Rassegna stampa

Ca ovarico recidivato, meglio non ritardare la chemioterapia a base di platino

Nelle donne che hanno un carcinoma ovarico parzialmente sensibile al platino in progressione non si dovrebbe ritardare la chemioterapia a base di platino a favore di una chemioterapia non a base di platino. È questa la conclusione dello studio MITO-8, uno studio multicentrico internazionale randomizzato, controllato e in aperto, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology

Da PHARMASTAR.it del 12-11-2017

La maggior parte delle pazienti trattate per un carcinoma ovarico vanno in progressione dopo l’intervento chirurgico e la chemioterapia di prima linea a base di platino. Nelle pazienti in progressione, un trattamento successivo con la chemioterapia a base di platino potrebbe essere più efficace se è passato più tempo dal trattamento precedente a base di platino.

“Il tempo trascorso tra l’ultimo trattamento a base di platino e la recidiva indirizza verso una strategia di trattamento basata sulla chemioterapia non a base di platino se l’intervallo libero da platino è inferiore a 6 mesi e su doppiette contenenti platino se l’intervallo libero da platino è superiore a 12 mesi” scrivono gli autori, coordinati da Sandro Pignata, dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di

Napoli. Invece, aggiungono i ricercatori, quando l’intervallo libero da platino è compreso tra 6 e 12 mesi non ci sono certezze, per via dei risultati insoddisfacenti ottenuti con il trattamento con doppiette a base di platino”.

Nel 1999, i ricercatori hanno sviluppato un’ipotesi secondo la quale il prolungamento dell’intervallo libero da platino con una chemioterapia con un agente singolo non a base dI platino poteva migliorare i risultati, aumentando la sensibilità al platino. Tuttavia, uno studio retrospettivo del 2006, condotto del gruppo cooperativo italiano MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian Cancer), ha suggerito che utilizzare un unico agente non contenente platino non fosse la scelta migliore.

Nel 2008, Pignata e i colleghi hanno quindi avviato lo studio multicentrico MITO-8, per capire se un intervallo prolungato libero da platino ottenuto attraverso l’introduzione di un trattamento non a base di platino potesse migliorare gli outcome nelle donne con un tumore ovarico ricorrente parzialmente sensibile al platino.

I ricercatori hanno assegnato le pazienti in rapporto 1:1 al trattamento standard – la chemioterapia a base di platino al momento della ricaduta seguita da una chemioterapia non a base di platino al momento della ricaduta successiva – o alla terapia sperimentale, cioè la chemioterapia non a base di platino al momento della ricaduta seguita dalla chemioterapia a base di platino al momento della ricaduta successiva.

L’endpoint primario era la sopravvivenza globale (OS), mentre gli endpoint secondari comprendevano la sopravvivenza libera da progressione (PFS) dopo i due trattamenti pianificati (PFS2), la percentuale di risposta complessiva, la tossicità complessiva, la PFS dopo il primo trattamento pianificato (PFS1) e la qualità di vita.

Le pazienti nel braccio assegnato al trattamento sperimentale hanno mostrato un prolungamento dell’intervallo mediano libero da platino dal momento della randomizzazione (7,8 mesi contro 0,01 mesi) e dall’ultima iniezione di platino effettuata prima dell’ingresso nello studio (15,8 mesi contro 8 mesi).

Tuttavia, le pazienti nel braccio sperimentale non hanno dimostrato alcun beneficio di OS rispetto alle pazienti assegnate alla terapia standard (21,8 mesi contro 24,5 mesi; HR 1,38; IC al 95% 0,99-1,94).

Nell’analisi della PFS2 i ricercatori hanno incluso 177 eventi e i risultati hanno dimostrato che la PFS è stata significativamente più breve nel braccio sperimentale (PFS mediana 12,8 mesi contro 16,4 mesi; HR 1,41; IC al 95% 1,04-1,92).

Dopo i 202 eventi inclusi nell’analisi della PFS1, la PFS mediana è risultata di 9 mesi (IC al 95% 7,6-10,4) nel braccio assegnato al trattamento standard e 5 mesi (IC al 95% 4,1-5,9) in quello assegnato al trattamento sperimentale.

La risposta obiettiva secondo i criteri RECIST è stata valutata in 131 pazienti ed è stata ottenuta da 34 donne (il 56%) nel braccio assegnato alla terapia standard e 29 (il 43%) nel braccio assegnato al trattamento sperimentale.

Analogamente, nelle 142 pazienti valutabili secondo criteri del Gynecological Cancer Intergroup, 49 (il 75%) nel braccio assegnato alla terapia standard e 54 (il 70%) nel braccio assegnato al trattamento sperimentale hanno ottenuto una risposta obiettiva.

Inoltre, nel braccio assegnato al trattamento sperimentale i punteggi relativi allo stato di salute globale e alla qualità della vita dopo tre cicli di trattamento sono peggiorati in modo significativo (P = 0,003).

Per quanto riguarda gli eventi avversi, si sono osservate solo lievi differenze fra i due gruppi di trattamento.

Nel braccio assegnato alla terapia standard un maggior numero di pazienti ha manifestato una neutropenia di qualsiasi grado (69,5% contro 55,1%), sintomi muscolo-scheletrici (3,8% contro 0%) e neuropatia (50,5% contro 33,6%), nonché grave nausea (3,8% contro 0%).

“MITO-8 sostiene con forza la raccomandazione che nelle pazienti con un tumore ovarico parzialmente sensibile al platino non si debba ritardare il re-challenge con un trattamento a base di platino in favore di un trattamento non a base di platino” scrivono Pignata e i colleghi nelle conclusioni. Inoltre, aggiungono i ricercatori, “nelle future sperimentazioni di nuovi farmaci in questo setting si dovrebbe utilizzare come braccio di controllo la chemioterapia a base di platino”.

di Alessandra Terzaghi


S. Pignata, et al. Randomized Controlled Trial Testing the Efficacy of Platinum-Free Interval Prolongation in Advanced Ovarian Cancer: The MITO-8, MaNGO, BGOG-Ov1, AGO-Ovar2.16, ENGOT-Ov1, GCIG Study.
J Clin Oncol. 2017;doi:10.1200/JCO.2017.73.4293

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