Notiziario AIOM

Farmaci no logo, è flop. Nessuno ferma la corsa delle medicine griffate

Solo un italiano su quattro predilige i generici. Una scelta che costa un miliardo di euro l’anno

Da la Repubblica del 10-3-2016

Gli italiani preferiscono il farmaco “di marca “. Quando entrano in farmacia scelgono l’Aulin anziché il generico Nimesulide, l’antibiotico Augmentin anziché l’acido clavulanico, la Tachipirina anziché il paracetamolo. E sono disposti a pagare di tasca propria per averli. Ogni anno spendono la bellezza di un miliardo di euro per assicurarsi il medicinale con il brand. Soldi che potrebbero essere risparmiati, visto che quando si tratta di prodotti prescritti dal medico nella cosiddetta classe A il sistema sanitario nazionale copre la spesa proprio fino al costo del generico. La differenza è a carico del paziente che non vuole rinunciare al marchio, anche se il no logo ha gli stessi effetti terapeutici. Per avere un termine di paragone, il discusso ticket sulla farmaceutica ogni anno costa agli italiani circa la metà, 550 milioni di euro.

Nel 2016 si celebra il ventennale dell’ingresso dei generici, o equivalenti, nel nostro sistema sanitario, ma è un compleanno piuttosto amaro. In Italia solo il 20 per cento delle molecole vendute in farmacia è senza brand. In Germania, nel Regno Unito e in Olanda il dato è del 60 per cento, in Francia e Svezia del 40. Se si prendono in considerazione solo i prodotti con il brevetto scaduto, il 73 per cento delle confezioni acquistate ha stampato sopra il marchio originale. A essere poco sostituiti sono medicinali contro patologie croniche come il Parkinson e l’epilessia, ma anche psicofarmaci. Chi prende il Valium non ha molta voglia di sostituirlo con il Diazepam, forse perché basta quel nome familiare per sentirsi già un po’ meglio. E così tanti rinunciano a sconti di circa il 20 per cento sui farmaci rimborsati e anche del 35 su quelli totalmente a carico del cittadino. Vanno meglio i diffusissimi gastroprotettori come il lansoprazolo (nome del brand Lansox) e il pantoprazolo (Pantorc), per i quali la sostituzione è più diffusa. «Malgrado i vent’anni, c’è ancora una forte barriera culturale contro i farmaci equivalenti – dice Enrique Hausermarm, presidente di Assogenerici – Se il dottore non prescrive e non ha fiducia in questi prodotti è difficile che poi il paziente li vada a chiedere al farmacista, il quale tra l’altro deve sempre offrire l’alternativa del generico, ma spesso non lo fa». Hausermann nega che in Italia gli equivalenti costino più che in altri Paesi europei, cosa che ne ridurrebbe la diffusione. «I prezzi sono allineati e comunque i costi non sono paragonabili. Il problema è che qui non si sono mai adottati meccanismi incentivanti per far prescrivere e dipensare il generico al medico e al farmacista, come successo ad esempio in Germania già negli anni 80. E inoltre da noi lo Stato paga solo il prezzo del generico, non gli interessa se poi il paziente compra un farmaco di quel tipo oppure di marca. Il sistema ha già risparmiato con l’approvazione dell’equivalente, perché la scadenza del brevetto ha abbassato il costo della molecola». Non è un problema, insomma, se poi a spendere sono i cittadini.

Di Michele Bocci

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