprehensive Cancer Network

Il monitoraggio dei sintomi durante il trattamento: il beneficio di un approccio proattivo

Lo studio, con risultati in parte noti già dal 2014, è stato presentato alla sessione plenaria dell'ASCO 2017 e contemporaneamente pubblicato come Research letter su JAMA. È noto che i pazienti oncologici possano soffrire simultaneamente di sintomi legati alla neoplasia e di potenziali effetti collaterali relati ai trattamenti attivi. Sebbene la ricerca abbia evidenziato l’importanza dei patient-reported outcomes (PRO) nella pratica clinica dell'oncologo medico, non vi era una formale dimostrazione del fatto che la registrazione elettronica dei sintomi ed un conseguente precoce intervento potesse impattare favorevolmente sull’esito dei trattamenti, migliorando l’efficacia della terapia. Condotto in un centro di eccellenza quale il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York tra il 2007 e il 2011 (l'aver condotto la ricerca in un solo centro potrebbe essere considerato un limite), lo studio prevedeva la randomizzazione (1:1 ovvero 2:1 in dipendenza dell'esperienza nell'utilizzo dei sistemi elettronici) tra l'usuale registrazione clinica dei sintomi e la registrazione elettronica dei PRO, nella quale i pazienti riportavano autonomamente su una piattaforma informatica quelli più comuni. La registrazione via web terminava alla fine del trattamento attivo ovvero al ritiro del consenso, al passaggio alla terapia di supporto (in hospice) o al decesso del paziente. Nella analisi post hoc, che ha incluso 766 pazienti ed è stata condotta dopo un follow-up mediano di circa 7 anni, era valutata la sopravvivenza globale. Le caratteristiche basali erano ben bilanciate tra i due gruppi (età mediana 61 anni, razza caucasica 86%, sesso femminile 58%, 30% uso esperto del computer). La differenza in sopravvivenza globale mediana è stata di 5,2 mesi a vantaggio del gruppo di pazienti seguiti con monitoraggio proatttivo elettronico (31,2 mesi vs 26,0 mesi, con un HR di 0,83; IC 95%: 0,70 - 0,99). Il monitoraggio attivo può dunque essere implementato nella pratica clinica. Tale azione proattiva non solo consente un intervento precoce, anticipando il controllo di sintomi e possibili effetti collaterali, ma anche produce un vantaggio in sopravvivenza mediana superiore ai 5 mesi.


Basch E, Deal AM, Dueck AC, Scher HI, Kris MG, Hudis C, Schrag D.

JAMA, June 4, 2017

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Overall Survival Results of a Trial Assessing Patient-Reported Outcomes for Symptom Monitoring During Routine Cancer Treatment

 

 

© 2017 American Medical Association

Il controllo di qualità esterno in Italia per l'analisi delle mutazioni di EGFR

Da anni l'AIOM, in collaborazione con la SIAPEC-IAP, promuove un programma di controllo di qualità delle determinazioni molecolari necessarie per la pratica clinica oncologica, tra le quali l'analisi mutazionale dell'Epidermal Growth Factor Receptor (EGFR) nei pazienti affetti da tumore del polmone avanzato. Nel recente passato, le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che identificare correttamente la mutazione è particolarmente importante per garantire ai pazienti con mutazione il trattamento con un inibitore di EGFR, che rappresenta il miglior trattamento disponibile, ma ci hanno anche ribadito che è particolarmente importante evitare il rischio di risultato falso positivo, perché il trattamento con l'inibitore in un caso in realtà non mutato sarebbe detrimentale rispetto alla chemioterapia. In questo lavoro, pubblicato su ESMO Open, vengono presentati i risultati del programma nazionale di controllo esterno di qualità dell'analisi mutazionale di EGFR, descrivendo anche un trend temporale in quanto sono confrontati i risultati ottenuti nel 2011 (47 laboratori), nel 2013 (86 laboratori) e nel 2015 (92 laboratori). Gli autori sottolineano che, negli anni, si è osservata una maggiore diffusione di tecniche più sensibili ed accurate rispetto al sequenziamento diretto e questo si è accompagnato ad una netta riduzione della percentuale di fallimenti nella prima fase del programma, passata dal 29% nel 2011 e nel 2013 al 13% nel 2015. Nel complesso, quindi, le analisi molecolari sono eseguite nel nostro Paese con una buona qualità complessiva e le iniziative educazionali e di controllo di qualità realizzate dalle società scientifiche sono uno strumento importante per mantenere e migliorare la qualità.


Nicola Normanno, Francesca Fenizia, Francesca Castiglione, Massimo Barberis, Gian Luigi Taddei, Mauro Truini, Gaetano De Rosa, Carmine Pinto, Antonio Marchetti

ESMO Open, May 26, 2017

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External quality assessment for EGFR mutations in Italy: improvements in performances over the time

 

 

© 2017 European Society for Medical Oncology

Il fenomeno del burnout nei giovani oncologi: i risultati di una survey realizzata dallo Young Oncologist Committee di ESMO

La sindrome da "burnout" è conosciuta anche come "esaurimento professionale", poiché si manifesta in ambito lavorativo, in particolare a seguito di una situazione stressante prolungata nel tempo. In inglese, il termine "burnout" significa “bruciato”, “scoppiato”, e venne utilizzato già negli anni ‘70 dalla psichiatra americana Maslach, che lo ha contestualizzato nella sfera lavorativa per evidenziare un disagio che colpisce quelle professioni caratterizzate da continue relazioni interpersonali, potenzialmente problematiche. La sindrome da "burnout" è caratterizzata da tre dimensioni principali: il deterioramento progressivo dell'impegno e della soddisfazione sul lavoro (low accomplishment); il deterioramento delle emozioni (emotional exhaustion) e la mancanza di adattamento tra la persona e il lavoro (depersonalisation). Lo Young Oncologist Committee di ESMO ha realizzato, negli anni scorsi, una interessante survey sul fenomeno del "burnout" nei giovani oncologi. Si potrebbe pensare che il "burnout" sia riscontrato prevalentemente nei colleghi più anziani, dopo molti anni di attività, ed invece i dati della survey, pubblicati su Annals of Oncology, ci ricordano che il problema è molto rappresentato anche nei giovani. La survey è stata condotta su 737 partecipanti (di tutte le età), da 41 Paesi europei. Come prevedibile, visto che la survey era stata promossa dai giovani dell'ESMO, l'81% dei rispondenti erano giovani (sotto i 40 anni). Una grande percentuale di rispondenti (71%) ha evidenziato "burnout" (nel dettaglio, il 50% depersonalizzazione, 45% esaurimento emotivo e 35% scarsa soddisfazione). Gli autori hanno anche tentato un'analisi multivariata dei fattori associati al rischio di "burnout", evidenziando come fattori significativi la regione geografica (rischio maggiore nell'Europa centrale rispetto ai Paesi scandinavi), l'insoddisfacente equilibrio tra lavoro e vita privata, la mancanza di possibilità di accedere a servizi di supporto, il vivere da soli e un inadeguato tempo dedicato alla vacanza. "Questa survey - commenta Francesco Massari, coordinatore del working group Giovani Oncologi di AIOM, - conferma quanto il "burnout" in effetti sia estremamente comune tra i giovani oncologi europei, tra i quali emerge l'importanza dell'accesso ai servizi di supporto psicologico e della possibilità di poter usufruire di adeguati periodi di allontanamento dal lavoro. Il tema del "burnout" è peraltro molto sentito anche tra i giovani oncologi in Italia: si tratta di un argomento spesso trattato anche dal nostro working group AIOM Giovani."


S. Banerjee, R. Califano, J. Corral, E. de Azambuja, L. De Mattos-Arruda, V. Guarneri, M. Hutka, K. Jordan, E. Martinelli, G. Mountzios, M.A. Ozturk, M. Petrova, S. Postel-Vinay, M. Preusser, C. Qvortrup, M.N.M. Volkov, J Tabernero, D. Olmos, S. Banerjee

Annals of Oncology, 25 April 2017

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Professional Burnout in European Young Oncologists: Results of The European Society For Medical Oncology (ESMO) Young Oncologists Committee Burnout Survey

 

Copyright © 2017 European Society for Medical Oncology

 

Il rapporto annuale ASCO sui più importanti progressi nel trattamento del cancro

In questo ASCO special article il Presidente dell'ASCO Dr HJ Burstein descrive quelli che sono stati, secondo il suo punto di vista e il punto di vista della ricerca americana, i più importanti avanzamenti nel trattamento del cancro verificatisi nel 2016. Per prima cosa sottolinea come negli Stati Uniti il 68% degli adulti e l'81% dei bambini che hanno avuto una diagnosi di cancro sono vivi a 5 anni evidenziando un decremento della mortalità da tumore. In secondo luogo sottolinea la rivoluzione che ha apportato nel campo terapeutico l'immunoterapia di ultima generazione e di come oramai rappresenti uno standard terapeutico in numerose neoplasie solide. In terzo luogo evidenzia come approccio oramai consolidato e spesso vincente nella pratica clinica la medicina di precisione; tra l'altro descrive la biopsia liquida come un approccio assolutamente innovativo ed emergente. Infine, viene rimarcata l'importanza della presa in cura del paziente in ogni momento della sua malattia, dalla diagnosi, alla guarigione, alla fase di riabilitazione o alla fase terminale della malattia e del ruolo centrale dell'oncologia medica in tutte queste fasi.


Journal of Clinical Oncology, April 20 2017
 

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Clinical Cancer Advances 2017: Annual Report on Progress Against Cancer From the American Society of Clinical Oncology

L’impatto dei farmaci inibitori delle tirosin chinasi sull’insufficienza cardiaca

Nonostante la costante e continua letteratura scientifica sull’argomento, il peso dei trattamenti oncologici sul sistema cardiovascolare è ampiamente sconosciuto. Più in particolare, l’impatto dei farmaci inibitori delle tirosin chinasi (TKIs) sull’insufficienza cardiaca rimane ad oggi un argomento noto ma poco descritto. Ad eccezione dei dati sul trastuzumab, i dati sulla cardiotossicità dei farmaci biologici appartenenti alla categoria dei TKIs sono poco caratterizzati in letteratura e soprattutto abbiamo pochissimi dati di real world practice, in cui spesso ci troviamo di fronte una popolazione anziana e con numerose comorbidità.
Lo studio pubblicato sul British Journal of Cancer rappresenta uno dei più importanti studi su questo argomento. Dal 2005 al 2012 sono stati valutati 27.992 pazienti oncologici all’interno di un nested case control study* trattati con TKIs +/- chemioterapia. Ciascun caso di insufficienza cardiaca veniva confrontato con un numero complessivo fino a 30 pazienti appartenenti alla stessa coorte per età, genere, durata del follow up e anno di ingresso nella coorte. Gli autori hanno potuto così valutare e confrontare 13 farmaci TKIs in uso durante gli 8 anni dello studio analizzando comorbidità, terapie mediche e trattamento chemioterapico.
Sono stati identificati 936 casi di insufficienza cardiaca. I farmaci che hanno dimostrato una associazione positiva con un alto rischio di sviluppo di insufficienza sono stati trastuzumab (OR 1,90; IC 95%: 1,46-2,49), cetuximab (OR 1,72; IC 95%: 1,10-2,69), panitumumab (OR 3,01; IC 95%: 1,02-8,85) e sunitinib (OR 3,39; IC 95%: 1,78-6,47). Comorbidità associate in maniera indipendente sono state diabete mellito, ipertensione, insufficienza renale cronica, cardiopatia ischemica, malattia valvolare, aritmie, fumo di sigaretta.
È indiscutibile quindi che, anche se la sopravvivenza conferita dall’utilizzo dei TKIs è un dato consolidato, occorre tuttavia effettuare una attenta selezione del farmaco all'interno della nostra pratica clinica e valutare attentamente i rischi associati al trattamento “quando vi è una scelta tra i vari TKIs con diversi profili di tossicità o quando altri fattori di rischio per l'insufficienza cardiaca sono presenti e il beneficio del trattamento in questi casi è meno chiaro”, come riportato in un interessante commento sul Lancet Oncology e consultabile a questo link.

*Si tratta di un tipo particolare di studio caso-controllo che si utilizza per valutare il profilo di rischio dei farmaci o dei dispositivi medici in cui i casi e i soggetti nel gruppo di controllo sono “annidati” (nested) in una nuova coorte nello studio. Tale tipo di indagine consente di avere una misura più precisa dell’associazione tra “trattamento” ed “esito” dal momento che sia i casi che i soggetti nel gruppo di controllo provengono dalla stessa popolazione di partenza.


Gronich N, Lavi I, Barnett-Griness O, Saliba W, Abernethy DR, Rennert G.

British Journal of Cancer, 11 April 2017
 

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Tyrosine kinase-targeting drugs-associated heart failure

L’ampliamento dell’accesso alle cure contro il cancro: il ruolo dei biosimilari

I farmaci biologici costituiscono un'importante componente dell'armamentario dell'oncologia medica moderna, con una stima di circa il 55% della spesa complessiva statunitense.

