Notiziario AIOM

Percorsi di diagnosi e cura ancora poco messi in pratica

Dovrebbero facilitare l’assistenza ai pazienti con malattie complesse

Da CORRIERE DELLA SERA del 29-1-2017

Può capitare, a volte, che il proprio medico di famiglia o lo specialista ci mettano di fronte a una sigla: Pdta. Dietro l’acronimo che sta per “percorsi diagnostico terapeutici assistenziali” si nasconde un mondo (in parte) nuovo. Se vogliamo tradurlo in un concetto, si tratta di essere seguiti con un pacchetto “chiavi in mano” senza dovere sbattere la testa — da soli — da un ambulatorio a un ospedale e viceversa.

Sono i medici di famiglia, gli specialisti, gli infermieri e altre figure professionali a passarsi la “staffetta” a seconda delle esigenze: dalla prevenzione fino alla diagnosi, al trattamento e alla riabilitazione. I Pdta sono uno strumento pensato principalmente per chi soffre di una patologia cronica, che spesso richiede le cure di più dottori, trattamenti continui, controlli periodici.

Fin qui la teoria. Ma in pratica, questi percorsi dedicati riescono davvero a migliorare la qualità dell’assistenza e la vita dei malati? «Il paziente non è più costretto a “inseguire” i diversi operatori sanitari, a fare la spola da uno specialista all’altro, a doversi districare tra esami, ricette e lunghe attese — spiega Tonino Aceti, coordinatore del Tribunale dei diritti del malato-Cittadinanzattiva — . Col Pdta, infatti, si fa chiarezza su chi-fa-cosa, come e quando nelle diverse fasi della malattia. Insomma, è la struttura del Servizio sanitario nazionale che prende in carico il malato».

I vantaggi? «Tra gli altri — sottolinea Aceti — si riducono i tempi per arrivare alla diagnosi, quindi si cominciano tempestivamente le terapie più appropriate. Si riducono, poi, anche i tempi di attesa».

Ma quanto sono diffusi i Pdta sul territorio? E, soprattutto, con quali risultati? A fare il punto sulla loro attuazione è un recente Rapporto “Conoscere i Pdta”, realizzato dal Laboratorio sui Pdta del “Forum risk management in sanità”, che da oltre un decennio concorre a promuovere buone pratiche per la sicurezza dei cittadini. L’indagine registra diverse esperienze di Pdta, utilizzati maggiormente per patologie croniche come il diabete, la Bpco-broncopneumopatia cronica ostruttiva, lo scompenso cardiaco, l’ictus e diverse malattie oncologiche. Sono stati attivati anche Pdta per chi soffre di demenze, di incontinenza urinaria, di disturbi del comportamento alimentare, di sensibilità chimica multipla ed altri ancora. Alcune Regioni, inoltre, hanno recepito i Pdta approvati dalla Conferenza Stato-Regioni per le malattie reumatiche infiammatorie e autoimmuni e per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, malattia di Crohn e colite ulcerosa.

Il problema, però, è che «in molti casi i percorsi rimangono ancora sulla carta — sottolinea il presidente della Fondazione “Sicurezza in sanità” Vasco Giannotti, che fa parte del comitato scientifico del Laboratorio sui Pdta — . Nello studio abbiamo raccolto le fonti normative regionali proprio per individuare i maggiori ostacoli nella loro attuazione e capire come superarli. E abbiamo scoperto che, anche nelle Regioni dove i Pdta sono stati introdotti con apposite delibere, non si è in realtà fatto ancora abbastanza per renderli operativi».

Tranne qualche eccezione, uno dei principali punti critici evidenziati dall’indagine è lo scarso flusso di informazioni per la gestione del percorso e la sua valutazione in termini di efficacia e di efficienza: in sei casi su dieci non viene utilizzato un sistema informativo integrato tra ospedale e territorio.

Rispetto agli indicatori presi in considerazione per valutare la qualità dei Pdta (numero dei pazienti presi in carico, ricoveri impropri evitati, soddisfazione degli assistiti ), sono definiti in maniera variegata a seconda delle diverse realtà territoriali e regionali. Inoltre, manca un’adeguata informatizzazione dei servizi ed è ancora insufficiente l’inclusione nei percorsi di attività di prevenzione e riabilitazione.

Di Maria Giovanna Faiella

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