Censis, in 50 anni italiani più longevi ma restano differenze
Con avvento web informazione sanitaria più confusa
Da ANSA.it del 24-11-2016
Negli ultimi 50 anni, in Italia molte malattie infettive sono state debellate, è aumentata la longevità della popolazione, è cresciuta l’attenzione per esami di screening e controlli preventivi. Resta però il problema della sostenibilità della spesa pubblica e delle differenze territoriali. Intanto con il web l’informazione sanitaria rischia di diventare più confusa e si registra una pericolosa discontinuità nel ruolo di prevenzione attribuito alle vaccinazioni.
A ripercorrere il rapporto tra gli italiani ed il sistema salute è la ricerca ‘Gli italiani e la salute’, realizzata dal Censis con il contributo di Farmindustria, presentata oggi.
Nella riflessione sullo sviluppo della società italiana dell’ultimo cinquantennio realizzata dal Censis con le 50 edizioni del ‘Rapporto sulla situazione sociale del Paese’ è inscritta anche l’evoluzione del rapporto degli italiani con la salute e la prevenzione. La ricerca, hanno spiegato gli autori, ne ripercorre appunto le tappe principali.
Italiani e salute, Censis racconta 50 anni di cambiamenti
Dagli anni Sessanta ad oggi
Da askanews del 24-11-2016
Malattie infettive debellate, longevità della popolazione, maggiore attenzione per esami di screening e controlli preventivi. Resta il problema della sostenibilità della spesa pubblica e delle differenze territoriali. Intanto con il web l’informazione sanitaria rischia di diventare più confusa e si registra una pericolosa discontinuità nel ruolo di prevenzione attribuito alle vaccinazioni. Il Censis racconta il rapporto tra gli italiani e la salute attraverso le 50 edizioni del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” nella ricerca “Gli italiani e la salute”, realizzata con il contributo di Farmindustria.
Gli anni ’60. La popolazione aumenta dai 47 milioni del 1950 ai 54 milioni alla fine degli anni ’60. Si riduce la mortalità infantile, da 43,9 per 1.000 nati vivi nel 1960 a 30,8 nel 1969. Boom del Pil: +85,5% in termini reali tra il 1960 e il 1970. E si assiste a una transizione epidemiologica: le morti causate da malattie infettive si riducono drasticamente (dal 15,2% nel 1930 al 2,9% nel 1960), aumentano quelle causate da tumori (dal 5,1% al 16%) e quelle dovute a problemi del sistema circolatorio (dal 12,3% al 30%). La sanità delle mutue conta un numero di assicurati che cresce in modo dirompente: la percentuale passa dal 33% della popolazione nel 1950 all’82% nel 1966. La prevenzione attraverso la vaccinazione acquisisce sempre più rilevanza. Vengono introdotte le principali vaccinazioni dell’infanzia: pertosse (1961), poliomielite (introdotta nel 1964 e resa obbligatoria nel 1966), antitetanica (1968 per i nuovi nati, già disponibile dal 1963 per alcune categorie professionali).
Gli anni ’70. Il Paese continua ad essere protagonista di una impetuosa fase di crescita demografica ed economica. La popolazione raggiunge i 56 milioni nel 1979 e aumenta la speranza di vita alla nascita (70,5 anni per gli uomini e 77,3 per le donne nel 1979). Pil e redditi marciano speditamente (il reddito segna nel decennio un +61%). La sanità delle mutue si trova a fare i conti con un numero di assicurati sempre più elevato, che nel 1976 raggiunge i 54 milioni, pari al 95% della popolazione. È in questo contesto che si inserisce l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (1978), nato per garantire una copertura universalistica e pubblica della salute dei cittadini volta a superare il sistema frammentato e categoriale delle mutue, e assicurare una gestione regionale e territoriale programmata. Si introduce il nuovo vaccino contro il morbillo (1976), mentre diventano evidenti gli effetti positivi delle prime campagne vaccinali: l’incidenza della pertosse si riduce dai 76,2 casi per 100.000 abitanti del 1961 ai 12,7 del 1981. (Segue)
Italiani più sani e longevi grazie alla prevenzione, ma resta il divario fra Nord e Sud
I dati del Censis sulla salute dal 1960 a oggi dice che siamo ancora un Paese a due velocità. Da Milano a Palermo tutti giudicano inadeguati i servizi medici e in diminuzione la loro qualità e cresce la polemica sul ruolo dei vaccini introdotti per la prima volta negli anni Sessanta
Da la Repubblica.it del 24-11-2016
Rispetto al 1960 siamo più sani, più longevi (il 22% ha superato i 65 anni), decisamente più attenti ad esami e abituati a controlli preventivi, ma l’Italia resta sempre un Paese a due velocità, col Sud penalizzato anche dal punto di vista sanitario. In un anno, 13,5 milioni di italiani dichiarano di aver saltato la lista di attesa ricorrendo a conoscenze, amicizie, raccomandazioni, facendo regali o pagando.
Al Sud gli abitanti fanno meno test, meno check-up rispetto a chi vive qualche centinaio di chilometri più su. Senza contare che tutti, da Milano a Palermo, giudicano inadeguati i servizi medici e in diminuzione la loro qualità, mentre cresce la polemica sul ruolo di prevenzione dei vaccini introdotti per la prima volta negli anni Sessanta.