Responsabili di più della metà di questa spesa sono bevacizumab, rituximab e trastuzumab, farmaci gravati da un alto costo principalmente motivato dalla complessità dei processi di produzione e sviluppo.

Nel corso degli ultimi anni, i farmaci biosimilari hanno generato un grande interesse in tutto il mondo come valide alternative terapeutiche ai farmaci biologici originator.

In tempi di financial hardship, l'ampliamento dell'accesso a terapie biologiche di comprovata efficacia e la riduzione dei costi legati alla spesa sanitaria rappresentano ad oggi i due principali fattori a favore del loro rapido sviluppo.

Come dettagliatamente spiegato nella review in esame, molti farmaci biosimilari hanno mostrato nell'ambito di trials clinici una efficacia simile ai farmaci originator, con particolare riferimento ai fattori di crescita granulocitari così come a farmaci biologici di largo utilizzo quali rituximab e trastuzumab. Tali studi hanno spinto gli enti regolatori ad una maggiore apertura nei confronti dei biosimilari, avviando un importante percorso per un loro futuro riconoscimento e inclusione all'interno dei prontuari medici oncologici.

Nel presente lavoro vengono affrontati in maniera dettagliata punti rilevanti relativi allo sviluppo di studi clinici dedicati, alla scelta degli endopoints e ai processi di approvazione, fornendo inoltre informazioni relative all'immunogenicità di questi prodotti, ai processi di produzione, all'intercambiabilità dei biosimilari con i farmaci originator fino alla valutazione delle conoscenze di questi prodotti da parte di pazienti e operatori sanitari nonché dei potenziali ostacoli su accessibilità e sviluppo degli stessi.

Il lavoro è stato pubblicato nel mese di aprile sulla rivista Journal of Global Oncology, una delle riviste ufficiali dell'American Society of Clinical Oncology, in open access, con un' attenzione particolare ai paesi in via di sviluppo e/o con risorse sanitarie limitate.

Crediamo tuttavia che il ruolo dei biosimilari rappresenti ad oggi una realtà di interesse mondiale, come testimonia la letteratura scientifica contemporanea.

Come corollario suggeriamo un'esperienza del tutto italiana pubblicata sulla rivista BMJ Open


Rakesh Chopra and Gilberto Lopes

Journal of Global Oncology, April 2017

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Improving Access to Cancer Treatments: The Role of Biosimilars

Lo stato d’ansia nel paziente oncologico

Nell'ambito delle terapie di supporto e adiuvanti trova un ruolo assolutamente rilevante il prendersi cura del paziente nella globalità del suo vissuto. Nel vissuto della malattia dalla diagnosi passando alle diverse terapie e alla fase terminale di malattia ma anche nel caso della guarigione (survivors), l'ansia, la preoccupazione, la paura del presente e del futuro rappresentano un quadro clinico-sintomatologico molto frequente nel paziente oncologico. Si prenda solo come esempio l'ansia e la paura che molti pazienti presentano da diversi giorni prima della rivalutazione della malattia o nei giorni seguenti e la rivalutazione dovesse evidenziare un peggioramento della malattia ("SCANXIETY"). La presente review descrive le varie tipologie di ansia e le varie motivazioni che portano all'ansia nel paziente oncologico. Ma descrive anche le principali modalità terapeutiche farmacologiche e non farmacologiche che sono state sperimentate per affrontare questo importante e frequente problema clinico.


Gleneara E. Bates, MS, MSW; Jadmin L. Mostel, BS; Mary Hesdorffer, MS, NP

Jama Oncology, March 30, 2017

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Cancer-Related Anxiety

Associazione tra abitudine al fumo e outcome in pazienti con carcinoma rettale: i risultati di un’analisi effettuata su 10.794 casi

I fattori di rischio modificabili sono di grande interesse, sia come oggetto di prevenzione primaria allo scopo di ridurre l'incidenza di alcune neoplasie, sia come oggetto di prevenzione "terziaria", nei pazienti che hanno già avuto diagnosi, al fine di migliorare l'outcome e la sopravvivenza. Lo studio pubblicato su Cancer ha analizzato l'associazione tra l'abitudine al fumo e l'outcome di una numerosa casistica di pazienti affetti da carcinoma rettale. L'analisi è stata effettuata sui dati di oltre 10000 pazienti inseriti nel National Cancer Registry irlandese, con diagnosi di carcinoma rettale tra il 1994 ed il 2012. I risultati sono molto interessanti: i pazienti fumatori al momento della diagnosi, a differenza degli ex fumatori, hanno un rischio di morte cancro-specifica significativamente peggiore rispetto ai soggetti non fumatori. Gli autori hanno anche analizzato l'interazione della storia di fumo con altre caratteristiche cliniche, osservando che l'effetto detrimentale del fumo è particolarmente evidente nei maschi rispetto alle femmine, ma va sottolineato che il test di interazione non è risultato significativo, e quindi il "pericolo" di un outcome peggiore rimane concreto, visto il risultato complessivo, sia nei maschi che nelle femmine. Da sottolineare che la dimensione del rischio incrementato in chi fuma (Hazard Ratio 1.15 all'analisi multivariata) non è clamorosa, ma è sostanzialmente nello stesso ordine di grandezza del vantaggio associato ad alcune terapie: l'attenzione al problema fumo nei pazienti potrebbe quindi comportare benefici paragonabili al successo di trattamenti a volte anche tossici o, per meglio dire, trascurare il potenziale beneficio derivante dalla cessazione del fumo potrebbe "vanificare" almeno in parte il vantaggio ottenuto con i trattamenti antitumorali. A tal proposito andrebbe sicuramente implementata la conoscenza e l’esperienza di personale medico ed infermieristico sui programmi di cessazione tabagica anche per pazienti oncologici: pur consapevoli che tale patologia comporta già moltissimi interventi a carattere diagnostico, terapeutico e palliativo, sono ormai troppi i dati che in maniera trasversale su più malattie tumorali dimostrano l’importanza di tale intervento per poter ancora pensare che sia unicamente una problematica confinata alla prevenzione primaria.


Sharp, L., McDevitt, J., Brown, C., Carsin, A.-E. and Comber, H.

Cancer, 15 March 2017

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Association between smoking at diagnosis and cause-specific survival in patients with rectal cancer: Results from a population-based analysis of 10.794 cases

 

La malattia oncologica in gravidanza

La diagnosi di malattia oncologica in gravidanza rappresenta un tema ad elevato impatto emotivo. Il trattamento anti-tumorale nel periodo gestazionale suscita questioni bioetiche complesse, in quanto terapie salva-vita per la madre potrebbero ripercuotersi negativamente sulla salute fetale e infantile. Chiaramente, la gestione della paziente oncologica in gravidanza non può prescindere da una corretta valutazione multidisciplinare, per cui le principali associazioni oncologiche internazionali, negli anni, hanno elaborato linee guida specifiche a tutela della madre e del feto. Evidenze recenti suggeriscono come iniziare la chemioterapia a partire dalla 14° settimana di gestazione possa essere sicuro per il nascituro, sia a breve termine, nel senso di difetti congeniti, sia a lungo termine, nell’infanzia.
L’editoriale di Fedro A. Peccatori e Monica Fumagalli, di accompagnamento all’articolo di Lu D. et al. pubblicato sul Journal of Clinical Oncology riporta come lo studio osservazionale svedese sia stato il primo a valutare il rischio di mortalità fetale e perinatale nelle madri con malattia oncologica diagnosticata nel corso della gravidanza o nell’anno immediatamente successivo. I dati del Registro delle nascite svedese su un campione di 3.947.215 neonati, nati tra il 1973 e il 2012, sono stati analizzati con quelli del Registro nazionale dei tumori, raggiungendo una dimensione campionaria senza precedenti. Infatti, gli studi finora disponibili avevano evidenziato come la chemioterapia materna sembra incidere sul tasso di complicanze ostetriche e sul peso alla nascita, senza poterne dimostrare l’associazione con la mortalità perinatale a causa della relativa scarsità dei numeri.
Nelle gravide con malattia oncologica, il rischio di mortalità intrauterina e neonatale risulta significativamente più alto rispetto alla popolazione svedese di riferimento, con un rischio relativo di 2,5 per la mortalità fetale e di 2,7 per quella neonatale. Per quanto riguarda i fattori di rischio, end-point secondario dello studio, il ritardo di crescita intrauterina rappresenta il principale determinante della mortalità fetale, mentre il parto pre-termine, per lo più iatrogeno, risulta associato alla mortalità neonatale nell’89% dei casi. Non è stato riportato quante e quali pazienti fossero state trattate con chemioterapia, limite prevedibile per uno studio epidemiologico con dati provenienti da Registri.
Sulla base di questi risultati, emerge la necessità di approfondire il substrato biologico di queste associazioni, con studi che valutino come la malattia tumorale in stadio avanzato e la chemioterapia possano influire sulla funzionalità placentare. La collaborazione scientifica, come quella lanciata dall’International Network on Cancer, Infertility and Pregnancy in Europe, è una delle vie da seguire, al fine di migliorare la consapevolezza, la conoscenza e la cura delle pazienti oncologiche in gravidanza.


Fedro A. Peccatori, Monica Fumagalli

Donghao Lu, Jonas F. Ludvigsson, Karin E. Smedby, Katja Fall, Unnur Valdimarsdóttir, Sven Cnattingius, and  Fang Fang

Journal of Clinical Oncology, March 6, 2017 

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Long and Winding Road of Cancer and Pregnancy: A Need for Action

Lo sviluppo dei vaccini anti HPV. Revisione della letteratura e aggiornamento dei dati clinici

In un momento come questo in cui l’informazione scientifica sembra traballare, vi invito a leggere questo articolo, non recentissimo, ma estremamente attuale - afferma la dottoressa Domenica Lorusso, membro del Comitato Scientifico Editoriale di AiomNews, - su quanto il vaccino anti HPV stia cambiando e sempre più cambierà la storia del carcinoma della cervice uterina e di una serie di altri tumori legati a questo virus. Credo valga la pena ricordare che questo è il primo vaccino che abbiamo sviluppato contro un tumore che ci ha consentito di abbattere del 95-98% le lesioni precancerose. Da ginecologa oncologa e da donna, che vede morire con ancora troppa frequenza altre donne di questa malattia, non posso non aggiungere la mia voce a quella di quanti in questi giorni riportano informazione scientifica sui binari appropriati della medicina basata sull’evidenza.


Sangar VC, Ghongane B, Mathur G.

Reviews on Recent Clinical Trials, 2016 (volume 11, issue 4)

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Development of Human Papillomavirus (HPV) Vaccines: A Review of Literature and Clinical Update

Il valore e il beneficio clinico dei nuovi farmaci approvati dalla FDA (2000-2015)

L'analisi pubblicata su Annals of Oncology si basa sui dati dei farmaci oncologici approvati dalla Food and Drug Administration statunitense nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2015, e ciascun farmaco è stato valutato secondo i criteri recentemente proposti dalle società scientifiche ASCO ed ESMO per la determinazione del valore e del beneficio clinico associati ai trattamenti: il Value Framework dell'ASCO, che gli autori hanno impiegato nella sua versione aggiornata del 2016, e la ESMO Magnitude of Clinical Benefit Scale. I risultati sono molto interessanti: di 51 nuovi farmaci approvati nel periodo considerato, gli autori hanno realizzato l'analisi di 37 farmaci. Secondo la scala ESMO, solo il 35% dei farmaci approvati ha documentato un beneficio clinico corrispondente ai punteggi 4 e 5 (che sono i punteggi associati al maggior beneficio clinico): il 14% otteneva il punteggio più basso (vale a dire 1), il 24% otteneva un punteggio di 2 e il 27% otteneva un punteggio pari a 3. Misurando il valore secondo il punteggio ASCO, si otteneva un valore mediano pari a 37 (molto lontano dal punteggio massimo teorico), con un range compreso tra 3.4 e 67. Gli autori hanno preso in considerazione il prezzo di tutti i farmaci analizzati, e non hanno riscontrato alcuna relazione significativa tra il prezzo e il punteggio riportato nelle scale ASCO ed ESMO. Ovviamente tali scale non erano disponibili al momento dell'attribuzione del prezzo, ma sarebbe stato ragionevole nonché rassicurante ipotizzare che, come dovrebbe accadere in un sistema logico incentrato sul valore, i prezzi fossero proporzionali o comunque non del tutto svincolati dal valore dei trattamenti. Le conclusioni degli autori sono sostanzialmente due: la prima, che molti nuovi farmaci approvati dall'FDA non hanno dimostrato un grande beneficio clinico; la seconda, che non è possibile documentare alcuna relazione tra il valore e il prezzo. Naturalmente, non è detto che debbano essere approvati solo i farmaci associati a un "grande" beneficio clinico, ma andrebbe incoraggiata una valutazione esplicita del valore dei trattamenti al momento dell'attribuzione del prezzo. Questo consentirebbe di pagare di più per i farmaci associati ad un grande beneficio, ma di poter prendere in considerazione in maniera più serena e sostenibile anche l'impiego dei farmaci associati ad un beneficio clinico minore.


