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Lo studio del Mario Negri. “PROVINCIA DI BERGAMO TRA LE PIÙ COLPITE AL MONDO CON 420MILA CASI DI CONTAGIO STIMATI”

Il 38,5% del campione è risultato positivo al test sierologico ed ha sviluppato gli anticorpi contro il Sars-CoV-2.

Bergamo si profila come una delle aree più colpite al mondo con una sieroprevalenza che supera di gran lunga le stime di New York (19,9%), Londra (17,5%) e Madrid (11,3%). E se si estende il dato del campione a tutta la popolazione della provincia di Bergamo, si può ipotizzare una circolazione del virus che arriva a toccare le 420 mila unità, contro le quasi 16.000 segnalate al 25 settembre 2020. Ciò indicherebbe che il 96% delle infezioni da Covid-19 non è stato rilevato dal sistema sanitario. Questo quanto emerso dallo studio dell’Istituto Mario Negri che sarà pubblicato su EBioMedicine – uno dei giornali del gruppo di Lancet. Lo studio, avviato nel mese di maggio, ha coinvolto 423 volontari: 133 sono proprio i ricercatori del Mario Negri e 290 persone sono addetti dell’Azienda Brembo S.p.A. Ogni volontario è stato sottoposto a tampone nasofaringeo e a due diverse tipologie di test sierologico, per poterne valutare, tra le altre cose, performance e attendibilità.

“Con questo studio abbiamo voluto verificare – dichiara Luca Perico, primo autore dello studio – se il test sierologico qualitativo rapido con ‘pungidito’ potesse rappresentare una valida alternativa al test quantitativo (ELISA) che prevede l’impiego del prelievo venoso. Ed è proprio così. Questo permette di considerare il test rapido ‘pungidito’ come strumento estremamente efficace e prezioso per identificare nel giro di dieci minuti individui che siano venuti a contatto col virus.” La maggior parte dei positivi agli anticorpi contro il coronavirus ha manifestato sintomi nelle prime due settimane di marzo, ma un sottogruppo ha riportato sintomi riconducibili al virus già a inizio febbraio 2020. Non vi sono differenze significative nella positività tra maschi e femmine, mentre i volontari positivi sono in media più anziani di qualche anno rispetto ai volontari negativi al test. Del 38,5% degli individui positivi al test sierologico, solo 23 volontari sono risultati positivi anche al tampone nasofaringeo, che misura la presenza di materiale genetico di Sars-CoV-2 nel naso e nella gola. Si tratta di persone che hanno avuto sintomi nelle settimane precedenti al prelievo. “L’analisi evidenzia che si tratta di casi con una bassissima carica virale che fa pensare a una capacità infettiva probabilmente nulla. I dati da rapportare alla situazione di maggio – afferma Susanna Tomasoni, Capo del Laboratorio di Terapia Genica e Riprogrammazione Cellulare – suggeriscono che qualificare l’entità della carica virale, piuttosto che riportare solo una positività di per sé, è importante per ottimizzare i criteri di dimissione dei soggetti infetti”. “Questo studio – sottolinea Ariela Benigni, Segretario Scientifico e Coordinatore delle Ricerche – ha importanti risvolti per le politiche di contenimento che dovrà mettere in atto il nostro Servizio Sanitario Nazionale nell’eventualità di una seconda ondata di infezione virale. E ci mostra che sarebbe opportuno che per ogni tampone positivo venisse quantificata anche la carica virale, in modo da non avere un quadro epidemiologico fuorviante”.

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