A fotografare l’Italia che cambia, nei comportamenti e nell’idea di salute dal dopoguerra, è il dossier presentato oggi che analizza il nostro Paese attraverso i 50 rapporti Censis elaborati nel corso del tempo. Cinquant’anni di storia raccontati attraverso il nostro rapporto con la salute: dalle vaccinazioni alla creazione di un sistema sanitario nazionale, dalla scoperta degli esami preventivi ai tagli nelle prestazioni mediche, alla realtà odierna che vede un italiano su due giudicare inadeguati i servizi sanitari.
Nelle nostre Regioni infatti cresce la percezione che si vada riducendo la qualità dell’assistenza sanitaria: il 49,2% giudica inadeguati i servizi i (al Sud si arriva al 72,2%). Aumenta invece l’attenzione femminile per gli esami di screening e i controlli preventivi: nel 2013 il 67,4% delle donne di 40 anni e oltre si è sottoposto alla mammografia e il 73,4% di quelle con 25 anni e oltre al pap-test. Rimangono comunque accentuate le differenze territoriali: al Sud si scende infatti, rispettivamente, al 52,1% e al 58,4.
Gli anni ’60. Sono quelli del boom economico, quando il prodotto interno lordo cresce dell’85% e finalmente si riduce la mortalità infantile che passa da 43,9 per mille nati vivi nel 1960 a 30,8 nel 1969. Cambiano le malattie, i motivi per cui si muore, come cambiano gli stili di vita, l’alimentazione. Se prima erano soprattutto le malattie infettive ad uccidere, (dal 15,2% nel 1930 al 2,9% nel 1960), aumentano quelle causate da tumori (dal 5,1% al 16%) e quelle dovute a problemi del sistema circolatorio (dal 12,3% al 30%). Gli anni sessanta sono quelli in cui vengono introdotte le principali vaccinazioni dell’infanzia.
Gli anni ’70. Gli italiani salgono a 56 milioni nel 1979 e aumenta la speranza di vita (70,5 anni per gli uomini e 77,3 per le donne nel 1979). Pil e redditi segnano un netto più 61 per cento e il 94 % della popolazione si iscrive alla mutua. Nuove vaccinazioni obbligatorie vengono introdotte (nel 1982 la quarta obbligatoria, quella contro l’epatite B) e la copertura contro la poliomielite raggiunge il 95% nel 1986.
Gli anni ’90. La crescita demografica comincia a perdere colpi, a rallentare, mentre cresce la popolazione anziana e cambia la struttura della società. Nel 1993 i minorenni sono il 18,3 così come i 65enni e oltre (18,2%) mentre sale in modo significativo il numero di cittadini stranieri. Tra il 1990 e il 2000 la spesa privata delle famiglie per la salute: +146%. Così cresce la prevenzione: nel 1994 il 37,5% delle donne di 40 anni e oltre ha effettuato la mammografia, il 52,2% delle donne di 25 anni e oltre il pap-test.
Gli anni 2000. Per la prima volta il reddito netto delle famiglie registra un andamento negativo: -0,7% nel decennio. La dimensione individuale diventa centrale nel rapporto degli italiani con la salute. Il 22 % è convinto che siano importanti anche le condizioni dell’ambiente. Le coperture vaccinali obbligatorie per i nuovi nati superano il 96%.
Gli anni 2009-2016. La popolazione di 65 anni e oltre continua a crescere e raggiunge il 22% nel 2015. Tra gli italiani è sempre più diffusa la percezione che nella propria Regione si vada riducendo la qualità dell’assistenza sanitaria: il 49,2% giudica inadeguati i servizi sanitari (al Sud si arriva al 72,2%). Aumenta l’attenzione femminile per gli esami di screening e i controlli preventivi: nel 2013 il 67,4% delle donne di 40 anni e oltre si è sottoposto alla mammografia e il 73,4% di quelle con 25 anni e oltre al pap-test. Rimangono comunque accentuate le differenze territoriali: al Sud si scende, rispettivamente, al 52,1% e al 58,4%. Ma una grande discontinuità riguarda la prevenzione. Nel 2014 la soglia minima di copertura al 95%, in grado di assicurare l’immunità di gregge”, non è raggiunta per la maggior parte delle vaccinazioni dell’età pediatrica.
La trasparenza contro sprechi, frodi e corruzione. Per il 71,4% degli italiani ci sono troppi sprechi in sanità, con il 19% convinto che alcuni accertamenti diagnostici e visite specialistiche a loro prescritti siano inutili. Il 71,3% ritiene ci siano sprechi nell’assistenza sociale (ad esempio, pensioni d’invalidità ingiustificate). L’86,8% conosce persone che godono di prestazioni a cui non hanno diritto. È il quadro di un welfare in cui i cittadini “si arrangiano”: in un anno, 13,5 milioni di italiani dichiarano di aver saltato la lista di attesa con raccomandazioni o pagando. Per questo per la maggioranza degli italiani è urgente e necessaria la trasparenza: l’81,5% dei cittadini valuta positivamente la possibilità di avere una comunicazione trasparente dei costi delle proprie prestazioni sanitarie.