Vivot, J. Jacot, J.-D. Zeitoun, P. Ravaud, P. Crequit, R. Porcher

Annals of oncology, 08 February 2017

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Clinical Benefit, Price and Approval Characteristics of FDA-approved New Drugs for Treating Advanced Solid Cancer, 2000-2015

 

 

 

Copyright © 2017 Oxford University Press

Medicina di precisione: l’importanza degli studi randomizzati

Negli ultimi anni, la metodologia di sviluppo dei nuovi farmaci antitumorali è cambiata. Specialmente nel caso delle sottopopolazioni rare di tumori frequenti, identificate dalla presenza di un'alterazione molecolare riscontrata in una minoranza dei casi, si è posto il problema della difficoltà di condurre studi randomizzati concepiti secondo il classico modello impiegato nell'era dei trattamenti "one size fits all". Quando l'impiego del farmaco a bersaglio molecolare, peraltro, si associa a un'attività inequivocabilmente alta rispetto a quanto atteso con i trattamenti standard, uno studio randomizzato con diverse centinaia di pazienti è stato da molti giudicato "superfluo" ai fini della dimostrazione di beneficio del nuovo farmaco. Dobbiamo sempre ricordare, tuttavia, che in molti casi l'attività del nuovo farmaco è meno "clamorosa", e in queste situazioni l'interpretazione di uno studio a braccio singolo può essere problematica. E' quanto sottolineano gli autori dell'interessante articolo pubblicato su Nature Reviews Clinical Oncology: senza un braccio di controllo, non è completamente chiaro quanta parte dell'outcome osservato sia effettivamente attribuibile all'impatto del trattamento sperimentale, e quanto non sia eventualmente legato ad un bias di selezione prognostica. Inoltre, una chiara analisi del ruolo predittivo di un biomarker può essere eseguita in maniera ottimale solo in presenza di un braccio di controllo. Per vari motivi, quindi, gli autori raccomandano la conduzione di studi randomizzati già in fase precoce, anche nell'era della precision medicine.


Saad ED, Paoletti X, Burzykowski T, Buyse M.

Nature Reviews Clinical Oncology, 07 February 2017

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Precision medicine needs randomized clinical trials

3rd ESO-ESMO international consensus guidelines for Advanced Breast Cancer (ABC 3)

La terza Advanced Breast Cancer International Consensus Conference (ABC3) sulla diagnosi e il trattamento del carcinoma mammario metastatico (stadio IV) ha avuto luogo a Lisbona, il 05-07 novembre 2015. Di recente sono state pubblicate le raccomandazioni e le sintesi delle discussioni condotte all’interno del panel. Una questione di fondamentale interesse è stata la prospettiva delle pazienti. Un focus particolare è stato rivolto alle problematiche delle pazienti lungo-sopravviventi. Infatti, la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma mammario metastatico è in progressivo miglioramento negli anni sia in termini di quantità che di qualità di vita, almeno in alcuni sottogruppi di malattia. Questo sicuramente apre problematiche legate all’ambito clinico, come ad esempio gli effetti collaterali a lungo termine, la durata ottimale della prosecuzione di un trattamento con farmaci a bersaglio molecolare, la chirurgia del tumore primitivo o la ricostruzione mammaria. Inoltre, acquisiscono un peso sempre maggiore anche tutti gli aspetti relativi alla sfera sociale, ampiamente discussi in questo paper (come ad esempio le barriere che in molti casi impediscono alle pazienti di mantenere la propria attività lavorativa).

La discussione nel contesto dell’ABC3 ha sottolineato inoltre l’importanza di altri due temi: l'uso di strumenti standardizzati per la valutazione del successo del trattamento individuale ('misure di outcome riferiti dai pazienti') e la valutazione del beneficio e del valore di nuovi farmaci. Infatti, a partire dall’ABC3 tutte le raccomandazioni sui nuovi farmaci di recente approvazione includono la valutazione secondo l’ESMO Magnitude of Clinical Benefit Scale. L’ampia disamina degli argomenti oggetto di votazione da parte del panel e di temi attuali come l’accessibilità ai nuovi farmaci rende questo paper una lettura particolarmente interessante ed utile, non solo per il clinico.


F. Cardoso, A. Costa, E. Senkus, M. Aapro, F. Andre´, C. H. Barrios, J. Bergh, G. Bhattacharyya, L. Biganzoli, M. J. Cardoso, L. Carey, D. Corneliussen-James, G. Curigliano, V. Dieras, N. El Saghir, A. Eniu, L. Fallowfield, D. Fenech, P. Francis, K. Gelmon, A. Gennari, N. Harbeck, C. Hudis, B. Kaufman, I. Krop, M. Mayer, H. Meijer, S. Mertz, S. Ohno, O. Pagani, E. Papadopoulos, F. Peccatori, F. Pernault-Llorca, M. J. Piccart, J. Y. Pierga, H. Rugo, L. Shockney, G. Sledge, S. Swain, C. Thomssen, A. Tutt, D. Vorobiof, B. Xu, L. Norton & E. Winer

The Breast, February 2017

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Copyright © 2017 Elsevier, except certain content provided by third party

Le iniziative formative di ESMO per i giovani oncologi

La realtà italiana per un giovane oncologo (< 40 anni) sta divenendo attraente per le sempre più numerose iniziative che AIOM sta dedicando loro. Iniziative sia di carattere scientifico che formativo. Anche a livello europeo le società internazionali, ed in particolare, ESMO, stanno dedicando un grande sforzo per favorire la crescita culturale e scientifica dei giovani oncologi in tutti i paesi della comunità europea, ma anche in paesi al di fuori della stessa.

Il presente paper descrive in maniera chiara e analitica tutte le iniziative che la commissione ESMO giovani sta mettendo in atto, a partire da quelle educazionali (corsi, meeting scientifici dedicati, possibilità di fellowship in centri di fama internazionale). Oltre agli obiettivi puramente educazionali di queste iniziative, è necessario sottolineare un altro importante obiettivo: in una società multiculturale e aperta a scambi internazionali, l'implementazione delle iniziative per i giovani oncologi non può che favorire un miglioramento della qualità della cura e un potenziamento della possibilità di accesso alle stesse terapie per tutti i pazienti a livello globale.


Gilberto Morgan, Matteo Lambertini, Hampig Raphael Kourie, Teresa Amaral, Guillem Argiles, Susana Banerjee, Claudia Cardone, Jesus Corral, Letticia De Mattos-Arruda, Akif Öztürk, Mila Petrova, Laurids Poulsen, Michiel Strijbos, Alexandra Tyulyandina, Radu Vidra, Raffaele Califano, Evandro de Azambuja, Pilar Garrido Lopez, Valentina Guarneri, Martin Reck, Vladimir Moiseyenko, Erika Martinelli, Jean-Yves Douillard, Rolf Stahel, Emile Voest, Dirk Arnold, Fatima Cardoso, Paolo Casali, Andrés Cervantes, Alexander M M Eggermont, Alexandru Eniu, Jacek Jassem, George Pentheroudakis, Solange Peters, Keith McGregor, Stefan Rauh, Christoph C Zielinski, Fortunato Ciardiello, Josep Tabernero, Matthias Preusser

ESMO Open, 9 December 2016

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Career opportunities and benefits for young oncologists in the European Society for Medical Oncology (ESMO) Abstract

 

 

 

© 2017 European Society for Medical Oncology

Biosimilari: il position paper di ESMO

In oncologia, come negli altri settori della medicina, innovazione deve necessariamente fare rima con sostenibilità, e da questo punto di vista la comunità oncologica si deve confrontare su tutto ciò che abbia un impatto potenzialmente positivo sulla spesa sanitaria. Tale concetto era stato esplicitato, già un paio di anni fa, nel documento di AIOM dedicato all'equivalenza terapeutica, recentemente pubblicato su ESMO Open: "La problematica dei farmaci equivalenti può avere ripercussioni anche sull’innovazione: in particolare, la disponibilità nella pratica clinica di farmaci caratterizzati dalla medesima efficacia, ma da un costo minore, rispetto al precedente standard (come nel caso dei biosimilari) dovrebbe consentire un risparmio delle risorse. Le risorse liberate potrebbero quindi essere impiegate per garantire l’accesso a farmaci innovativi di costo maggiore. "Anche il position paper dell'ESMO, pubblicato sempre su ESMO Open, va nella medesima direzione del documento AIOM, sottolineando che i biosimilari, quando sviluppati in accordo ai rigidi standard di qualità previsti dalle autorità regolatorie, e se usati appropriatamente, rappresentano sicuramente un'opportunità per i medici, i pazienti ed il sistema sanitario. Il paper ESMO discute anche le criticità legate all'estrapolazione da un'indicazione all'altra, esplicitando che l'estrapolazione può essere accettabile purché adeguatamente supportata da dati analitici, preclinici, farmacocinetici e farmacodinamici. Un altro aspetto critico dell'impiego dei biosimilari, anch'esso discusso nel documento, è rappresentato dal problema dell'intercambiabilità, dello switch e della sostituzione automatica tra farmaco originatore e biosimilare: Tabernero e colleghi sottolineano che la sostituzione automatica, a differenza dei generici, dovrebbe essere evitata con i biosimilari, mentre l'intercambiabilità e lo switch tra originatore e biosimilare possono essere presi in considerazione se il medico conosce i prodotti, se il paziente è adeguatamente informato e se ci si preoccupa di monitorare con attenzione l'eventuale (peraltro improbabile) insorgenza di eventi avversi. Gli autori ricordano peraltro che EMA non si è espressa ufficialmente sull'intercambiabilità e che i singoli stati hanno norme molto diverse in materia. In conclusione, l'impatto economico positivo dell'impiego dei biosimilari può essere rilevante, ma l'entità dei risparmi sarà direttamente correlata al numero di farmaci biosimilari in sviluppo, ai processi di negoziazione tra gli stati e le aziende farmaceutiche relativamente all'abbassamento del prezzo rispetto al farmaco originatore, nonché (ultimo punto, ma probabilmente il più importante) all'aumento nella fiducia "prescrittiva" nei biosimilari da parte dei medici e dei pazienti.


Josep Tabernero, Malvika Vyas, Rosa Giuliani, Dirk Arnold, Fatima Cardoso, Paolo G Casali, Andres Cervantes, Alexander MM Eggermont, Alexandru Eniu, Jacek Jassem, George Pentheroudakis, Solange Peters, Stefan Rauh, Christoph C Zielinski, Rolf A Stahel, Emile Voest, Jean-Yves Douillard, Keith McGregor, Fortunato Ciardiello

ESMO Open, 16 January 2017

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Biosimilars: a position paper of the European Society for Medical Oncology, with particular reference to oncology prescribers

 

 

© 2017 European Society for Medical Oncology

La regolamentazione della FDA sulle sigarette elettroniche e la loro diffusione

L'espansione del mercato di devices a rilascio nicotinico diversi dalla sigaretta standard è un dato di fatto, con una penetrazione indubbiamente non omogenea né da un punto di vista geografico né per fasce di età. Pochi sono purtroppo ad oggi i dati a disposizione in merito all'esposizione a questi sistemi di erogazione e patologie associate (neoplastiche e non) e non lo saranno ancora per qualche anno. Negli Stati Uniti, dove le campagne di prevenzione primaria in alcuni Stati hanno inequivocabilmente ridotto i tassi di mortalità per carcinoma polmonare (e non solo), la percezione che questo mercato stesse prendendo piede in modo incontrollato soprattutto fra i giovanissimi, ha spinto il sistema regolatorio a fissare dei paletti. Le tre regole fondamentali riguardano il divieto di vendita di questi prodotti a persone in età inferiore ai 18 anni, il divieto di vendita in macchinette self service e l'obbligo di vendita con un packaging che preveda avvisi di possibile impatto di tale prodotto sulla salute della persona che ne faccia uso. Viene inoltre vietata la distribuzione di campioni gratuiti. Di interesse in questo breve articolo anche le Tabelle online.


