Questa tecnologia viene utilizzata per un sempre maggior numero di interventi. Ma nel bilancio fra vantaggi e svantaggi pesa molto l’esperienza del chirurgo. Il nostro è fra i paesi in cui i dispositivi sono più numerosi, ma per ammortizzarne i costi sarebbe necessaria una loro distribuzione più razionale sul territorio
Da CORRIERE DELLA SERA – CorriereSalute del 13-11-2016
La tecnologia è il mantra dei tempi moderni. Ma è sempre così o rischiamo a volte di innamorarci del nuovo a sproposito? La domanda circola fra gli urologi dopo la pubblicazione, poche settimane fa, del primo studio randomizzato e controllato, pubblicato su The Lancet, che ha messo a confronto la chirurgia classica “aperta” e la chirurgia robotica per la rimozione di un tumore alla prostata: i dati, ottenuti su più di 300 uomini, dicono che a tre mesi di distanza dall’operazione il chirurgo in carne e ossa e quello robotico garantiscono gli stessi risultati. A ben guardare con il robot si riducono gli eventi avversi durante l’intervento (2% contro 8%) e le complicanze postoperatorie (4% anziché 9%), ma in termini di rimozione del tumore, funzionalità urinaria e sessuale i due approcci parrebbero più simili del previsto. Gli autori ammettono che servirà altro tempo per capire se davvero i risultati siano sovrapponibili, ma intanto incoraggiano i pazienti a non scegliere una tecnica chirurgica o un’altra, ma ingenerale un bravo chirurgo.
Una frenata agli entusiasmi non del tutto condivisa nel nostro Paese, dove l’esperienza con il robot-chirurgo, il famoso da Vinci, è fra le maggiori. «Se a operare in modo tradizionale è un luminare il risultato è ugualmente buono, ma nella media la chirurgia aperta provoca sequele con un impatto sulla qualità di vita del paziente, come il rischio di impotenza e incontinenza — osserva Ottavio De Cobelli, direttore della Divisione di Urologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, al primo posto in Italia per numero di interventi robot-assistiti sulla prostata —. Con il robot la probabilità scende perché lo strumento consente di ingrandire varie volte l’immagine del campo operatorio, che risulta nitido e pulito, e di compiere movimenti impossibili per la mano umana». «L’intervento robotico è rapido e così preciso da ridurre moltissimo il rischio di recidive, perché grazie a una visione amplificata del campo operatorio ci si assicura che venga asportato tutto il tessuto malato — conferma Vincenzo Mirone, segretario della Società Italiana di Urologia —. Accanto agli ottimi risultati in termini di sopravvivenza senza malattia, la tecnica robotica evita l’incontinenza, che è un problema per il 5% dei pazienti operati a cielo aperto. Inoltre, grazie a una maggior capacità di risparmiare i fasci nervosi che regolano l’erezione, è molto utile nei pazienti con tumore alla prostata che hanno un’erezione efficiente e vogliono conservarla per una buona vita sessuale anche dopo l’intervento, per esempio gli uomini più giovani; con la chirurgia standard la probabilità di deficit erettivi arriva al 60% nel primo anno dall’operazione». Il robot da Vinci, che è una sorta di evoluzione della chirurgia laparoscopica, ha quattro “braccia” che vengono inserite nel corpo tramite piccoli fori: uno porta la telecamera 3D ad alta definizione, gli altri servono per gli strumenti operatori e sono “mani” che possono ruotare di 360 gradi, guidate dal chirurgo in carne e ossa seduto alla console di comando.
Come gli interventi in laparoscopia, il robot garantisce una riduzione delle perdite di sangue e del dolore post-operatorio, cicatrici poco visibili e una degenza breve; in più però consente un’esecuzione tecnica migliore, grazie alla tridimensionalità del campo visivo e alla mano robotica che può fare movimenti più ampi e fini di quella umana, e senza alcun tremore. Con il robot perciò si possono operare per via mininvasiva, e con migliori risultati, pazienti che prima non potevano essere trattati in questo modo ed è indicato soprattutto nei casi ad alta complessità.
Resta il neo della spesa elevata. Il robot costa da 1,5 a 2,7 milioni di euro a cui si aggiungono decine di migliaia di euro per la manutenzione annuale; per i materiali d’uso di ogni intervento servono 4-5 mila euro a cui si sommano i costi ospedalieri. «Certo non poco, ma dobbiamo paragonarli al costo di tutto il percorso del paziente — sottolinea De Cobelli —. Per questo è sensato che in ogni Regione ci siano 2-3 centri di riferimento con un grosso volume di interventi: ciò garantisce il massimo dell’esperienza, i migliori risultati possibili e un rapporto costo-beneficio ottimale».
