Notiziario AIOM

La rivoluzione del ‘biotech’. I nuovi farmaci made in Italy

Investimenti e ricerca: 211 aziende e 63mila addetti

Da Avvenire del 13-10-2016

 «E’ come un Rinascimento. Ha ragione il ministro Beatrice Lorenzin quando dice che con questa ondata di innovazione del biotech la farmacologia sta passando dall’età del bronzo a quella dell’oro, anche grazie alla ricerca italiana». Non ha dubbi il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, snocciolando dati e numeri che fanno sventolare alto il tricolore nel campo della farmaceutica. Una rivoluzione targata biotech. Se è indietro in altri ambiti e settori, con le sue eccellenze a livello scientifico e industriale l’Italia è un grande polo internazionale dell’innovazione per i farmaci biotech. Nel 2015 gli investimenti in ricerca sono stati 1,4 miliardi (7% del totale in Italia) e i pazienti possono al momento contare su 202 farmaci biotech (sono 300 i prodotti biotech in sviluppo, con le domande di brevetto cresciute del 54% nel 2015), che interessano 11 aree terapeutiche, frutto della ricerca di 28 aziende. Vaccini e malattie rare sono due dei più importanti campi di applicazione: 71 dei prodotti biotecnologici in commercio sono vaccini e 30 sono destinati al trattamento delle malattie rare. I progetti attualmente in sviluppo sono 324 (in crescita rispetto all’anno precedente del 7%) e riguardano soprattutto l’area oncologica dove, nei primi anni ’90, il 46% dei pazienti italiani riusciva a sopravvivere a 5 anni dalla diagnosi di un tumore, mentre oggi la percentuale è salita a 57 per gli uomini e a 63 per le donne. Molti anche i progetti di sviluppo negli altri ambiti medici: dai 46 in neurologia ai 44 per le malattie infettive, dai 35 per le malattie autoimmuni ai 24 per quelle metaboliche, epatiche ed endocrine.

A contribuire a rendere il settore farmaceutico un’eccellenza nel panorama nazionale e internazionale sono 211 aziende (dai colossi più noti alle micro imprese) per un fatturato nel biotech di 7.912 milioni di euro e investimenti in ricerca e sviluppo per 623 milioni. «Si pensa sempre che l’industria farmaceutica abbia l’obiettivo primario di fare profitto sulle malattie della gente – osserva Scaccabarozzi -. Certo, il profitto si fa e deve essere equo, ma in gran parte viene reinvestito nella ricerca, che lo Stato non può certo fare. Per sviluppare un farmaco oggi servono circa due miliardi e mezzo e dieci anni di studi e sperimentazioni, con il rischio di ingenti fallimenti. I farmaci oggi in commercio sono stati scoperti dieci anni fa, è il normale iter di sviluppo clinico e regolatorio. Se l’opinione pubblica pensasse al valore e ai costi della ricerca comincerebbe forse a provare un po’ più di simpatia per la poco amata industria farmaceutica. Soprattutto adesso, con l’avvento dei farmaci biotech». Per capire lo sviluppo vertiginoso della ricerca in questo campo, si pensi che soltanto l’anno scorso l’European Medicines Agency (Ema) ha autorizzato 93 farmaci, di cui 70 sono nuove molecole. Dieci anni fa i nuovi prodotti erano 20, mentre i farmaci biotech oggi rappresentano il 20% di quelli in commercio, il 40% dei nuovi autorizzati e il 50% di quelli in sviluppo. «Ogni medicinale è il risultato di un lungo processo e, dopo la prima fase di sperimentazione, soltanto il 4% delle molecole diventa farmaco. È questo il motivo per cui la ricerca è quasi solo privata- spiega il presidente di Farmindustria -. Con costi e rischi d’insuccesso così alti sarebbe molto difficile per lo Stato trovare le necessarie risorse».

Risorse, naturalmente, anche umane. L’anno scorso gli addetti nell’industria farmaceutica in Italia sono aumentati dell’1%, soprattutto in produzione e ricerca (+3%), arrivando a 63.500. I nuovi assunti sono stati seimila, il 20% in più rispetto ai 5 anni precedenti. E la metà sono under 30. Anche la produzione ha registrato un balzo in avanti con oltre 30 miliardi di euro, grazie alla forza trainante dell’export (22 miliardi, pari al 73%). Esportazioni che dal 2010 sono cresciute del 57% rispetto a una media dei Paesi Ue del 33%. Gli investimenti sono frattanto arrivati a 2,6 miliardi (1,4 in ricerca e sviluppo e 1,2 in produzione), con un aumento del 15% in due anni proprio grazie al biotech. «Oggi abbiamo farmaci sempre più mirati che vanno ad agire solo sulla parte della cellula malata senza intaccare le cellule sane, come succede purtroppo con la chemioterapia – spiega Scaccabarozzi -. Grazie al biotech gli effetti collaterali vengono minimizzati, perché all’origine c’è una cellula vivente che rende i farmaci più compatibili con la biologia del nostro corpo. In laboratorio la sintesi chimica dei medicinali sarà soppiantata dal biotech».

Di Massimo Iondini

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