Janette K. Merrill, MS, Anthony J. Alberg, PhD, MPH, John R. Goffin, MD, Suresh S. Ramalingam, MD, Vani Nath Simmons, PhD, and Graham W. Warren, MD, PhD

Journal of oncology practice, January 2017

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American Society of Clinical Oncology Policy Brief: FDA's Regulation of Electronic Nicotine Delivery Systems and Tobacco Products

 

 

© 2016 American Society of Clinical Oncology

L’effetto della tempistica vaccinale nei pazienti oncologici durante regimi chemioterapici trisettimanali

La vaccinazione antinfluenzale è un intervento fondamentale per migliorare la salute dei pazienti affetti da neoplasie solide. Gli studi su vaccinazione antinfluenzale nella popolazione dei pazienti oncologici in generale hanno mostrato una risposta immunogenica meno efficace rispetto ai controlli sani di pari età. Nello studio effettuato da Keam e coautori viene definito l’effetto immunogenico della tempistica vaccinale durante regimi chemioterapici trisettimanali nonché gli eventi avversi osservati dopo vaccinazione antinfluenzale nei pazienti oncologici con tumori solidi. Lo studio non ha mostrato differenze significative nella risposta sierologica post-vaccinazione o l'osservazione di eventi avversi tra i pazienti vaccinati in concomitanza della somministrazione dei farmaci citotossici (giorno 1) o in prossimità del nadir (giorno 11). Pertanto gli autori concludono garantendo l’efficacia e la sicurezza del vaccino non solo in concomitanza dell’inizio della chemioterapia, ma anche durante il periodo di citopenia. Possono essere considerati tuttavia limiti rilevanti nello studio l’esclusione di pazienti in trattamento chemio-radioterapico, pazienti in terapia con farmaci orali, pazienti in trattamento con anticorpi monoclonali e pazienti che ricevevano profilassi con fattori di crescita granulocitari. Noti gli importanti limiti, siamo sicuri sulla necessità di ulteriori studi a riguardo.


Keam B, Kim MK, Choi Y, Choi SJ, Choe PG, Lee KH, Kim TM, Kim TY, Oh DY, Kim DW, Im SA, Kim NJ, Heo DS, Park WB, Oh MD

Cancer, 2016 December 20

Link all'abstract

Link all'abstract sul sito di PubMed

 

Optimal timing of influenza vaccination during 3-week cytotoxic chemotherapy cycles

 

 

Copyright©1999 - 2017 John Wiley & Sons, Inc.

La richiesta di un secondo parere da parte dei pazienti oncologici con tumore della mammella in stadio iniziale

La richiesta di secondi pareri è una pratica diffusa tra i pazienti oncologici, e questo lavoro, sebbene realizzato in un contesto del tutto diverso rispetto alla realtà italiana, ha il merito di porre l'attenzione sul fenomeno. Gli autori hanno realizzato, tra il 2013 ed il 2014, una survey su quasi 2000 pazienti statunitensi con tumore della mammella in stadio iniziale, valutando la prevalenza di "second opinion" e provando ad analizzare le variabili associate ad una maggiore tendenza a richiedere un secondo parere. Nel complesso, la prevalenza di donne che dichiaravano di aver richiesto un secondo parere risulta contenuta (intorno al 10%), e gli autori sottolineano che il livello di soddisfazione relativamente alle decisioni terapeutiche non è risultato significativamente diverso tra le donne che avevano chiesto un secondo parere e quelle che non lo avevano chiesto. L'analisi dei fattori associati ad una maggiore probabilità di chiedere una second opinion evidenziava come fattori significativi una più elevata istruzione, una maggiore partecipazione a gruppi su internet e, come prevedibile, situazioni cliniche di più incerta interpretazione (un risultato di rischio intermedio al test molecolare di rischio "21-gene recurrence score assay" e un risultato positivo del test di rischio genetico per una variante di significato incerto). L'aver ricevuto un secondo parere non è risultato significativamente associato ad una diversa probabilità di ricevere chemioterapia. Sarebbe sicuramente interessante disporre di dati analoghi in un contesto italiano, non solo per la patologia e il setting oggetto della pubblicazione su JAMA Oncology ma anche in altri setting.


Kurian AW, Friese CR, Bondarenko I, Jagsi R, Li Y, Hamilton AS, Ward KC, Katz SJ.

JAMA Oncology,  December 29, 2016

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Second Opinions From Medical Oncologists for Early-Stage Breast CancerPrevalence, Correlates, and Consequences

 

 

 

2017 American Medical Association. All Rights Reserved.®

Il ruolo delle cellule tumorali circolanti come biomarcatori nel carcinoma della prostata, della vescica e del rene

Questa review mette a punto lo stato dell’arte sul ruolo prognostico e predittivo delle cellule tumorali circolanti (CTCs) nel campo dell’oncologia urologica, analizzandone i risvolti clinici e biologici. Vengono inoltre illustrate le differenti metodiche ad oggi disponibili per l’isolamento e la processazione delle CTCs nelle varie patologie (carcinoma della prostata, della vescica e del rene), insieme alle esperienze presenti in letteratura nell’ambito di questo filone di ricerca.


Gorin MA, Verdone JE, van der Toom E, Bivalacqua TJ, Allaf ME, Pienta KJ.

Nature Reviews Urology, 22 November 2016

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Link all'abstract sul sito di PubMed

Circulating tumour cells as biomarkers of prostate, bladder, and kidney cancer

Il ruolo del team multidisciplinare nella gestione della malattia oncologica degli adolescenti e dei giovani adulti

Lo studio dei tumori negli adolescenti e nei giovani adulti è tutt'ora generalmente trascurato, mentre si tende a porre l'accento soprattutto sugli aspetti sanitari maggiormente legati al disagio giovanile (AIDS, abuso di alcol e sostanze stupefacenti, incidenti stradali).
Nella fascia di età compresa tra i 15 e i 39 anni la patologia neoplastica è relativamente meno frequente e i dati di sopravvivenza disponibili testimoniano che, in molti casi, non è una malattia fatale. Resta, tuttavia, una patologia grave, con forti implicazioni sul piano psicologico destinate a sconvolgere la vita dei giovani, siano essi adolescenti o giovani adulti, proprio nella fase di vita in cui cercano di affermarsi creando nuovi equilibri negli studi, nel lavoro e negli affetti.
Questo studio americano evidenzia molto chiaramente alcune delle criticità che concorrono a rendere il percorso di cura oncologico per i pazienti AYA (Adolescent and Young Adult) estremamente complesso: lo scarso coinvolgimento dei giovani nei trials clinici decisamente inferiore a quanto accade per le altri classi di età; l'inesistenza di reparti ospedalieri o protocolli di cura idonei e specifici; le problematiche inerenti aspetti economici, la fertilità minacciata e le conseguenze psicologiche (Disturbo post-traumatico da stress e aumento del rischio suicidario) che una malattia neoplastica può comportare per un giovane paziente.
Attraverso il racconto della storia di malattia di Steve, giovane uomo di 27 anni affetto da pre-B acute lymphoblastic leukemia, gli autori esplicitano l'importanza della presenza di un'equipe oncologica multidisciplinare specializzata nella gestione della malattia di una popolazione così speciale come gli AYA, i cui operatori, nei loro diversi ruoli e compiti, debbono interagire costantemente in modo tale da garantire la più alta qualità di cura possibile per ogni singolo paziente nella sua individualità.
Tali equipe, formate da personale medico oncologico, pediatrico e specialisti della fertilità, si deve interfacciare con infermieri, assistenti sociali, psicologi così come con tutte le persone che vengono indicate dal paziente come parte fondante della propria rete di supporto, con l'obiettivo di migliorare l'erogazione dei servizi sanitari e psicosociali necessari.
Per fornire assistenza clinica ottimale, i membri dell'equipe devono comunicare efficacemente. In questo articolo, vengono esplorati tre meccanismi di coordinamento del lavoro di squadra (Closed-loop Comunication (CLC); Shared Mental Models (SMM); Mutual Trust (MT)) che possono garantire un ottimale coordinazione del lavoro multidisciplinare e, quindi, una maggior efficacia della cura misurata da fattori quali, per esempio, l'arruolamento nella sperimentazione clinica, la conservazione della fertilità e l'uso di servizi psicosociale come terapie di supporto.
Per quanto queste strategie di lavoro sembrino essere vincenti, non sono, ovviamente, scevre da difficoltà e ostacoli insiti nella natura stessa delle equipe multidisciplinari che si trovano a dover gestire attività interdipendenti all'interno e tra i diversi gruppi, spesso con un significativo vincoli di tempo e molteplici impegni concorrenti, e a dover acquisire modelli comunicativi e mentali condivisi.

Emerge in modo sempre più lampante la necessità di una presa in carico oncologica che non si rivolga più unicamente agli aspetti clinici ma che valuti la persona nella sua complessità bio-psico-sociale, garantendo la strutturazione di un percorso di cura olistico finalizzato non solo alla miglior qualità di vita possibile per il paziente e la sua famiglia ma anche all'incremento della soddisfazione lavorativa degli operatori sanitari, variabile fondamentale per garantire loro un adeguato benessere psicologico e fisico.


Rebecca H. Johnson, MD, Catherine Fiona Macpherson, PhD, Ashley W. Smith, PhD, Rebecca G. Block, PhD, and Joann Keyton, PhD

Journal of Oncology Practice, November 2016

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Facilitating Teamwork in Adolescent and Young Adult Oncology

 

© 2016 American Society of Clinical Oncology

 

Qual è il miglior trattamento per il carcinoma rinofaringeo localmente avanzato? Un approccio “network meta-analysis” su dati individuali

Secondo le linee guida AIOM (edizione 2016), "nei pazienti con carcinoma della rinofaringe stadio III e IV A/B la chemioterapia con cisplatino100 mg/m2 ogni 3 settimane deve essere utilizzata in concomitanza alla radioterapia piuttosto che come trattamento di induzione o adiuvante" (raccomandazione positiva forte). Le metanalisi basate sui dati individuali sono uno strumento prezioso in quanto aiutano a sintetizzare l'evidenza disponibile su uno specifico quesito terapeutico: nel caso della metanalisi pubblicata dal gruppo di Jean Pierre Pignon e Pierre Blanchard sul Journal of Clinical Oncology, il quesito è il miglior trattamento per il carcinoma della rinofaringe localmente avanzato. L'interpretazione degli studi esistenti è complicata dall'eterogeneità degli schemi di terapia sperimentati nei vari studi: con un approccio di "network meta-analysis", basata quindi sia su confronti diretti che su confronti indiretti con bracci di trattamento "comuni", gli autori hanno quindi considerato ben sei differenti modalità di combinazione e integrazione di chemioterapia e radioterapia, confrontandone l'efficacia rispetto alla sola radioterapia. I risultati, basati su 20 studi e oltre 5000 pazienti, propongono la chemio-radioterapia seguita da chemioterapia adiuvante come la strategia terapeutica associata con la maggior probabilità di beneficio in sopravvivenza globale: al secondo posto, la chemio-radioterapia e al terzo posto, la chemioterapia di induzione seguita dalla chemio-radioterapia. Infatti, la chemio-radio seguita da chemio adiuvante risulta associata, rispetto alla radioterapia da sola, ad un Hazard Ratio [HR] pari a 0.65, mentre la chemio-radio risulta associata a un HR pari a 0.77, e la chemio di induzione seguita dalla chemio-radio risulta associata a un HR pari a 0.81. Peraltro, la chemioterapia di induzione seguita dalla chemio-radio risulta associata con il maggior effetto in termini di controllo di malattia a distanza.


Laureen Ribassin-Majed, Sophie Marguet, Anne W.M. Lee, Wai Tong Ng, Jun Ma, Anthony T.C. Chan,Pei-Yu Huang,Guopei Zhu,Daniel T.T. Chua, Yong Chen, Hai-Qiang Mai, Dora L.W. Kwong, Shie-Lee Cheah, James Moon, Yuk Tung, Kwan-Hwa Chi, George Fountzilas, Jean Bourhis, Jean Pierre Pignon, Pierre Blanchard

Journal of Clinical Oncology, December 5, 2016

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What Is the Best Treatment of Locally Advanced Nasopharyngeal Carcinoma? An Individual Patient Data Network Meta-Analysis

 

Journal of Clinical Oncology® is a trademark of the American Society of Clinical Oncology

 

 

Come nella pratica medica viene affrontato il tema della preservazione della fertilità nel rapporto con i pazienti oncologici

Anche se riferito ad una realtà molto diversa dalla nostra, in quanto basato su una survey condotta in Giappone, l'articolo pubblicato su "Supportive Care in Cancer" affronta un argomento rilevante, quale la discussione con i pazienti oncologici del tema della preservazione della fertilità. Il risultato della survey evidenzia che meno della metà dei clinici riferiva di discutere quotidianamente con i pazienti tale argomento, e che meno di un terzo dei rispondenti dichiarava di avere esperienza nel riferire i pazienti a specialisti della materia. Naturalmente, i clinici che più spesso discutono l'argomento della preservazione della fertilità sono anche quelli che dichiaravano che tale compito è tra le responsabilità del medico, ma la survey evidenziava anche che i medici che più spesso discutono del problema sono anche quelli che si pongono i maggiori dubbi relativi all'opportunità di discutere il problema della fertilità, quando si trovino di fronte ad un paziente con malattia aggressiva, per il quale sia ritenuto necessario un inizio immediato del trattamento. L'AIOM ritiene essenziale l'argomento, al quale è dedicata un'apposita linea guida. Tali linee guida raccomandano che "tutti i/le pazienti con diagnosi di tumore in età riproduttiva devono essere adeguatamente informati/e del rischio di riduzione/perdita della fertilità come conseguenza dei trattamenti antitumorali e, al tempo stesso, delle strategie oggi disponibili per ridurre tale rischio. La corretta informazione sui rischi di infertilità iatrogena e sulle strategie disponibili per ridurre l’incidenza di tale effetto (counselling riproduttivo) andrebbe proposto ai giovani pazienti oncologici subito dopo la diagnosi e la successiva stadiazione della malattia oncologica e prima dell’inizio dei trattamenti. Il counselling richiede un approccio multidisciplinare e una comunicazione efficace fra oncologo e medico della riproduzione."


