Il vizio delle sigarette non danneggia solo la salute. I fumatori restano disoccupati più a lungo e hanno stipendi inferiori ai non fumatori. Lo dimostra uno studio su Jama pronto a rispondere alla legittima obiezione: il fumo è la causa o la conseguenza della disoccupazione?
Da healthdesk del 18-4-2016
Che danneggiasse i polmoni era risaputo, ma che incidesse sullo stipendio è una novità. Chi fuma, secondo i ricercatori della Stanfrod Universiy School of Medicine, non mette in pericolo solamente la sua salute e quella di chi gli sta accanto, ma rischia di rimanere disoccupato più a lungo e, una volta trovato un lavoro, di guadagnare meno di chi è libero dal vizio. Perché?
Il primo obiettivo dello studio, pubblicato su Jama Internal Medicine, è stato quello di chiarire se il fumo sia la causa o la conseguenza della disoccupazione. Ossia: sono i fumatori a essere disoccupati, o i disoccupati a diventare fumatori?
Judith Prochaska, principale autrice dello studio, e i suoi colleghi sanno bene che si tratta di una questione fondamentale.
E per scoprire come stanno le cose hanno monitorato le condizioni di vita di un gruppo di disoccupati, di cui 131 erano fumatori e 120 non fumatori. I controlli sono stati effettuati all’inizio dello studio, dopo sei mesi e dopo un anno. I risultati hanno sciolto i dubbi iniziali: «Abbiamo trovato che i fumatori avevano faticato molto di più a trovare un lavoro rispetto ai non fumatori».
Dopo 12 mesi, infatti, solamente il 27 per cento degli amanti delle sigarette era riuscito a ottenere un impiego, in confronto al 56 per cento dei non fumatori. Inoltre, i pochi che avevano avuto successo guadagnavano 5 dollari in meno all’ora rispetto al gruppo più salutista.
«I danni sulla salute del fumo sono stabiliti da decenni il nostro studio dimostra i danni finanziari prodotti dalle sigarette, perché ritardano la possibilità di un ricollocamento lavorativo e riducono lo stipendio», commenta Prochaska.
È legittimo pensare, ecco una seconda obiezione, che la spiegazione di tutto ciò si trovi in un dato di partenza, che potrebbe viziare lo studio. I fumatori sono in generale più giovani, meno istruiti e più poveri dei non fumatori. Ecco perché faticano a venire assunti. Ma, proprio per rispondere a questa obiezione, i ricercatori si sono impegnati a rendere i due gruppi più simili possibile. L’unica differenza nel campione reclutato restava quella legata al fumo. Dopo aver escluso tutte le altre variabili Prochaska e i colleghi hanno tirato le somme dell’indagine durata un anno: il fumo incide sulle probabilità di trovare lavoro e sul guadagno.
La nuova sfida per i ricercatori, adesso, è convincere chi cerca lavoro a smettere di fumare, in modo tale da poter dimostrare che se ci si libera dal vizio si hanno più possibilità di essere assunti. Per questo sono in corso a San Francisco le selezioni per i candidati che desiderano partecipare allo studio di follow up. Si attendono i nuovi risultati per aver la definitiva conferma che il fumo faccia così male anche alla busta paga.
Di Giovanna Dall’Ongaro
