Notiziario AIOM

Fondi tagliati e burocrazia. I nemici della ricerca negli ospedali d’eccellenza

I medici: “Difficile competere con i privati”. A rischio 3500 scienziati

Da LA STAMPA del 23-6-2017

La battaglia sui vaccini sta facendo saltare all’occhio, anche dei pro-vax, la questione della scarsa autonomia della nostra ricerca in campo bio-medico, quasi interamente in mano all’industria. Ep-pure un baluardo di quella indipendente e no-profit in Italia esiste ed è anche mol-to produttivo. E’ quello dei 49 Irccs, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, che portano l’innovazione dai laboratori direttamente al letto del paziente e viceversa.

Si chiama ricerca traslazionale ed è il presente e futuro della nuova medicina personalizzata. Peccato però che la stiamo mandando in malora, chiudendogli i rubinetti dei finanziamenti, strangolandoli nella macchina burocratica della pubblica amministrazione e lasciandoli senza cervelli. Perché se non cambierà qualcosa con la legge Madia a gennaio andranno a casa, o più facilmente all’estero, 3500 ricercatori precari, ai quali non possono più essere rinnovati i contratti a termine e richiestissimi oltre confine. Sono la linfa vitale degli Irccs, che nonostante i tagli dal 2004 al 2015 hanno aumentato quantità e qualità delle loro ricerche, tant’è che l’impact fattor, ossia il punteggio delle loro pubblicazioni scientifiche, è più che raddoppiato.

Risultato ancora più miracoloso se si calcola che i finanziamenti statali ammontavano a 178 milioni di euro nel 2000 e sono scesi a 153 nel 2016, nonostante negli ultimi 5 anni si siano aggiunti 3 istituti. Il che significa che ogni Irccs ha avuto in media 510 mila euro in meno, anche se poi le cifre variano molto da istituto e istituto, perché il finanziamento avviene in base ai risultati prodotti. Certo, ci sono anche altre forme di finanziamento. Quelle pubbliche extra-ministeriali (regioni e fondi Ue) hanno portato lo scorso anno 145 milioni, ma 20 di questi sono andati allo Ieo di Milano, contro una media nazionale che è inferiore ai 3 milioni. Altri 90 arrivano dai privati su singoli progetti di ricerca. Che però, appunto, non sono più indipendenti.

A tirare il freno di queste perle della nostra rete di ricerca e assistenza però non è solo la penuria di denaro. «Tra gli Irccs pubblici e quelli privati, che sono oramai la maggioranza, c’è un’asimmetria perché noi dobbiamo sottostare alla rigide regole della pubblica amministrazione che ingessano un’attività dinamica com’è quella di ricerca», spiega Fabrizio Tavaglini, direttore scientifico dell’Irccs Carlo Besta di Milano, leader nelle neuroscienze. «Se ho bisogno di reagenti che non erano preventivati all’inizio dello studio devo aspettare mesi per acquistarli, quando ero a New York il giorno dopo erano già sul bancone del laboratorio». Eppure, come spiega il professore, «gli Irccs sono il fulcro dell’attività di sperimentazione clinica dei nuovi farmaci. E per quella profit concentriamo gli sforzi sulla molecole ad alto contenuto innovativo, reinvestendo quel che resta dei proventi nella ricerca no-profit per scoprire quei farmaci sui quali l’industria non investe perché non profittevoli, come quelli per le malattie rare».

«Qui all’Istituto nazionale tumori di Milano sono in corso più di 600 sperimentazioni cliniche e metà le finanziamo noi, ma sta diventando sempre più difficile reperire fondi che non siano quelli dell’industria», gli fa eco Giovanni Apolone, che è direttore scientifico dell’istituto. «Manca una controparte pubblica che detti le priorità, assegni premi a chi sviluppa farmaci che più servono al nostro Paese».

«Noi trasferiamo la conoscenza scientifica a vantaggio diretto dei pazienti ma perdiamo pezzi tutti i giorni perché se non stabilizziamo al più presto i precari continueremo a regalare ad altri Paesi il grande investimento che abbiamo compiuto per far crescere i nostri ricercatori», aggiunge Giuseppe Ippolito, direttore scientifico di quella perla internazionale della lotta alle malattie infettive che è lo Spallanzani di Roma e che rappresenta tutti i suoi colleghi degli Irccs.

«Oramai gli Irccs vanno avanti con il 70% di ricercatori precari che rischiano di restare a casa da gennaio prossimo», denuncia Alberto Spanò, responsabile della dirigenza sanitaria nel sindacato Anaao. «Chiediamo al governo di mettere in pratica la “piramide Lorenzin”, che prevedeva la loro stabilizzazione in sei, sette anni». Richieste analoghe arrivano anche dal Cnr e dagli altri istituti di ricerca del Paese. Che senza innovazione può dire anche addio alla crescita.

Di Paolo Russo