Notiziario AIOM

Perché crediamo alle bufale

Sempre di più oggi la scienza fa fatica a vincere su false convinzioni. La circolazione delle notizie, anche infondate, è ormai pervasiva. Ma il «ventre molle» del fenomeno sta nella tendenza a rifiutare informazioni che mettano in crisi quanto si è ormai consolidano nella nostra mente

Che cosa ci spinge a rimanere ancorati a convinzioni smentite da prove concrete? In gioco entrano ideologie, valori e visioni del mondo oppure paure personali e fobie. Ma talvolta può diventare decisiva è la necessità di salvaguardare l’identità personale odi gruppo

Da CORRIERE DELLA SERA del 2-7-2017

Cosa ci induce a credere a un fatto scientificamente provato, oppure, al contrario, a sospettare della sua credibilità?

Perché, in un momento in cui la scienza sembra raggiungere obiettivi ogni giorno più spettacolari cresce il malumore nei suoi confronti? Uno dei più eclatanti esempi di questo fenomeno è la spaccatura che si è creata sul fronte delle vaccinazioni, dove si parlano, senza capirsi, da una parte gli scienziati che portano prove schiaccianti sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini, dall’altra gli antagonisti che non credono a tali prove e sospettano macchinazioni dettate da interessi e manipolazioni.

La ricerca svolta negli ultimi anni in ambito psicologico ha scoperto alcuni meccanismi che potrebbero sottostare a tale conflitto, come quella particolare distorsione cognitiva definita ragionamento motivato, una tendenza naturale che porta a selezionare le informazioni che riceviamo in modo che corrispondano alle nostre convinzioni, mentre vengono scartate come poco affidabili o credibili le informazioni dissonanti.

Quindi il meccanismo naturale di funzionamento della mente umana sembrerebbe per sua natura funzionare al contrario: non sono i fatti a convincerci, ma le convinzioni a selezionare i fatti sui quali ci basiamo.

Il fenomeno del ragionamento motivato è noto da tempo, come fa notare Kirsten Weir in un articolo appena pubblicato dall’American Psychological Association, nel quale viene ricordata una classica ricerca effettuata da Peter Ditto, psicologo sociale dell’University of California: a due gruppi di soggetti furono presentati risultati favorevoli o sfavorevoli di un test medico fittizio sulla funzionalità del loro pancreas. Chi aveva ricevuto un responso di malattia era molto più propenso dei partecipanti dell’altro gruppo a screditare l’affidabilità del test e a cercare una seconda opinione.

Potrebbe anche sembrare naturale: perché mettere in dubbio una buona notizia e non invece una cattiva, che, fra l’altro, apre la strada a esami e cure magari inutili? Però altre ricerche hanno confermato questa tendenza a non accettare facilmente informazioni che ci mettono in difficoltà, ma anche quelle che contrastano con le nostre profonde convinzioni personali, con i nostri valori morali o perfino con quelli del gruppo nel quale ci identifichiamo.

«Persone convinte che la ricerca sulle cellule staminali sia moralmente riprovevole quasi sempre dubitano che abbia qualche probabilità di indurre futuri passi avanti significativi in Medicina» dice Brittany Liu, dell’University of California, che insieme a Ditto ha pubblicato sulla rivista Social Psychological and Personality Science un articolo su come le valutazioni morali diano forma alle convinzioni.

L’articolo è basato su una complessa ricerca composta da tre diversi studi sperimentali sulla psicologia delle scelte individuali e ha dimostrato come più forte è la convinzione che una persona già ha, più radicata è la sua idea di avere tutte le informazioni necessarie, e più decisa sarà la sua attività di selezione dei fatti provenienti dal mondo esterno, in modo che corrispondano a tali convinzione e idea.

Eppure i fatti, soprattutto quelli provenienti dalla scienza, dovrebbero avere una solidità e un’incrollabilità tali da non dover o poter essere discussi. Viene attribuita al sociologo e senatore americano Daniel Patrick Moynihan la frase: «Tu hai diritto ad avere le tue opinioni alle quali credere, ma non dovresti avere diritto ad avere i tuoi fatti ai quali credere».

In realtà i fatti scientifici sono continuamente messi in discussione, come se la scienza non riuscisse ad affermarsi al di fuori di certi ambiti, oltre i quali sembrano vigere tranquillamente altre regole.

Dice in proposito Matthew Hornsey, professore di psicologia alla University of Queensland australiana: «Malgrado il fatto che il 97 per cento degli scienziati climatologi concordi sul fatto che il rilascio di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera influenzi il nostro clima, circa un terzo della popolazione dubita che il cambiamento del clima sia causato primariamente dall’attività umana. Dopo una riduzione durata circa un secolo nel tasso di malattie infettive, c’è stato un recente aumento di morbillo, rosolia, parotite, pertosse, una tendenza in parte attribuibile all’errata convinzione che le vaccinazioni possano causare malattie piuttosto che prevenirle».

Secondo il professor Hornsey che ha pubblicato, insieme a Kelly Fielding, un articolo in merito sulla rivista American Psychoiogist, posizioni così apertamente antiscientifiche sono, da un punto di vista psicologico, la punta dell’iceberg, quelle che lui chiama “attitudini di superficie”.

Sotto covano le cosiddette “radici delle attitudini”, che non sono modificabili dalle prove scientifiche: ideologie, valori e visioni del mondo, ma anche la necessità di salvaguardare identità personale o di gruppo, oppure profonde paure personali e vere e proprie fobie.

Danilo di Diodoro


Il fenomeno. Perché la gente crede nell’esistenza dei complotti

Una delle motivazioni su cui si fonda il rifiuto di posizioni scientifiche è che la scienza potrebbe far parte di una qualche forma di complotto verso la gente comune. Appare forse come una posizione estrema, ma secondo Rob Brotherton, autore del libro “Menti sospettose” (Bollati Boringhieri 2017) un gran numero di persone ha convinzioni dl tal genere. Circa la metà degli americani è convinta che il governo degli Stati Uniti starebbe nascondendo la verità sugli attacchi dell’11 settembre, ma il complottismo è molto diffuso in tutte le nazioni. «In molte regioni del mondo vaccini e altri farmaci occidentali sono visti con sospetto» dice Brotherton. Ma su cosa si basano tali convinzioni? «Se domandate a qualcuno perché crede o non crede a questa o a quella teoria, probabilmente vi dirà che è molto semplice: si è fatto la sua idea in base alle prove».

D.d.D.