Notiziario AIOM

Tumori, un paziente su cinque rischia il default economico

Dal meeting dell’Asco, a Chicago, l’Associazione italiana di oncologia medica lancia l’allarme. E indica la strada per garantire la sostenibilità dei costosi farmaci innovativi

da laRepubblica.it del 2-6-2017

Si apre oggi l’evento scientifico più atteso dagli oncologi di tutto il mondo: dall’altra parte dell’oceano, a Chicago, le porte del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) stanno per essere varcate da oltre 30.000 medici. Un momento importante, perché la ricerca che va in scena su questo palcoscenico segna la strada dell’oncologia. 

Ma accanto agli strani nomi di anticorpi monoclonali e terapie target, c’è un altro termine che risuona nei corridoi dell’imponente struttura che ospita il meeting: tossicità finanziaria. Indica il costo economico del cancro e delle cure che grava sui singoli cittadini. È un fatto tangibile, questo, che si può quantificare anche in termini di vite perse. I conti li ha fatti l’Istituto Nazionale Tumori ‘Pascale’ di Napoli, con una analisi di 16 sperimentazioni condotte tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti italiani colpiti da tumore del polmone, della mammella o dell’ovaio. Il 22,5% di questi presentava ‘tossicità finanziaria’, che si traduceva in rischio di morte nei mesi e anni successivi del 20% più alto rispetto ai malati senza problemi economici. Significa che anche in Italia, oggi, chi è più povero ha una mortalità più alta. “Si tratta di dati preoccupanti perché evidenziano come il contraccolpo finanziario dovuto alla malattia si riverberi in un peggioramento della prognosi”, sottolinea Carmine Pinto, Presidente nazionale dell’Associazione italiana di oncologia (Aiom) da Chicago: “Per la prima volta, anche in Italia si comincia a parlare di ‘tossicità finanziaria’, la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure. Fino a pochi anni fa questo era un problema confinato agli Stati Uniti”.

Cancro, quanto ci costi. Stato e Regioni i conti con i prezzi dei farmaci li fanno già da tempo. Il fatto è che le nuove molecole sono care e bisogna trovare il modo di garantire a tutti i pazienti l’accesso alle terapie più efficaci. Numeri alla mano: oltre 20 tipi di tumori sono trattati con uno o più dei 70 nuovi trattamenti lanciati negli ultimi sei anni. Questo ha portato la spesa mondiale per il cancro a 107 miliardi di dollari nel 2015, ed è previsto un aumento fra il 7,5% e il 10,5% nei prossimi tre anni, fino a raggiungere i 150 miliardi di dollari nel 2020. Nel nostro paese, nel 2015, la spesa per i farmaci anticancro è stata pari a 4 miliardi e 175 milioni, con un incremento del 7,1% rispetto al 2014. L’aumento è stato inferiore rispetto al biennio precedente (+9,6%), quando queste uscite erano passate da 3 miliardi e 557 milioni di euro (2013) a 3 miliardi e 899 milioni (2014). “È la dimostrazione che gli oncologi italiani sono sempre più attenti al valore dei trattamenti e alle esigenze di razionalizzazione delle risorse”, sottolinea Stefania Gori, presidente eletto Aiom.

Serve una regia unica. Il problema della sostenibilità, però, resta e la spesa sanitaria pubblica italiana non riesce a tenere il passo con quella dell’Europa occidentale. Sempre nel 2015, infatti, la spesa sanitaria totale ha assorbito in Italia solo il 9% del PIL, mantenendo invariato il suo peso rispetto all’anno precedente; anche nei Paesi dell’Europa occidentale il rapporto tra spesa sanitaria totale e PIL si è mantenuto tendenzialmente stabile, ma su un livello superiore, pari a circa il 10,4%, fa sapere l’Aiom. “Lo scorso ottobre – continua Gori – è stato introdotto per la prima volta da parte del Governo un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Una decisione importante che rappresenta il punto di partenza per un ‘Patto contro il cancro’, che veda insieme istituzioni e clinici”. Insomma, serve una strategia unica che va dalla prevenzione agli screening, dalle terapie innovative alla riabilitazione fino alle cure palliative. Una unanime regia di governo, dice Gori.

Senza reti oncologiche non si va lontano. Come si concretizza? Combattendo le prescrizioni inutili e non appropriate e, soprattutto, creando delle reti oncologiche regionali, che standardizzano percorsi di diagnosi e cura. “L’Italia è fra i primi Paesi in Europa per numero di guarigioni – dice Pinto – e questo perché il nostro sistema, basato sul principio di universalità, è efficiente grazie alle eccellenze ospedaliere. Ma è necessario far fronte a criticità urgenti che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza. Almeno il 15% degli esami, in particolare radiologici e strumentali, è improprio; vi sono terapie di non comprovata efficacia che costano ogni anno al sistema circa 350 milioni di euro e il peso delle visite di controllo è pari a 400 milioni. Uno degli obiettivi principali e non più procrastinabili del Patto è la realizzazione delle Reti oncologiche regionali. In Italia sono attive in un numero inferiore alle dita di una mano, alcune iniziano a muoversi, le Regioni del Sud presentano gravi ritardi. Le Reti potranno permettere ai pazienti l’accesso guidato secondo percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA, ndr.) alle migliori cure e aderenza alle linee guida, con conseguente riduzione delle aree di inappropriatezza e collegamento organico tra ospedale e territorio”.

Il Fondo di 500 milioni permetterà invece di garantire l’accesso in tutte le Regioni, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, alle terapie innovative. “Perché questo avvenga facilmente, è importante che i farmaci siano inseriti nel Fondo in aderenza ai criteri di innovatività elaborati recentemente dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Inoltre – conclude Pinto – la gestione del Fondo dovrebbe essere attribuita all’agenzia regolatoria e vi potranno accedere a fine anno le Regioni sulla base dei volumi di spesa per farmaco. Meccanismi semplici, ma soprattutto univoci e trasparenti”.

di LETIZIA GABAGLIO