Di Elena Meli
Ma le «macchine» sono mai distribuite
Sulla teoria ci sono pochi dubbi: l’ideale è avere un giusto numero di robot, ben distribuito in centri di eccellenza dove eseguire tanti interventi per ammortizzare il costo della macchina e rendere sostenibile ed efficiente l’alta tecnologia. I dati della Società Italiana di Urologia appena presentati al congresso nazionale raccontano un’altra realtà: «in Italia ci sono 82 robot-chirurghi, che basterebbero. I problemi sono la distribuzione a macchia di leopardo e la differenza fra Nord e Sud del Paese — spiega Vincenzo Mirone, segretario SIU —. Al Nord i robot sono 44, al Centro 25 di cui 11 in Toscana, ai Sud e nelle isole 15, di cui 9 fra Campania e Puglia. In Lombardia ce ne sono 21, in Molise neppure uno; in Sicilia uno, la Calabria attende il suo primo a breve. Una situazione simile favorisce la migrazione sanitaria dei malati peri quali il robot è più indicato, con un aggravio considerevole di costi». Ma la soluzione non è un robot in ogni reparto: «L’installazione ha senso solo se si possono eseguire come minimo 350 interventi l’anno. Una redistribuzione, in modo che ogni Regione abbia uno o più centri d’eccellenza, sarebbe la soluzione migliore». E.M.
L’origine. Serviva a operare a distanza nei teatri di guerra
I robot-chirurghi sono nati come “chirurghi di guerra”, per operare negli ospedali da campo durante i conflitti: in queste situazioni difficilmente c’è l’esperto necessario, così si era pensato a chirurghi-robot manovrabili a distanza dal medico, lontano dal teatro di guerra. Applicazioni tuttora sperimentali, perché la trasmissione del segnali a distanza può essere imprecisa e pregiudicare i risultati, i costi sono troppo alti e serve comunque un chirurgo reale accanto ai tavolo operatorio. Negli ospedali civili l’uso del robot è approvato dal 2000 e l’Italia fin dagli albori è stata in prima fila: fra i membri fondatori della Clinrcal Robotic Surgery Association Internazionale gli Italiani sono secondi solo agli statunitensi e l’italiano Pier Cristoforo Giulianotti è considerato uno dei pionieri della chirurgia robotica mondiale. E.M.
I costi al momento non giustificano l’estensione a patologie benigne
Quasi 12 mila studi, condotti in tutto il mondo su migliaia di pazienti. A tanto ammonta l’esperienza con il robot-chirurgo, ma nella maggioranza dei casi si tratta di interventi in oncologia: è sulla rimozione del tumore che i costi della robotica sono più giustificati perché la precisione garantisce di risparmiare le zone vicine massima efficacia e minimo danno.
Pian piano, però, i robot stanno entrando in sala operatoria anche per patologie benigne: succede per ora solo nei grandi centri, ma non è escluso che con il diffondersi della tecnologia non accada più spesso. Negli Stati Uniti, per esempio, alcuni grossi ospedali usano la chirurgia robotica anche per l’ipertrofia prostatica benigna.
«A oggi, nella pratica dei nostri centri, può avere un senso solo se la prostata è mollo grande, al di sopra d ci 150 grammi, per evitare la chirurgia a cielo aperto. Con volumi inferiori esistono altre tecniche endoscopiche con accesso dall’uretra che non comportano “buchi” e sono efficaci e meno costose del robot — puntualizza l’urologo dello leo di Milano Ottavio De CobeIli —. Esistono tuttavia patologie urologiche benigne che possono trarre vantaggio dal robot, come il restringimento del passaggio fra rene e uretere o la sospensione della vescica in donne anziane con un prolasso dell’organo che provoca incontinenza». Nelle donne, il robot potrà avere ulteriori impieghi in un prossimo futuro, come spiega Angelo Maggioni, direttore della Divisione di ginecologia allo IEO: «Ai dì là dell’oceano, il robot è usato spesso per le isterectomie benigne. Ciò che impedisce di farlo anche in Italia è il costo elevato ma, quando sarà paragonabile a quello della laparoscopia, la nuova tecnica sarà più utilizzata». E.M.
