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Congresso ESMO. “DAL TUMORE DELL’ESOFAGO AL CARCINOMA RENALE, L’IMMUNO-ONCOLOGIA PUÒ CAMBIARE LO STANDARD DI CURA”

Grande rilievo all’immuno-oncologia al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si è svolto dal 19 al 21 settembre in forma virtuale.

In particolare, i dati relativi al tumore gastrico e dell’esofago sono stati significativi. Nello studio di fase 3 CheckMate -649, il trattamento di prima linea con nivolumab in associazione con chemioterapia ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente importante della sopravvivenza globale (OS) e della sopravvivenza libera da progressione (PFS) nei pazienti con tumore gastrico metastatico o avanzato non resecabile, tumore della giunzione gastroesofagea o adenocarcinoma esofageo, rispetto al trattamento con la sola chemioterapia. I benefici di OS e PFS sono stati osservati nei pazienti con espressione PD-L1 con un punteggio positivo combinato (CPS) ≥ 5, raggiungendo entrambi gli endpoint primari dello studio. La sopravvivenza globale (OS) statisticamente significativa mostrata da nivolumab associato a chemioterapia è stata anche rilevata nei pazienti con espressione PD-L1 con CPS ≥ 1 e in tutta la popolazione randomizzata.

All’ESMO sono stati presentati anche i dati dello studio di fase 3 KEYNOTE-590, che ha valutato pembrolizumab in combinazione con chemioterapia a base di platino per il trattamento di prima linea dei pazienti con tumore localmente avanzato o metastatico dell’esofago e della giunzione gastroesofagea. Pembrolizumab in combinazione con la chemioterapia ha migliorato in modo significativo la sopravvivenza globale, riducendo il rischio di morte del 27% rispetto alla chemioterapia in tutti i pazienti in trattamento. Il beneficio è risultato ancora maggiore nei pazienti ad istologia squamosa che esprimono PD-L1 (CPS ≥10), dove si è evidenziata una riduzione del rischio di morte del 43%.

Evidenze importanti anche nel trattamento adiuvante con l’immunoterapia, somministrata cioè dopo la chirurgia. Nello studio di fase 3 CheckMate -577, il trattamento adiuvante con nivolumab ha mostrato un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza libera da malattia (DFS), endpoint primario dello studio, rispetto a placebo nei pazienti con tumore dell’esofago o della giunzione gastroesofagea in seguito a chemioradioterapia neoadiuvante e resezione chirurgica. La sopravvivenza mediana libera da malattia è raddoppiata nei pazienti trattati con nivolumab rispetto a quelli trattati con placebo dopo chirurgia. Per la prima volta un’opzione terapeutica adiuvante ha prolungato in modo significativo l’endpoint in questi pazienti.

Nel tumore del rene in fase avanzata o metastatica, l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la neoplasia, sta cambiando lo standard di cura, anche in combinazione con la terapia mirata. Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, presentato all’ESMO, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib in pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato non precedentemente trattato. Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione mediana, endpoint primario dello studio, è raddoppiata (16,6 mesi) rispetto ai pazienti che hanno ricevuto solo sunitinib (8,3 mesi), così come il tasso di risposta oggettiva (56% rispetto a 27%). Va evidenziato anche il buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab.

Nel tumore del polmone, l’immuno-oncologia conferma il suo valore. L’aggiornamento a 4 anni dei risultati dello studio di fase III PACIFIC sottolinea il beneficio di sopravvivenza globale e sopravvivenza libera da progressione, prolungato e clinicamente significativo, nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in stadio III non resecabile trattati con durvalumab, che non siano precedentemente andati incontro a progressione a seguito della chemio-radioterapia concomitante. Il 49,6% dei pazienti trattati con durvalumab a quattro anni è ancora vivo e il 35,3% non è andato incontro a progressione, confermando la possibilità di perseguire un intento curativo in questo setting di malattia.

Conferme da una nuova terapia mirata nel trattamento di una delle forme di tumore della mammella più aggressive e difficili da trattare: quella in fase avanzata, che esprime i recettori estrogenici ma non la proteina HER2, con mutazione di un gene (PIK3CA). Circa due terzi delle pazienti sono colpiti dalla forma HR+/HER2 negativa. PIK3CA è il gene mutato più comune nel carcinoma mammario, presente in circa il 40% delle pazienti con tumore mammario HR+/HER2 negativo. Nello studio Solar-1, il trattamento con alpelisib associato a fulvestrant è risultato associato a un prolungamento della sopravvivenza globale mediana di 8 mesi, rispetto alla sola ormonoterapia, anche se tale differenza non ha raggiunto la significatività statistica. Questo dato, unito all’aumento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza libera da progressione, supporta ulteriormente l’efficacia di alpelisib in una popolazione di pazienti con prognosi particolarmente sfavorevole, dovuta alla presenza della mutazione PIK3CA.

 

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