Una survey dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione ha messo a confronto quello che succede nei diversi paesi Ue. Aumentano i cittadini che si sottopongono ai test, ma l’obiettivo è migliorare ancora
Da la Repubblica.it del 15-2-2017
Molto positivi. Definiscono così gli autori del 2° report della Commissione europea sull’implementazione a livello nazionale dei programmi di screening dei tumori i risultati della loro survey. Rispetto a sette anni fa, quando era uscito il primo Rapporto, le cose sono migliorate: sono decine di milioni i cittadini che ogni anno si sottopongono a mammografia, Pap test e ricerca del sangue occulto nelle feci, mentre oltre la metà dei Paesi ha implementato un programma nazionale per invitare ad effettuare i test. A condurre la ricerca è stata l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione, su iniziativa della Commissione europea, ma un ruolo di primo piano è stato giocato dal CPO Piemonte di Torino. “Un lavoro più difficile di quanto possa sembrare, perché si è avuto a che fare con sistemi sanitari molto diversi, dove lo stesso concetto di programma di screening, nonostante le linee guida europee uscite nel corso del tempo, può contenere diverse accezioni”, spiega Marco Zappa, direttore dell’Osservatorio Nazionale Screening. A lui abbiamo chiesto di spiegarci l’importanza di questo lavoro.
Perché è importante che l’Unione europea monitori lo stato di avanzamento dei programmi di screening delle singole nazioni?
“Non certo per dare delle pagelle, perché le situazioni di base sono troppo differenti fra loro, ma piuttosto per spingere tutti gli Stati a migliorare la qualità del proprio programma. Se mi si passa la presunzione, si cerca di fare in Europa quello che l’Osservatorio Nazionale Screening fa in Italia da vent’anni. Prova ne sia che gli autori principali di questo progetto sono italiani. Un programma di screening è un percorso, e ogni passaggio del percorso viene monitorato con indicatori. Migliorare quegli indicatori significa migliorare la qualità dell’assistenza. Il monitoraggio e il confronto con gli altri è il primo passo per farlo”.
Ebbene, alla luce dei risultati del Rapporto, possiamo essere soddisfatti del livello degliscreening in Europa?
“Sì, soprattutto se mettiamo a confronto questi dati con quelli della survey europea del 2007: è evidente come la logica dei programmi di screening su base di popolazione si sia diffusa in tutta Europa, anche ai Paesi di nuova entrata con una situazione economica peggiore rispetto ai Paesi “storici” europei. Su 28 paesi ben 25 hanno programmi di screening mammografico, 22 di screening cervicale, 20 di screening colorettale implementati almeno su parte dei propri territori nazionali. I numeri a livello europeo sono impressionanti. In tutta Europa, in un anno, più di 15 milioni e mezzo di donne di età compresa fra i 50 e i 69 anni hanno eseguito una mammografia in un programma organizzato, quasi otto milioni fra i 30 e i 59 anni si sono sottoposte a un Pap test per lo screening del tumore del collo dell’utero, e quasi 10 milioni di persone di età compresa fra i 50 e i 74 anni hanno fatto un test per lo screening del tumore colorettale”.
Se guardiamo ai dati italiani e li confrontiamo con quelli delle altre nazioni si nota che sul nostro territorio la performance dei programmi è molto variegata, mentre gli altri Stati sembrano essere più uniformi. Come mai?
“Il progetto prevedeva di raccogliere i dati a livello nazionale oppure, per scelta dei responsabili nazionali, anche per diverse aggregazioni del territorio. Noi abbiamo scelto di fornire i dati per macroreegioni, cosa che ci è consentita per il dettaglio con cui raccogliamo le informazioni. E d’altra parte il gradiente nord-sud è un fenomeno noto, che purtroppo in campo sanitario non riguarda solo lo screening. Al sud i programmi sono meno diffusi e anche quando ci sono c’è una minore partecipazione della popolazione rispetto a quanto avviene al centro o al nord. L’insieme di questi due fattori determina una minore copertura di esami di prevenzione. Perché vi sia una minore partecipazione al sud è un problema assai complesso: l’ostacolo principale credo sia la relativa mancanza di fiducia che le popolazioni meridionali hanno nella sanità pubblica. Un programma di screening è uno dei pochi esempi diffusi di sanità di iniziativa, ma se manca la fiducia nella Istituzione/Struttura che promuove l’azione è evidente che i cittadini non risponderanno”.
Qual è lo stato di adesione ai tre screening oncologici in Italia?
“I nostri dati sono in costante crescita negli anni. Circa il 60% delle persone invitate allo screening mammografico partecipa, nel caso di quello per la cervice uterina è il 40% ad aderire alla chiamata e siamo al 44% per quello del colon-retto. Fortunatamente sta migliorando anche la copertura dei programmi. Il rapporto europeo si riferisce agli anni 2013-2014, ma se consideriamo i dati del 2015 (ultimi dati disponibili a livello Italiano) i colori dell’Italia sarebbero leggermente più intensi. Nel 2015, infatti, si è avuto un netto miglioramento della copertura dello screening mammografico (intesa come proporzione della popolazione bersaglio raggiunta effettivamente da un invito attivo), superando l’80% (oltre 3.100.000, un aumento di quasi 400.000 inviti rispetto agli anni precedenti). La copertura riguarda più di 9 donne su 10 (praticamente tutte) al nord, poco meno di 9 su 10 al centro e quasi 6 ogni 10 al sud, con un netto miglioramento rispetto agli anni precedenti. Anche nello screening della cervice nel 2015 abbiamo osservato un aumento della copertura rispetto all’anno precedente (+4%). Risultano invitate più di 4 milioni di donne (4.079.264). È interessante notare che oltre 650.000 di questi inviti (il 16% del totale) sono ad effettuare il test Hpv che offre una copertura di 5 anni (e non più solo 3 anni come il pap test). Infine, per lo screening colo rettale sono stati invitati più di 5 milioni di cittadini (5.394.492) di età compresa tra i 50 e i 69 anni, con un aumento di quasi 500.000 inviti in più rispetto all’anno precedente. Nel nord siamo sostanzialmente alla copertura completa (oltre il 90%), al centro siamo sopra l’80%, mentre al sud si arriva soltanto a poco più del 40% (anche se con una costante tendenza all’aumento). Non vediamo l’ora, quindi, di poter contribuire al prossimo rapporto europeo con dati migliori, ci auguriamo per tutte le tre macroregioni”.
Di Letizia Gabaglio