Emi Takeuchi, Masashi Kato, Saho Wada, Saran Yoshida, Chikako Shimizu, Yoko Miyoshi

Supportive Care in Cancer, 2016 November 26

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Physicians’ practice of discussing fertility preservation with cancer patients and the associated attitudes and barriers

 

© Springer-Verlag Berlin Heidelberg 2016

 

Mantenimento con Niraparib nella recidiva platino-sensibile del carcinoma ovarico

Lo studio riporta i dati di un nuovo PARP inibitore nella recidiva platino-sensibile di carcinoma ovarico nelle pazienti BRCA mutate e nelle pazienti BRCAness selezionate riaspetto al criterio clinico di almeno due precedenti risposte al platino. Sebbene il miglioramento maggiore in termini di allungamento della PFS si sia ottenuto nelle pazienti BRCA mutate, anche le pazienti BRCAness beneficiano in maniera significativa di un mantenimento con Niraparib al termine della chemioterapia a base di platino. Lo studio prevede anche la validazione prospettica di un test somatico NGS finalizzato all’identificazione delle pazienti BRCAness. Purtroppo il test non si è dimostrato particolarmente sensibile nella individuazione di queste pazienti perché anche un 20% di pazienti con test somatico negativo risponde al trattamento con il PARP inibitore.


Mirza MR, Monk BJ, Herrstedt J, Oza AM, Mahner S, Redondo A, Fabbro M, Ledermann JA, Lorusso D, Vergote I, Ben-Baruch NE, Marth C, Madry R, Christensen RD, Berek JS, Dørum A, Tinker AV, du Bois A, González-Martín A, Follana P, Benigno B, Rosenberg P, Gilbert L, Rimel BJ, Buscema J, Balser JP, Agarwal S, Matulonis UA; ENGOT-OV16/NOVA Investigators

The New England Journal of Medicine, 2016 October 7

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Niraparib Maintenance Therapy in Platinum-Sensitive, Recurrent Ovarian Cancer

 

Copyright © 2016 Massachusetts Medical Society

carcinoma ovarico

Gli effetti della radioterapia nei pazienti in fase terminale, in funzione della qualità della vita e del performance status

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Pain and Symptom Management e riguarda il ruolo dei trattamenti radioterapici nei pazienti con malattia avanzata in fase terminale. La rilevanza dell’argomento accoglie numerosi aspetti della Nostra attività, sia dal punto di vista clinico che etico. La radioterapia insieme con la chemioterapia rappresenta uno dei pilastri fondamentali nella gestione della malattia oncologica metastatica. Più del 50% dei pazienti in fase avanzata si sottopone a trattamenti radioterapici e oltre il 75% a trattamenti chemioterapici con finalità palliativa. Nonostante il ruolo importante della radioterapia nella gestione dei sintomi, mancano studi clinici di buona qualità metodologica sull’utilizzo nei pazienti in end-of-life. Nel lavoro proposto viene affrontato il beneficio dei trattamenti radioterapici nei pazienti terminali in funzione della qualità di vita del paziente (quality of death) e del performance status. Viene dimostrato come un uso specifico della Radioterapia nelle fasi avanzate di malattia può avere un effetto positivo nei pazienti con un buon performance status mentre l'utilizzo in pazienti con performance status non ottimale può avere addirittura un effetto detrimentale. Considerate le importanti conclusioni, tenuto presente inoltre che il concetto di end-of-life nello studio comprendeva un intervallo temporale superiore ai tre mesi, riteniamo che ancora una volta abbiamo bisogno di studi confermativi dei dati ottenuti. Tuttavia queste esperienze sono rilevanti ai fini di una più corretta impostazione della Nostra pratica clinica quotidiana in questa particolare popolazione.


David Li, Holly G. Prigerson, Josephine Kang,Paul K. Maciejewski

Journal of Pain and Symptom Management, 2016 October 5

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Impact of Radiation Therapy on Aggressive Care and Quality of Life near Death

 

© 2016 American Academy of Hospice and Palliative Medicine

malattia avanzata in fase terminale

Uso di cabozantinib in pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato con riarrangiamento di RET: i dati di uno studio monocentrico, di fase II, in aperto, a braccio singolo

Il riarrangiamento di RET viene riscontrato nell’1-2% dei pazienti affetti da NSCLC in stadio avanzato (arrivando fino al 5% in una popolazione arricchita per alcune caratteristiche: donne, non fumatrici, in età inferiore ai 40 anni). Gli autori riportano qui i dati di uno studio di fase II: su un campione di 25 pazienti trattati in un unico centro statunitense, cabozantinib viene testato alla dose di 60 mg/die, registrandosi come fusione maggiormente rappresentata KIF5B-RET (presente in 16 casi). Viene riportato un ORR pari al 28% (95% confidence interval [CI] = 12%–49%) e una durata di risposta mediana uguale a 7 mesi. Vengono descritti tassi di risposta e durate di risposta differenti in diversi tipi di fusione.  Gli eventi avversi sono responsabili di una riduzione di dose nel 73% dei casi, registrandosi fra le tossicità di g3 maggiormente rilevate l’aumento di lipasi, AST e ALT, l’ipofosfatemia e la riduzione piastrinica.

Indubbiamente questo studio è un altro piccolo passo avanti nell’identificazione di un farmaco targeted per un preciso biomarcatore… anche se non leggiamo sicuramente dati entusiasmanti come quelli a noi ben noti per EGFR o Alk e apparentemente il marcatore non è così ben definito, né il profilo di tollerabilità così “customizzato” , tanto da farci tornare in mente  l’ormai pluri-citato editoriale di Ian Tannock (NEJM September 29, 2016) dove quasi emergono solo limiti da questa tanto ambita Medicina Personalizzata.


Drilon A, Rekhtman N, Arcila M, Wang L, Ni A, Albano M, Van Voorthuysen M, Somwar R, Smith RS, Montecalvo J, Plodkowski A, Ginsberg MS, Riely GJ, Rudin CM, Ladanyi M, Kris MG

The Lancet Oncology, 4 November 2016

Link all'abstract sul sito di The Lancet Oncology

 

Cabozantinib in patients with advanced RET-rearranged non-small-cell lung cancer: an open-label, single-centre, phase 2, single-arm trial

Interazione tra i polimorfismi FCGR2A e FCGR3A e il beneficio di Trastuzumab nel trattamento adiuvante di pazienti con carcinoma mammario ERBB2/HER2-positivo nell’analisi dello studio NSABP B-31

Diverse evidenze scientifiche indicano che gran parte dell’attività antitumorale di trastuzumab dipenda dall’attivazione di una risposta citotossica anticorpo-dipendente cellulo-mediata (ADCC) contro le cellule tumorali, conseguente al legame tra la porzione FC di trastuzumab e il recettore FCγ sulla superficie delle cellule Natural Killer. In vitro, polimorfismi a singolo nucleotide del recettore FCγ si associano ad una ADCC di intensità variabile. In questo studio, gli autori hanno condotto un’analisi di genotipo su campioni ematici raccolti da 1251 delle 2119 pazienti randomizzate nello studio NSABP-B31, che ha dimostrato la superiorità dell’aggiunta di trastuzumab ad un regime adiuvante con antracicline e taxani per pazienti con carcinoma mammario HER2-positivo. I risultati dimostrano un’interazione significativa tra il polimorfismo FCGR3A-158 e il beneficio di trastuzumab: pazienti con genotipo FCGR3A-158 (V)/V ottengono un beneficio maggiore (HR, 0.31; 95% CI, 0.22-0.43; P < .001) rispetto a pazienti con genotipo FCGR3A-158 F/F (HR, 0.71; 95% CI, 0.51-1.01; P = .05; interaction p< .001). Risultati contrastanti riportati per altri studi simili possono in parte essere dovuti a bias di selezione. Lo studio in oggetto mette in evidenza l’importanza dell’ADCC come meccanismo d’azione di trastuzumab. I dati non supportano l’utilizzo del polimorfismo di FCGR3A-158 F/F come parametro di esclusione dal trattamento con trastuzumab. Tuttavia, i risultati sottolineano la complessità dell’interazione tra terapie anti-HER2 e sistema immunitario, dato da tenere in particolare considerazione alla luce del recente interesse per la valutazione delle associazioni con farmaci inibitori dei checkpoints immunitari.


Gavin PG, Song N, Kim SR, Lipchik C, Johnson NL, Bandos H, Finnigan M, Rastogi P, Fehrenbacher L, Mamounas EP, Swain SM, Wickerham DL, Geyer CE Jr, Jeong JH, Costantino JP, Wolmark N, Paik S, Pogue-Geile KL

JAMA Oncology November 3, 2016

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Association of Polymorphisms in FCGR2A and FCGR3A With Degree of Trastuzumab Benefit in the Adjuvant Treatment of ERBB2/HER2–Positive Breast Cancer Analysis of the NSABP B-31 Trial

 

 

Il ruolo delle cure palliative precoci in oncologia: uno studio qualitativo

Ancora una volta il gruppo di lavoro canadese coordinato dalla Dott.ssa Zimmerman dimostra come una precoce integrazione delle cure di supporto all’interno di una terapia disease oriented nei pazienti oncologici migliori notevolmente la qualità assistenziale rivolta ai malati.
Il lavoro pubblicato su "The Oncologist" nel mese di Novembre è stato effettuato su 48 pazienti randomizzati a ricevere cure di supporto precoci in associazione alle cure oncologiche o trattamento oncologico esclusivo. 
La valutazione è stata effettuata attraverso un'intervista qualitativa che ha coinvolto anche 23 caregivers (14 + 9 nel braccio di controllo).
I risultati dello studio dimostrano come sia i pazienti che i caregivers riconoscano i rispettivi ruoli dell’oncologo e del medico palliativista all’interno del percorso di cura nonché il beneficio di una loro collaborazione sinergica e complementare.
La rilevanza dello studio sta nel sottolineare ancora una volta l’importanza dell’early palliative care nell’ambito della Nostra pratica clinica quotidiana.
Sono tuttavia necessari dati di efficacia su strategie e modelli di integrazione precoce, ad oggi ancora poco indagati.


 Breffni Hannona, Nadia Swami, Ashley Pope, Natasha Leighl, Gary Rodin, Monika Krzyzanowska, and Camilla Zimmermann

The Oncologist, November 2016

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Link all'abstract sul sito di The Oncologist

Early Palliative Care and Its Role in Oncology: A Qualitative Study

Uso di un antagonista di HIF-2 nel carcinoma del rene

Il carcinoma del rene è una neoplasia angiogenesi dipendente spesso caratterizzata dalla mutazione del gene Von Hippel Lindau.
Molteplici pathways sono state evidenziate e considerate responsabili della resistenza ai diversi agenti biologici disponibili in questa patologia, pur in assenza di un fattore predittivo molecolare in grado di guidare la scelta terapeutica tra le diverse opzioni disponibili.
Gli autori hanno utilizzato un antagonista di HIF 2, denominato PT 2399, in modelli cellulari nell’intento di rendere druggable questo target.
Il risultato ottenuto è che HIF 2 possa costituire un target sensibile seppur non sempre in grado di inibire la crescita delle linee cellulari; inoltre l’inibizione prolungata sembrerebbe favorire l’insorgenza dei meccanismi di resistenza. 


Chen W, Hill H, Christie A, Kim MS, Holloman E, Pavia-Jimenez A, Homayoun F, Ma Y, Patel N, Yell P, Hao G, Yousuf Q, Joyce A, Pedrosa I, Geiger H, Zhang H, Chang J, Gardner KH, Bruick RK, Reeves C, Hwang TH, Courtney K, Frenkel E, Sun X, Zojwalla N, Wong T, Rizzi JP, Wallace EM, Josey JA, Xie Y, Xie XJ, Kapur P, McKay RM, Brugarolas J

Natur, 2016 Sep. 5

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Link all'abstract sul sito di Nature

 

Targeting Renal Cell Carcinoma with a HIF-2 antagonist

tumori del rene

Ribociclib come terapia di prima linea nel tumore alla mammella HR-Positivo in fase avanzata

Il ribociclib è un inibitore delle chinasi ciclino-dipendenti 4/6 (CDK 4/6) che induce l’arresto della cellula in fase G1.

