Rassegna stampa

Come aiutare i malati di tumore

Da LA STAMPA del 15-12-2017

Il cancro continua ad essere la malattia più temuta: solo in Italia, si registrano ogni giorno circa 500 morti e 1000 nuovi casi. Di questi, però, 250 guariranno. Grazie ai progressi della cura e della ricerca, infatti, che hanno reso i tumori sempre più curabili, sugli attuali circa 3 milioni di pazienti il 60% sopravvive a 5 anni.

Le armi tradizionali – chirurgia, radioterapia, chemioterapia e terapie mirate (targeted therapies) – hanno fatto molto. Oggi, a queste si aggiunge l’immunoterapia, ossia le armi basate sul sistema immunitario: an-ticorpi, molecole che tolgono alle nostre difese i «freni molecolari» che il tumore attiva – come IL-1R8, il freno più recente scoperto nei laboratori di Humanitas -, terapie cellulari e vaccini. Affiancando o completando gli approcci tradizionali, l’immunoterapia ha cambiato – e ci aspettiamo possa cambiare sempre più – la storia naturale di molti tipi di tumori.

Già ora, nonostante alle terapie immunologiche risponda solo un quinto dei pazienti, i dati ci dicono che in Italia assicuriamo a chi è malato di tumore una sopravvivenza superiore alla media europea. Un risultato che riflette l’esistenza di un Servizio Sanitario Nazionale e di un sistema di ricerca di qualità. Tuttavia, i dati ci dicono anche che abbiamo un problema di condivisione all’interno del Paese, con differenze tra Nord e Sud.

La sfida, dunque, è la condivisione. E non solo in Italia. Non possiamo infatti dimenticare che il cancro è un problema globale: interessa anche Paesi poveri, in aggiunta a malattie infettive, Tbc, malaria. Di nuovo, i dati (presentati dall’on-ologo Franco Cavalli) parlano chiaro: nel 1970 i Paesi poveri sopportavano il 15% del carico globale di malattie tumorali. Nel 2008 la percentuale è salita al 56%, e nel 2030 aumenterà al 70%.

La maggior diffusione del cancro in questi Paesi è il riflesso di 3 fattori. Innanzitutto l’aumento della sopravvivenza: grazie anche alla diffusione dei programmi di vaccinazione, l’aspettativa di vita si è allungata e si aggira intorno ai 60 anni. In secondo luogo, l’adozione di uno stile di vita occidentale – pensiamo alla diffusione del fumo di sigaretta – che porta ad una maggiore incidenza di cancro del polmone, della mammella, del colon. Infine, ma non ultimo, la situazione di povertà cui sono legati alcuni tipi di tumori (cervice uterina, fegato, esofago). In Paesi in cui, a tutto ciò, si sommano l’assenza assoluta di prevenzione e la mancanza di terapie fondamentali come la radioterapia, il risultato non può che essere un disastro umanitario annunciato.

Proviamo a tradurre tutto questo in termini di sopravvivenza: un bimbo affetto da leucemia, in Italia ha una speranza di guarigione almeno dell’85%. In un Paese m via di sviluppo, la percentuale scende sotto il 20. Se consideriamo il cancro della mammella, le donne vive a 5 anni dalla diagnosi sono oltre il 75% nei Paesi ricchi, meno del 25% in Africa.

Che cosa possiamo fare per migliorare la situazione? Innanzitutto diffondere a livello globale i vaccini anticancro, in grado di prevenire due grandi killer come l’Hpv, responsabile del cancro della cervice uterina, e l’epatite B. Nei Paesi poveri, il bisogno è massimo.

Poi, sostenere le tante iniziative attive a favore di questi Paesi che prevedono aiuti individuali, per la ricerca e per la formazione di personale medico e paramedico. Iniziative in cui gli italiani sono spesso in prima linea. Penso a medici come Giuseppe Masera e Andrea Biondi, oncologi pediatri dell’Ospedale San Gerardo di Monza, che hanno cambiato lo scenario della cura delle leucemie in Nicaragua con il progetto La Mascota. E l’oncologo Franco Cavalli, da sempre impegnato su questo fronte. Ma penso anche ad ospedali come il Bambin Gesù di Roma, molto attivo in iniziative analoghe. E sono solo tre dei tanti esempi possibili.

di Alberto Mantovani
Direttore Scientifico Humanitas
e docente di Humanitas University