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Farmaci. Italia prima in Europa per utilizzo di biosimilari

L’Italia conta il 5% nel fatturato mondiale del biotech. La sostenibilità di questi farmaci? Secondo il presidente di Farmindustria gran parte del problema verrebbe superato con un adeguato riallocamento delle risorse, mentre bisogna ancora lavorare per evitare scollamento tra mondo accademico e industria

Da Quotidianosanità.it del 17-11-2017

L’Italia è il primo Paese europeo per vendite e consumi di farmaci biosimilari: il Bel Paese registra, infatti, il 27% del totale delle vendite nei 7 Paesi Top europei (Svezia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia e Belgio) e anche i consumi pro-capite risultano superiori. Un primato che assume ancor più rilievo se si pensa che “il 28% di tutti gli investimento in ricerca e sviluppo che vengono fatti dall’Europa è nel settore healthcare, e il 90% è di imprese biofarmaceutiche”, sottolinea il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, durante la presentazione dei risultati del Rapporto Farmindustria-E&Y sulle biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2017, oggi a Roma.

I numeri del biotech in Italia
L’Italia conta il 5% nel fatturato mondiale del biotech. Rispetto alla farmaceutica in generale, nel nostro Paese il biotech pesa per il 29% rispetto alla media mondiale del 24%. Ci sono 209 aziende che operano nel settore e investono quasi 700 mln di euro all’anno nella ricerca e sviluppo di queste molecole innovative, dando lavoro a quasi 4 mila dipendenti. Tutto questo ha portato “a rendere disponibili sul mercato italiano, per i nostri pazienti, 233 molecole innovative”, sottolinea Fabrizio De Simone, di Italian Life Sciences (EY).

Il biotech è diffuso su 17 regioni. Ma a fare da traino sono in tre: Lombardia, Lazio e Toscana. La presenza nazionale è importante: 52 impianti di produzione, di cui 32 nelle tre regioni virtuose, e 35 centri di ricerca di cui 25 sempre dislocate tra Lombardia, Lazio e Toscana.

Dove si concentra, e che risultati sta portando questo investimento annuo?
“Ci sono oggi 282 progetti biotech in fase di sviluppo di cui il 59% sono già in fase II e III – spiega De Simone – Si focalizzano principalmente su alcune aree terapeutiche chiave: oncologia e sistema immunitario sono l’area principale, seguite poi dalle malattie infettive, dal sistema gastrointestinale e dal sistema nervoso, più altre aree meno rilevanti da un punto di vista numerico. L’80% dei farmaci resi disponibili, invece, si focalizza soprattutto sulle malattie infettive, l’area oncologica, malattie autoimmuni e le patologie ematiche. Importante il ruolo di questi farmaci anche nella cura e trattamento delle malattie rare. Inoltre, ben 21 farmaci biotech hanno la designazione di farmaco orfano”.

Sostenibilità. Scaccabarozzi: “Non serve il Mille proroghe, i soldi già ci sono”
E con tutti questi farmaci in arrivo, in un contesto in cui il problema della sostenibilità è all’ordine del giorno nel menù del Senato, sorge spontanea la domanda: ma tutta questa innovazione possiamo permettercela? Non ne dubita Scaccabarozzi, il quale ha sottolineato che “le risorse ci sono, si tratta solo di allocarle meglio. Non serve il Mille proroghe”. E l’esempio di cosa intende, lo fa con il farmaco per l’epatite C. “Ogni anno in Italia si spende 1 mld di euro tra costi diretti e indiretti per trattare i malati di epatite C per cirrosi, carcinoma e trapianto di fegato. Bastava inserire il costo del farmaco in quel miliardo che – considerato il fatto che quella terapia è risolutiva – si potesse rendere disponibile il farmaco a più persone. Poi noi guardiamo solo i costi del trattamento del malato, ma ne esistono molti altri, come quelli sociali: basta pensare, ad esempio, alla pensione di invalidità”. E tutto questo riconduce all’eterno tema della governance: “Se si guarda il farmaco come spesa a silos non ci sarà mai la sostenibilità. Ma se inseriamo il farmaco in un percorso terapeutico sì”.

D’altra parte, le terapie innovative sono anche quelle che hanno permesso “dal 2010 ad oggi, una riduzione della spesa oncologica dell’11%”, sottolinea il direttore generale di Farmindustria, Enrica Giorgetti.

Italia “fanalino di coda?”.
Non nel biotech Nel biotech, in Europa, “non siamo un fanalino di coda, come troppo spesso si tende a pensare”, sottolinea Giorgetti che, in quanto portavoce dell’industria farmaceutica italiana in Europa, ha raccolto e riportato alcune testimonianze positive, come quella del presidente dell’Efpia, il quale avrebbe dichiarato che l’Italia ha un contesto per l’innovazione numero uno in Europa. Inoltre, nel contesto generale “molti stabilimenti farmaceutici esteri chiudono in altri Paesi per aprire in Italia”, ricorda Scaccabarozzi.

Le aziende ci sono, bisogna “trattenerle”
Se da una parte la presenza degli stabilimenti esteri in terra nostrana abbonda, è altrettanto vero che tale presenza va tutelata per evitare che le fabbriche vengano spostate in altri Paesi che, dal canto loro, stanno cercando di creare condizioni fiscali favorevoli per attirarle. Basti pensare a Trump, “Noi le fabbriche ce le abbiamo e credo sia un dovere di questo Paese trattenerle dove sono”, afferma Scaccabarozzi. “Si spendono 180 mld di euro all’anno per investimenti nella ricerca nel mondo: quello che dobbiamo fare è potenziare il nostro magnete per attirarli nel nostro Paese”, aggiunge Eugenio Aringhieri, presidente del Gruppo Biotecnologie Farmindutria.

Il technology transfer
Una delle realtà sulle quali lavorare per creare questo ambiente “pro-investimento”, secondo Aringhieri è sicuramente il technology transfer perché “è l’unico strumento per trasformare il valore scientifico in valore economico. Manca il collegamento tra i luoghi dell’innovazione e le aziende farmaceutiche”. Proprio su questo sta cercando di lavorare il consorzio di cui fa parte Farmindustria, ma anche Alisei (Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita) e altre, “l’unico vero consorzio che il Miur abbia, ad oggi, costituito, sul tema. Il trasferimento tecnologico è un mestiere. Dobbiamo costruire un hub di competenza per aiutare i piccoli a creare massa critica per potersi dotare delle giuste competenze, ispirandosi alle eccellenze. Il technology transfer è diventato una priorità e alla fine di questo mese avremo la prima riunione e questo sarà un tema prioritario”, sottolinea Aringhieri.

150 nuovi mestieri non supportati dal mondo accademico
I 4 mila specialisti che lavorano nel biotech hanno per l’83% un titolo di studio di laurea specialistica o superiore. Ma quello che preoccupa è lo “scollamento” tra la formazione e il lavoro. “Abbiamo già 150-160 nuovi mestieri per i quali non troviamo le competenze all’interno del percorso educativo dell’università. Il dialogo tra università e mondo che cambia va anche in questa direzione. Non modificando il percorso educativo si rischia di portar competenze che non servono più”, sottolinea Aringhieri. Giusto, dunque, seguire esempi accademici virtuosi come quelli dell’Emilia Romagna, dove “Bologna, Modena, Ferrara e Parma rappresentano modelli a cui ispirarsi”, conclude.

Attilia Burke