Nello studio MONALEESA 2, condotto in 668 pazienti in post-menopausa con ca. mammario avanzato HR+/HER2-, la combinazione ribociclib + letrozolo ha evidenziato rispetto a placebo + letrozolo:

  • una PFS significativamente più lunga (non raggiunta vs 14,7 mesi; HR = 0,56),
  • un tasso di risposte obiettive (RC + RP) significativamente più alto (40,7% vs 27,5%; p<0,001),
  • un tasso di neutropenia grado 3/4 molto rilevante (60% vs 1%), anche se asintomatica nella maggior parte dei casi (solo l’1,5% delle donne ha infatti presentato neutropenia febbrile),
  • aumento delle transaminasi nel 6-9% dei casi (vs 1% del gruppo placebo) ma asintomatico e reversibile con l’aggiustamento delle dosi.

Questi dati confermano quindi l’ipotesi che l’aggiunta del ribociclib al letrozolo può dilazionare la comparsa di resistenza all’endocrinoterapia di 1a linea.
È pur vero che lo studio MONALEESA 2 ha arruolato un’alta proporzione di pazienti con malattia endocrinosensibile (malattia metastatica de novo nel 34% dei casi;  DFI > 24 mesi nel 60% delle pts); tuttavia la durata della PFS è stata più lunga in tutti i sottogruppi che hanno ricevuto ribociclib, compresi quelli con o senza metastasi viscerali.
Vanno sottolineate tre osservazioni.
1-I risultati del MONALEESA 2 sono in linea con quelli riportati dallo studio PALOMA 2 (palbociclib + letrozolo vs placebo + letrozolo) sia in termini di PFS (con un 42% di riduzione del rischio proporzionale di progressione o di morte; HR = 0,58) che di tossicità.
Tuttavia, attualmente gli inibitori di CDK 4/6 non sono autorizzati in Italia.
2-Lo studio MONALEESA 2 non permetteva alla progressione il crossover dal braccio placebo al braccio ribociclib e quindi non abbiamo dati di efficacia della sequenza letrozolo + placebo => letrozolo + ribociclib per capire se, in questa popolazione ormonosensibile, l’utilizzo del ribociclib in 2a linea possa determinare comunque un beneficio analogo. E, vista l’assenza di studi di sequenze ormonali nella fase metastatica, questi dati sarebbero stati importanti.
3-Nello studio MONALEESA 2 si sono verificate 4 morti durante il trattamento: 3 nel gruppo ribociclib ed 1 nel gruppo placebo. Una morte improvvisa  del gruppo ribociclib si è associata ad ipokaliemia di grado 3 e ad un prolungamento del tratto Q-T di grado 2: pertanto le pazienti in trattamento con ribociclib non devono assumere farmaci concomitanti associati a rischio di prolungamento del tratto QT.


Gabriel N. Hortobagyi, M.D., Salomon M. Stemmer, M.D., Howard A. Burris, M.D., Yoon-Sim Yap, M.D., Gabe S. Sonke, M.D., Ph.D., Shani Paluch-Shimon, M.D., Mario Campone, M.D., Ph.D., Kimberly L. Blackwell, M.D., Fabrice André, M.D., Ph.D., Eric P. Winer, M.D., Wolfgang Janni, M.D., Ph.D., Sunil Verma, M.D., Pierfranco Conte, M.D., Ph.D., Carlos L. Arteaga, M.D., David A. Cameron, M.D., Katarina Petrakova, M.D., Ph.D., Lowell L. Hart, M.D., Cristian Villanueva, M.D., Arlene Chan, M.D., Erik Jakobsen, M.D., M.P.H., Arnd Nusch, M.D., Olga Burdaeva, M.D., Eva-Maria Grischke, M.D., Emilio Alba, M.D., Ph.D., Erik Wist, M.D., Ph.D., Norbert Marschner, M.D., Anne M. Favret, M.D., Denise Yardley, M.D., Thomas Bachelot, M.D., Ph.D., Ling-Ming Tseng, M.D., Sibel Blau, M.D., Fengjuan Xuan, Ph.D., Farida Souami, M.Sc., Michelle Miller, M.D., Caroline Germa, M.D., Samit Hirawat, M.D., and Joyce O’Shaughnessy, M.D.

N Engl J Med, Novembre 3, 2016

Link all'abstract dell'articolo sul sito N Engl J Med 

Ribociclib as First-Line Therapy for HR-Positive, Advanced Breast Cancer

neoplasia della mammella

Pembrolizumab versus Chemioterapia nel tumore del polmone non a piccole cellule PD-L1 positivo

I dati di questo studio vengono presentati per la prima volta al congresso Europeo di oncologia Toracica in una delle tre Presidential Sessions. Si tratta dei primi dati da studio randomizzato di fase III, che evidenziano un vantaggio di un immunocheckpoint (il pembrolizumab) verso la doppietta chemioterapica contenente platino come trattamento di prima linea del NSCLC in stadio avanzato e con positività IHC per PDL1 uguale superiore al 50%. Vengono screenati più di 1900 pazienti per randomizzarne più di 300 e questo è sicuramente un fattore da tenere in considerazione nella lettura del dato perché sottolinea la selezione della popolazione e l’impatto che questo avrà sulla pratica clinica. Lo studio è positivo in termini di ORR (44.8% per pembrolizumab vs. 27.8% per la chemioterapia), di PFS (HR 0.50) e in termini di sopravvivenza a 6 mesi (80.2% per pembrolizumab group vs 72.4% iper la chemioterapia, HR  , 0.60; 95% CI, 0.41 - 0.89; P=0.005). Il profilo di tollerabilità rispecchia quello che già abbiamo appreso da altri trials in altri setting ed è sicuramente a favore dell’immunoterapia. Il dato è indubbiamente di elevato interesse poiché vede, per un selezionato gruppo di pazienti, un nuovo approccio terapeutico nella prima linea di trattamento.


Martin Reck, M.D., Ph.D., Delvys Rodríguez-Abreu, M.D., Andrew G. Robinson, M.D., Rina Hui, M.B., B.S., Ph.D., Tibor Csoszi, M.D., Andrea Fülöp, M.D., Maya Gottfried, M.D., Nir Peled, M.D., Ph.D., Ali Tafreshi, M.D., Sinead Cuffe, M.D., Mary O’Brien, M.D., Suman Rao, M.D., Katsuyuki Hotta, M.D., Ph.D., Melanie A. Leiby, Ph.D., Gregory M. Lubiniecki, M.D., Yue Shentu, Ph.D., Reshma Rangwala, M.D., Ph.D., and Julie R. Brahmer, M.D., for the KEYNOTE-024 Investigators

NEJM October 9, 2016

Link all'abstract dell'articolo sul sito di NEJM 

Pembrolizumab versus Chemotherapy for PD-L1–Positive Non-Small-Cell Lung Cancer

 

tumore del polmone

Nivolumab versus Everolimus: la qualità di vita nei pazienti con carcinoma renale avanzato in CheckMate 025, studio randomizzato, in aperto, di fase 3

Articolo originale che illustra i risultati dell’analisi di qualità di vita dello studio randomizzato di fase 3 CheckMate 025 che ha portato alla validazione di nivolumab nel carcinoma del rene pretrattato con antiangiogenetici. Lo studio dimostra come in aggiunta al beneficio in sopravvivenza globale nivolumab si associ ad un vantaggio in termini di qualità di vita rispetto ad everolimus.

L’analisi dettagliata condotta da Cella mette in luce come il principale vantaggio di nivolumab sia dovuto al minor numero di eventi avversi e quindi al più favorevole profilo di tollerabilità

L’informazione saliente dal punto di vista clinico è che in particolare per patologie a lenta evoluzione e poco o non sintomatiche, quale spesso è quella ad origine dal rene, la qualià di vita dei pazienti dipende principalmente dal profilo di tollerabilità del trattamento proposto mentre l’effetto citoriduttivo della terapia antitumorale ha uno scarso impatto sulla qualità della vita del paziente.

In tal senso la valutazione della qualità della vita potrebbe essere considerato un endpoint di efficacia più rilevante di altri quali le risposte obiettive o la sopravvivenza libera da progressione.


Cella D, Grünwald V, Nathan P, Doan J, Dastani H4, Taylor F, Bennett B, DeRosa M, Berry S, Broglio K, Berghorn E, Motzer RJ

The Lancet Oncology, 2016 Jun 6

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Link all'abstract sul sito di The Lancet Oncology

 

 Quality of life in patients with advanced renal cell carcinoma given nivolumab versus everolimus in CheckMate 025: a randomised, open-label, phase 3 trial

tumori del rene

AIOM chooses ESMO Open - Cancer Horizons as its official journal: a warm welcome from ESMO Open

L’editoriale di ESMO open – Cancer Horizons

ESMO Open—Cancer Horizons has experienced remarkable success since its first issue in January 2016. To date, we have published 41 articles and have now applied for indexing in PubMed Central. Coupled with the unrestricted open access policy, this will increase the visibility of all our published articles and is consequently an important step in the growth of the journal. To add to this rapid evolution, we are happy to announce another significant development: the Italian Association of Medical Oncology (AIOM) has chosen ESMO Open—Cancer Horizons as their official journal.

The AIOM is an impressive scientific society, hosting all those working in the field of oncology in Italy. It brings together more than 2500 medical oncologists and is coordinated by an Executive Council of 13 members. Forty-three years have passed since a group of pioneering oncologists founded the AIOM at the National Cancer Institute in Milan. These renowned scientists included Gianni Bonadonna and Umberto Veronesi, and future AIOM Presidents Mario De Lena, Emilio Bajetta and Silvio Monfardini. It is difficult to know whether, at that time, despite their great enthusiasm, they could foresee that the AIOM and, more generally, medical oncology, would grow so much in Italy.

Since the establishment of the AIOM in 1973, the scientific and institutional influence of the society has increased: the Association is now able to produce instruments and documents that can be used for an effective dialogue both at the national—in particular with the Ministry of Health and the Italian Medicines Agency (AIFA)—as well as regional level, where engagement is even more intense. The AIOM is strongly committed to producing scientific and educational material, offering epidemiological1, organisational2 and pertinence instruments3 that are essential for creating and shaping health policy.

As shown in Il Libro Bianco dell'oncologia2 (a publication listing the available oncology services in Italy), there are 319 operative Oncology Units in Italy. In partnership with the Italian Society of Anatomic Pathology and Diagnostic Cytopathology (SIAPEC-IAP), the AIOM started a project of biomolecular characterisation of solid tumours in order to guarantee equal access to validated molecular tests for all patients by means of a Quality Control programme, and recommendations on indications and methods of tests4. Another particularly noteworthy project is the ‘HuCare2’ project, devoted to improving psychosocial interventions within Italian oncology units, with a clear impact on quality of life for patients. Last year, the AIOM also founded the Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, which brought together 15 different cooperative groups as a point of reference for all those involved in independent clinical research in Italy. As outlined in the 2015 edition of I numeri del cancro in Italia1 (which reports the incidence of cancer in Italy), the number of men diagnosed with cancer has decreased in Italy for the first time, with 194 400 new diagnoses estimated in 2015 (compared to 196 100 in 2014 and 199 500 in 2013). This consistently decreasing trend is in no small part due to the efficacy of prevention campaigns, which the AIOM designs and promotes at various levels.

Over the years, the AIOM has invested a large amount of effort into awareness campaigns directed at the Italian population. From the first educational tour on prostate cancer in centres for senior citizens, to the 6th edition of Non fare autogol (Don't score an own goal), which sees medical oncologists in collaboration with the Italian Premier National football league (‘Serie A’) going to high schools to teach and discuss cancer prevention with students. They also created the first national campaign aimed at preventing young people trying their first cigarette and a project to promote anti-HPV vaccination as a tool of primary prevention.

The AIOM recently launched a plea to institutions to support a National Cancer Fund to finance novel and costly oncology treatments with an increment in tobacco tax of one cent per cigarette. The proposed aim of the National Cancer Fund would be as an instrument of social equity to safeguard the equal right of treatment and access to innovative drugs irrespective of the region of Italy involved, with pharmaceutical cost management based on participation and sharing by all stakeholders. This proposal received universal approval, from AIFA, healthcare providers, healthcare institutions, patients and citizen representatives.

The AIOM has a long history of collaborations with other national and international scientific societies. The association with ESMO Open represents a great opportunity for the AIOM, and seals a relationship that will act as a springboard for continued progress and development of the Society. It will provide a channel for AIOM members to share opinions and compare different oncology strategies through direct access to a European oncology journal publishing innovative clinical and basic research, along with educational articles and information on ESMO policies.

