Notiziario AIOM

Migrano 750 mila italiani per curarsi in altre Regioni

Questa secondo il Censis la quota di connazionali che cercano una risposta ai propri bisogni sanitari lontano da casa, con disagi e costi notevoli

Da CORRIERE DELLA SERA del 26-3-2017

Dieci ospedali italiani, concentrati nelle grandi città del Centro e del Nord, accolgono pila dei 25% dei pazienti che migrano per curarsi. Alcuni di questi poli di attrazione hanno carattere specialistico: oncologico (Istituti oncologici di Milano e di Aviano), ortopedico-traumatologico (Istituto Rizzoll di Bologna) e pediatrico (Bambino Gesù dl Roma e Gaslini di Genova). La ricerca del Censis conferma che a viaggiare verso questi ospedali sono soprattutto pazienti che soffrono di malattie gravi o complesse. La migrazione sanitaria riguarda anche 7Orrilla minori ricoverati fuori dalla Regione di residenza, di solito per patologie che richiedono lunghi periodi di permanenza in ospedale, lontano da casa. Solo nel Lazio vengono curati 18mila minori l’anno, di questi ben 15mlia provengono dalle Regioni del Sud.

M.G.F.


Ogni anno circa 750 mila italiani scelgono di farsi ricoverare in una Regione diversa dalla loro. Quando la scelta di migrare a chilometri di distanza è spinta dalla necessità, perché nella propria Regione non sono disponibili le cure di cui si ha bisogno o le liste di attesa sono troppo lunghe, il disagio tocca i limiti dell’umana sopportazione. E’ quanto rileva la ricerca «Migrare per curarsi, racconto di un fenomeno fantasma», realizzata dal Censis su incarico dell’associazione CasAmica onlus, che gestisce quattro case di accoglienza a Milano, una a Lecco e un’altra a Roma.

I ricercatori hanno incrociato gli ultimi dati sui flussi migratori del ministero della salute per il 2015 con una serie di interviste a responsabili di case di accoglienza, amministratori delle Regioni e responsabili dei rapporti con il pubblico dei grandi ospedali.

In generale, rileva l’indagine, in tutta l’area del Nord e del Centro Italia i malati in cerca di cure si dirigono soprattutto verso ospedali delle Regioni confinanti. I pazienti meridionali, invece, vanno a ricoverarsi in Regioni lontane perché quelle vicine non offrono alternative soddisfacenti. E i viaggi dal Sud verso le grandi città del Centro e del Nord non si arrestano: ogni anno sono circa 220 mila. E’ tra questi malati che il Censis registra i disagi maggiori: spesso, curarsi lontano da casa mina la stabilità emotiva ed economica di persone già fragili a causa della malattia. Sarebbero più di 90 mila i nuclei familiari in gravissime difficoltà.

Le persone intervistate dai ricercatori hanno raccontato di malati e loro accompagnatori costretti a dormire su una panchina oppure in macchina accanto al luogo di cura, non potendosi permettere il costo di un alloggio.

Secondo l’indagine sono persone sottoposte a una prova durissima, cui la collettività riesce a fare fronte solo con la buona volontà del personale sanitario e con uno sparuto numero di associazioni e volontari, che li accoglie fisicamente e moralmente. In base ai calcoli del Censis, il privato sociale riesce ad aiutare poco più del 10% dei migranti sanitari. Si tratta di associazioni che offrono un alloggio prossimo al luogo di cura — proposto a tariffe irrisorie oppure gratuito in caso di necessità — sia al malato che agli accompagnatori per l’intera durata delle terapie e dei controlli.

«Le case di accoglienza per migranti sanitari non hanno un riconoscimento giuridico ma sono inserite nella stessa categoria delle case vacanza — segnala Stefano Gastaldi, direttore di CasAmica onlus — . A volte capita anche che un Comune richieda la tassa di soggiorno per gli ospiti che, però, non sono turisti. I migranti sanitari sono ancora un “fantasma” per il servizio sanitario: sinergie tra privato sociale, ospedali e istituzioni consentirebbero, tra l’altro, di crescere nell’offerta di servizi di umanizzazione».

Di Maria Giovanna Faiella