La pratica dell’assenso, che ci viene richiesto prima di essere sottoposti a interventi, accertamenti diagnostici e terapie, è ormai assodata. Non c’è ospedale o ambulatorio in Italia che non abbia i propri moduli. Ma, quando firmiamo, la nostra è una scelta davvero consapevole o è solo un atto burocratico?
Il consenso informato è ridotto troppo spesso a una pura formalità burocratica, che viene vissuta dai pazienti come un mezzo dei professionisti per liberarsi dade responsabilità. E invece il riconoscimento del ruolo del malato nel percorso terapeutico
Da CORRIERE DELLA SERA del 22-1-2017
Ne ha fatta di strada il consenso informato. La pratica dell’assenso richiesto ai pazienti prima di sottoporli ad accertamenti diagnostici e terapie è ormai assodata. Non c’è ospedale o ambulatorio in Italia che non abbia i propri moduli per il consenso alle prestazioni, da far firmare all’assistito per informarlo sulle procedure proposte, sui rischi e sulle alternative. Ma ha percorso altrettanta strada il diritto della persona di scegliere davvero, consapevolmente, che cosa fare per la propria salute? Non ne è convinto Maurizio Mori, filosofo, presidente della Consulta di Bioetica Onlus (associazione apartitica e laica fondata nel 1989 dal neurologo Renato Boeri). «C’è ancora molto da fare — dice —. Vedo segnali d’involuzione». Dello stesso parere Tonino Aceti, segretario nazionale del Tribunale dei diritti del Malato: «Il consenso è entrato nella prassi come procedura, ma resta la necessità di qualificarlo. E i dati dicono che i problemi si stanno accentuando».
Secondo il Rapporto PIT Salute 2016 del Tribunale dei diritti del Malato-Cittadinanzattiva, infatti, delle oltre 21 mila segnalazioni degli assistiti per problemi nei rapporti con la Sanità giunte nel 2015, l’11,4% ha riguardato l’accesso alle informazioni e di questi casi il 22% proprio il diritto al consenso informato (oltre il 4% in più rispetto all’anno precedente). Le criticità denunciate: brevità del colloquio avuto con il medico; modulo per il consenso presentato solo pochi minuti prima del trattamento; terminologia troppo tecnica e quindi di fatto incomprensibile. E, ancora oggi, per tanti la firma apposta rappresenta solo uno “scarico di responsabilità” in favore del medico (equivoco duro a morire).
«Premetto — dice Mori — che considero il consenso informato importante quanto il diritto di voto: come, attraverso il voto, si acquisisce la partecipazione alla vita pubblica, attraverso il consenso informato, si acquisisce la partecipazione alla gestione della propria esistenza biologica. Ma sul consenso vedo oggi incertezze e abusi. Incertezze, nei molti che ancora dicono al medico “faccia lei”: il che equivale a chiedere che cosa si debba votare, o a non votare. Abusi, su fasce deboli della popolazione. Penso, ad esempio, a chi è prossimo alla maggiore età, ma per la legge ancora un “minore” sotto la potestà dei genitori: il diritto all’autodeterminazione di questi ragazzi dipende dalla sensibilità e dall’iniziativa dei singoli operatori sanitari, che possono trovarsi davanti grandi ostacoli. Penso agli anziani, spesso messi automaticamente sotto la tutela dei familiari, come se l’età avanzata fosse sinonimo d’incapacità. E chiedo, inoltre: quante diagnosi di Alzheimer alle prime insorgenze vengono comunicate al paziente perché possa prendere le opportune misure in una fase in cui è ancora capace di decidere e disporre? E quanti medici si impegnano in un reale dialogo con chi soffre di disturbi psichici?».
«Ma i problemi non ci sono solo in queste situazioni particolari — prosegue Mori —. Incontro medici che si sentono “tiranneggiati” se i malati dissentono dalle loro proposte di cura, e vedo affacciarsi nuovi interrogativi, per esempio di fronte a pazienti di altre culture». «Oggi nel Servizio sanitario — aggiunge Aceti — si guarda molto, in parte giustamente, all’efficienza, con il rischio però di trasformare la Sanità in un “prestazionificio”. All’insegna della produttività, il tempo della relazione medico-paziente si sta inesorabilmente riducendo. Del resto, in un sistema in cui tutto ha valore economico tranne la “comunicazione”, questa non può che diventare residuale. E allora a saltare è la “sostanza” del consenso, spesso ridotto ad atto burocratico, svolto in fretta, con molta attenzione alla forma e poca al significato; tanti continuano a considerarlo uno strumento per sollevare i medici da responsabilità legali e non uno strumento per la condivisione del percorso di cura. Non c’è da stupirsi: nella medicina “amministrata dall’alto”, meno sono i passaggi di confronto, più facilmente si raggiunge l’obiettivo». E se il consenso informato, viste le difficoltà, avesse bisogno di essere riformato?
Lo suggerisce Fabrizio Cafaggi, ordinario di Diritto privato all’Università di Trento, che ne ha parlato in un convegno organizzato da AGePI, Associazione Gestori Sociosanitari e cure Post Intensive, a Milano. La complessità del consenso — ha proposto —potrebbe essere graduata, procedendo da un consenso semplice per prestazioni «ad alto livello di incertezza sui risultati e basso livello di rischio per il paziente», per giungere a decisioni sempre più condivise mano a mano che «diminuisce l’incertezza della prestazione ma aumenta il rischio per l’assistito». Si potrebbe perfino — ha ipotizzato Cafaggi – modulare il consenso in base a una preliminare profilazione del rischio della persona in relazione alla salute, un po’ come si fa già in materia di scelte finanziarie. Un’idea suggestiva, che non mancherà di far discutere.
Di Cristina D’Amico
Obblighi
Non esiste una legge generale sul consenso informato ma norme che ne prevedono l’obbligo in casi specifici: trapianto di rene da vivente, interruzione volontaria gravidanza, aids, attribuzione di sesso; tossicoclipendenza, sperirnentazione, procreazione assistita, donazione sangue.
C.DA.
Che nessuna persona cosciente e capace possa essere sottoposta a un trattamento sanitario contro, oppure senza, la propria volontà è un principio giuridico ormai consolidalo. Da questo consegue che il consenso informato – cioè l’accettazione volontaria da parte del paziente del trattamento medico-chirurgico che gli viene proposto – è ritenuto oggi il presupposto indispensabile per la legittimità di ogni atto medico. Sentenze dei giudici di ogni grado hanno affermato che in mancanza di consenso informato, qualsiasi attività sanitaria su una persona cosciente e capace è da ritenersi Illecita, indipendentemente dai risultati ottenuti. In sostanza, dalla mancata acquisizione di un valido consenso può derivare una responsabilità legale a carico del medico a prescindere dal fatto che la prestazione eseguita senza la preventiva autorizzazione del paziente abbia prodotto su di lui effetti positivi.