We hope that this opens the door for future collaborations between a national scientific society, such as the AIOM, and ESMO. Working as part of ESMO Open, the AIOM will be able to increase its visibility and to disseminate information on important projects conducted within the Society to a wider audience.

Please join us in wishing the AIOM and ESMO Open—Cancer Horizons continued success. We look forward to reading about the advances in the field of oncology coming from AIOM members and from Italy, which will contribute to the journal's aim of improving the quality of all aspects of cancer care worldwide.

Christoph C Zielinski, Carmine Pinto


References

  1. I numeri del cancro in Italia (The figures of cancer in Italy).
  2. Il Libro Bianco dell'oncologia (The White Book of oncology).
  3. Linee Guida—Guidelines.
  4. Raccomandazioni per le indicazioni e le metodiche dei test.

I progressi occorsi nel 2015 nell'ambito della prevenzione e del trattamento del tumore al polmone

Lo IASLC (International Association for the Study of Lung Cancer) fornisce in questo paper un’attenta revisione di tutti i cambiamenti occorsi nell’ambito dell’Oncologia toracica nel 2015 partendo dallo screening, per passare allo staging (una nuova proposta di staging sempre supportata da questa Società scientifica verrà presentata al congresso mondiale di Vienna il prossimo Dicembre), alle tecniche radioterapie e chirurgiche, per poi passare a quanto è stato presentato e pubblicato in merito alla terapia sistemica sia negli stadi precoci che nello stadio avanzato.


Anne S. Tsao, Giorgio V. Scagliotti, Paul A. Bunn Jr., David P. Carbone, Graham W. Warren, Chunxue Bai, Harry J. de Koning, A. Uraujh Yousaf-Khan, Annette McWilliams, Ming Sound Tsao, Prasad S. Adusumilli, Ramón Rami-Porta, Hisao Asamura, Paul E. Van Schil, Gail E. Darling, Suresh S. Ramalingam, Daniel R. Gomez, Kenneth E. Rosenzweig, Stefan Zimmermann, Solange Peters, Sai-Hong Ignatius Ou, Thanyanan Reungwetwattana, Pasi A. Jänne, Tony S. Mok, Heather A. Wakelee, Robert Pirker, Julien Mazières, Julie R. Brahmer, Yang Zhou, Roy S. Herbst, Vassiliki A. Papadimitrakopoulou, Mary W. Redman, Murry W. Wynes, David R. Gandara, Ronan J. Kelly, Fred R. Hirsch, Harvey I. Pass

Journal of Thoracic Oncology, March 21, 2016

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Scientific Advances in Lung Cancer 2015

© 2016 International Association for the Study of Lung Cancer

tumore del polmone

Journal of Clinical Oncology (JCO): ecco i 50 articoli più citati nel 2013

Il Journal of Clinical Oncology (JCO), che richiama alcune delle più autorevoli ricerche cliniche, ha stilato l’elenco delle cinquanta pubblicazioni più citate nel 2013. Un riconoscimento agli autori che hanno scelto JCO per la pubblicazione dei loro lavori.

Con riferimento a questo elenco, si evidenzia quanto segue:

- Lavori a primo nome autore italiano: 2/50

- La maggioranza dei lavori riguarda la patologia polmonare (10/50), seguiti da lavori su carcinoma mammario (7/50), generici in ambito oncologico (7/50) e su melanoma (6/50).

 

 Link all'articolo sul sito JCO

Top 50 Most-Cited Journal of Clinical Oncology Articles From 2013

 

© 2016 by American Society of Clinical Oncology

 

 

E' il residuo minimo macroscopico di malattia ancora il goal da perseguire nella chirurgia primaria del carcinoma dell’ovaio?

L’articolo metanalizza 13 pubblicazioni su 12000 pazienti con carcinoma dell’ovaio per valutare come il residuo di malattia lasciato alla chirurgia primaria impatta sulla prognosi delle pazienti. Si conferma per l’ennesima volta un dato oramai noto: le pazienti in cui la malattia residua è macroscopicamente assente hanno una mediana di sopravvivenza di 70 mesi rispetto ai 40 delle pazienti con residuo di malattia > 1 cm. All’interno del gruppo di pazienti con residuo di malattia < 1 cm le pazienti con tumore 0.5 cm. Ma il dato più interessante è che le pazienti con residuo 1 cm, a significare che anche questo gruppo trae vantaggio dalla chirurgia primaria rispetto alle pazienti non operate completamente. Questa è l’ennesima metanalisi che conferma il ruolo decisivo della chirurgia primaria nel trattamento del carcinoma dell’ovaio. I gruppi prognostici che si definiscono rispetto al residuo sono le pazienti con malattia macroscopicamente pari a 0. Le pazienti con residuo < 0.5 cm, le pazienti con residuo < 1 cm. Questi 3 gruppi hanno sopravvivenze progressivamente inferiori all’aumentare del residuo di malattia, ma tutte comunque superiori al gruppo di pazienti con residuo sub ottimale > 1 cm e non operate.


Chiva LM, Castellanos T, Alonso S, Gonzalez-Martin A.

International Journal of Gynecological Cancer, April 4, 2016

Link all'abstract sul sito di PubMed

Minimal Macroscopic Residual Disease (0.1-1 cm). Is It Still a Surgical Goal in Advanced Ovarian Cancer?

carcinoma ovarico

Complicanze cardiovascolari nei sopravvissuti di tumore: uno studio retrospettivo di coorte

Non è ancora chiaro quanto le complicanze cardiovascolari derivanti dai trattamenti eseguiti per una determinata patologia tumorale possano impattare sulla sopravvivenza dei pazienti guariti dal tumore.
Questo paper riveste particolare importanza proprio perché rappresenta uno studio retrospettivo di coorte che ha incluso più di 36.000 pazienti adulti sopravvissuti dopo almeno due anni dalla diagnosi comparato con un gruppo di controllo di individui non affetti da tumore matched. Il primo dato che emerge è come i lungo sopravviventi da mieloma multiplo, carcinoma del polmone, linfoma non Hodgkin, e tumore della mammella presentino un rischio significativamente maggiore rispetto al gruppo di controllo di aver sviluppato una malattia cardiovascolare. Al contrario i lungo sopravviventi con storia di tumore della prostata sembrano aver sviluppato con un'incidenza minore rispetto al gruppo di controllo malattie cardiovascolari. Il dato particolarmente interessante è che la sopravvivenza globale dei pazienti lungo sopravviventi che sviluppano malattie cardiovascolari nei due anni successivi la diagnosi di tumore è risultata significativamente inferiore rispetto a quella dei pazienti che non hanno sviluppato malattie cardiovascolari. Da questo studio emerge l'importanza della branca dell'oncologia e della cardiologia che si occupa di prevenzione delle malattie cardiovascolari nei pazienti oncologici. Risulta fondamentale un approccio multidisciplinare di tipo cardiologico ai pazienti oncologici dal momento della diagnosi di malattia che possa continuare anche nel periodo di follow up della malattia oncologica.


Saro H. Armenian, Lanfang Xu, Bonnie Ky, Canlan Sun, Leonardo T. Farol, Sumanta Kumar Pal, Pamela S. Douglas, Smita Bhatia, and Chun Chao

Journal of Clinical Oncology, April 1, 2016

Link all'abstract sul sito di JCO

Cardiovascular Disease Among Survivors of Adult-Onset Cancer: A Community-Based Retrospective Cohort Study

© 2016 by American Society of Clinical Oncology

Ostacoli all’impiego di oppioidi: uno studio a livello mondiale

Periodicamente, analisi internazionali hanno evidenziato un consumo chiaramente insufficiente di oppioidi in relazione alla frequenza di patologie, come il dolore da cancro, che ne richiedono la prescrizione. Le analisi condotte all'inizio dello scorso decennio evidenziavano una grande rilevanza del problema anche per nazioni cosiddette "sviluppate", come l'Europa occidentale e il Nord America. L'analisi pubblicata su Lancet fotografa l'evoluzione della situazione mondiale, confrontando il triennio 2001-2003 con il triennio 2011-2013: nel complesso, il consumo di oppioidi su base mondiale è più che raddoppiato, con una crescita evidente in Nord America, in Europa occidentale e centrale e in Australia. Al contrario, i numeri denunciano una situazione ancora inaccettabile nel resto del mondo: in Africa, Asia, America centrale e meridionale, ma anche in Europa orientale. Tra i possibili motivi dell'uso di oppioidi inappropriatamente basso, gli autori elencano il training inadeguato per gli operatori sanitari, le attitudini culturali, la paura della dipendenza da farmaci, le scarse risorse economiche, gli ostacoli regolatori e burocratici. L'adeguato controllo del dolore nei pazienti oncologici è peraltro un obiettivo essenziale di civiltà, e gli autori invocano interventi urgenti da parte dei governi e delle agenzie internazionali. 


Dr Stefano Berterame, PhD, Juliana Erthal, MA, Johny Thomas, BSc, Sarah Fellner, MA, Benjamin Vosse, MSc, Philip Clare, MBiostats, Prof Wei Hao, MD, David T Johnson, BA [Econ], Prof Alejandro Mohar, ScD, Jagjit Pavadia, LLB, Ahmed Kamal Eldin Samak, Werner Sipp, LLM, Prof Viroj Sumyai, PhD, Prof Sri Suryawati, PhD, Prof Jallal Toufiq, MD, Raymond Yans, MA, Prof Richard P Mattick, PhD 

The Lancet, 3 February 2016

Link all'abstract sul sito di The Lancet

Use of and barriers to access to opioid analgesics: a worldwide, regional, and national study

 

terapia del dolore

Patologia parodontale e carcinoma mammario: coorte prospettica in donne in post-menopausa

Nello studio Women's Health Initiative Observational, 73,737 donne in post-menopausa senza precedente storia di carcinoma mammario vengono seguite nel tempo con particolare attenzione allo smoking habit, alla patologia parodontale e ai casi di carcinoma mammario. Quest’ultimo viene identificato in 2,124 casi in un periodo complessivo medio di 6.7 anni. La patologia parodontale in queste donne viene identificata nel 26.1% dei casi, avendo una correlazione statisticamente significativa con il rischio di patologia oncologica (HR 1.14; 95% CI, 1.03-1.26), in particolare in quelle donne che avevano smesso di fumare 20 anni prima (HR 1.36; 95% CI, 1.05-1.77).

In un contesto così delicato quale è la prevenzione primaria e i programmi di cessazione tabagica, questi risultati aprono ulteriori possibilità di intervento sulla popolazione non solo nella popolazione adulta, ma anche nei giovani. Questi ultimi sono infatti poco spaventati dai danni tardivi del fumo di tabacco, mentre si può sicuramente lavorare sui danni immediati quali quelli su denti e apparato gengivale, in campagne di cessazione tabagica che coinvolgano più figure specialistiche, ivi compresi gli odontotecnici e i medici odontoiatri.


Jo L. Freudenheim, Robert J. Genco, Michael J. LaMonte, Amy E. Millen, Kathleen M. Hovey, Xiaodan Mai, Ngozi Nwizu, Christopher A. Andrews, and Jean Wactawski-Wende

Cancer Epidemiology Biomarkers & Prevention, 2015 Dec 21

Link all'abstract sul sito di Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention

Periodontal Disease and Breast Cancer: Prospective Cohort Study of Postmenopausal Women

©2015 American Association for Cancer Research
 

 

neoplasia della mammella

Le prospettive dei padri vedovi di madri con cancro avanzato

Lo studio valuta 344 padri vedovi di madre affetta da patologia oncologica, con minori a carico. Nella pubblicazione emerge la paura delle madri nel lasciare i propri figli (riferita come problematica dal 90% dei padri intervistati) e quanto questo renda ancora più difficile l’ultima fase della malattia. Il 38% delle madri non è riuscita a dire addio ai propri figli e il 26% di loro, per questo motivo, non se n’è andata in “serenità”.

La problematica è veramente complessa e non può sicuramente essere riassunta in un paper o in poche righe di commento. L’impegno di AIOM in questo settore specifico è dimostrato dalla realizzazione e diffusione de “Il Viaggio della Regina”, che attraverso la fiaba affronta l’argomento della comunicazione della malattia ai minori e del carico psicologico di una madre malata di cancro.


