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Specializzandi, 24 milioni agli iscritti nei corsi dal 1983

L’onere della prova. Per ottenere l’indennizzo i ricorrenti non devono dimostrare che al tempo dell’iscrizione non svolgevano altre attività

Da Il Sole24 ORE del 17-3-2016

Ennesima condanna dello Stato per i mancati rimborsi agli ex medici specializzandi. L’ultimo verdetto con cui la Corte d’appello di Roma (sentenza 6942/2015) dà ragione ai camici bianchi, stabilisce un “indennizzo” di 24 milioni di euro a 667 ricorrenti che si sono specializzati nel decennio 1983-1993. Il motivo è quello comune agli ex-specializzandi: la mancata corresponsione delle borse di studio previste da direttive europee (75/362, 82/76 e 93/16) fin dal 1983 per garantire a questi medici un’adeguata retribuzione. Lo Stato italiano non le ha rispettate, fino al 2006.

La sentenza 6942 risparmia ai ricorrenti anche l’onere di dimostrare che nel periodo in cui si sono specializzati non hanno svolto altre attività retribuite: «In ordine alla prova circa l’esclusività e la continuità dei corsi di specializzazione frequentati dagli appellanti – si legge nella sentenza – si rileva che trattasi di circostanza cui gli istanti non sono in grado di rispondere a causa dell’inadempienza dello Stato e che del resto a causa di tale inadempienza…sono stati costretti a seguire i corsi di specializzazione privi delle regole previste nelle direttive Cee».

La pronuncia di Roma arriva dopo quella con cui il Tribunale di Bologna (sentenza 3063 del 27 ottobre 2015) aveva allargato i risarcimenti agli immatricolati alle scuole prima dell’83, inserendo nei rimborsi gli anni dal ’78, malgrado solo per i corsi successivi ci fosse un obbligo di adempiere alle direttive. Alla base della tesi che allarga i risarcimenti, c’è una supposta disparità di trattamento per chi si trovava nelle medesime condizioni.

Sul punto si dovranno però esprimere le Sezioni unite della Cassazione, chiamate in causa con l’ordinanza interlocutoria del 18 novembre scorso (n.23652, si veda Il Sole 24 Ore del 19 novembre 2015). Le Sezioni unite dovrà appianare i contrasti sorti all’interno della stessa Cassazione sul diritto “retroattivo” o meno. Secondo la sezione remittente, l’esclusione non sarebbe discriminatoria, considerando che per gli iscritti ante ’83 le regole da applicare erano quelle esistenti al momento di avvio del corso per l’intera sua durata. I giudici remittenti non trascurano neppure le esigenze di finanza pubblica «che hanno consentito l’evidente gradualità temporale nel complessivo adeguamento dell’ordinamento nazionale alla normativa comunitaria».

In effetti, la partita che si gioca non è di poco conto. Secondo gli Ordini, i medici specializzandi, iscritti tra il 1983 e il 2006 sono 160 mila. Il rischio di esborso per lo Stato, calcolato oggi in 4 miliardi, potrebbe lievitare. Un’ipotesi che ha indotto 21 senatori a presentare una mozione (1-00498) per chiedere un impegno del Governo per una soluzione che preveda un congruo indennizzo in modo da porre fine all’enorme contenzioso. In questa direzione vanno anche le raccomandazioni di Consulcesi, il pool di avvocati che rappresenta la maggior parte dei ricorrenti (402 milioni di risarcimenti sui circa 500 riconosciuti). Per il presidente, Massimo Tortorella, il Governo di trova a un bivio: continuare a pagare i medici o trovare un accordo con loro. Martedì prossimo Consulcesi sarà a Torino per la restituzione di assegni per circa 9 milioni di euro riconosciuti a seguito di altri contenziosi, mentre promette di lanciare una nuova class action a breve.

di Patrizia Maciocchi

 

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