Notiziario AIOM

Sanità, 11 milioni rinunciano alle cure

Il Censis: corsa al privato, spesa a 34,5 miliardi, 80 euro a testa in due anni

Da Il Sole24 ORE del 9-6-2016

Undici milioni di italiani – erano 9 milioni nel 2012 – che rinviano le cure o vi rinunciano del tutto perché non ce la fanno a pagarsele. E una spesa privata per la salute pagata di tasca propria dagli assistiti che ha ormai toccato quota 34,5 mld, il 13,2% e 80 euro a testa in più nel giro di soli due anni. Due dati apparentemente in contrasto, in realtà due facce della stessa medaglia. Perché è insieme l’immagine della crisi e quasi la cronaca di una disfatta per la sanità pubblica in Italia quella che emerge dal rapporto di Censis-Rbm Salute presentato ieri a Roma al Welfare Day sulla sanità integrativa.

Una foto di gruppo impietosa, quella scattata dal Censis, che tocca tutti i (tanti) nervi scoperti del Servizio sanitario nazionale. A partire dalla vergogna delle liste d’attesa che poi sono una delle cause principali provocano la fuga dal Ssn e così la ricerca di un riparo presso le strutture e gli ambulatori privati, più rapidi nei servizi e non di rado più convenienti per via dei maxi ticket per la salute. Per non parlare del vizietto delle cure (a pagamento) e degli interventi in intramoenia con i medici pubblici che riguardano 7 milioni di assistiti. Per arrivare a una qualità via via più scadente dei servizi e delle prestazioni e un gradimento degli italiani che va sempre più scolorando, soprattutto da Roma in giù.

Ecco così dal Censis il check di un Ssn e di un’Italia della salute pubblica con tutti i suoi tic spesso anche difficili da comprendere. Un esempio tra i tanti: nonostante 5,4 milioni di assistiti ammettano di aver ricevuto nell’ultimo anno prescrizioni inutili (di farmaci, visite, analisi) dal loro medico – spese sprecate insomma – oltre la metà della popolazione non accetta però che il suo dottore sia sanzionato per quelle ricette evitabili. E che dunque lo spreco sia evitato. Tutto questo mentre cresce tra gli italiani la consapevolezza della necessità di trovare strade alternative per la copertura delle proprie spese per la salute e per avere accesso alla qualità: tra sistema pubblico in crisi e sanità privata che cresce, avanza così non a caso la voglia di sanità integrativa tra chi oggi ne è escluso. O perché non può permettersela o perché non ha opportunità di Fondi contrattuali di categoria. Una strada, la sanità integrativa, che secondo il Censis libererebbe anche le liste d’attesa e consentirebbe di canalizzare meglio e a costi minori quella spesa privata per la salute pagata di tasca propria dagli italiani: in 26 milioni non a caso si dicono propensi ad aderire alla sanità integrativa.

Laricerca del Censis ci dice intanto che 10 milioni di cittadini ricorrono sempre di più alla sanità privata e ben 7milioni alle prestazioni in attività intramoenia dei medici. Non possono aspettare e stare in coda per potersi curare nel Ssn: così almeno afferma il 72% degli assistiti. Il boom dei 34,5mld di spesa sanitaria privata si spiega in grandissima parte così. Mentre al contrario, sotto i colpi di scure della crisi e dei tagli al Ssn, cresce l’esercito di chi rimanda le cure, o addirittura vi rinuncia: tra gli 11 milioni di chi ha desistito dal curarsi o prende tempo, 2,4 milioni sono anziani e 2,2milioni sono i millennials. I più deboli, insieme a chi ha redditi più bassi. Una coperta sempre troppo corta o troppo stretta, fa lo stesso. Sempre di un fallimento, o quasi, si tratta.

«Non si fanno le nozze con i fichi secchi», ha commentato la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ricordando la crisi e i tagli miliardari di questi anni e rilanciando la richiesta di un aumento dei fondi per la salute. I famosi 2 mld in più, legati però all’aumento del Pil. E alle esigenze delle casse pubbliche, che sotto manovra finiscono sempre per ridursi. Non nega, insomma, Lorenzin, che la partita è tutta da giocare. Ma «i fichi secchi sono una scelta politica del Governo», ha ribattuto la Cgil alla ministra. Che nega però l’esistenza di un malessere diffuso e anzi l’esistenza di diffuse eccellenze regionali, che sono il traguardo da centrare per tutti. Una contaminazione di qualità Nord-Sud che troppo spesso suona però purtroppo ancora come una scommessa. Che non si può più perdere.

Di Roberto Turno

 

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