Eliza M Park, Allison M Deal, Justin M Yopp, Teresa P Edwards, Douglas J Wilson, Laura C Hanson , Donald L Rosenstein

BMJ Supportive & Palliative Care, 2015 Dec 18

Link all'abstract sul sito di BMJ Supportive & Palliative care 

End-of-life experiences of mothers with advanced cancer: perspectives of widowed fathers

© 2016 BMJ Publishing Group Ltd

 

 

malattia avanzata in fase terminale

Lavorare dopo una diagnosi di cancro metastatico: i fattori che influenzano l’attività lavorativa nel contesto della malattia in uno studio dell’ECOG-ACRIN

Sicuramente la diagnosi di un tumore metastatico, con le terapie da affrontare e l'eventuale carico di sintomi legati alla malattia, può avere un impatto notevole sulla capacità (e sulla possibilità) dei pazienti di mantenere la propria attività lavorativa. Uno studio pubblicato recentemente su Cancer descrive le ripercussioni sul lavoro della diagnosi di tumore metastatico in una casistica di 668 pazienti in età lavorativa. Come prevedibile, la maggioranza dei pazienti riferiva una qualche modifica della propria attività lavorativa, in molti casi purtroppo la totale interruzione del lavoro. Gli autori sottolineano che, come prevedibile, un controllo dei sintomi, quando possibile, può aiutare i pazienti che lo desiderano a continuare la propria attività lavorativa. Lo studio, condotto nella realtà statunitense, fa riflettere su un argomento molto rilevante.


Tevaarwerk AJ, Lee JW, Terhaar A, Sesto ME, Smith ML, Cleeland CS, Fisch MJ.

Cancer, 2015 Dec 21

Link all'abstract 

Working after a metastatic cancer diagnosis: Factors affecting employment in the metastatic setting from ECOG-ACRIN's Symptom Outcomes and Practice Patterns study

© American Cancer Society

 

 

riabilitazione oncologica

Studio randomizzato in doppio cieco con Pregabalin versus placebo in associazione a radioterapia palliativa per il trattamento del dolore da metastasi scheletriche

Questo è uno studio multicentrico doppio cieco randomizzato Pregabalin verso placebo in pazienti con dolore superiore a 4, valutato su scala NRS, sottoposti a trattamento radioterapico antalgico su lesioni secondarie ossee. 

Il razionale dell'uso del Pregabalin è rappresentato dal trattamento della componente neuropatica del dolore osseo. I risultati dello studio non supportano l’utilizzo del Pregabalin nella pratica clinica perché la sua efficacia è uguale a quella del placebo. Gli stessi autori ritengono però necessario uno studio confirmatorio.


Fallon M, Hoskin PJ, Colvin LA, Fleetwood-Walker SM, Adamson D, Byrne A, Murray GD, Laird BJ.

Journal of Clinical Oncology, 2015 Dec 7

Link al sito Journal of Clinical Oncology 

Link a PubMed

© 2015 by American Society of Clinical Oncology

metastasi ossee, terapia del dolore

Ruolo adiuvante dei bisfosfonati nel carcinoma mammario operato: consenso per l’utilizzo in pratica clinica da parte di un panel europeo

L'utilizzo dei bisfosfonati in pazienti operate di neoplasia della mammella e sottoposte a ormonoterapia adiuvante rappresenta un topic molto attuale in considerazione dei recenti dati presentati in convegni internazionali o pubblicati in extenso (ABCSG18, metanalisi dell'EBCTCG). Il presente paper rappresenta il risultato di una Consensus Conference tenuta da esperti internazionali di neoplasia della mammella e di bone health. Nel paper vengono riportati dei suggerimenti pratici sull'uso dei bisfosfonati allo scopo di ridurre il rischio di perdita di tessuto osso (CTIBL) o allo scopo di ridurre il rischio di ricaduta scheletrica ed extrascheletrica di malattia (effetto adiuvante).


Hadji P, Coleman RE, Wilson C, Powles TJ, Clézardin P, Aapro M, Costa L, Body JJ, Markopoulos C, Santini D, Diel I, Di Leo A, Cameron D, Dodwell D, Smith I, Gnant M, Gray R, Harbeck N, Thurlimann B, Untch M, Cortes J, Martin M, Albert US, Conte PF, Ejlertsen B, Bergh J, Kaufmann M25, Holen I

Annals Of Oncology 2015 Dec 17

Link all'abstract sul sito Annals Of Oncology

Adjuvant bisphosphonates in early breast cancer: Consensus guidance for clinical practice from a European Panel

©  2016  European Society for Medical Oncology

neoplasia della mammella

Un modello prognostico sulla sopravvivenza dei pazienti con carcinoma prostatico resistente alla castrazione in fase metastatica trattato con abiraterone acetato dopo docetaxel

Sono disponibili pochi modelli prognostici per la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma prostatico resistente alla castrazione in fase metastatica (CPRCm) trattati con agenti di recente approvazione. Gli autori hanno sviluppato un modello di indice prognostico utilizzando fattori clinici e di laboratorio  disponibili dallo studio di fase III di abiraterone acetato in combinazione con prednisone già pretrattati con docetaxel (COU-AA-301 study).

Questa analisi ha identificato sei fattori di rischio sfavorevoli  consentendo di individuare tre categorie di rischio distinte per sopravvivenza. La stratificazione prognostica con questo modello potrebbe aiutare  a migliorare il decision making nel follow-up e nel monitoraggio in questa fase di malattia.


Chi KN, Kheoh T, Ryan CJ, Molina A, Bellmunt J, Vogelzang NJ, Rathkopf DE, Fizazi K, Kantoff PW5, Li J, Azad AA, Eigl BJ, Heng DY, Joshua AM, de Bono JS, Scher HI

Annals of Oncology, published online December 18, 2015

Link all'abstract sul sito di Annals Of Oncology

A prognostic index model for predicting overall survival in patients with metastatic castration-resistant prostate cancer treated with abiraterone acetate after docetaxel

©  2016  European Society for Medical Oncology

 

carcinoma prostatico

Relazione tra giovane età e alterazioni genomiche bersagliabili e prognosi nel cancro del polmone non a piccole cellule

Nonostante il picco di incidenza per il carcinoma polmonare si attesti ancora intorno ai 65 anni di età è percezione comune che vi sia un aumento della patologia anche fra soggetti in età inferiore ai 40 anni (anche se non confermato da alcune recenti pubblicazioni). In questi pazienti sono indubbiamente più presenti le malattie in assenza di esposizione tabagica e, di conseguenza, più frequentemente corredate da un profilo biomolecolare diverso dalla controparte adulta di soggetti fumatori.

In questa pubblicazione del gruppo del Dana Farber, su un campione di più di 2000 pazienti, quelli in età inferiore ai 50 anni dimostrano avere con maggior frequenza alcune alterazioni biomolecolari in modo statisticamente significativo e questo ha ovviamente implicazioni anche a carattere terapeutico.


Adrian G. Sacher, MD; Suzanne E. Dahlberg, PhD; Jennifer Heng, BS; Stacy Mach, BA; Pasi A. Jänne, MD, PhD; Geoffrey R. Oxnard, MD

JAMA Oncology, published online December 17, 2015

Link all'abstract sul sito di JAMA Oncology  

Association Between Younger Age and Targetable Genomic Alterations and Prognosis in Non-Small-Cell Lung Cancer

© 2016 American Medical Association

tumore del polmone

Il controllo del dolore migliora combinando l’approccio della scala analgesica OMS con il trattamento del tumore?

Studio randomizzato sull’uso di morfina a basse dosi Versus oppioidi deboli per il dolore di moderata intensità

La terapia del dolore ha subito notevoli cambiamenti negli ultimi anni, ma nonostante ciò il dolore resta uno dei sintomi più frequenti nel paziente oncologico e sicuramente più impattante sulla sua qualità di vita e sui rapporti familiari. La letteratura riporta inoltre che solo il 50% dei pazienti oncologici riceve una terapia del dolore adeguata. Questi presupposti sono fortemente indicativi della necessità di un cambiamento nella prescrizione terapeutica, ma anche nell’identificazione e corretta interpretazione del sintomo. Il lavoro di Bandieri e Coll propone un approccio alternativo a due step (verso quello ad oggi in uso a tre passaggi) nella terapia del dolore.

L’editoriale pubblicato sullo stesso numero di JCO fa un’accurata disamina sulla necessità di meglio codificare il dolore (nel suo contesto di malattia e di terapia specifica) e di non semplificare i passaggi qualora questo non sia realmente indicato, unitamente ad altri punti in merito alla tipologia di farmaci analgesici presi in considerazione nel trial italiano.


Elena Bandieri, Marilena Romero, Carla Ida Ripamonti, Fabrizio Artioli, Daniela Sichetti, Caterina Fanizza, Daniele Santini, Luigi Cavanna, Barbara Melotti, Pier Franco Conte, Fausto Roila, Stefano Cascinu, Eduardo Bruera, Gianni Tognoni, Mario Luppi

Randomized Trial of Low-Dose Morphine Versus Weak Opioids in Moderate Cancer Pain. JCO published online on December 7, 2015

Link all'abstract sul sito di Journal of Clinical Oncology 

Stein Kaasa

Is Cancer Pain Control Improved by a Simple WHO Pain Analgesic Ladder Approach Combined With Tumor-Directed Treatment? JCO published online on December 7, 2015

Link all'editoriale sul sito di Journal of Clinical Oncology

© 2015 by American Society of Clinical Oncology

terapia del dolore

CT AIM: uno strumento di autovalutazione per il miglioramento della qualità della ricerca

In un’oncologia in continua evoluzione, con l’introduzione di nuove molecole, nuovi approcci terapeutici e metodiche diagnostiche, il valore della ricerca scientifica diventa sempre più rilevante e molte pubblicazioni scientifiche propongono condizioni minime e modalità per migliorare la qualità della ricerca. Dal National Cancer Institute (NCI) Community Cancer Centers Program (NCCCP) giunge questa proposta di utilizzo di self-assessment annuale attraverso l’impiego di variabili e scores definiti. 

Il programma pilota condotto dal 2011 al 2013 in 21 centri ha dimostrato un valido impatto sulla qualità della ricerca con un indubbio vantaggio ove la metodica venga applicata. 


Eileen P. Dimond, Robin T. Zon, Bryan J. Weiner, Diane St. Germain, Andrea M. Denicoff, Kandie Dempsey, Angela C. Carrigan, Randall W. Teal, Marjorie J. Good, Worta McCaskill-Stevens, Stephen S. Grubbs.

J Clin Oncol published online on December 1, 2015

Link all'abstract sul sito di Journal of Oncology Practice 

Clinical Trial Assessment of Infrastructure Matrix Tool to Improve the Quality of Research Conduct in the Community

 

 

qualità della ricerca

Classificazione molecolare completa del carcinoma renale papillare

I carcinomi a cellule renali papillari di tipo 1 e di tipo 2 sono forme clinicamente e biologicamente distinte. Alterazioni nella pathway di MET sono state associate con il tipo 1 mentre l'attivazione della via NRF2-ARE è stata associata con il tipo 2. La perdita di CDKN2A e CIMP nel papillare di tipo 2 sono correlati ad una prognosi sfavorevole. Inoltre, il carcinoma renale papillare di tipo 2 è costituito da almeno tre sottotipi principali e distinti sulla base di caratteristiche molecolari e fenotipiche.

Questa elegante classificazione del carcinoma renale papillare potrebbe potenzialmente avere un effetto sostanziale sulla gestione clinica e terapeutica di una patologia ad incidenza molto bassa per la quale non esiste ad oggi uno standard terapeutico. In tal senso le importanti informazioni derivanti da questo studio potrebbero costituire le basi per il disegno di trials clinici mutation-driven utili ad ottimizzare lo sviluppo di farmaci specifici.


Referenza:
Linehan WM et al; Cancer Genome Atlas Research Network. N Engl J Med. 2015 Nov 4. [Epub ahead of print]

Link all'abstract sul sito di The New England Journal of Medicine

Copyright © 2015 Massachusetts Medical Society.

tumori del rene

Studio di fase II con alectinib dopo fallimento di crizotinib in pazienti con NSCLC con riarrangiamento di ALK

In un setting nel quale già il ceritinib si è dimostrato attivo (il trattamento dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule caratterizzati dal riarrangiamento di ALK, alla progressione dopo crizotinib), nello studio di fase II recentemente pubblicato sul Journal of Clinical Oncology anche alectinib dimostra un’elevata percentuale di risposte obiettive, anche in pazienti con metastasi cerebrali.

A pochi anni dalla scoperta del riarrangiamento di ALK e dalla dimostrazione di efficacia di crizotinib, aumenta quindi il numero di farmaci di provata attività nei tumori del polmone ALK+. Peraltro, la migliore sequenza di impiego di tali farmaci è ancora oggetto di studio.


Sai-Hong Ignatius Ou, Jin Seok Ahn, Luigi De Petris, Ramaswamy Govindan, James Chih-Hsin Yang, Brett Hughes, Hervé Lena, Denis Moro-Sibilot, Alessandra Bearz, Santiago Viteri Ramirez, Tarek Mekhail, Alexander Spira, Walter Bordogna, Bogdana Balas, Peter N. Morcos, Annabelle Monnet, Ali Zeaiter, and Dong-Wan Kim.

Alectinib in Crizotinib-Refractory ALK-Rearranged Non–Small-Cell Lung Cancer: A Phase II Global Study. J Clin Oncol published online on November 23, 2015

Link all'abstract sul sito di Journal of Clinical Oncology

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tumore del polmone

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