Rassegna stampa

120 anni non bastano. Adesso il sogno è la quasi immortalità

Gara mondiale tra i laboratori più avanzati: l’obiettivo è scoprire i meccanismi dell’invecchiamento e riuscire a invertirli. I primi successi con i topolini

Da LA STAMPA del 30-8-2017

E’ quasi un segno dei tempi. Il «Financial Times» ha   inserito la biologa molecolare Cynthia Kenyon – un nome di primo piano della ricerca biogerontologica – tra i «Masters of science», uomini e donne che, con le loro idee, stanno modellando il futuro. Un futuro in cui sarà possibile rallentare e persino invertire il processo d’invecchiamento. Solo tecnoutopia? Certo è che in nessun tempo la ricerca in questo campo ha conosciuto una tale mobilitazione di scienziati e un tale investimento di fondi.

Non potremo forse aspettarci per il futuro prossimo venturo l’aspettativa di vita – oltre 300 e addirittura mille anni – del verme tubolare Escarpia laminata, che prospera nella profondità degli oceani. Ma la più modesta meta dei 120 anni – ritenuta fin qui un invalicabile limite biologico – non sembrerebbe impossibile da raggiungere, stando ai successi conseguiti con una varietà di specie animali: se si è riusciti ad allungare la vita di un topo, perché non dovrebbe essere possibile con gli umani? Nell’impresa di invertire la marcia del processo di invecchiamento sono impegnati biogerontologi, genetisti e biologi, sostenuti da una miriade di aziende biotecnologiche che fanno capo ad alcuni degli uomini più ricchi del Pianeta. Nel cuore della Silicon Valley non sono contemplati limiti biologici.

Sulla base dei dati statistici Usa che fissano allo 0,1% la probabilità per un venticinquenne di morire prima dei 26 anni, il medico-manager Joon Yun, fondatore del Palo Alto Institute, coltiva un’idea che non gli sembra affatto avventata: bloccando questa percentuale di rischio per tutta la vita, eliminando così le cause delle malattie legate all’età, sarebbe possibile diventare un matusalemme. Convinto che si possa «risolvere il problema dell’invecchiamento» e far vivere le persone in modo sano e il più a lungo possibile, ha istituito il premio «Palo Alto Longevity»: offre un milione di dollari a chi contribuirà alla decodifica del processo d’invecchiamento. E, d’altra parte, invertire i meccanismi biologici che controllano la durata della vita è la «mission» della California Life Company Calico, creata da Google.

Ma che risultati può vantare la versione biotech del sogno di trovare la fonte della giovinezza e quanti decenni ci separano da un futuro di lunga vita? A credere ai commenti entusiasti degli scienziati «longevisti» siamo a un punto di svolta: al centro i risultati di un esperimento che ha «azionato» la macchina del tempo per un gruppo di topolini del Salk Institute in California. Spiegato sulla rivista «Cell», il test ha richiesto un intervento di ingegneria genetica per attivare nell’organismo di quegli animali quattro geni particolari – una scoperta dallo scienziato giapponese e premio Nobel Shinya Yamanaka – capaci di far tornare le cellule adulte alla forma embrionale e, quindi, di invertire il processo d’invecchiamento, aumentando del 30% la durata della vita. Se il meccanismo funzionasse allo stesso modo negli umani, potrebbe permettere loro di superare i 100 anni. Lascia intravedere un nuovo scenario anche l’esperimento pubblicato su «Nature» dall’Università di Stanford. Inserito in un filone che studia la possibilità di sfruttare alcuni fattori presenti nel sangue e nel plasma di soggetti giovani per rigenerare i tessuti con effetto anti-invecchiamento, presenta un’assoluta novità: per la prima volta è stato usato sangue umano, ricavato dal cordone ombelicale. Un’infusione di questo plasma nei topi anziani ha portato a un recupero delle capacità cognitive.

E sempre sulla linea della guerra all’invecchiamento è l’approccio che si propone di agire sulla senescenza, un fenomeno prodotto dall’età che porta le cellule ad accumulare danni non riparabili del Dna: è lo stadio in cui le cellule possono diventare cancerose o entrare in uno stadio semidormiente. Se in passato si pensava che queste ultime fossero una presenza innocua, ora si è scoperto che secernono una quantità di «spazzatura» che produce danni. Una futura terapia capace di scacciare dal corpo le cellule «in pensione» potrà proteggerci dai danni della vecchiaia: alcuni studi hanno dimostrato che nei topi l’eliminazione di queste cellule senescenti consente di allungare la vita del 25%.

La scoperta è gravida di promesse: i medici tratteranno l’invecchiamento alla radice, piuttosto che combattere le malattie che l’accompagnano. Aiutare le persone a rimanere sane più a lungo libererebbe il nostro futuro dall’incubo delle malattie croniche, legate proprio alla longevità che abbiamo conquistato nell’ultimo secolo. Mentre tanta parte della ricerca biomedica è concentrata su singole malattie come cancro e Alzheimer, la sfida, tra XXI e XXII secolo, sarà comprendere il processo d’invecchiamento ed estendere la durata della vita oltre i limiti biologici. Non è un caso che i supermiliardari vi investano tanto denaro: in un mondo che spinge verso tecnologie dirompenti che cosa potrebbe essere più dirompente che sconfiggere l’invecchiamento (e persino la morte)?

Di Eugenia Tognotti