Rassegna stampa

Brilla la genetica ma che fine fanno i malati?

L’agenda degli oncologi europei

Da la Repubblica Salute del 12-9-17

MADRID I geni, genomi, marcatori molecolari gli oncologi medici di tutta Europa – a Madrid per la cinque giorni del congresso annuale – ne hanno fatto una scorpacciata. Un fiume di dati, sperimentazioni e combinazioni di farmaci attivi, anzi attivissimi. Che bella notizia! Di certo lo è per chi si ammala di un tumore caratterizzato da un profilo genetico specifico che lo rende sensibile al farmaco a disposizione. Insomma, i potenti proiettili anti-cancro che a carissimo prezzo promettono di vincere la guerra sono potenti in determinati casi, altrimenti sono inutili. E a ben guardare, in particolare gli immunoterapici, riguardano neoplasie per fortuna poco diffuse. Salvo una.

A Madrid c’è stata grande eccitazione per le prospettive di cura del tumore del polmone (raccontato nel nostro Speciale Esmo su www.repubblica.it/saIute) che sembra attaccabile dai nuovi farmaci immunoterapici, da soli o in diverse (e ancor più costose) combinazioni. Queste terapie hanno ribaltato il tavolo: fino a pochi anni fa contro questo cancro c’era poco o niente, oggi ci sono molte armi e altrettante speranze. Ma Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica, ha raccontato che in Italia circa 41.000 persone si scoprono malate di tumore del polmone. Tutti in fila per i nuovi potentissimi farmaci? No, «poco più del 50% di loro ha il profilo genetico giusto per beneficiarne», riassume. Gli altri 20.000?

Così è, praticamente per ogni miracolo annunciato. Che tale potrebbe rivelarsi per pochi e pochissimi. E quando i pazienti scoprono di non rientrare in questo o quel profilo genetico è una tragedia. La linea è segnata: l’oncologia è in mano alla biologia molecolare, i luoghi di cura più avanzati stanno cambiando organizzazione del lavoro per esaminare al letto del malato il tumore che lo affligge, tracciarne il profilo genetico e scoprire se c’è un qualche agente capace di distruggerlo. La chiamano “terapia personalizzata”. Ma di attenzione alla persona malata ce n’è poca. La terapia è tagliata sul tumore, è quello al centro della scena. E a volte sembra che si vadano a cercare i malati giusti per questo o quel farmaco. Ma questi sembrano sofismi alla chiusura di un congresso in cui la nuova oncologia ha dominato senza se e senza ma il palcoscenico. La scena è un tripudio di sigle, molecole, target; un trionfo di oncologi al microscopio. Entusiasmante per gli scenari che disegna.

Sullo sfondo, un po’ polverosa, resta la clinica. Ovvero il lavoro duro e spesso frustrante dei medici che curano milioni di malati, spesso con poche speranze; che si affidano alla chemioterapia, brutta e cattiva quanto si vuole ma ancor oggi l’arma vincente contro i big killer. Come il colon. Coi clinici al lavoro per capire se ai pazienti operati servono sei mesi di chemioterapia o ne bastano 3 (ne parliamo sullo speciale online). L’oncologia reale, quella di tutti i giorni, sembra polverosa e grezza nella luce delle stelle molecolari. In ospedale, per ora, c’è soprattutto quella. Domani, chissà.

Di Daniela Minerva

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