Notiziario AIOM

Senza la scienza le infezioni uccidono

All’inizio del ‘900 si moriva prima dei 50 anni. Poi sono arrivate peniccillina e immunizzazioni. Così oggi galoppiamo oltre gli 80. I bambini non soccombono a virus o a batteri. Viaggio a ritroso. Per scoprire come antibiotici e vaccini ci hanno allungato la vita

Da la Repubblica del 30-5-2017

Non se le ricorda quasi più nessuno quelle epidemie, i morti, le infezioni che fiaccavano gli italiani dei primi decenni del secolo scorso. Eppure qualcosa è rimasto nella memoria collettiva, ad esempio il riflesso condizionato dei più anziani che cercano istintivamente l’antibiotico anche per un semplice raffreddore. Vanno capiti, quando erano piccoli le malattie infettive uccidevano ancora. Nei primi anni Quaranta circa 1 bambino fino a 5 anni su 10 moriva a causa di virus e batteri. E i nati erano tra gli 800mila e il milione l’anno. Adesso siamo scesi a 4 su mille, e ad uccidere sono principalmente malformazioni congenite o problemi neonatali nel primo anno di vita. E così chi ha visto famiglie decimate dalle setticemie vive l’antibiotico come il toccasana, tanto da rischiare di abusarne. «È vero, oggi c’e l’emergenza delle resistenze a questi farmaci, provocata da un uso eccessivo e sconsiderato. Ma gli antibiotici hanno cambiato la storia della medicina», dice Massimo Galli, ordinario di infettivologia al Sacco di Milano. Se da un lato si rischia la cosiddetta inappropriatezza, dall’altro anche gli antibatterici sono finiti, con i vaccini, nel mirino di chi non si fida della medicina ‘ufficiale” e li ritiene pericolosi. Così non li usa se è un medico o si affida a cure alternative se è un paziente. Una degenerazione eclatante di questo atteggiamento sembra essere dietro la tragedia del bimbo morto ad Ancora per un’otite curata con l’omeopatia.

La penicillina è arrivata in Italia nel 1944 con le truppe angloamericane, insieme a Coca cola, chewing gum e Boogie woogie. «E via via che i soldati risalivano il nostro Paese si vedevano gli effetti del nuovo farmaco sulla popolazione», racconta lo storico della medicina Giorgio Cosmacini: «A un certo punto a Milano si moriva di polmonite e a Napoli invece no». Erano passati già anni da quando Fleming aveva messo a punto il primo antibiotico. «Era pronta nel 1929 ma è rimasta nei laboratori per 10 anni, è stata la guerra a incentivare le sperimentazioni – spiega sempre Cosmacini – L’hanno chiamata rivoluzione farmaco-terapeutica. Il mondo è cambiato, si è diffuso l’ottimismo anche riguardo ai progressi medici. Si pensava di poter sconfiggere tutte le malattie».

Grazie alla penicillina e poi alla streptomicina i batteri dal dopoguerra hanno iniziato a fare meno paura. Secondo l’Istat nel 1943 influenza (come agente scatenante di malattie batteriche), bronchite, polmoni-te e altre infezioni respiratorie uccidevano circa 54 bambini sotto i 5 anni ogni mille. Già nel ’61 si potevano osservare i benefici delle terapie antibiotiche, visto che si scese a 10,9. Anche gastroenteriti, coliti, appendiciti e febbri tifoidi nel 1943 erano temibili, visto che colpivano in modo fatale 60 bambini su 1.000. Ebbene, la mortalità per tutte queste malattie dagli anni Duemilia è scesa praticamente a zero.

«La nostra situazione era simile a quella che purtroppo si osserva oggi in certi Paesi africani – spiega Maurizio De Martino, ordinario di pediatria al Meyer di Firenze- La svolta c’è stata per quattro fattori: la potabilizzazione dell’acqua, la catena del freddo e i vaccini e gli antibiotici ». Anche i vaccini, arrivati in periodi storici molto diversi tra loro, sono stati fondamentali per risolvere malattie infettive che hanno sconvolto il Novecento. Nel mondo occidentale, secondo i dati Oms rielaborati dall’Agenzia italiana del farmaco (Alfa ), nel secolo scorso sono morte 400 milioni di persone di vaiolo, 97 di morbillo, 38 di pertosse, 37 di tetano, 22 di meningite e 12 di epatite B. Con l’arrivo della vaccinazione di massa seno state salvate circa 500 milioni di persone. «Contro Ia polio il vaccino ha avuto un impatto eccezionale», dice sempre De Martino. Lui non ha l’età per aver visto le persone colpite da questa malattia, ma sa bene cosa ha provocato. «Fino al 1964/65 – racconta – ogni anno c’erano circa 5mila persone paralitiche per la polio, poi avevamo anche coloro costretti a trascorrere tutta la vita nel polmone d’acciaio. Non vediamo casi di poliomielite da anni ma temo che se si andrà avanti con il calo di coperture avremo nuove diagnosi, un po’ come avviene con il morbillo». Il vaccino contro questa malattia, al centro di polemiche e sospetti no-vax, è più recente, risale degli anni Settanta. Dai Novanta si fa con antuiparotite e rosolia. «Un malato su mille prende la meningoencefalite, spesso fatale – chiude De Martino -Prima del vaccino, ogni 3 o 4 anni avevamo ondate di malattia, che interessavano praticamente tutti i bambini di una generazione e cioè centinaia di migliaia. E chi non moriva per le encefaliti poteva avere strascichi importanti tutta la vita».

Di Michele Bocci

 

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