Rassegna stampa

Cerca il papilloma salvati l’utero

Il vecchio prelievo Pap va in pensione. Dal 2018 gli creening per il cancro della cervice si faranno col test Hpv. E’ più sensibile

Da la Repubblica del 21-3-2017

Quasi l’80% delle donne italiane ha fatto un Pap test negli ultimi tre anni e la metà di loro lo ha fatto nell’ambito dei programmi di screening organizzati dal servizio sanitario. Proposto 75 anni fa da Papanicolaou, il test ha consentito di prevenire moltissimi tumori del collo dell’utero in Italia e in altri Paesi ricchi ma richiede un citologo esperto perché è basato sull’esame morfologico di cellule del collo dell’utero raccolte con un prelievo vaginale. Da qualche anno, però, c’è un’alternativa migliore: un test virologico più preciso che diagnostica l’infezione da papillomavirus umano (Hpv), la causa dei tumori del collo dell’utero.

Dopo l’introduzione sperimentale in alcune regioni, come il Piemonte, la Toscana e l’Emilia-Romagna, l’Italia dovrebbe essere uno dei primi paesi a passare al test Hpv nell’intera rete degli screening pubblici entro il 2018. Il fatto che il più grande e, per molti aspetti, il migliore studio clinico randomizzato mai effettuato sul confronto tra Pap test e test Hpv abbia avuto luogo in nove province italiane ha senz’altro contribuito a questa decisione poiché la ricerca può fare da volano preparando il personale sanitario e il pubblico a cambiare consapevolmente. Lo screening sarà gradualmente offerto alle donne trai 30 anni e i 65 anni. Sotto i 30 anni le infezioni da Hpv sono troppo frequenti e perciò alle donne di 25 anni, come primo screening, si offrirà solo il Pap test.

Due le ragioni principali di questa svolta. In primis: il test Hpv è più sensibile nel diagnosticare lesioni precancerose del Pap test, cioè ne trova di più e più precocemente. Non solo: l’intervallo tra un test di screening e il successivo può perciò allungarsi (da 3 a 5 anni almeno). Il Pap, però, non sparisce: se il test rivela la presenza di Hpv, scatta l’esecuzione di un Pap test sullo stesso prelievo già usato per quello Hpv. Solo le donne positive a questa sequenza di due test hanno bisogno di un esame più approfondito (la colposcopia). Quelle che risultano negative al Pap, devono ripetere il test Hpv dopo un anno (invece che dopo 5 anni) per controllare se, come accade nell’ 80-90% dei casi, l’infezione si è risolta spontaneamente.

L’introduzione a lungo preparata dello screening Hpv in Italia dovrebbe svolgersi senza troppe difficoltà. II numero annuale e di Pap test si ridurrà di circa dieci volte ma la comunità dei citologi non dovrebbe sentirsi frustrata ma, anzi, valorizzata dal ruolo cruciale della citologia negli accertamenti ulteriori nelle donne positive per Hpv. Per quanto riguarda i ginecologi, il numero di colposcopie annuali dovrebbe restare lo stesso ma concentrarsi su donne meglio selezionate (3-4% di quelle partecipanti a screening). Nuovo sarà invece il ruolo dei laboratori di virologia che dovranno utilizzare uno dei due o tre tipi di test Hpv meglio validati. Questa scelta sarà dunque molto importante come pure la centralizzazione dell’acquisto e dell’esecuzione dei test in pochi laboratori accreditati che garantiscano alta qualità ed economie di scala. Nel complesso, comunque, si potrebbero ridurrre del 30% i costi organizzativi (i test si fanno ogni 5 anni e non più ogni 3), e del 20% i costi di prelievi ed attività di laboratorio, nonostante di per sé il test Hpv sia un po’ più caro del Pap.

Ciò che sarà importante nel passaggio allo screening Hpv sarà la capacità di fornire, sia a livello nazionale che locale, informazione sufficiente alle donne. In particolare, a quelle che risulteranno positive per l’Hpv bisognerà sottolineare che la scoperta di un’infezione non è di per sé una malattia e che non permette alcuna inferenza sui tempi e modi di acquisizione del virus. L’Hpv può essere contratto anche con rapporti sessuali non completi e vive anche al di fuori dell’apparato genitale, ad esempio nel cavo orale di ambedue i sessi. Inoltre, a volte diventa invisibile al test e può riapparire. Nelle regioni pilota già menzionate l’introduzione del test Hpv non ha comportato problemi, ma l’informazione alle donne e a tutto il personale sanitario non deve essere trascurata.
International Ayency for Research on Cancer, Lione, Francia

Di Silvia Franceschi


Storia di un successo
Di Hpv, dei progressi fatti e di quelli che ancora si aspettano si parlerà al congresso internazionale “10 anni di vaccinazione Hpv: i benefici acquisiti e le prospettive del vaccino nonavalente” organizzato dall’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (Ifo) per il prossimo 25 marzo. «Quando, tra 2007 e 2008, è iniziato in Italia il programma nazionale di vaccinazione contro l’Hpv, sapevamo di avere un grande strumento di prevenzione del cancro del collo dell’utero», racconta Luciano Mariani, direttore del Centro multidisciplinare per Io studio dell’Hpv dell’Ifo. Che aggiunge: «Tuttavia non eravamo consapevoli delle straordinarie possibilità applicative dei vaccini, in ambiti e situazioni cliniche diverse». In questi 10 anni è diventato chiaro che i benefici vaccinali si ottengono negli adolescenti di entrambi i sessi e che quindi ora il maschio entra a buon diritto nei programmi di vaccinazione. Soprattutto ora sono disponibili i dati cosiddetti “real-world”, cioè al di fuori delle sperimentazioni. E, dichiara Enrico Vizza, direttore del dipartimento di ginecologia oncologica dell’Ifo «Ci raccontano una costante riduzione della condilomatosi ano-genitale e dell’abbassamento della presenza del virus». All’incontro romano, oltre agli specialisti Italiani, parteciperà Maria Kyrgiou, ginecologa oncologica dell’ImperiaI College di Londra, che ha scritto gli studi più importanti sulla cancerogenesi da Hpv.

Irma d’Aria