Le tecniche mediche consentono di rigenerare fegati, reni e persino polmoni
Da LA STAMPA del 12-12-2016
Riparati, rigenerati, riutilizzati. Non parliamo di componenti per auto ma di organi umani prelevati e da trapiantare. Compresi quelli che in prima battuta non sono in condizioni ottimali, com’era la regola fino a pochi anni fa. Perché da allora sono cambiate molte cose. Non tanto la disponibilità di donatori, fortunatamente in crescita (+ 10% in Italia), ma l’età e quindi le condizioni dei donatori: sempre più anziani (come sono sempre più anziani i trapiantati) e dunque portatori di organi anziani. Non solo: si riducono i “donatori da trauma”: essenzialmente traumi da incidenti stradali, sul lavoro e domestici. Oggi il donatore medio è ultrasessantenne, mediamente iperteso e appesantito, che è andato incontro a problemi vascolari e cerebrali.
Organi «anziani»
La medicina moderna deve misurarsi con questa realtà. «E lo fa nel solo modo possibile, stante l’aumento della do-manda e le tecniche all’avanguardia di cui dispone – spiega Antonio Amoroso, direttore del Centro Regionale Trapianti Piemonte-Valle d’Aosta -: servendosi di organi che fino a non molto tempo fa, in termini di qualità, sarebbero stati scartati dai centri-trapianto». Invece funzionano perfettamente, anzi: nel trapiantato garantiscono prestazioni persino migliori.
Curati e rigenerati
Il segreto sta nel passaggio, delicatissimo, tra prelievo e trapianto. E’ in questa fase sospesa che la medicina comincia a dare il meglio di sé. Comincia perché i numeri delle “perfusioni” sono ancora bassi: un centinaio sugli oltre 3.500 organi trapiantati ogni anno. Ancora più rari gli interventi che rimediano ai danni “a monte” della “perfusione”. Eppure è questa la nuova frontiera della trapiantologia: rigenerare, e prima ancora curare, l’organo destinato al trapianto dopo il prelievo.
Cos’è la “perfusione”? Grazie a sofisticati macchinari gli organi vengono rigenerati, cioè migliorati a livello circolatorio e nell’ossigenazione dei tessuti: ridotta la mortalità delle cellule tra prelievo e trapianto. Nulla di tecnicamente nuovo: la perfusione ha debuttato negli Usa negli Anni 70, in proposito esiste un’ampia letteratura internazionale. A fare la differenza, è stata l’evoluzione di macchine ormai gestibili con una certa facilità, la premessa di una svolta destinata a consolidarsi. L’altro fattore è la competenza ma anche l’intuizione del chirurgo, all’insegna di una “visione clinica” che prima ancora di rigenerare l’organo lo risana (se occorre).
È solo l’inizio
Se vi sembra fantascienza sappiate che è soltanto l’inizio: nel caso dei polmoni la previsione è del 10-15% di organi perfusi. Ma il trattamento è trasversale a tutti gli organi. Non a caso, da gennaio il Centro Nazionale Trapianti procederà ad un monitoraggio delle perfusioni in Italia per valutare i margini di diffusione. «Siamo in presenza di qualcosa di nuovo – conferma Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti -. Che tra prelievo e trapianto possa verificarsi un danno dell’organo si è sempre saputo: prima lo si conteneva ricorrendo a liquidi a bassa temperatura, ora siamo entrati nella logica non solo di preservarlo ma di migliorarlo». Oltretutto la tecnica della perfusione viene impiegata anche per le donazioni “a cuore fermo”: ormai anche in Italia si interviene su donatori la cui morte viene accertata non solo con criteri neurologici, cioè la morte cerebrale, ma cardiocircolatori. «In questi casi – aggiunge Nanni Costa – dopo l’accertamento del decesso sui donatori viene utilizzata la perfusione regionale per migliorare l’ossigenazione dei tessuti: poi si rigenerano i singoli organi. E’ un mondo in continua evoluzione». In grado di aumentare la platea di donatori.
Centri autonomi
Tutto questo rispettando i “range”, cioè i limiti di età degli organi donati, oltre i quali non ci si può (ancora) spingere: se il fegato è trapiantabile fino a 90 anni, il rene arriva mediamente a 70-75 (talora anche oltre), mentre per cuore e polmone siamo intorno ai 60 anni. E fatta salva l’autonomia decisionale di ogni centro-trapianto, e di ogni chirurgo, sull’accettazione degli organi disponibili. Allo stesso modo, nessun centro, dopo avere rifiutato un organo sulla base delle proprie valutazioni, può dichiarane l’indisponibilità al trapianto per gli altri.
Di Alessandro Mondo
