Da CORRIERE DELLA SERA del 15-1-2017
Le immagini dell’Ospedale di Nola dei giorni scorsi hanno richiamato l’attenzione sulle croniche criticità della sanità in alcune regioni italiane, in particolare al Sud. Si riaccendono i riflettori e si ricordano le liste di attesa infinite per una Tac o una mammografia, le “difficoltà” di accesso alle cure, le migrazioni sanitarie, i programmi di prevenzione mai decollati. E ci chiediamo perché le strategie dei piani rientri dopo anni non abbiano portato risposte. La sostenibilità e la gestione delle risorse devono trasferirsi in vantaggi nell’assistenza. In queste regioni abbiamo personale sanitario che opera ai limiti dell’impossibile e professionisti con competenze riconosciute a livello internazionale. Qui si sono formati e poi da qui sono partiti clinici e ricercatori che hanno realizzato strutture di eccellenza. La sanità pubblica ha visto in queste aree l’assenza di strategia politica e di classe dirigente, l’incapacità di sviluppare processi organizzativi, la mancanza di strumenti di controllo, la commistione pubblico-privato finalizzata talora a che il pubblico non si sviluppasse.
Come Aiom (Associazione Italiana Oncologia Medica) abbiamo denunciato le migrazioni sanitarie delle persone con cancro. Ogni anno 800 mila italiani con tumore sono costretti a cambiare regione per curarsi: dalla Campania 55 mila persone, dalla Calabria 52 mila, dalla Sicilia 33 mila, dall’Abruzzo 12 mila e dalla Sardegna 10 mila, con una spesa di 2 miliardi di euro. In queste regioni non sono presenti adeguate coperture dai registri tumori né sono stati attivati i programmi di screening oncologici, per non parlare del sostegno alla prevenzione primaria e alla ricerca. Servono una nuova politica, eticità e cultura in sanità pubblica, con interventi non più procrastinabili a partire dalla realizzazione delle Reti Oncologiche regionali. Il recupero della cosiddetta mobilità “passiva” richiede definizione di percorsi di diagnosi, terapia e riabilitazione con facilità di accesso, organici formati e adeguati, continuità ospedale-territorio, investimenti strutturali e tecnologici. Solo così è possibile vincere la sfiducia dei malati.
Le Reti Oncologiche regionali potrebbero rappresentare un importante punto di partenza di rivisitazione dell’intero sistema. Ma oggi in Italia sono attive solo in Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto e nella Provincia di Trento, e ci chiediamo perché in nessuna regione del Sud. E’ il momento delle scelte. Noi stiamo facendo la nostra parte, ora aspettiamo la buona politica”.
di Carmine Pinto
Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica)
