Dopo il caso Dj Fabo
Da CORRIERE DELLA SERA del 28-2-2017
Otto anni fa, quando l’Italia fu scossa dalla tragedia di Eluana Englaro, nell’opinione pubblica si diffuse la convinzione che fosse necessaria una legge sul «fine vita» e la politica, dopo aver dato di sé un pessimo spettacolo con contorno di risse e invettive in Parlamento, aveva promesso che in tempi rapidi avrebbe approvato una norma detta sul «testamento biologico» equilibrata ed efficace.
Dopo otto anni la via crucis del dj Fabo ripropone drammaticamente lo stesso dilemma che angoscia le coscienze di tutti, sostenitori e detrattori del principio per cui in ultima istanza deve essere la persona a decidere sul destino del proprio corpo e sulla possibilità di mettere fine a sofferenze vissute come insopportabili. Ma nel frattempo la legge sul «fine vita» è sepolta sotto montagne di carte e di progetti, rimpallata tra Commissioni della Camera e del Senato, sostanzialmente accantonata, sospesa, umiliata, rimandata sine die. Solo che stavolta non è la solita lentezza burocratica della politica a frenare il corso di una legge che da otto anni attende invano di affiorare alla luce. È piuttosto il desiderio non detto di non scegliere, di evitare strappi, di non introdurre nell’agenda politica un tema controverso, incandescente, sovraccarico di troppe passioni. Politicamente «divisivo», come usa dire adesso.
Né il caso dj Fabo e neanche quello di Eluana, bisogna sottolinearlo, rientrano nella casistica in discussione nei progetti riguardanti il «testamento biologico». Nel caso Englaro mancava l’elemento fondamentale del «testamento biologico», cioè una dichiarazione autenticata del soggetto che avrebbe dovuto decidere di morire quando la vita fosse diventata un’atroce tortura. Quest’ultimo caso si configura invece non come eutanasia in senso stretto, ma come una forma di «suicidio assistito» che non avrebbe spazio nemmeno nella versione più larga e «liberale» dei progetti attualmente in esame. Ma esiste nella realtà, nell’esperienza di tutti, nei drammi che si consumano in silenzio una gamma vastissima di condizioni che rendono necessaria una legge equilibrata, ragionevole, non oltranzista, non marcata da una logica estremista del «tutto o niente». C’è un’immensa «zona grigia», come è stata definita, che non ha bisogno di norme perentorie, non lascia allo Stato un superpotere normativo che va a intromettersi nella vita dei cittadini e delle famiglie in uno dei momenti più dolorosi e tristi della vita, ma che pure deve lasciare spazio alla libera determinazione degli individui che sentono la loro vita soffocare in una condizione straziante di sofferenza inutile, che degrada l’esistenza. Si è anche sostenuto che è meglio nessuna legge anziché una legge troppo invadente che non rispettasse la sfera di autonomia delle famiglie in collaborazione con i medici. Ma poi esiste un momento della decisione in cui deve essere chiaro chi ha l’ultima parola, sia pur entro limiti accettabili, senza che questo momento supremo possa essere deciso di volta in volta da un giudice investito di una funzione supplente rispetto a una legge che non c’è. Se dunque per una volta la politica si mostrasse adulta e seria, se venissero dismesse le bandiere delle guerre di religione e si arrivasse in tempi brevi a una legge sostenuta da una larga maggioranza trasversale, come è giusto che sia nelle grandi scelte eticamente sensibili, si potrebbe pensare che la politica sia capace di impegnarsi in qualcosa di nobile in ciò che resta della legislatura. I cittadini, di tutti gli orientamenti, apprezzerebbero questa prova di serietà.
di Pierluigi Battista
