Aumenta l’estensione del programma di diagnosi precoce del cancro al colon-retto per le persone tra i 50 e i 69. Anche al Sud. Ma i numeri sono ancora troppo bassi per un test salvavita
Da repubblica.it del 22-2-2017
Nel 2016, per la prima volta è stato registrato un calo dei tumori del colon-retto. “A testimoniare l’impatto che hanno avuto nella popolazione generale i programmi di screening organizzati sul territorio nazionale”, si legge nel rapporto I numeri del cancro in Italia 2016 dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumore (Airtum). Parliamo di neoplasie che in Italia sono al secondo posto per incidenza, con oltre 52 mila casi stimati per l’anno appena trascorso. Negli uomini sono al terzo posto, dopo il cancro della prostata e del polmone, mentre nelle donne sono al secondo, dopo il carcinoma della mammella. In entrambi i sessi, rappresentano il 13% di tutti i casi di cancro. Poter individuare la malattia quando è in uno stadio iniziale, o addirittura prima che si sviluppi, può quindi avere un grande impatto per una larga parte della popolazione. Lo strumento esiste, ed è appunto lo screening colorettale: un semplice esame di laboratorio che va a cercare il sangue occulto nelle feci, uno degli indizi della presenza di formazioni precancerose o di neolpasie. I tumori dell’intestino, infatti, si sviluppano molto lentamente a partire da piccole formazioni benigne (i polipi o adenomi), che possono iniziare a sanguinare diversi anni prima della comparsa di altri disturbi.
L’andamento deI programma di screening colorettale. Il programma di screening prevede che tutte le persone residenti in Italia tra i 50 e 69 anni siano invitate dalle Asl della propria regione ogni due anni a consegnare un campione di feci. Il test che viene eseguito è molto sensibile e intercetta tracce di sangue invisibili ad occhio nudo. Chi risulta positivo al test (circa 5 persone ogni 100) viene richiamato per un accertamento, che consiste in una colonscopia.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio nazionale screening (Ons), il programma di screening del colon-retto sta crescendo: il numero degli inviti aumenta, arrivando a oltre 5 milioni nel solo 2015: quasi 500.000 in più rispetto al 2014. Permangono, però, le differenze regionali: al Nord la copertura è quasi completa (oltre il 90%), al Centro supera l’80%, mentre al Sud e nelle isole si arriva soltanto a poco più del 40%. Il dato positivo è che anche qui si osserva una costante tendenza all’aumento. “Ci sono aree in cui il programma non è ancora attivo. La Sardegna, per esempio, sta cominciando adesso ad implementarlo, grazie a un progetto patrocinato dall’Aiom”, commenta Giordano Beretta, Segretario nazionale dell’Associazione (per la quale ha curato le linee guida sul carcinoma del colon-retto) e Responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni a Bergamo.
Il problema dell’adesione. Il Sud e le isole hanno storicamente anche una più bassa adesione agli inviti. In media siamo al 43%, ma mentre al Nord si presenta oltre una persona su due (53%), al Sud risponde all’invito appena un quarto degli interessati (25%), e poco più diun terzo al Centro (36%). Parlando per numeri assoluti, in Italia settentrionale sono state screenate nel 2015 oltre 1 milione e 500 mila persone, nel Centro quasi 500 mila e nel Meridione circa 290 mila. “Le differenze in alcuni casi sono molto marcate”, continua l’oncologo: “Nel 2014 (anno per cui sono disponibili gli ultimi dati regionali, ndr.), l’adesione più alta si è avuta in Emilia Romagna, dove era del 65%, più un 5% di esami spontanei, mentre in Calabria – ultima della classifica – si registrava il 6%, più un 7% di accessi spontanei. In generale, osserviamo numeri più bassi rispetto a quelli dello screening del carcinoma della mammella: da una parte perché lo screening mammografico è ormai entrato nella cultura e di tumore al seno si parla molto, dall’altra perché la ricerca del sangue occulto nelle feci è poco appealing. Ma anche la pigrizia gioca un ruolo: parliamo a persone che stanno bene, che non sono a rischio, ed è frequente che non rispondano all’invito. Per questo alcune regioni inviano più volte gli inviti o hanno trovato altri canali: in alcuni casi sono state coinvolte le farmacie, in altri i medici di medicina generale. Il Piemonte offre anche, come test di screening, la sigmoidoscopia flessibile, un esame che si esegue una sola volta nella vita e permette di controllare il tratto finale dell’intestino, ma si è visto che l’aderenza è bassa, intorno al 23%”.
Le donne aderiscono in media poco più degli uomini (44% e 42% rispettivamente); con differenze di pochi punti percentuali in tutte le fasce di età. Per entrambi, più aumentano gli anni, più cresce l’adesione (dal 37% al 46% per gli uomini; dal 42% al 48% per le donne).
Un test potenzialmente salvavita. Fondamentale è anche sviluppare strategie per comunicare il rischio: i dati ci dicono che ogni 5 persone positive al test per la ricerca del sangue occulto fecale, una non aderisce alla successiva colonscopia di approfondimento. Eppure, con un esame positivo il rischio di carcinoma o adenoma avanzato (che possiede una più elevata probabilità di evoluzione verso la malignità) è molto alto, tra il 30 e il 40%.
“Il messaggio che deve passare – sottolinea Beretta – è che lo screening colorettale salva le vite ed è semplicissimo da effettuare. Ovviamente, ogni esame comporta vantaggi e rischi, come i falsi negativi e positivi, che vanno sempre calibrati. In questo caso, però, il vantaggio è enorme: si può ridurre l’incidenza del tumore, perché si individuano le lesioni prima che diventino cancro, e si riduce la mortalità, perché se la neoplasia è diagnosticata quando è ancora molto piccola, può essere curata in modo definitivo”.
Di Tiziana Moriconi
