Da LA STAMPA del 30-11-2016
Questo dramma di morti nella malapolvere e per la malapolvere sembra non finire mai. La giustizia, che potrebbe e dovrebbe placare l’inquietudine di un torto subito, pare più invisibile della fibra che provoca la morte di mesotelioma. Perché, a Casale Monferrato e non solo, dove si è sparso amianto come polvere di stelle, un torto l’abbiamo subito, inconsapevoli e inermi.
Per cinque anni si sono esposte bandiere tricolore lungo tutto il percorso del maxiprocesso Eternit in cui era stato contestato il reato di disastro ambientale doloso. Restò in piedi, con relative condanne, per due gradi di giudizio, poi franò in quello che avrebbe dovuto sancire la sua definizione: la Cassazione concluse tutto nella prescrizione. La procura di Torino tirò fuori altre carte e imboccò un’altra via, peraltro tra le righe evocata dalla Suprema Corte, quella di un procedimento per le morti singole, anziché il reato collettivo di disastro. Ne compilò un elenco di 258: sono soltanto un campione, incompleto, dei lutti di questa città. E accusò l’ultimo dei proprietari di Eternit Italiana ancora vivente, l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, di aver messo in conto consapevolmente che questi uomini e queste donne, madri e padri di famiglia, figli che hanno preceduto contro natura i genitori, fratelli, sorelle avrebbero potuto morire per l’amianto che usciva largamente dalla fabbrica, e volteggiava nell’aria, nei cortili, nelle case. Anche questa ipotesi non va. Un giudice non ha ritenuto fondata questa consapevolezza, questa «volizione» in gergo giuridico, da parte dell’imputato. Non nega una colpa cosciente, cioè la previsione, nell’agire dell’imputato, che delle persone sarebbero morte, ma esclude la volontà specifica di aver agito per quello scopo. Colpa e non dolo. E il fascicolo è stato smembrato in quattro parti, i tempi per incardinare nuovi procedimenti si allungano, il gufo della prescrizione è in agguato.
E allora che si fa? Si piange? Ci si sfoga dando la colpa a pubblici ministeri, a giudici, ad avvocati? No, si va avanti. Ci sono già tanti ragazzi che hanno raccolto l’eredità di chi adesso un po’ stanco lo è davvero. Sì, si va avanti.
Altri magistrati prenderanno in mano quelle carte e proveranno a ragionare per capire se esistono altre ricostruzioni possibili. Quando si arriverà a celebrare quei processi sarà durissima, perché si apriranno, come non si è mai fatto prima, le porte di ogni casa, di ogni camera da letto, di ogni stanza di ospedale dove sono passate le vittime, dove i loro familiari le hanno viste soffrire, impaurite quanto dignitose. Si va avanti perché, per sopire questa inquietudine, e per superare quest’angoscia latente, c’è bisogno di mettere ordine. C’è un modo: trovare la cura che sconfigga il mesotelioma. Di mal d’amianto si deve guarire. In fretta. È un’illusione sperare che la giustizia passi anche attraverso la disponibilità responsabile, autentica e scevra da ricatti, da parte del magnate svizzero verso un risarcimento senza limitazioni, etiche e quantitative, a priori, che porti a compimento la ricerca di una cura salvifica?
Di Silvana Mossano
